GIOANNETTI Andrea

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 55 (2001)

di Simone Bonechi

GIOANNETTI (Giovannetti) Andrea. - Nacque a Bologna il 6 genn. 1722 da Baldassarre Francesco e da Pellegrina Zanoni, in una famiglia della nobiltà bolognese, comitale dal XVI secolo e dal XVII marchionale del feudo di San Raffaele in Monferrato. Ebbe il nome di Melchiorre Benedetto Lucidoro, che mutò in Andrea quando, il 29 giugno 1739, vestì l'abito dei benedettini camaldolesi in S. Apollinare in Classe a Ravenna. Maestro dei novizi era il p. B. Savorelli, poi generale della Congregazione, e abate il padre F.R. Guiccioli, poi arcivescovo di Ravenna dal 1745 al 1763. Entrambi apprezzarono le doti del giovane e in seguito rimasero in rapporto con lui: il Savorelli ebbe con il G. una lunga corrispondenza e il Guiccioli, da arcivescovo, lo nominò suo teologo.

Ordinato sacerdote il 19 dic. 1744, il G. proseguì gli studi a Bertinoro e a Roma, dove s'interessò alle antichità e apprese il greco. Divenuto maestro in filosofia e teologia, tornò a Bertinoro a esercitare l'insegnamento e il sacerdozio, segnalandosi per l'assiduità nella confessione, nella catechesi e nell'assistenza agli infermi, per la quale si trovò a rischio di morte. Tornato al monastero di Classe, dal 1753 al 1763 fu teologo del Guiccioli; nel 1763 divenne procuratore ed economo del monastero di Classe, e poco dopo abate. Il G. accrebbe la biblioteca e il museo numismatico-fisico, proseguì la bonifica dei terreni del monastero e, con donazioni di grano e denaro, soccorse la popolazione colpita dalla carestia degli anni 1764-66; in riconoscimento fu ascritto alla nobiltà sammarinese. Mostrò anche apertura alle sollecitazioni culturali del secolo e profondo zelo pastorale; rigorista sul piano disciplinare e agostiniano su quello teologico, diresse il monastero con mano ferma. Lasciata la carica di abate nel 1770, tre anni dopo passò a dirigere il monastero di S. Gregorio al Monte Celio, a Roma, dove fu in contatto con ecclesiastici d'orientamento giansenista e riformatore, e in particolare con l'abate G.C. Amaduzzi (che gli dedicò il "discorso filosofico-politico" La filosofia alleata della religione, letto all'Arcadia romana nel 1778). Seguì le Effemeridi letterarie, vicine alla corrente riformatrice, che giudicò "leggibili"; tenne contatti anche col benedettino G.M. Pujati, del quale condivise la contrarietà alla nuova devozione del Sacro Cuore, e col domenicano T. Vignoli (entrambi noti giansenisti). Nel 1774 l'interesse per le istanze teologiche e spirituali del cattolicesimo francese lo portò a consigliare al monastero di Classe l'acquisto delle opere di A. Arnauld. Assunse tuttavia una posizione mediana nelle controversie tra i gesuiti e il variegato fronte riformatore nel quale operavano i moderati d'ispirazione muratoriana e i giansenisti italiani, giunte allora all'acme con la soppressione della Compagnia.

Le capacità mostrate nel dirigere il monastero romano lo segnalarono al cardinale G.A. Braschi, abate commendatario di S. Gregorio, che nel febbraio 1775 divenne Pio VI. Nel dicembre di quell'anno la morte del cardinale arcivescovo di Bologna, V. Malvezzi, aprì una nuova fase della carriera del G.: nominato vescovo di Imeria in partibus infidelium nel concistoro del 31 genn. 1776, subito dopo la consacrazione (4 febbraio) fu inviato ad amministrare la diocesi natale. Giunto a Bologna il 5 marzo, tre mesi dopo iniziò un'accurata visita pastorale; nel solco d'un ideale religioso che poneva l'accento sulla comprensione interiore del messaggio spirituale, il 4 febbr. 1777 emanò una circolare ai parroci "circa l'esercitare a dovere il loro ministero", esortandoli a curare l'insegnamento della dottrina cristiana. Richiamato a Roma, nel concistoro del 15 dic. 1777 fu pubblicato cardinale di S. Pudenziana, insieme col barnabita G.S. Gerdil, e preconizzato arcivescovo di Bologna. Ascritto alle congregazioni del S. Uffizio, dell'Indice, della Disciplina regolare e della Visita apostolica, fu anche protettore del monastero di S. Chiara della Terra di Arpino, nella diocesi di Camerino. In una pastorale che all'inizio dell'anno successivo inviò da Roma alla diocesi per annunciare l'elezione, oltre alle raccomandazioni usuali al clero di essere d'esempio, e ai fedeli perché obbedissero ai pastori, insisté sul pericolo delle idee dei lumi e dell'orgogliosa irreligione propagata attraverso cattivi libri e compagnie, in consonanza con l'enciclica di Clemente XIII Christianae reipublicae salus (1766), ripresa da Pio VI nella Inscrutabile divinae sapientiae (1775), due documenti che saranno per lui un costante riferimento.

Nella prima fase dell'episcopato, tuttavia, il G. tentò ancora di coniugare l'intransigenza dottrinale con riforme liturgiche. In un editto sull'osservanza delle feste (1779) riecheggiò motivi lambertiniani, mostrando di voler svecchiare con "moderazione" le strutture cultuali della diocesi. Ma all'iniziativa, pur circospetta, il clero conservatore reagì; i tempi erano mutati, e la prospettiva muratoriana era ormai superata dall'asprezza del confronto ecclesiologico in atto. L'ex gesuita E.M. Iturriaga attaccò con uno scritto il G., difeso da docenti dello Studio bolognese. Il cardinale lo denunciò all'Inquisizione spagnola, ma senza esito. Gli anni Ottanta furono, per lui come per altri esponenti della gerarchia sensibili alle istanze di un moderato rinnovamento liturgico, un tournant fondamentale, che lo portò ad abbandonare le tensioni riformatrici per difendere un assetto ecclesiologico e una religione che vedeva sempre più minacciati dagli attacchi della "moderna filosofia" e dall'offensiva interna dei giansenisti. Focale nella difesa fu la riaffermazione intransigente del primato giurisdizionale e magistrale della cattedra di Pietro, come unico criterio di unità per una Chiesa messa in pericolo dal deismo, dallo scisma e dalla subordinazione alle potestà secolari.

Le tensioni fra il G. e l'ambiente giansenista crebbero anche per la contiguità della diocesi bolognese con quella di Pistoia e Prato, dal 1780 retta da S. de' Ricci. I due corrisposero in merito a uno scambio di parrocchie per adeguare i confini diocesani a quelli politici, e forse anche per la comune preferenza per una pastorale rigorista e l'amicizia con l'Amaduzzi. Ma le radicali tesi ricciane sul primato di Pietro, ispirate all'episcopalismo gallicano-giansenista, potevano solo rendere difficile il confronto. Nell'aprile 1784 il G. proibì ai parroci del plebanato di Treppio (in procinto di passare alla diocesi pistoiese) di leggere "certi libri" stampati a Pistoia, cioè la Raccolta di opuscoli interessanti la religione, antologia di testi, istruzioni, pastorali del giansenismo, regalismo ed episcopalismo europeo, della quale lo preoccupava il tono antiromano. Era in gioco la potestà del papa sulla Chiesa universale e soprattutto l'effetto che la critica o la negazione di prerogative pontificie (potestà di ordine e di giurisdizione, infallibilità, controllo sui beni temporali della Chiesa) potevano avere sugli ecclesiastici meno preparati e sui laici ignari di questioni ecclesiastiche, che potevano leggere gli opuscoli, stampati in italiano. Nella polemica entrò come mediatore l'Amaduzzi, che fece leva sulla predilezione del G. per la "buona dottrina" per tener legata ai giansenisti una personalità che per prestigio e integrità morale poteva attrarre consenso alle idee di riforma. Così, pur criticando la debolezza del cardinale e l'influenza curiale su di lui, Amaduzzi cercò di smussare le punte estremiste del Ricci e portarlo su di una posizione più rispettosa di altre opinioni e quindi più accettabile dal Gioannetti. In quest'ultimo, però, ormai preponderava l'esigenza di tutelare la religione e la Chiesa dagli attacchi dei liberi pensatori e dallo spirito d'indipendenza. Rotto per il momento il patto di solidarietà fra i sovrani cattolici e la Santa Sede, egli vedeva nell'autorità infallibile della cattedra di Pietro l'argine al trionfo dell'empietà, e nella riaffermazione dell'unità con la Sede apostolica la sola possibilità per le chiese locali di sfuggire alla subordinazione all'autorità secolare e al pericolo del pluralismo dottrinale, anticamera dello scisma.

Da ciò il crescente identificarsi dell'azione del G. con l'interpretazione dello stato della Chiesa espressa nelle encicliche pontificie, che appare nelle Lezioni pastorali opportune ai vescovi…, pubblicate nel 1784 a Bologna, anonime, ma presso lo stampatore vescovile L. Della Volpe (l'opera fu ripubblicata nel triennio rivoluzionario col titolo Lezioni pastorali del cittadino d. Andrea cardinal Gioannetti arcivescovo di Bologna dirette al dilettissimo suo popolo). Già il motto del frontespizio ("Dissolve colligationes impietatis") si collegava all'idea del complotto anticattolico, uno dei cardini del pensiero reazionario, che aveva trovato una prima, autorevole affermazione ufficiale nell'enciclica Inscrutabile divinae sapientiae, richiamata espressamente nel prosieguo del titolo. Nella prefazione il G. celebrava il trionfo della religione sulla "mostruosa filosofia e le sue venefiche dottrine", e richiamandosi non a caso all'esempio bossuettiano dell'Histoire des variations des Églises protestantes, indicava come scopo del lavoro l'esame puntuale delle circostanze e degli artifici della diffusione dell'empietà, così da svelarne le insidie e combatterne le false asserzioni. Ai vescovi, seguendo la mente dei pontefici Clemente XIII e Pio VI, spettava il compito di difendere i loro greggi con lo scudo della vigilanza e preservarli dalle "odierne pestilenze": era già il compiuto ritratto del "campione della fede".

Le Lezioni erano in sostanza un'opera polemica, diretta, più che contro principî filosofici, contro le tesi razionaliste sui miracoli, la Provvidenza, l'origine umana delle religioni, e a mettere in guardia i fedeli dai "fonti velenosi della odierna empietà" e a riaffermare il primato di Pietro, sul quale nel 1788 riprese la discussione col Ricci. Fallito il tentativo del sinodo di Pistoia di dar vita e una chiesa toscana, il G. poté ricordargli, da una posizione di forza, la necessità dell'unione con Roma, pur nello sforzo di diffondere una dottrina morale e sacramentale rigorista: "Nel resto io sempre desidero, che il Sagramento della Penitenza sia amministrato da sacerdoti zelanti e dotti, e per questo ogni Venerdì si tiene qui l'esame dei confessori, né si lasciano correre sentenze lasse, ma quelle sole, che corrispondono alla buona dottrina e che mirano a impedire il peccato e a coltivare il buon costume. Per altro tutti, io credo, abbisognamo di ripetere spesso quella orazione: Domine deduc me in via tua, et ingrediar in veritate tua; poiché ciò che noi umanamente crediamo verità, non sono che fallacie provenienti dalla nostra miseria e dalle nostre passioni. Per questo bisogna che noi ci attenghiamo alla Sede Apostolica centro non solo di unità, ma eziandio di verità. […] Quanto all'ultima sua pastorale [5 ott. 1787, difesa dell'operato del Ricci] ella è scritta assai bene, e s'insinua con assai di forza. Ma se mi permette che io le parli da confratello e con tutta la confidenza, dà molto fastidio a ogni buon cattolico il vedere ch'ella abbia fatto molte determinazioni col fine di rimettere l'antica disciplina senza dipendenza dal Capo della Chiesa il Sommo Pontefice, di cui anzi negli Opuscoli interessanti la religione si parla in una maniera che non solo non dimostra riverenza, ma piuttosto disprezzo quasi cercandone l'avvilimento, […] Altre volte le ho scritto essere mia certissima massima e non mia solamente, ma di tutti, che quanto è determinato dai Generali Concili, o da questi approvato, non si può senza l'autorità del Sommo Pontefice o togliere o mutare" (lettera del 10 genn. 1788, cit. in Passerin d'Entrèves, 1955).

La risposta del Ricci, con i tradizionali argomenti della polemica giansenista, fu un ultimo, vano appello in una situazione ormai polarizzata dallo scontro col secolo. Mesi dopo il G. espresse la distanza incolmabile che ormai li separava con l'indire (10 maggio 1788) un sinodo inteso come risposta ortodossa all'assemblea pistoiese, che riunì la Chiesa bolognese dal 2 al 4 settembre. L'esigenza principale che vi affiorò fu la volontà di rinsaldare la Chiesa locale sotto l'autorità dell'ordinario e di riaffermarne l'identità anche con la ripresa della normativa antiereticale e di quella antiebraica, inasprita da Pio VI all'inizio del suo pontificato, ribadendo la subordinazione a Roma come garanzia di unità e fugando le tentazioni di democrazia ecclesiale col far dipendere dalla volontà del vescovo l'autorità legislativa dell'assemblea. Sintomatici, sul piano liturgico, la maggiore attenzione per i sacramentali (lustralia, benedizioni, segno della croce, acqua benedetta, cose consacrate ecc.), aspetto strettamente connesso alla devozione popolare, e lo spostamento dal rigorismo verso un equiprobabilismo di marca alfonsiana nel considerare i problemi connessi alla loro disciplina. I decreti del sinodo configurarono un clero stretto a difesa contro una società laica preda del vizio, da soccorrere riconducendola "sul calle della verità evangelica" con la catechesi, la lotta alla cattiva stampa e la promozione di una pietà penitenziale e consolatoria. Attento alla formazione dei sacerdoti, il G. li esortò a munirsi della Breve esposizione dei caratteri della vera religione del barnabita cardinale G.S. Gerdil, erudito e vigoroso difensore dei diritti del papa. Gli atti del sinodo, stampati, ebbero lodi dal Giornale ecclesiasticodi Roma, organo ufficioso della Curia, volto dal 1785 a recuperare settori dell'opinione cattolica, laica ed ecclesiastica, siti a metà strada fra giansenisti e "zelanti". Un progetto pienamente condiviso dal G., che appare totalmente guadagnato alla lotta al giansenismo nella corrispondenza che tenne sullo scorcio del decennio col vescovo di Brescia G. Nani, punto di riferimento del partito intransigente nel Norditalia; in essa, tra l'altro, l'informò delle discussioni col de' Ricci.

Nel 1790 intraprese una seconda visita pastorale, e quattro anni più tardi pubblicò con risalto la traduzione italiana della condanna del sinodo di Pistoia nella bolla Auctorem Fidei, accompagnandola con una pastorale. Denunciando il "finto zelo" d'un libro che "insinua eresie, errori ed equivoci", pubblicato in italiano, contro la tradizione della Chiesa, con la subdola intenzione di "farne gustare il tossico" anche al popolo ignorante, il G. ne annunciò la definitiva condanna da parte del pontefice, ricordando di aver "sempre contraddetto agli errori di quel sinodo ed anche de' noti opuscoli" (Lettera pastorale al clero e popolo della città e diocesi di Bologna, 30 ottobre 1794…, Bologna 1795).

Altri e più pressanti problemi cominciavano tuttavia a impegnare le energie dell'arcivescovo: la rivoluzione scoppiata in Francia aveva generato dalla fine del 1792 un flusso di emigrazione ecclesiastica verso lo Stato pontificio. La diocesi di Bologna, oltre che meta dell'esodo, era sulle vie che conducevano dal Norditalia a Roma e alla parte meridionale dello Stato papale; così il G. dovette forse più di altri vescovi fronteggiare i problemi connessi con l'afflusso dei sacerdoti refrattari. Le sue pastorali e gli scritti dei preti emigrati, che appoggiò, diffusero anche a Bologna l'immagine della Rivoluzione come castigo divino contro fedeli troppo tiepidi e nuovo Calvario che avrebbe ricondotto la Chiesa, attraverso penitenza e dolore, alla precedente grandezza.

L'arrivo dei Francesi a Bologna (giugno 1796) pose il problema dei rapporti con il Senato, cui il Bonaparte aveva restituito il potere dopo la partenza del cardinal legato G.A. Archetti. Le assicurazioni di Napoleone sul rispetto del culto e l'apertura del Senato verso le esigenze di freno alla stampa irreligiosa avanzate dal G. l'indussero a riconoscere le nuove autorità, con l'usuale supporto teologico della paolina Lettera ai Romani. Giunse anzi ad adombrare una distinzione fra potere temporale e potere spirituale del papa, dando l'approvazione a un opuscolo del parroco L. Morandi che affermava che Pio VI, abbandonando Bologna agli invasori dopo averne sfruttato il territorio, aveva mancato ai doveri di sovrano, sciogliendo di conseguenza i sudditi dall'obbligo d'obbedienza (Ragionamento al popolo bolognese sopra la presente abbracciata mutazione di governo, Bologna 1796).

Ben presto, tuttavia, l'evidente intenzione del nuovo governo di non riconoscere nella nuova costituzione il cattolicesimo come religione di Stato e le iniziative contro i regolari e i sacerdoti immigrati incrinarono i rapporti fra arcivescovo e Senato. Il G. prima si limitò a lanciare segnali nelle pastorali sulla necessità che lo Stato fondasse la convivenza sulla religione cattolica; ma all'inizio del '97 misure per l'espulsione e la confisca dei beni dei regolari, l'abolizione delle immunità e l'incameramento di gran parte delle proprietà ecclesiastiche lo spinsero a rompere gli indugi e a rivolgersi Alli cittadini senatori di Bologna con una durissima pastorale (9 genn. 1797: Bologna 1797), che rivendicò l'autonoma autorità della Chiesa, ricevuta da Cristo, e la sua competenza a regolare anche le azioni dell'uomo in società: "Questa autorità della Chiesa non è per far leggi che riguardino le sole anime. I cristiani sono uomini e l'uomo è composto d'anima e di corpo, e suddito della Chiesa è il cristiano, non le sole anime dei cristiani. Può adunque e deve questa Madre autorizzata da Gesù Cristo far leggi riguardanti l'esterno governo, il buon ordine, il regolamento de' fedeli. E rei di peccato saranno quelli che non le osservano, non le curano, le disprezzano". Il Senato, dunque, non poteva legiferare sugli ecclesiastici, avendo "l'autorità temporale per proprio oggetto le cose politiche e secolari, non già le cose sacre"; persone e beni della Chiesa erano al di fuori della competenza dei governi. Il testo si chiudeva con un appello al Bonaparte che, cattolico, voleva certo che si osservassero comandi e regole della Chiesa.

La lettera al Senato sostanzialmente chiuse la nutrita serie dei documenti scritti o ispirati dal G. nell'esercizio della funzione episcopale. La costituzione cispadana del marzo 1797, per volere del Bonaparte, proclamò il cattolicesimo religione di Stato; ma la situazione mutò dopo qualche mese con l'unione della Cispadana alla Cisalpina, la cui costituzione prevedeva la libertà di culto (luglio 1797). Il G. si chiuse allora in un corrucciato silenzio, restando fuori dal pur articolato dibattito che si aprì a Bologna sul rapporto tra Chiesa e Stato nel nuovo regime democratico. L'anno successivo accolse Pio VI che, sulla via dell'esilio in Francia, fu per qualche tempo nella città ospite del collegio di Spagna, come lo era stato già nel 1782 nel viaggio a Vienna per incontrarvi Giuseppe II. Nel marzo 1799, occupata Bologna dagli Austro-Russi, il G. riprese in mano la situazione, imbrigliando la stampa e l'editoria e punendo i sacerdoti "pertinaci nell'errore e nello scandalo", ma cercando anche di frenare gli eccessi dei reazionari. E a Venezia, quando vi si recò per il conclave che elesse Pio VII, condannò i disastri "triennalis illius captivitatis".

Rientrato a Bologna il 29 marzo 1800, una settimana dopo si ammalò, e l'8 aprile morì. Le esequie solenni, il 17 successivo, furono officiate dal card. A. Mattei, arcivescovo di Ferrara, presenti i vescovi di Modena, Reggio, Carpi e di Ippona in partibus infidelium.

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