CIOTTI, Giovanni Battista

CIOTTI, Giovanni Battista

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 25 (1981)
di Massimo Firpo

CIOTTI (Ciotto), Giovanni Battista. - Nacque a Siena, da Antonio, poco dopo il 1560. Si trasferì presto a Venezia, dove si inserì nel fervido mondo dei tipografi e dei librai.

Dopo aver lavorato per qualche tempo alle dipendenze altrui, nel 1583 iniziava a stampare in nome proprio, conservando orgogliosamente per lunghi anni nella sigla editoriale l'appellativo di "senese". Ma fu probabilmente solo a partire dal 1591 che il C. divenne proprietario di una sua bottega editoriale e commerciale e cominciò a utilizzare il suo primo marchio tipografico, un medaglione raffigurante una Minerva armata di lancia e scudo, dichiarandosi "stampator e librer alla Minerva" o "al segno della Minerva". Fu certo il suolavoro che lo condusse nel 1590 a Francoforte, dove ebbe modo di incontrare Giordano Bruno, al quale trasmise poi l'invito del Mocenigo a trasferirsi a Venezia.

Qui il Bruno frequentava abitualmente la sua bottega, dove veniva spessó "a veder e comprar libri", come lo stesso C. riferirà nel suo costituto del 26 maggio 1592, deponendo a carico del nolano come teste citato dal patrizio veneziano. Assai riservata e prudente fu la posizione assunta in questa circostanza dal libraio, che dichiarò di non aver mai sentito, durante i suoi numerosi colloqui col Bruno, "cosa per la quale abbi potuto dubitar che non sia catolico e buon cristiano". Solo recentemente, nella primavera del '92, sempre per incarico del Mocenigo aveva assunto ulteriori informazioni sul Bruno a Francoforte, dove gli era. stato riferito che il nolano era "tenuto per omo che non abbi alcuna religione".

Dal 1594 il nome del C. compare sul frontespizi di alcune sue pubblicazioni come quello del "libraro e stampatore dell'Accademia venetiana", allora appena risorta, la cui tipografia fu appunto affidata al senese, che ancora nel 1606 firmava una sua prefazione con l'appellativo di "Academico venetiano" (G. Marino, Rime, 1606; vedi anche T. Stigliani, Rime, 1601). Nel 1597 trasferì la sua bottega "al segno dell'Aurora", adottando come emblema quello di una donna celeste tra le nubi con una stella sul capo, che precede il sole diradando le tenebre notturne e dispensando la luce. Regolare risulta in questi'anni la sua presenza alla fiera di Francoforte, dove nel marzo del '99 gli scriveva Giacomo Castelvetro, l'esule e riformato che poco dopo si sarebbe stabilito a Venezia, in un appartamento di proprietà dello spregiudicato editore, con il quale collaborerà per lunghi anni. Dapprima sporadica, la produzione editoriale del C. (sempre stampata a Venezia, tranne nel caso del libro di A. Piccioli, De manus inspectione, pubblicato a Bergamo nel 1587 "expensis I. B. Ciotti") si infittisce progressivamente a partire dal 1591. Sono stati registrati quasi sessanta libri usciti dalla sua tipografia prima del 1600, con un ritino di oltre cinque pubblicazioni all'anno, che sembra restare inalterato e semmai accelerarsi nel nuovo secolo. Se in qualche raro caso il C. aveva preferito associarsi con altri editori per specifiche pubblicazioni particolarmente impegnative (per es. nel 1592, tra l'altro per stampare i due volumi in folio dell'Opera di Riccardo da San Vittore), dal 1607 al 1615 si unì invece stabilmente con Bernardo Giunta in una compagnia per i cui nove anni di esistenza si sono potute elencare ottantasette edizioni, con una punta di ben ventotto per il solo 1609. Occorre anche sottolineare il fatto che l'intraprendente libraio spesso non si limitava a fungere semplicemente da tipografo, ma assumeva anche 19 funzioni più ambiziose di editore o curatore dei libri che uscivano dalla sua bottega, premettendovi dediche e prefazioni da lui firmate che rivelano il buon livello della sua cultura. Per fare qualche esempio, è questo il caso del Discorsointorno alla conformità della lingua italiana di A. Persio (1592), delle Rime di A. Griflo (1595), della commedia Gli duoi fratelli rivali del Della Porta (1601), di una traduzione italiana dell'Apparatus del Possevino (1598) da lui già pubblicato in latino l'anno precedente, di opere in versi del Marino e dello Stigliani, di un martirologio edificante (Corona overo ghirlanda di candidi gigli di virginità e di sanguinee rose di martirii, I-II, 1606), di una lettera politica del Tasso (1616) e così via. In un'occasione, nel 1591, il C. figura anche come curatore di un manuale per ricami e merletti che fu stampato non da lui bensì, sempre a Venezia, da "F. di Franceschi, senese" (Prima parte de' fiori e disegni di varie sorti di ricami moderni, i cuidisegni verranno poi riprodotti in un libro inglese del 1596 e che verrà ristampato in facsimile, con il titolo di Vorlagen für Nadelarbeiten, a Berlino nel 1891).

Produzione qualitativamente non di altissimo livello, quella del C. a prima vista non sembra neanche essersi distinta per una sua qualche specifica coerenza o per audacie particolari. Accanto ai libri giuridici e alle opere dei classici, assai numerose sono le edizioni di testi scientifici e soprattutto di opere letterarie e di scritti religiosi e teologici, dalle Lettere del Giapone et della Cina dei gesuiti alle Prediche del Panigarola, dall'Apparatus del Possevino ai trattatelli edificanti di L. Pinelli. Tuttavia, alcuni episodi significativi suggeriscono un'immagine diversa e coraggiosa del libraio senese, pronto ad adeguarsi alla politica giurisdizionalista dello Stato veneziano negli anni della controversia sull'interdetto. Nell'estate del 1599, del resto, il C. era stato arrestato e severamente multato dall'Inquisizione, insieme con altri librai veneziani, per aver importato opere proibite dalla Germania. Nel 1606, per es., la censura accordò il permesso di stampare il quinto volume delle Disputationes de censuris di Francesco Suarez solo a patto di omettere certi brani giudicati non graditi, con un ordine cui il C., insieme con i suoi soci, i senesi de' Franceschi, non esitò a ottemperare, incappando così nella scomunica latae sententiae fulminata il 7 settembre di quell'anno dalla romana Congregazione dell'Indice, che proibiva per il futuro di possedere o acquistare libri pubblicati da quegli editori. È vero che nell'estate dell'anno seguente il C. non si peritava di avvisare il nunzio che un altro libraio veneziano si proponeva di far stampare a Francoforte scritti antigesuitici e antipapali del Sarpi, ma l'episodio sembra inserirsi soprattutto nel quadro di un'accesa rivalità professionale.

Era sempre il C., infatti, che qualche tempo dopo progettava di pubblicare a Venezia le Historiae sui temporis di J. A. de Thou, come risulta dalla corrispondenza del Sarpi con F. Castrino tra il 1609 e il 1610. Già personalmente in contatto con il Castrino, il C. discusse con il frate servita circa la possibilità di stampare quell'opera, magari espungendo dall'introduzione "tutto quel che offende le delicatezze delle orecchie romane", anche se le difficoltà dell'impresa dovettero presto dissuaderlo da tale proposito. Di poco precedente a questa e altrettanto interessante è anche un'altra iniziativa del C. che, anch'essa sfumata, rivela tuttavia la sua vivace attenzione culturale e l'importanza della sua impresa editoriale. Si tratta dell'impegnativo progetto di pubblicare alcune opere del Campanella, gli Aforismi, la Città del sole, l'Atheismus, il De sensu rerum, che il libraio aveva avuto dalle mani di Gaspare Scioppio, passato da Venezia nel settembre del 1607, Ma già nel gennaio dell'anno seguente lo stesso Scioppio cominciava a dubitare "ne Ciottus non satis bona fide mecum agat", poiché questi non gli aveva più fatto sapere nulla, tanto che pensava di far intervenire gli agenti veneziani dei Fugger. Nell'estate ormai lo Scioppio cercava soltanto di rientrare in possesso di quei libri, proponendosi addirittura, in caso di resistenza da parte del C., di fargli sequestrare le sue merci a Francoforte e, più tardi, ad Augusta. Non è arduo comprendere come il senese, pur cercando di conservare quegli scritti, in un momento politicamente assai delicato esitasse a dare alle stampe le opere del Campanella, autore di quella Monarchia di Spagna e di quegli Antiveneti che erano stati scoperti dalle autorità veneziane proprio tra i bagagli dello Scioppio, nell'autunno del 1607, Certo è, come risulta da un'altra lettera di quest'ultimo del 17 marzo 1609, che si dovette far intervenire, l'ambasciatore cesareo per recuperare quei libri dalle mani dell'editore veneziano, "ille sacrilegus" che non li aveva voluti né stampare né restituire, come scriveva lo Scioppio. Fu comunque in questo periodo che il Castelvetro poté trascrivere quelle opere del filosofo calabrese che più tardi porterà con sé in Inghilterra, donde continuerà ancora a scrivere al C... firmandosi come suo "fedele amico".

Assai fitti, e spesso complicati da incidenti e malintesi, furono in questi anni anche i rapporti del C. con vari poeti e letterati italiani di grido, cui andava la sua vigile attenzione editoriale. Fu soprattutto il Marino a pubblicare numerose opere presso la sua tipografia, pur dichiarandosene spesso scontento, come nel caso della parte terza della Lira (1614).

In tale occasione il poeta non esitò a fare "una bravata" contro il suo editore, anche se a causa di quel libro questi fu incarcerato dalla magistratura veneziana e condannato a pagare 25 ducati, probabilmente per aver trascurato di chiedere la necessaria licenza. Il C. fungeva da vero e proprio agente del Marino a Venezia, manteneva per lui rapporti personali ed epistolari, gli forniva libri, quadri, disegni, stampe, spesso rifiutando di farsi pagare. e cercando in questo modo di conservare i favori di un letterato di successo. A lui, del resto, il Marino prometteva di inviare il primo esemplare dell'Adone stampato a Parigi, perché potesse essere il primo a pubblicarlo in Italia, anche se poi non gli risparmiava i più severi rimproveri per le edizioni che non lo soddisfacevano, soprattutto nel caso della Galeria, edita dal C. nel '19: "Se voi non vi curate dell'onor mio - gli scriveva il Marino appena avutone un esemplare, lamentandosi dello "stroppio di questo libro" - né io mi curerò del guadagno vostro". Pur dicendosi pronto a riconoscerlo "uomo da bene", affermava di non poter credere "che le cose mie dovessero essere assassinate con tanto vituperio mio e vostro", non esitava a definire la stampa del suo lavoro come "la più sciagurata impressione del mondo" e addirittura non si peritava di inserire in apertura della prima edizione della Sampogna una lettera indirizzata allo stesso C. (cui in un primo tempo aveva promesso di affidarla), nella quale lo accusava pubblicamente di aver stampato la Galeria "si sconciamente che in leggendola mi è venuta pietà di me stesso", di aver usato carta e caratteri scadenti e di aver commesso ogni genere d'errori. I rapporti tra i due tuttavia non si interruppero e, se il C. continuò a inviargli i suoi doni, il Marino non cessò di promettergli di favorirlo nella stampa dei suoi scritti per non fargli "mancar guadagno", finendo con il riconoscere la buona fede del libraio nell'accaduto.

Ugualmente burrascosi furono, in questi anni i contatti con il Tassoni, che fin dal 1613 si era accordato per una nuova edizione dei suoi Pensieri con il C., che però non si decise mai ad avviarla concretamente.

Se nel novembre di quell'anno questi gli aveva scritto per informarlo di essere ormai "in procinto di cominciare", nel marzo seguente il Tassoni non aveva ancora visto nulla, dicendosene "assai maravigliato", senza peraltro credere alle giustificazioni avanzate dal libraio, cioè alla mancanza di "carta fina". Nell'estate il C. tornava a dirsi pronto a iniziare il lavoro, ma già nel settembre il Tassoni si dichiarava sfiduciato del tipografo "che non mi dà se non canzoni e bugie d'oggi in domani". L'anno dopo, 1615, gli pareva che questi avesse ormai superato "i segni della discrezione", dopo che ancora una volta gli aveva inviato la "mostra del carattere" senza poi nulla concludere, tanto da indursi a riprendergli il libro e a giudicarlo nient'altro che "un ciarlone bugiardo" . "Quel Ciotti me l'ha fatta - doveva infine riconoscere nel gennaio del '16 - come io me l'ho meritato", non risparmiandogli anche, insulti volgari e coinvolgendo in un unico giudizio negativo "cotesti dragoni di librari".

Analoghe accuse, d'altra parte, verranno rivolte contro il C. anche dallo Stigliani che, scrivendo a un amico veneziano il 15 sett. 1630, lo accusava, insieme con altri editori di quella città, di essersi in passato accordato segretamente con il Marino per "tener indietro" alcuni suoi libri, ordendo cosi una vera e propria congiura ai suoi danni. Se di tutto ciò lo Stigliani poteva in parte giustificare il Marino per la "potente passion dell'emulazion letteraria", diverso era il caso del C., che non aveva esitato a danneggiarlo gravemente per compiacere il suo rivale, tanto da interrompere la ristampa già avviata del suo Mondo nuovo, senza tener conto né dell'amicizia che li, aveva un tempo legati né del cospicuo guadagno (1.000 scudi, diceva) ottenuto con l'edizione delle sue Rime, pubblicate nel 1601 e ristampate poi nel 1605.

Sempre attivo e intraprendente, occupato a gestirenon facili rapporti personali e d'affari, in questi anni il C. pare inoltre impegnato in continui viaggi per il suo lavoro, la cui frequenza può forse essere esemplificata sulla base delle notizie contenute nell'epistolario sarpiano del 1609-10, dal quale risulta che nell'ottobre il libraio si trovava, come al solito, alla fiera di Francoforte , donde faceva ritorno alla fine del mese a Venezia, che lasciava di nuovo l'11 novembre per recarsi a Ferrara. Tornato a Venezia, ripartiva subito dopo alla volta di Napoli, "per passar anco in Sicilia", in un difficile viaggio che fu prima sconvolto da un naufragio (durante il quale il C. non esitò a far "voto di vestirsi del color della Madonna del Carmine, egli e tutta la fameglia") e poi turbato dal sequestro da parte delle autorità inquisitoriali siciliane dei suoi libri, tra i qugli si era trovato un'opera dell'Aretino. Nell'agosto del 1610 il C. era ancora a Palermo e solo più tardi avrebbe fatto ritorno a Venezia. È probabile che questi viaggi in Sicilia siano da mettere in relazione con i suoi rapporti d'affari coi Giunti, i quali avevano un'agenzia a Messina e interessi conunerciali in tutta l'isola. Tale società durò fino al 1615, ma già il 4 sett. 1614il Tassoni si diceva al corrente del fatto che gravi dissensi turbavano i rapporti tra i due librai, tanto da poter informare un amico, riferendosi al C., che "il Giunta suo compagno il travaglia e gli ha sequestrato ogni cosa". Infatti le edizioni di tale compagnia risultano in progressiva dirninuzione dopo la punta toccata nel 1609e si riducono a otto nel '12, a cinque nel '13e a una soltanto sia nel '14 sia nel '15. In effetti, di lì a poco la società si ruppe e il C., che del resto aveva continuato a stampare libri anche per proprio conto, riprese la sua piena indipendenza. La corrispondenza del Marino consente di seguire in parte l'attività del libraio a Venezia fino al 1624, ma sembra che il centro dei suoi interessi si fosse progressivamente spostato altrove.

Si deve allo Stigliani la notizia secondo cui il C., dopo aver lasciato "la compagnia dell'arte ch'avea coi Giunti, trasportò la bottega in Sicilia", dove è probabile che fosse un suo figlio quel libraio Francesco Ciotti di origine veneziana, le cui modeste e non numerose edizioni apparvero a Palermo proprio a partire dal 1616 e fino al 1622. In realtà ancora nel 1625 usciva a Venezia un'edizione delle tre parti della Lira dei Marino "appresso il Giotti", ma è probabile che di lì a poco il libraio si, sia definitivamente trasferito nell'isola, dove tuttavia la sua fortunata carriera di tipografo ed editore conobbe un brusco quanto drammatico tracollo, almeno a prestar fede allo Stigliani, che riferisce come "là, nello stretto spazio di sei mesi fallì, impazzì, accecò e morì". Non si conosce la data della sua morte, avvenuta probabilmente a Palermo, certamente in Sicilia.

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