AUGURELLI, Giovanni Aurelio

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 4 (1962)

di Robert Weiss

AUGURELLI (Augurello, Agorelli), Giovanni Aurelio. - Nacque a Rimini, non nel 1440 o 1441, come fu generalmente ritenuto, ma intorno al 1456, da Giovanni Agorelli. Nulla si sa dei suoi primi anni, eccetto che lasciò Rimini giovanissimo. Verso il 1473 lo troviamo a Roma, dove udi Teodoro Gaza disputare sul fato. Nello stesso anno era a Firenze, dove assistette ad una lezione di Domizio Calderini su Catullo, strinse amic izia con Marsilio Ficino, col quale scambiò lettere ed a cui indirizzò un carme latino, e conobbe il Poliziano, che lo nominò nei Miscellanea. A Firenze incontrò l'oratore veneziano Bernardo Bembo, ivi giunto al principio del 1475, che divenne presto suo protettore. Ma desideroso di assicurarsi soprattutto il patrocinio dei Medici, prese a comporre, dietro incoraggiamento del Bembo, elegie latine su Giuliano de' Medici vittorioso nella giostra del 25 genn. 1475, celebrata anche dal Poliziano nelle Stanze.

In questi distici prolissi, modellati sulle Eroidi ovidiane, l'A. immagina che un'amica di Giuliano angosciata dai preparativi per la giostra, che scambia per una guerra, esprima i suoi timori per l'amato in varie elegie lacrimose, per concludere poi con un carme giubilante alle nuove della vittoria di Giuliano. Le elegie includono anche versi al Bembo; ve ne è una in cui l'A. augura vittoria a Carlo il Teinerario, e un'altra alle Muse, dove l'A. esalta la nobiltà del suo tema e vagheggia l'intento di cantare altre feste fibrentine e le imprese dei Medici. Il codice di dedica (ora ms. Laurenziano XXXIV.46) venne affidato a Bernardo Bembo, con la preghiera di trasmetterlo, qualora lo giudicasse degno, ai Medici e di mostrarlo al Poliziano.

Durante il suo soggiorno fiorentino l'A. compose rime d'amore in volgare di gusto petrarchesco e si occupò di questioni linguistiche. Non ebbe però successo la sua caccia alla grammatichetta volgare di L. B. Alberti; né egli riuscì, nonostante i suoi carmi, a guadagnarsi la protezione dei Medici.

Nell'aprile del 1476 Bernardo Bembo lasciava Firenze: allora o ipoco dopo l'A. si recò a Padova a studiare diritto. Poiché però lo studio delle umanità lo interessava maggiormente, durante il soggiorno padovano, che si prolungò fino al 1485, si dedicò con particolare impegno agli studi classici ed alla poesia nonché all'insegnamento privato. Riprese gli studi greci, forse iniziati a Roma, e non mancò di frequentare vari circoli umanistici. Oltre a coltivare la lirica nella direzione di gusto petrarchesco che si è detta, l'A. analizzò con cura la lingua poetica del Petrarca, campo sul quale probabilmente richiamò l'attenzione del giovane Pietro Bembo, del cui petrarchismo va quindi ricordata una matrice anche nell'esperienza d., lingua e di stile compiuta dall'Augurelli. Questo interesse traspare nel carme latino indirizzato a Settimio e Fosco Tomei, dove a una franca professione di petrarchismo s'accompagna l'esortazione a studiare il Petrarca volgare.

A Padova erano intanto diventati più stretti i legami dell'A. con i Bembo. Lo troviamo spesso in questi anni ospite nella viffa di Bernardo; intuirà ed esalterà allora in un suo carme latino le doti eccezionali del giovane Pietro, che gli fu forse discepolo. Varie liriche latine, generabnente poesie d'occasione, compose a Padova l'A., né la sua produzione poetica diminuì quando egli passò a Venezia, nel 1485, come segretario e commensale di Nicolò Franco, vescovo di Treviso e nunzio pontificio presso la Repubbláca fino al 1492. Nel 1491, cioè un anno prima che l'A. seguisse il suo protettore a Treviso, ricevette da lui un beneficio ecclesiastico in quella diocesi, e durante lo stesso anno, fu a Brescia in missione presso il podestà Domenico Trevisan per conto del Franco. Probabilmente allora l'A. curò la pubblicazione delle sue poesie latine, apparse a Verona il 5 luglio 1491.

In questo volumetto raccolse i migliori carmi posteriori alla sua partenza da Firenze. Sono soprattutto poesie d'occasione, indirizzate a personaggi influenti o ad amici. Uno dei carmi lamenta la morte di Roberto Malatesta avvenuta nel 1482, morte che distrusse le speranze dell'A. di tornare a Rimini; un altro dedica a Pandolfa Malatesta il primo libro dei suoi carmi; un altro saluta ed elogia Pietro Bembo. In questi componimenti l'A. canta la sua vita, le sue amicizie, le sue relazioni con i Bembo, con Nicolò Franco, cosicché essi formano una preziosa fonte biografica.

Il soggiorno trevigiano, durante il quale l'A. tra l'altro strinse amicizia con l'umanista Girolamo Bologni, non indebolì i legami con i Bembo, tanto che Pietro reduce da Messina non mancò di elogiare l'A. nel Liber de Aetna, apparso a Venezia nel 1495 per i tipi di Aldo Manuzio.

Dopo la pubblicazione dei carmi pare che lo studio del greco abbia assorbito a tal punto l'A. da ridurre considerevolmente i suoi interessi e la sua produzione poetica. Tuttavia nel 1495 allestì una piccola raccolta di carmi latini, che copiata in un codice riccamente miniato (già nel Fondo Piancastelli della Comunale di Forlì e scomparso durante l'ultima guerra) fu donata dall'A. al Franco. La maggior parte dei versi contenuti in questo codice fu stampata più tardi nelle edizioni veneziane di opere dell'A. (15o5 e 1515). Nel codice però i componimenti erano in una redazione differente, spesso più ampia di quella dei testi a stampa; due delle poesie del codice erano inedite.

Verso il 1495 l'A. è tra coloro che esaminarono e criticarono le emendazioni a Catullo di Girolamo Avanzo, stampate nello stesso anno a Venezia. Due anni dopo ricevette un beneficio a Treviso vacato dal Bologni. Ciò non gli impedi tuttavia dopo la morte del Franco, nel 1499, di trasferirsi a Venezia. Qui però non si fermò a lungo, perché, dopo aver cercato invano di ottenere la cattedra di umanità resa vacante nel 1500 dalla morte di Giorgio Valla, si trasferì a Feltre, come cancelliere del podestà Marco Gabriele.

A Feltre l'A. ebbe, in questo tomo di tempo, come pare, una polemica amichevole sul volgare letterario con l'umanista Comelio Castaldi, nel corso della quale sostenne una posizione non dissimile da quella del Bembo, mentre il Castaldi auspicava un petrarchismo meno intransigente, pur mostrandosi disposto a riconoscere necessaria una regolarità grammaticale. Il petrarchismo dell'A. si rivela in pieno nelle sue composizioni volgari, nel complesso inferiori alle poesie latine: il loro interesse peculiare consiste nel fatto che rappresentano, come quelle del Bembo, una reazione al petrarchismo del tempo (esteriorizzato o già volto al gusto concettista), espressa in tono semplice e misurato e senza stravaganze retoriche.

Nel 1503 l'A. tornò a Treviso, dove il 22 maggio ottenne l'insegnamento di umanità con uno stipendio annuo di 40 ducati nello stesso anno donò un suo volume di versi latini al Bologni (ora cod. 935 del Museo Correr di Venezia). L'ascesa di Giulio II al pontificato lo indusse ad indirizzare alcuni carmi encomiastici al pontefice, dal quale però ottenne una pensione soltanto nel 1508.

A Treviso, seppure preso dall'insegnamento pubblico e da quello privato, l'A. decise di pubblicare i suoi carmi latini. L'editore della nuova raccolta fu Aldo Manuzio, che l'A. aveva conosciuto a Venezia ed al quale inviò il manoscritto nel 1504, per mezzo del suo discepolo trevigiano Bartolomeo Agolanti.

L'edizione aldina delle poesie dell'A. pubblicata nel 1505 include versi a patroni, amici, conoscenti, e tende a presentare nel complesso gli umori artistici e la varia cultura dell'autore. La maggior parte dei carmi dell'edizione veronese è qui ristampata, ma piu numerosi sono i carmi composti tra il 1491 ed il 1503: divisi in libri di giambi e di "sermones" includono i coniponimenti del codice donato al Franco nel 1495 e di quello regalato al Bologni nel 1503, nonché quelli dei libretto inviato a.Giulio II, insomma la parte migliore della produzione poetica dell'Augurelli. È questa una lirica elegante, che mostra padronanza della lingua e facilità nella versificazione: i sentimenti sono però superficiali e stilizzati. È insomma l'opera di un umanista imbevuto di Orazio, che del modello ha semplicemente assimilato la lezione retorica.

A Treviso l'A. sostò fino al 1509: nel giugno testimoniò al testamento di Girolamo Bologni, ma durante l'estate la.guerra della lega di Cambrai lo costrinse a rifugiarsi a Venezia, Qui continuò l'insegnamento privato; nello stesso tempo lo troviamo immerso negli studi sul volgare, assieme all'amico Trifon Gabriele, e in quelli classici. Alla edizione veneziana di Tolomeo del 1511 l'A. contribuì con un carme latino indirizzato al lettore, che veniva informato dell'utilità e del contenuto dell'opera. Del 1511 è pure una lunga lettera in volgare all'amico Girolamo Avogadro, allora podestà di Mantova, ricca di consigli stilistici e linguistici per il commento al canzoniere del Petrarca che l'Avogadro andava preparando per Isabella d'Este.

In questa lettera, o meglio trattatello, l'A. sottopone a critica la parte del commento che l'Avogadro gli aveva inviato. Il suo consiglio, che include anche le opinioni di Trifon Gabriele, è di mirare alla perspicuità' evitare i vocaboli difficili, e per quanto possibile i latinismi, e usare costruzioni semplici e chiare: nel commento poetico il discorso dovrà essere contenuto e tendere soprattutto alla esatta interpretazione di ciò che ha inteso l'autore commentato.

Nel 1512, con Trifon Gabriele, il Ramusio e Nicolò Tiepolo, l'A. era occupato nella revisione del primo libro delle Prose della volgar lingua del Bembo, del quale era stato il principale consigliere nel tentativo di potenziare e diffondere lo studio della fingua letteraria volgare. Al tempo stesso l'A. era anche intento a completare e rivedere il suo poema latino in esametri, in tre libri, la Chrysopoeia, pubblicato a Venezia nel 1515, anno in cui l'A. ricevette la dedica di un'edizione veneziana dell'Arcadia del Sannazzaro, stampata da Alessandro Paganini.

Soggetto della Chrysopoeia, che l'A. dedicò a papa Leone X, è  l'alchimia. Ciò suggerisce, ma non prova, che l'autore ne avesse diretta esperienza. Il prinio, libro discute se sia possibile produrre artificialmente l'oro; a qual punto vi si possa giungere forma il soggetto del secondo libro; mentre nel terzo vengono esaminati e discussi l'ambiente, le condizioni e l'attrezzatura necessari a tale attività. Manca una interpretazione risolutiva sul carattere della Chrysopoeia: che il poema sia allegorico parrebbe certo; incerto è invece il significato preciso dell'auegoria e se il poema non sia soprattutto un esercizio di virtuosità metrica, un tentativo di dar veste poetica ad una matena oscura ed arida.

La stampa veneziana della Chrysopoeia include i Geronticon, cioè otto carmi scritti in età tarda e indirizzati a papa Leone X e ad amici come Trifon Gabriele, Girolamo Vida, ecc.

I Geronticon si aprono con un inno alla poesia indirizzato a Pietro Lippomano. Tre carmi a Leone X trattano dell'ascesa verso Dio, mentre un carme indirizzato al Gabriele è un dialogo sulla passione di Cristo. La poesia dell'A. acquista qui indubbiamente un tono più spirituale ed elevato; ma i versi non mostrano maggior scioltezza o eleganza di quelli composti in precedenza.

Durante il 1515 l'A., tornato a Treviso, ricevette un canonicato nella cattedrale, della quale figura come bibliotecario nel 1518, al tempo cioè della corrispondenza con Mario Equicola a proposito di un volume di Dante e del commento petrarchesco dell'Avogadro. A questo stesso periodo appartiene la sua corrispondenza col Longolio ed il suo carme in onore di Paolo Nani podestà di Treviso. Dopo, non abbiamo più notizie di lui, se non che si spense a Treviso, quasi certamente nel 1524, pare improvvisamente mentre stava disputando nella bottega di un libraio, e che fu sepolto nella cripta della cattedrale.

Come poeta latino l'A. ebbe le lodi del Bembo, del Giraldi, del Giovio e di molti altri contemporanei. Fu invece aspramente criticato da Giulio Cesare Scaligero, che giudicò la sua produzione poetica scolorita, priva di vita e metricamente imperfetta.

Opere: I versi latini sono raccolti in I. A. Augurellus, Carmina, Veronae 1491, e I. A. Augurellus, Carmina, Venetiis 1501. Le elegie scritte a Firenze sono in Ioannis Aurelii Augurelli Ariminensis poetae celeberrimi Carmina nondum vulgata, ed. C. Zollio, Arimini 1818. I versi per l'edizione di Tolomeo sono in Claudii Ptholomaei Alexandrini Liber Geographiae, Venetiis 1515, f. iv., mentre la Chrysopoeia ed i Geronticon sono in Ioannis Aurelii Augurelli P. Ariminensis Chrysopoeiae libri III et Geronticon liber primus, Venetiis 1515. La Chrysopoeia fu ristampata varie volte e tradotta in più lingue. Le elegie fiorentine furono pubblicate di nuovo in G. Pavanello, Un maestro del Quattrocento - G A. Augurello, Venezia 1905, pp. 228-243. Le poesie volgari sono in Le Rime di G. A. Augurello da Rimini, ed. G. Compagnoni, Trivigi 1765, ed in Pavanello, op. cit., pp. 191-227. La lettera in volgare all'Avogadro è in R. Weiss, G. A. A., Girolamo Avogadro, and Isabella d'Este, in Italian Studies, XVII (1962), pp. 5-10.

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