MEDRANO, Giovanni Antonio

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 73 (2009)

di Roberto Parisi

MEDRANO, Giovanni Antonio. – Nacque l’11 dic. 1703 a Sciacca in Sicilia. Ancora adolescente, si trasferì con la famiglia in Spagna, dove intraprese la carriera militare in seno al real corpo degli ingegneri creato nel 1711 dal re Filippo V di Borbone. Come ingegnere straordinario e con il grado di sottotenente partecipò nel dicembre 1718 alla campagna spagnola di riconquista della Sicilia e due anni dopo fu destinato ai presidi del principato di Catalogna (Valenza e Murcia), specializzandosi nella progettazione di grandi infrastrutture territoriali e di impianti per la difesa militare, come la fortezza di Montjuic a Barcellona che elaborò nel 1730.

Nel dicembre 1731 seguì a Livorno il figlio sedicenne di Filippo V, Carlo di Borbone, duca di Parma e Piacenza, in qualità di ingegnere ordinario e con il grado di tenente, ma con il principale compito di seguire Carlo nell’apprendimento delle discipline geografiche, storiche e matematiche, oltre che nell’arte militare e nell’architettura.

Dopo l’incoronazione di Carlo a re delle Due Sicilie nel 1734, probabilmente per il suo stretto legame con il giovane sovrano, ma più in generale per ragioni legate alla necessità da parte del governo di avere un più diretto controllo sull’intero sistema locale dei lavori pubblici, il M. fu investito di alcuni dei più prestigiosi e strategici incarichi di carattere pubblico avviati dai Borbone nella capitale. Promosso prima brigadiere e poi ingegnere maggiore del Regno, nel breve arco di tempo compreso tra il 1734 e il 1738 sovrintese ai lavori di ristrutturazione e di ampliamento del palazzo vicereale (1734), intervenne con alcuni progetti di restauro sul palazzo dei Regi Studi (1735), progettò il primo impianto del teatro S. Carlo (1737) e avviò la progettazione e la prima fase dei cantieri del palazzo reale di Portici (1737-38). In questi ultimi anni subentrò, infine, all’architetto A. Canevari come unico responsabile della nuova reggia di Capodimonte. Una stagione breve, ma intensa, che fu suggellata con il progetto di alcuni allestimenti effimeri realizzati dal M. nel 1738 lungo la riviera di Chiaia, in occasione delle nozze del sovrano con Maria Amalia di Sassonia.

Tra i primi impegni professionali assunti dal M. nel Regno di Napoli figura il progetto di un obelisco da realizzare a Bitonto per celebrare l’esito vittorioso dei Borbone sugli Asburgo nella battaglia del maggio 1734. Collocato nell’attuale piazza 26 maggio 1734, l’obelisco carolino, iniziato nel 1736, fu concepito dal M. in forma tronco-piramidale con iscrizioni sui quattro lati attribuite a B. Tanucci, per uno sviluppo verticale di circa 18 metri.

Fuori della capitale, in quello stesso periodo, il M. fu anche incaricato della realizzazione sul Volturno, presso il sito reale di Venafro, di un imponente ponte di fabbrica, detto di Torcino, che, distrutto da una piena del fiume, fu ricostruito intorno al 1750 a opera dell’ingegnere F. Gasperi.

A Napoli il M. fu impegnato nella direzione dei lavori di ristrutturazione e di ampliamento del palazzo vicereale, a partire dal 1734. Accanto venne eretto il teatro S. Carlo, progettato nel 1737 e portato a termine dopo soli otto mesi, nell’ottobre dello stesso anno. Caratterizzato da un tipico impianto «a ferro di cavallo», con profilo semicircolare verso il fondo della platea e raccordi rettilinei verso il boccascena, il complesso fu anche riprodotto in Recueil de planches dell’Encyclopédie (Paris 1772, s.v. Théâtres, tavv. I e II), sulla base di rilievi prodotti e pubblicati precedentemente da G.P.M. Dumont.

Per il palazzo reale di Capodimonte, dopo varie ipotesi progettuali, e non pochi contrasti con Canevari, che rivendicava la paternità dell’opera, il M. adottò l’idea di uno schema planimetrico rettangolare con tre grandi corti interne porticate, successivamente rese tra loro comunicanti, e una facciata principale caratterizzata da un repertorio figurativo poco innovativo nel contrasto di colore tra il rosso dei laterizi e il grigio dei basamenti e delle paraste in piperno. Nei cantieri di Capodimonte il M. si distinse in particolare per l’intervento di consolidamento delle grandi cave («grotte») sottostanti il piano di fondazione del palazzo.

Singolare, invece, fu la soluzione planimetrica della reggia di Portici avanzata dal M., ma probabilmente messa a punto in un secondo momento (1741) da Canevari, che sembra ispirarsi al modello francese della place royale: una corte rettangolare entro una grande villa, attraversata in corrispondenza dei lati corti da un tratto dell’antica consolare per le Calabrie. Per lo stesso complesso rimase sulla carta il progetto elaborato dal M. (1739) dell’oratorio e della cappella reale a pianta ellittica.

Un altro importante incarico professionale giunse nell’ottobre 1738, quando il ministro Gioacchino di Montealegre, marchese di Salas, affidò al M. il compito di sovrintendere alla ripresa degli scavi archeologici condotti alcuni decenni prima nella villa d’Elboeuf a Portici. Il M. si avvalse della collaborazione dell’ingegnere spagnolo R. Alcubierre per la conduzione degli scavi e, a partire dal gennaio 1739, dello scultore G. Laguidara, allievo di D.A. Vaccaro, e degli scalpellini N. Tibaldi e T. Colati per il restauro dei reperti. Tuttavia, la scelta del M. si rivelò errata per l’imperizia dei restauratori che furono licenziati dal ministro Montealegre e sostituiti dallo scultore G. Canart e dai suoi collaboratori. Episodio, quest’ultimo, da considerarsi presumibilmente come uno dei primi sintomi di quel processo di disaffezione della corte spagnola, e in particolare del sovrano, nei confronti del M., acuitosi repentinamente, tra il 1741 e il 1743, quando fu coinvolto nelle indagini condotte dal Regio Fisco sulla gestione dei lavori eseguiti per il palazzo reale di Capodimonte, dopo l’arresto (luglio 1741) per frode fiscale dell’influente imprenditore A. Carasale, tenente del corpo di artiglieria e appaltatore di numerose opere pubbliche nella capitale borbonica.

A partire dall’estate del 1741 il M. cominciò a perdere il controllo e la sovrintendenza dei numerosi cantieri che gli erano stati affidati: dai lavori per la banchina del nuovo porto di Napoli (1740) che proseguirono sotto la direzione esperta dell’ingegnere militare G. Bompiede a quelli del nuovo quartiere della cavalleria alla riviera di Chiaia (1740), fino alla prosecuzione dei progetti e dei lavori per la nuova reggia di Portici, che furono affidati definitivamente a Canevari.

A nulla valsero le ben documentate allegazioni forensi prodotte dall’avvocato napoletano N.M. Pirelli per la difesa del M., il quale, dopo diciotto mesi di carcere e con l’accusa di collusione e omissione di atti d’ufficio, il 25 sett. 1743 fu destituito da tutti gli incarichi, degradato e condannato a cinque anni di presidio chiuso. Il M. scontò la pena presso il presidio militare di Peñon, dove fu impegnato nel 1746 nel progetto per il piano della piazzaforte e la baia di Gibilterra. Successivamente ottenne la grazia per una riduzione della pena e tornò in Italia, dove però, sempre nel 1746, la sua figura professionale era ancora sottoposta a dure critiche, come testimoniano le perizie redatte dall’ingegnere G. Spaltri, convinto assertore delle errate ipotesi tecniche avanzate dal M. negli anni precedenti per la captazione e l’adduzione delle risorse idriche necessarie ad alimentare i giardini e le fontane dei parchi di Capodimonte e di Portici.

Ciò nonostante, giunto a Napoli, il M. riuscì a ritagliarsi un proprio spazio professionale e, dal 1749 al 1754, fu incaricato della ristrutturazione di tutte le fabbriche dell’Arciconfraternita della Ss. Trinità dei Pellegrini, compresa la chiesa, che egli concepì secondo un impianto a croce latina. Progetto che, tuttavia, si ridusse in fase di realizzazione ai locali della cripta e alla sistemazione, in collaborazione con M. Gioffredo e di N. Tagliacozzi Canale, delle case di proprietà della stessa Arciconfraternita, situate tra la chiesa e porta Medina.

A parte il progetto di ristrutturazione del complesso edilizio di proprietà di Giuseppe De Maio Durazzo (1752), quella della Ss. Trinità dei Pellegrini costituì probabilmente l’ultima esperienza condotta a Napoli dal Medrano. Escluso dai grandi cantieri pubblici fin dal 1743 e da allora emarginato rispetto all’ambiente professionale locale e a quello politico, il M. aveva forse l’unica ragione della sua ostinata insistenza a risiedere a Napoli nei legami familiari con G. Almirante, figlia del duca di Cerza Piccola e già vedova di D. Toraldo, barone di Calimera, con la quale aveva stipulato nel 1736 contratto di matrimonio.

Dopo l’inaugurazione del coro («terrasanta») nella chiesa della Ss. Trinità dei Pellegrini (1754), il M. non risulta più attivo in alcuna esperienza professionale fino alla sua morte.

Il M. morì, presumibilmente a Napoli, nel 1760 (Pessolano, 2003).

Fonti e Bibl.: N.M. Pirelli, Difesa del brigadiere d. G.A. M. ingegnere maggiore del Regno, Napoli 1743; Id., Per lo brigadiere d. G.A. M. in risposta delle obbiezioni fiscali, Napoli 1743; G. Spaltri, Relazione … per l’acqua da condursi nelle reali ville di Portici e Capodimonte, Napoli 1746; N. Del Pezzo, Siti reali. Il palazzo di Portici, in Napoli nobilissima, V (1896), pp. 161-167; Id., Siti reali. Capodimonte, ibid., XI (1902), pp. 65-67, 170-173, 188-192; P. Napoli Signorelli, Gli artisti napoletani della seconda metà del secolo XVIII, ibid., n.s., II (1921), pp. 13 s.; L. Sylos, L’obelisco carolino di Bitonto, ibid., p. 166; III (1922), pp. 110-115; M. Schipa, Reali delizie borboniche, ibid., pp. 146-148; Id., Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, Napoli 1923, pp. 249 s., 266-273; A. Venditti, Architettura neoclassica a Napoli, Napoli 1961, ad ind.; F. Mancini, Scenografia napoletana dell’età barocca, Napoli 1964, pp. 19 s., 24 s.; G. Alisio, Una rilettura su inediti di palazzo reale di Portici, in Architettura. Cronache e storia, XIX (1974), 226, pp. 263-267; Id., Urbanistica, architettura e costume nella storia dell’Arciconfraternita dei Pellegrini, in G. Alisio et al., L’Arciconfraternita della Ss. Trinità dei Pellegrini in Napoli, Napoli 1976, pp. 46-59; Id., in Civiltà del ’700 a Napoli 1734-1799 (catal., Napoli), Firenze 1980, p. 440; H. Capel, Los ingenieros militares en España. Siglo XVIII. Repertorio biográfico e inventario …, Barcelona 1983, p. 322; G. Fiengo, Organizzazione e produzione edilizia a Napoli all’avvento di Carlo di Borbone, Napoli 1983, p. 80; F. Strazzullo, Documenti del Settecento per la storia dell’edilizia e dell’urbanistica nel Regno di Napoli, in Napoli nobilissima, XXII (1983), p. 234; XXIII (1984), pp. 161 s.; A. Ferri Missano, Il processo a G.A. M.: indizi per una storia della fabbrica della reggia di Capodimonte, in Atti dell’Accademia Pontaniana, XXXVII (1988), pp. 197-216; J. Urrea, Carlos III en Italia …, 1731-1759, Madrid 1989, pp. 23, 45, 53, 57-68; F. Fernández Murga, Carlos III y el descubrimiento de Herculano, Pompeya y Estabia, Salamanca 1989, p. 20; G. Fiengo, L’acquedotto di Carmignano e lo sviluppo di Napoli in età barocca, Firenze 1990, pp. 131, 134 s.; J.M. Muñoz Corbalán, Los ingenieros militares de Flandes a España (1691-1718), I, Barcelona 1993, p. 307; M.R. Pessolano, Il porto di Napoli nei secoli XVI-XVIII, in Sopra i porti di Napoli, II, Il Regno di Napoli, a cura di G. Simoncini, Firenze 1993, pp. 107 s.; A. Giannetti, Il giardino napoletano. Dal Quattrocento al Settecento, Napoli 1994, pp. 95-110; C. Belli, Cerimonie e feste d’antaño. Schegge d’archivio, in Capolavori in festa. Effimero barocco a Largo di Palazzo (1683-1759) (catal.), Napoli 1997, p. 108; G. Alisio, Una residenza tra mare e vulcano, in La reggia di Portici nelle collezioni d’arte tra Sette e Ottocento, a cura di L. Martorelli, Pozzuoli 1998, pp. 10, 13; T. Caianiello, Restauratori di sculture antiche a Portici …, in Dialoghi di storia dell’arte, 1998, n. 7, p. 55; P. Ciapparelli, Due secoli di teatri in Campania 1694-1896: teorie, progetti e realizzazioni, Napoli 1999, pp. 21, 29; S. Pace, Ercolano e la cultura europea tra Settecento e Novecento, Milano 2000, pp. 25, 41 s.; J. Garms, Dal Viceregno al Regno, in G. Curcio - E. Kieven, Storia dell’architettura italiana. Il Settecento, Milano 2000, p. 282; M.R. Pessolano, Continuità nelle scelte: dagli ultimi programmi del Viceregno spagnolo alle intraprese e ai personaggi del primo decennio napoletano di Carlo di Borbone, in Napoli-Spagna. Architettura e città nel XVIII secolo. Atti del Congresso… 2001, a cura di A. Gambardella, Napoli 2003, pp. 244 s.; E. Manzo, Il reale palazzo di Portici tra Napoli e Madrid …, ibid., p. 181; A. Di Salle, in A. Buccaro - F. De Mattia, Scienzati-artisti. Formazione e ruolo degli ingegneri nelle fonti dell’Archivio di Stato e della facoltà di ingegneria di Napoli, Napoli 2003, pp. 254 s.; F. Marías, Entre Sevilla y Nápoles: Juan Antonio M., Ferdinando Sanfelice y los Borbones de España …, in Ferdinando Sanfelice: Napoli e l’Europa, a cura di A. Gambardella, Napoli 2004, pp. 267-282; F. Starace, Luigi Vanvitelli, l’ordine antico, il «bel disegno», in Luigi Vanvitelli, a cura di A. Gambardella, San Nicola la Strada 2005, p. 310; A. Serratì, Obelischi: effimero pietrificato e apparati scenici in età borbonica e murattiana (dal M. a Giuseppe Gimma), in D. Pasculli Ferrara, Angeli stemmi confraternite arte. Studi per il ventennale del Centro ricerche di storia religiosa in Puglia, Fasano 2007, pp. 365-376; M.G. Pezone, Sulle orme di Luigi Vanvitelli. Cultura tecnica e architettura in Terra di Lavoro, in Atti del II Convegno nazionale di storia dell’ingegneria … 2008, Santa Maria a Vico 2008, p. 1082; U. Thieme - F. Becker, Künstlerlexikon, XXIV, p. 331.

R. Parisi

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