BESOZZI, Gioacchino

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 9 (1967)

di Giuseppe Pignatelli

BESOZZI, Gioacchino. - Nacque a Milano da nobile famiglia il 23 dic. 1679. A sedici anni entrò nella Congregazione di Lombardia dell'Ordine cisterciense, proseguendo gli studi con grande profitto, particolarmente nelle lingue classiche e nella teologia. Ben presto, per la sua profonda dottrina, fu destinato dai superiori all'insegnamento nelle scuole stesse della Congregazione a Milano e a Roma. Nel 1720 venne eletto, per breve pontificio, abate del monastero di Venezia, ma non sembra che vi si recasse: certo è che nel 1723 si trovava a Milano, completamente dedito a studi di logica e fisica. Di tale anno è molto probabilmente un suo lavoro, conservato ora manoscritto nella Biblioteca nazionale di Roma (cod. Sessoriano 264): Quaestiones logicales, Quaestiones in philosophiam naturae seu in octo libros Physicorum Aristotelis. Nel 1724 passò a reggere il monastero di S. Croce in Gerusalemme a Roma, avendo anche la carica di procuratore generale della Congregazione di Lombardia.

Qui il B. dedicò grandi cure alla costituzione di una ricca e vasta biblioteca, acquistando preziosi manoscritti (alcuni erano già di sua proprietà, come il Cato maior de senectute, scritto di pugno d'Ippolita Maria, figlia di Francesco Sforza, e da lui comprato a Milano nel 1723), ordinando e catalogando quelli già esistenti (cfr. i codd. Sessoriani 486, 488, 490), sempre in contatto con vari eruditi dell'epoca, cui lo legavano profondi vincoli di reciproca amicizia, come Filippo Argelati, il marchese Gregorio Capponi e l'oratoriano veronese Giuseppe Bianchini. Istituì, poi, vicino alla Biblioteca, alla cui sistemazione architettonica aveva atteso il Cipriani, una cattedra di lingua ebraica e greca e un museo di medaglie: lo stesso Benedetto XIII l'onorò di una visita nel 1727.

Appena giunto a Roma, il B. aveva scritto anche un trattato, Officiorum Romani pontificis, dedicato a Benedetto XIII in occasione della sua elevazione al soglio papale: di esso ci rimane solamente la prima parte, manoscritta (cfr. cod. Sessoriano 449), che tratta delle virtù necessarie ad un pontefice e al comportamento che deve tenere nei confronti dei cardinali, dei parenti, dei ministri, degli ambasciatori esteri, dei vescovi, che si recano a Roma, e del criterio da usare nella scelta dei nunzi apostolici.

Notevole il suggerimento che, nella creazione dei cardinali, il papa "non Romam tantum sed orbem universum Catholicum mente perlustrare debet" (cap. VII), primo accenno a quello slancio religioso ecumenico che sarà valorizzato con l'avvento al pontificato del cardinale Lambertini. Non ci è giunta, invece, la seconda parte dell'opera, che, dovendo trattare anche dei rapporti con gli eretici, scismatici, ebrei ed infedeli, avrebbe potuto fornirci importanti indicazioni sulla personalità dei Besozzi.

Nel 1728 Benedetto XIII nominò il B. consultore del S. Uffizio e il suo successore, Clemente XII, gli assegnò una pensione annua, chiedendogli, fra l'altro, un voto in merito alla spinosa e annosa controversia sulla validità dei matrimoni celebrati nelle Fiandre, fra cattolici e protestanti, senza il rispetto dei canoni stabiliti dal concilio di Trento. La risposta del B., favorevole alla loro validità dimostra chiaramente la sua moderazione, che lo spingeva ad un tentativo di trattenere nel seno della Chiesa cattolica molti che una eccessiva incomprensione avrebbe spinto lontano. Non a caso, quindi, egli ebbe maggiore considerazione ed autorità sotto il pontificato di Benedetto XIV. Già scelto dal Sacro Collegio dei cardinali come confessore del conclave del 1740, il nuovo pontefice lo innalzò alla porpora, con il titolo di S. Pancrazio, nella prima promozione da lui fatta il 23 sett. 1743, nominandolo membro delle Congregazioni del S. Uffizio, Concilio, Indice, Vescovi e Regolari, Indulgenze e Sacre Reliquie, e affidandogli la revisione dei libri della Chiesa orientale. Nel 1744 10 chiamò a far parte della Congregazione speciale costituita per procedere alla riforma del Breviario, la cui opera, peraltro, non soddisfece il papa. Il 5 apr. 1745 il B. mutò il titolo con quello di S. Croce in Gerusalemme, che si era allora reso vacante. Un importante e delicato incarico egli ebbe quando si dovettero prendere in esame ' le accuse di giansenismo mosse da più parti, in Italia e in Francia, alle opere degli agostiniani Fulgenzio Bellelli e Lorenzo Berti. Benedetto XIV lo incaricò, insieme col carnale Tamburini, al generale dei predicatori, Antoine Brèrnond, e al minore conventuale Balustraci, di giudicare dell'ortodossia del sistema teologico dei due.

Il B., nella sua risposta (cfr. Censurarum operum PP. Bolielli et Berti, in Alcuni scritti apologetici contro l'autore della storia letteraria d'Italia, I, Napoli 1757, pp. 121-152), afferma che tali opere sono immuni dal giansenismo in quanto non si allontanano per nulla dalle dottrine di Noris e Massoulié, già assolte da una simile accusa; in esse, infatti, pur essendo insegnato il sistema delle due dilettazioni indeliberate e relative, si difende la libertà d'indifferenza, non essendovi sostenuta la necessità fisica di seguire ciò che più diletta. Soprattutto il B. ammonisce che si deve procedere con molta circospezione nell'esame di opere che si fondano sulla dottrina agostiniana della grazia, affinché "non si rinnovino le antiche calunnie de' Giansenisti, che per i raggiri, ed arti fraudolenti de' Gesuiti viene sedotta e portata la S. Sede a condanna e le dottrine insegnate da S. Agostino, e da Autori Cattolici di lui seguaci "(ibid., p. 130); ricorda, poi, l'utilità degli agostiniani "per chiudere la bocca a i Calvinisti, e Giansenisti", con una dottrina simile alla loro, ma non erronea "come dal Gassendo celebre Filosofo Franzese si difende la Filosofia di Democrito, e d'Epicuro, ma purgata da gli errori di questi" (ibid., p. 131). Le sue argomentazioni lasciano, comunque, capire che egli.non fu un seguace dell'agostinismo (non è suo, a tale proposito, il trattato di teologia di un autore di scuola agostiniana, che si conserva sotto il suo nome nel fondo Sessoriano, mss. 526-528, scritto sicuramente dopo il 1773, in quanto vi si parla di Bellarmino come di un "exstinctae societatis membrum"). In realtà il B. non ebbe in simpatia le beghe teologiche: in linea con i desideri di Benedetto XIV cercava di mantenere l'equilibrio fra le varie correnti teologiche per evitare inutili e pericolose condanne, che avrebbero potuto cagionare soltanto dolorose fratture: per mantenere l'unità della Chiesa tutti avrebbero dovuto rimettersi al giudizio della Santa Sede, riconoscendo l'infallibilità del papa nelle decisioni dogmatiche. Fu, perciò, contrario al settarismo di alcuni gesuiti, che pur dopo la costituzione Ex quo del 1742, la quale condannava definitivamente i riti cinesi, cercavano di interpretarla in modo da difendere l'operato di alcuni loro confratelli. A questo proposito, avendogli il papa chiesto un giudizio su un manoscritto dei padre Niccolò Ghezzi (Vera e legittima intelligenza dei Dogma, e dei precetto stabilito intorno ai riti cinesi nella costituzione "Ex quo" dal Regnante Pontefice Benedetto XIV, esposta in una lettera al sig. Conte, in cui il gesuita, sottolineato il fatto che la condanna papale colpiva il culto "divino" di Confucio e degli antenati, e notato che difficile era il decidere da Europei, estranei a quegli ambienti, se questi dovessero essere ritenuti degli dei, sosteneva che i riti cinesi non erano toccati dalla stessa condanna), il B. consigliò Benedetto XIV di esprimere al gesuita la più completa disapprovazione e di "imporgli con formale Precetto la Ritrattazione del medesimo con tutte quelle persone alle quali l'avesse comunicato" (Arch. Segreto Vat., Principi 241, f. 563v).

Nel 1747 il B. fu eletto sommo penitenziere al posto del defunto cardinale Petra, "avendo creduto bene" - scriveva Benedetto XIV al de Tencin - "che questo posto stia in mano ad un religioso di vita esemplare, e che sia anche in grado di confessare, quando venga la congiuntura e che dovendo assistere al Papa nella morte, sappia quello che deve farsi" (Lettere di Benedetto XIV, p. 407). In occasione delle proposte fatte dal Broedersen, decano del capitolo della Chiesa scismatica di Utrecht, per una pacificazione con Roma, il B. fu chiamato a far parte della Congregazione che le esaminò, insieme con i cardinali Valenti, Corsini e Tamburini. Come è noto, la generica assicurazione di obbedienti ai decreti papali, offerta dai giansenisti, non sembrò sufficiente alla Congregazione che subordinò ogni trattativa all'accettazione piena ed esplicita del formulario di Alessandro VII e della bolla Unigenitus (voto del 6 ott. 1748, confermato il 1° maggio 1749, in seguito ad altre simili proposte dei giansenisti olandesi). Nel 1752 fu incaricato, ancora msieme col Tamburini, di esaminare una Censura Sacrae Facultatis theologiae Nannetensis, contro quattro proposizioni, estratte da alcune tesi discusse nel Collegio Clementino, degli oratoriani di Nantes, che molto rigidamente sostenevano che, nei casi morali, si dovesse sempre seguire l'opinione più sicura anche se meno probabile, scartando quella più probabile ma meno sicura (tuziorismo). Il B., facendo uso della solita moderazione, affermava di ritenere le proposizioni "bensì false, ma questo non bastava per sottoporle a censura theologica" (Arch. Segreto Vaticano, Principi 239, f. 528 v).

Negli ultimi anni della vita, nel clima di relativa comprensione che si era creato, con il nuovo pontificato, nei confronti degli "erranti", il B. fu in stretto contatto con Giuseppe Antonio von Bandel di Costanza, che faceva opera di avvicinamento ad alcuni ambienti protestanti: il 28 ott. 1754 era lieto di trasmettere al papa una medaglia con la sua effigie, incisa dalla Società Augustana e inviata tramite il von Bandel, accompagnandola con una lettera in cui rilevava che "le doti singolarissime, e le rarissime sue Prerogative hanno levato dalle menti di questi Industriosi eretici, che Roma sii Babilonia, ed il Papa Antichristo" (ibid. 240, f. 604).

Il 18 luglio 1755 il B. morì a Tivoli e fu sepolto in S. Croce in Gerusalemme, ove, per ordine di Benedetto XIV, gli fu eretto un monumento funebre.

Fonti e Bibl.: Roma, Bibl. Naz., fondo Sess0riano, mss. 264, 449, 486, 488, 490, 526-628; Arch. Segr. Vat., Principi 239, ff. 528, 538; 240, f. 604; 241, ff. 543-563v; Bibl. Apost. Vat., Capponiani 275, ff. 223-224, 234, 336-338, 349, 502-503, 519 (sei lettere dei B. al Capponi. dal marzo 1726 al marzo 1727), 235, 236, 350 (tre lettere al B.); Le lettere di Benedetto XIV al card. de Tencin, a c. di E. Morelli, I, Roma 1955, pp. 220, 277, 383, 407; F. Argelati, Bibliotheca scriptorum Mediolanensium, Milano 1745, I, 1, pp. CIV, DLXVII, DLXIX; 2, col. 151; Notizie per l'anno 1746, Roma 1746, p. 110; R. Besozzi, La storia della basilica di S. Croce in Gerusalemme, Roma 1750, pp. 134, 213, 221-222; F. Bonacina, Oraz. funebre recitata nelle solenni esequie dell'eminentissimo cardinale D. G. B., Milano 1755; G. M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d'Italia, II, 2, Brescia 1760, pp. 1079-1080; J. B. T. Bernenc, Systema Augustinianum de divina gratia exctum ex operibus RR. PP. Bellelli et Berti, I, Lyon 1768, p. 593; L. Mozzi, Storia delle rivoluzioni della Chiesa di Utrecht, III, Venezia 1787, pp. 148-163; L. Cardella, Mem. stor. de' Cardinali della S. Romana Chiesa, IX, Roma 1797, pp. 2123; G. Moroni, Diz. di erudiz. stor. eccles., V, Venezia 1840, coll. 187 s.; G. Martini, Elogio storico del card. G. B. benedettino cisterciense, Roma 1845; F. Cristofori, Storia dei cardinali di S. Romana Chiesa, Roma 1888, pp. 83. 171; P. Willi, Päpste, Kardinäle und Bischöfe aus dem Cistercienserorden, Bregenz 1912, p. 20; T. Morcatelli, Ilsanto Ordine cisterciense in Italia, in L'Italia benedettina, a c. di P. Lugano, Roma 1929, p. 501; L. von Pastor, Storia dei Papi, XVI, I, Roma 1933, pp. 130, 198, 216, 225, 250; E. Dammig, Ilmovimento giansenista a Roma nella seconda metà del sec. XVIII, Città del Vaticano 1945, pp. 351 (ove si afferma erroneamente che il B. fece Parte nel 1761 della commissione che esaminò la traduzione napoletana del catechismo dei Mesenguy), 364; E. Appolis, Entre zelanti et jansénistes. Le tiers parti catholique au XVIIIe siècle, Paris 1960, pp. 279 s.; Dict. d'Hist. et Géógr. Ecclis., VIII, col. 1180.

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