Rossini, Gioacchino

Rossini, Gioacchino

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Rossini, Gioacchino. - Musicista (Pesaro 1792 - Passy, Parigi, 1868). Figlio di un suonatore di trombetta e di un buon soprano, a Lugo cominciò a profittare degli insegnamenti (clavicembalo e canto) di don Giuseppe Malerbi, finché a Bologna (circa alla fine del 1804) fu affidato al noto maestro A. Tesei, allievo di S. Mattei. Qui egli divenne abile suonatore di viola e ottimo accompagnatore al cembalo. Nel 1806, iscritto al liceo musicale bolognese, vi completò gli studî nel violoncello, nel pianoforte e nel contrappunto. Già componeva, intanto, le prime musiche, tra le quali si ricorda la cantata Il pianto d'Armonia sulla morte d'Orfeo (1808) per la chiusura dell'anno scolastico, e le arie per un Demetrio e Polibio, che fu allestito soltanto nel 1812. Ma già prima di allora egli aveva fatto rappresentare altre opere, scritte dal 1810 al 1812, e cioè da quando aveva abbandonato il conservatorio (lasciando incompiuti gli studî di composizione) per lavorare per impresarî. La prima fu la farsa in un atto La cambiale di matrimonio (Venezia, 1810); seguì, nell'autunno 1811 a Bologna, l'opera L'equivoco stravagante, da cui R. trasse poi pagine per La pietra di paragone. Il 1812 iniziò per R. con una nuova farsa, L'Inganno felice, applaudita a Venezia nel gennaio, e proseguì con l'opera seria (impropriamente chiamata oratorio) Ciro in Babilonia, rappresentata con scarso successo a Ferrara, con la poco fortunata farsa La scala di seta (Venezia, 5 maggio), con la prima rappresentazione del Demetrio e Polibio (Roma, 18 maggio), con La pietra di paragone (Milano, 26 sett.), melodramma giocoso che si può dire "rivelò" il genio rossiniano, conquistando l'entusiasmo del pubblico per oltre 50 repliche. Sempre del 1812 è la farsa L'occasione fa il ladro (Venezia, 24 nov.), non molto fortunata nonostante la sua reale vivacità e grazia. Tra l'altro vi si nota il caratteristico procedimento, eternato poi dal Barbiere, di affidare alla voce un semplice declamato mentre l'orchestra ricama un'agile melodia. Nel 1813 si dette a Venezia un'altra farsa: Il Signor Bruschino ovvero il figlio per azzardo, che ancora oggi si rappresenta con successo. Grandi entusiasmi destò la nuova opera seria di R.: il Tancredi ("melodramma eroico", rappresentato a Venezia il 6 febbr. dello stesso anno), nel quale R., irrobustendo la propria scrittura musicale e manifestando ormai una completa maturità tecnica, nonché conferendo all'opera seria un'inconsueta snellezza grazie alla limitazione dei recitativi a vantaggio dei pezzi d'insieme, mostrava di avviarsi a conquistare la preminenza sul gusto musicale europeo. La stessa importanza che nel genere serio ha il Tancredi può essere riconosciuta, nel genere comico, alla nuova opera di R., L'Italiana in Algeri, rappresentata a Venezia il 22 maggio 1813. Né lo scarso successo di alcune opere dal 1813 al 1814 (Aureliano in Palmira, seria, Milano, 26 dic. 1813; Il Turco in Italia, buffa, Milano, 14 ag. 1814; Sigismondo, seria, Venezia, 26 dic. 1814) riuscì a menomare tale fiducia nel compositore. Questi intanto riceveva dall'impresario D. Barbaja la direzione dei teatri napoletani di S. Carlo e del Fondo, con l'obbligo di scrivere due opere l'anno. R. andò a Napoli, e qui ben si adattò all'ambiente teatrale della città (dove tra i cantanti primeggiava Isabella Colbran, sua futura moglie), conquistando subito, con l'Elisabetta regina d'Inghilterra (seria; 4 ott. 1815), l'entusiasmo generale. Della facoltà, concessagli dal contratto con Barbaja, di comporre anche opere per altre città, R. si giovò per rappresentare a Roma, tra l'altro, Torvaldo e Dorliska (seria; 26 dic. 1815), poco fortunata, e un'opera comica commissionatagli per l'Argentina il 15 dic.: Almaviva ossia l'inutile precauzione. Questo Almaviva non era altro che il Barbiere di Siviglia, il cui titolo era stato così mutato per rispetto al Barbiere di G. Paisiello, il vecchio glorioso maestro, allora ancora vivente. L'esito dell'opera fu disastroso alla prima rappresentazione (20 febbr. 1816) ma migliorò assai nelle repliche, e il nuovo Barbiere passò presto, acclamato, in tutti i teatri d'Italia. La partitura fu scritta in una ventina di giorni e, contrariamente a quanto dissero alcuni, non contiene musica d'altri maestri. Qua e là però compaiono spunti di altre opere rossiniane e la sinfonia che oggi si conosce è quella dell'Aureliano in Palmira (poi trasmigrata anche nell'Elisabetta), mentre quella composta (su temi spagnoli) per il Barbiere è andata poi perduta. Tornato a Napoli, R. dette subito due nuove opere: La Gazzetta (comica; 25 sett. 1816), ben presto caduta in un meritato oblio, e Otello, ossia il moro di Venezia (seria; 4 dic. 1816), stupenda affermazione del genio rossiniano che procurò un nuovo trionfo ai cantanti (Colbran, Nozzari) e all'autore. Il 25 genn. 1817 R. dette al Teatro Valle di Roma La Cenerentola, miracolo (e anche questa composta in pochi giorni) non inferiore al Barbiere per pregi musicali, per quanto su libretto poco consistente in confronto a quello, eccellente, dell'altra opera. L'insuccesso alla prima andò poi mutando fino al trionfo. Da Roma R. passava a Milano, facendovi applaudire un altro capolavoro, La Gazza ladra (semiseria; 31 maggio 1817). Tornò quindi a Napoli, e vi dette un'Armida (eroica; 11 nov. 1817) accuratamente elaborata ma non bene accolta e tornata con successo sulle scene nel sec. 20° dopo un periodo d'oblio. Altro insuccesso, quello della seria Adelaide di Borgogna ovvero Ottone re d'Italia (Roma, 27 dic. 1817). Poi, alternando periodi di faciloneria con altri di coscienzioso impegno, compì un notevole passo verso la dignità e la coerenza drammatica con l'"azione tragico-scenica" del Mosè in Egitto (seria; Napoli, 5 marzo 1818). Seguì un nuovo periodo di lavori mediocri, alcuni dei quali però fortunati all'epoca: Adina o Il Califfo di Bagdad (comica; rappr. a Lisbona solo nel giugno 1826); Riccardo e Zoraide (seria; Napoli, 3 dic. 1818), applauditissima; Ermione (seria; Napoli, 27 marzo 1819), caduta nonostante la presenza di un potente, drammatico finale; Edoardo e Cristina (seria; Venezia, 24 apr. 1819), applaudita. Importante è invece La donna del lago, opera seria composta sulla trama dell'omonimo romanzo di W. Scott, nella quale R. entra per la prima volta in contatto con il romanticismo europeo. Non compresa alla prima rappresentazione (Napoli, 24 sett. 1819), divenne poi, ben presto, popolarissima. Mediocre una Bianca e Falerio (seria), rappresentata a Milano il 26 dic. 1819, mentre un Maometto II (seria; Napoli, 3 dic. 1820), pur non molto applaudito, segnava un progresso notevole nella via della dignità drammatica e dell'autorevolezza concettuale. A Roma seguiva, con esito contrastato, una Matilde di Shabran (seria; 24 febbr. 1821). Ed ecco le ultime musiche per Napoli: due cantate e l'opera Zelmira (16 febbr. 1822), il cui grande successo si rinnovò nelle numerose repliche in tutta Italia e in quella Vienna (1822) ove R. si recò dopo aver celebrato le nozze con Isabella Colbran. Anche a Vienna R. si conquistò gli animi. Tornato in Italia, la sua fama europea ebbe una consacrazione ufficiale nell'invito a Verona (dic. 1822) per dare le sue musiche alla solennità del Congresso delle Nazioni. Nacquero così quattro cantate (Il vero omaggio; L'augurio felice; La sacra alleanza e Il Bardo). Seguì l'ultima opera italiana di R.: Semiramide (seria; Venezia, 3 febbr. 1823), nuovo saggio nel genere storico e nella concezione grandiosa del Mosè, che disorientò sulle prime il pubblico, ma non tardò ad assicurarsi universale successo. Nell'ottobre 1823 i coniugi R. partirono per Parigi e vi si trattennero per un mese, proseguendo poi per Londra dove li chiamava un contratto col King's Theatre e vi rimasero circa sei mesi tra il favore della corte e l'entusiasmo del pubblico. Per Londra R. non scrisse nulla di nuovo, tranne una cantata Il pianto delle Muse in morte di Lord Byron. Ritornato da Londra in possesso di una fortuna ormai notevole, il maestro si stabilì a Parigi quale direttore della musica e della scena al Teatro Italiano. Il 19 giugno 1825 egli dette una piccola opera di circostanza, Le voyage à Reims, per festeggiare l'incoronazione di Carlo X (la musica di quest'opera verrà trasfusa in Le comte Ory). R. mirava ormai, liberato com'era da ogni preoccupazione e da ogni scadenza, a scrivere a modo suo, elaborando attraverso successivi saggi uno stile nuovo che non s'accontentasse soltanto della brillante e fitta successione di arie e concertati, ma assicurasse allo spettacolo una continuità drammatica, un'omogeneità di colore e d'ambiente, secondo quanto avevano mostrato, un tempo, i lavori di C. W. Gluck e ora l'Olympia di G. Spontini e il Freischütz di C. M. von Weber. Primo tentativo in questo genere fu Le siège de Corynthe (trasformazione del Maometto II, 9 ott. 1826). Dopo quest'opera lasciò le sue cariche per quelle di compositore di Sua Maestà e ispettore generale del canto. Nel 1827 diede un rifacimento del Mosè (Moïse et le pharaon), riportando un vero trionfo. Ma l'opera nuova, che il pubblico parigino sempre più ansiosamente richiedeva, non venne che con Le comte Ory. In quest'opera comica, che trionfò all'Opéra il 20 ag. 1828, non vi è più la comicità irresistibile del Barbiere, ma piuttosto un sottile umorismo, un'arguzia diffusa, eleganza, continuità espressiva; qualità che avranno influenza incalcolabile su tutta la scuola ottocentesca dell'opera francese. Seguì l'anno dopo (prima rappresentazione, 3 ag. 1829) il Guillaume Tell, di cui De Jouy gli aveva preparato il libretto: anche i più accaniti antirossiniani, come J. F. Fétis, H. Berlioz ed altri, riconobbero la bellezza e l'enorme importanza del capolavoro. Questo Tell, con cui R. pareva essersi impadronito di uno stile nuovo, adatto all'ambiente e ai tempi, fu l'ultima opera lirica che egli scrisse. Più che l'avversione per il nuovo gusto musicale che si veniva formando, sembra che veramente una naturale indolenza, unita a molte fastidiose contrarietà pratiche e allo stato precario della sua salute (nel 1831 R. era stato colpito da una grave forma di esaurimento nervoso), abbia fatto svanire a poco a poco nel maestro quello stato di tensione creativa in cui le necessità l'avevano fino allora tenuto: egli si limitava ormai a buttar giù brevi pagine umoristiche per canto o per pianoforte (Soirées musicales, 1835) o si dedicava a cesellare, con una calma e una accuratezza che l'agitata vita operista non gli aveva mai consentito, due capolavori: lo Stabat Mater e la Petite Messe solennelle. Dopo il Tell, R. venne per qualche tempo in Italia, sostando a Milano e a Bologna, ovunque acclamatissimo. Intanto però la caduta di Carlo X veniva a complicare la sua situazione a Parigi, e soltanto grazie a lunghe liti e peripezie egli riusciva, perdendo ogni carica ufficiale, ad ottenere la dovuta pensione. Da quel momento la vita di R. si può dividere in quattro periodi: il primo dal 1829 al 1836, in cui egli visse solo a Parigi e iniziò lo Stabat Mater. Si era intanto diviso dalla Colbran per convivere con Olimpia Pélissier, preziosa e fedele compagna, che avrebbe sposato il 16 ag. 1846, poco dopo la morte della Colbran (7 ott. 1845). Il secondo periodo, dal 1836 al 1848, R. tornò in Italia, stabilendosi a Bologna, occupandosi seriamente del liceo musicale bolognese e completando lo Stabat che, a Parigi nel genn. 1848, e a Bologna (direttore G. Donizetti) nel marzo seguente, rinnovò l'entusiasmo europeo per il suo genio. Veniva intanto acuendosi la reciproca incomprensione tra il vecchio maestro e i nuovi spiriti liberali e patriottici, incomprensione che si esasperò nel 1848 fino a determinare manifestazioni contro di lui e in conseguenza la sua fuga a Firenze. Dal 1848 al 1855 si svolse il terzo periodo, appunto "fiorentino": periodo rattristato specialmente dall'aggravarsi delle infermità, per curare le quali R. tornò a Parigi, dove rimase dal 1855 in poi. Migliorate le sue condizioni fisiche, R. poté assumere a Parigi quella posizione di incontrastato prestigio che tenne fino alla morte, attorniato, nella sua villa di Passy, dalla reverenza di tutti. Placate le invidie e le rivalità, egli viveva ormai della sua gloria, assistendo all'universale omaggio che tutti i musicisti gli tributavano: non ultimi, i più giovani e ambiziosi rivoluzionarî, quali Wagner e Berlioz. L'esecuzione, in sede privata, della sua ultima composizione d'impegno, la Petite Messe solennelle (marzo 1864), si risolse in un commovente tributo d'ammirazione dei maggiori musicisti francesi del tempo, Meyerbeer, Gounod, ecc. Dall'Italia gli giungevano parimenti omaggi e inviti: tra l'altro, il ministro E. Broglio, in una lettera del 1868, lo invitava a presiedere una "Società rossiniana" per apportare un miglioramento alla situazione dell'opera lirica in Italia. Poco dopo, aggravatasi nuovamente la sua salute, moriva la sera del 13 nov. 1868 ed era sepolto al Père-Lachaise, donde la salma fu poi riportata in Italia nel 1887 e tumulata in Santa Croce a Firenze. L'arte di R. seppe rinnovare il teatro musicale italiano e contribuì largamente a rinnovare anche quello europeo, che con W. A. Mozart, D. Cimarosa, G. B. Paisiello era giunto all'ultima, suprema espressione della raffinata e delicata sensibilità settecentesca. La rivoluzione operata da R., trionfante fin dalle opere giovanili ovunque queste apparissero, significò l'avvento di un teatro assai diverso: uno stile dinamico e semplice, un'ispirazione ritmica d'irresistibile slancio, un tono luminoso e caldo, riuscirono ad attirare in teatro un nuovo pubblico: quello delle masse del popolo, imponendosi alla sua ingenua spiritualità con la forza di uno dei grandi fenomeni della natura. Sulle sue orme procedettero in Italia tutti gli operisti, da V. Bellini a G. Verdi, in Francia gli operisti da D.-F.-E. Auber a J. Meyerbeer, mentre nei paesi tedeschi gli stessi oppositori, come per es., Weber, finirono col subire la sua influenza. ▭ A R. Pesaro dedica dal 1980 un importante festival estivo, il Rossini Opera Festival. Le opere rossiniane sono, inoltre, modernamente edite, secondo aggiornati criterî filologici, a cura della Fondazione Rossini di Pesaro.

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