Boccàccio, Giovanni

Boccàccio, Giovanni

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Boccàccio, Giovanni. - Scrittore (Certaldo o Firenze 1313 - Certaldo 21 sett. 1375). Tuttora sostenuta da alcuni la nascita a Parigi, da un'ignota francese, certo è comunque che il B. nacque da un amore illegittimo d'un mercante certaldese stabilitosi a Firenze, Boccaccio di Chelino, e che il poeta circondò sempre di riverente tenerezza la memoria della madre, e giudicò severamente suo padre. L'infanzia non dovette esser lieta, tra un padre alienissimo dalle sue inclinazioni letterarie e una matrigna, Margherita de' Mardoli. Giovanissimo (non dopo il 1328), fu mandato a Napoli, prima per impratichirsi nel commercio, probabilmente presso la casa dei Bardi, i famosi banchieri coi quali il padre era in relazione d'affari, e poi per studiare diritto canonico, ugualmente redditizio nelle speranze del padre e del pari sgradito al figlio. Questi consumò così invano, egli ci dice, circa dodici anni. In verità non furono anni perduti; il B. si dà, appassionato autodidatta, ai congeniali studî letterarî, aiutato dai letterati della corte di Roberto d'Angio; le relazioni paterne gli aprivano tutte le porte, forse anche quella della reggia; la vita era raffinata e lieta tra amori e poesia (Caccia di Diana; Filocolo; Filostrato; Teseida: vedi le voci dedicate alle singole opere). La critica recente diffida a ragione della verità storica dei particolari dell'amore per Fiammetta, quale sembrava risultare dai racconti e dagli accenni del B. interpretati e integrati dagli eruditi del secolo scorso: Fiammetta sarebbe una Maria, figlia naturale di re Roberto, sposata a uno dei conti d'Aquino, dalla quale il B. sarebbe stato riamato e poi tradito; ma la stessa esistenza di questa Maria non è provata da documenti. Tuttavia, pur essendo certo che lo scrittore elaborò letterariamente le sue vicende d'amore, non meno certo è che nel fondo dell'elaborazione c'è una viva esperienza autobiografica; e che comunque Fiammetta fu la donna poetica dello scrittore, il personaggio-base della sua opera letteraria (v. Fiammetta), anche quando, probabilmente nel 1340, Giovanni fu richiamato a Firenze dal padre, coinvolto nel fallimento dei Bardi. Continua, per gli anni successivi, la scarsezza di notizie certe: sono anni spesi in vani tentativi di durevole sistemazione economica, che il B. non raggiungerà mai, e soprattutto in studî di poesia che culminano con la composizione del Decameron (forse negli anni 1349-53) Aveva prima composto il Ninfale d'Ameto; l'Amorosa visione; l'Elegia di madonna Fiammetta; il Ninfale fiesolano, oltre a Rime, che il B. compose probabilmente lungo tutto il corso della vita. Nel 1346 è presso Ostasio da Polenta; nel 1347 o 1348 è a Forlì al servizio di Francesco degli Ordelaffi, al seguito del quale forse nel 1348 tornò a Napoli (ma secondo recenti studî in questo anno egli si sarebbe trovato già a Firenze dove avrebbe assistito alla peste), nel 1349 è certo, e definitivamente, a Firenze. Cresce la sua autorità presso i concittadini, che gli affidano onorevoli uffici (ambasciatore nel 1350 presso i signori di Romagna, nel 1351 uno dei camerlenghi del comune, e ambasciatore presso Ludovico marchese di Brandeburgo, ambasciatore nel 1354 ad Avignone presso papa Innocenzo VI; fa nel 1355 parte, a Firenze, dell'Ufficio della condotta), ma è del 1350 un avvenimento capitale per lui e per l'umanesimo: il suo primo incontro, a Firenze, col Petrarca, di cui poco prima aveva composta una biografia (De vita et moribus F. P.). S'inizia così un'amicizia che onora entrambi: il B., sempre affettuoso e riverente ammiratore dell'amico, da lui considerato maestro; questi sempre sereno consigliere e valido aiuto. Si ha in questi anni, dopo il Decameron e dopo iι Corbaccio, se esso è da porsi nel 1354-55 (ma si è fatta recentemente l'ipotesi che esso sia invece del 1366), una svolta decisiva nella vita spirituale del B., che volge le spalle agli studî sino allora seguiti. L'umanista la vince sul poeta: d'ora in poi non più liete fantasie, ma dotte fatiche (Buccolicum carmen; Genealogia deorum gentilium; De casibus virorum illustrium; De mulieribus claris; De montibus, silvis, fontibus, lacubus, fluminibus, stagnis seu paludibus, et de nominibus maris), non più volgare ma, prevalentemente, latino: in volgare - oltre, forse, qualche lirica, e il Corbaccio, se si accetta la data del 1366 - sono i tardi scritti danteschi (Trattatello in laude di Dante; Commento alla Divina Commedia, rielaborazione ampliata delle pubbliche letture del poema che il B. tenne quotidianamente, a partire dall'ottobre 1373, nella chiesa di S. Stefano della Badia, interrotte al c. 17° dell'Inferno). A questa svolta non fu certo estranea la sempre crescente influenza del Petrarca, e quindi un nuovo ideale di severa letteratura umanistica; ma è innegabile l'inaridirsi della ricca e lieta vena fantastica dello scrittore. Si può anche pensare a una certa decadenza fisica, e forse a delusioni da lui sofferte; certo è che il B., il quale aveva consacrata tutta la sua opera in volgare al "servigio" e all'esaltazione della donna e d'amore, la conclude col Corbaccio, satira-invettiva di feroce, anche se superficiale, misoginismo. Ma intanto egli diventa a Firenze il centro di un circolo di letterati, che è uno dei nuclei più vivi e irradianti del primo umanesimo. Nel 1360-62 il B. ospita, con grave sacrificio, Leonzio Pilato, che fa nominare lettore di greco allo Studio; da lui egli e il Petrarca riescono finalmente ad avere la desideratissima traduzione in latino dei poemi omerici: la rinascita degli studî greci comincia da qui. Ma, proprio nel 1362, nello spirito del B., da tempo orientato verso una vita austera, propiziatrice d'una buona morte, incide fortemente l'ammonimento di un certosino, Pietro Petroni: (recatogli da un altro certosino, Gioacchino Ciani), che poco prima di morire in odore di santità lo aveva esortato a lasciar gli studî mondani. Per un momento il B. pensò di bruciar le sue opere e vendere la biblioteca; il Petrarca lo dissuase. Tra le rinunzie e lo studio, tra le strette del bisogno e gli acciacchi dell'età, il miraggio della lieta e feconda vita napoletana torna ad allettarlo ancora due volte: nel 1362 e nel 1370, quando si reca a Napoli, ripartendone subito, deluso e accorato. Nel 1363 si ritira a Certaldo, nel 1365 e nel 1367 è di nuovo ambasciatore presso Urbano V, rispettivamente a Avignone e a Roma; nel 1373, come si è detto, è invitato a leggere pubblicamente Dante: ma s'interruppe dopo pochi mesi, ai primi del 1374, perché malato e angustiato dalle critiche di coloro che pensavano non fosse bene chiarire agli indotti gli alti concetti dell'Alighieri. Tornato a Certaldo, vi morì poco più di un anno dopo che aveva ricevuta la notizia della morte del Petrarca. Franco Sacchetti interpretò la comune impressione quando scrisse che per la duplice perdita fosse ormai "mancata ogni poesia". Il B. fu sepolto nella chiesa dei SS. Michele e Iacopo di Certaldo; le ossa sono andate forse tutte disperse nel 1783.

Il B. segna, col Petrarca, le vie lungo le quali si svolgerà la letteratura del Rinascimento: non solo quelle dell'umanesimo filologico tre-quattrocentesco, ma anche quelle dell'umanesimo in volgare che avrà nel Bembo il suo sistematico teorizzatore. Il B., figlio di mercante, formatosi in ambienti socialmente raffinati e di alta cultura, si sforza, sin dai poemi e romanzi giovanili, di rendere illustre, secondo la lezione dei latini e degli aristocratici stilnovisti, la materia della letteratura popolare cavalleresca e d'amore. Ciò fa mediante uno sfoggio di erudizione e d'ingegnosità retorica che riesce pesante ai moderni, i quali si fermano a preferenza su singole pagine, soprattutto là dove il B. coglie particolari dal vero o penetra con acuta spregiudicatezza o delicatezza nel cuore umano. Il Ninfale d'Ameto (o meglio Ameto, che è forse il titolo più esatto se non si voglia accogliere quello di Comedia delle ninfe fiorentine come è stato recentemente proposto) è, per concorde giudizio, tra le opere antecedenti al Decameron, la più poeticamente viva. Comunque, quale che sia il risultato d'arte, a determinare le opere attraverso le quali il B. si prepara al suo capolavoro c'è quell'esigenza che, dominando segretamente l'umanesimo, lo portò a sboccare appunto in scritture in volgare che fossero degne di gareggiare con le latine per dignità e "regolarità". Così, la sciatta ottava dei cantari popolari è per la prima volta nel Filostrato innalzata a un tono d'arte: quell'ottava che tanta fortuna avrà nei due secoli successivi. Ma dignità e regolarità presuppongono qualcosa di assai più importante: lo scrittore non deve abbandonarsi incontrollatamente al suo estro personale, ma deve governarlo con assidua e sapiente cura, incanalandolo nella tradizione, dalla quale soltanto esso trae legittimità di poesia; deve, cioè, staccarsi dall'urgenza e virulenza delle passioni in atto, mediante il dominio intellettuale di esse e la conseguente cura formale. Carattere che domina tutta la letteratura italiana, informando di sé, e rendendola perciò singolare tra quella degli altri paesi, la stessa poesia romantica. ƒ Non per nulla il Decameron, che letterati solenni come il Petrarca, nonostante l'amicizia, ignorarono sino a tardi, si diffuse subito in ambienti mercantili. Il B. vi crea, per così dire, l'epoca borghese moderna della cavalleria: nel senso che attribuisce ai suoi personaggi popolani o borghesi le doti caratteristiche della cavalleria: la discrezione, la liberalità, la fedeltà, la schiettezza, il senso di responsabilità, il dominio di sé, e anche alcune possibilità: di costruirsi una vita raffinata, persino di correre l'avventura, anche se avversarî dei suoi eroi saranno gli eventi strani o i mariti gelosi e non più gli eserciti e i mostri. La critica romantica vide nel B. essenzialmente uno scrittore ridanciano, sensuale, spesso osceno, un uomo indifferente ai valori profondi della vita, inteso a cogliere in questa solo il fiore del godimento passeggero e superficiale. La critica odierna tende invece a sottolineare, più o meno decisamente, il significato positivo dell'opera boccaccesca. Questa è fondata sulla fede nella capacità dell'uomo a dominare gli eventi e sé stesso: la felicità è dunque possibilità individuale. Ma perché questa possibilità si abbia, occorre restare nel campo dell'azione umana, riunziare a tutto ciò su cui l'uomo non ha potere effettivo; non cercare - pur senza ripudiarlo - l'assoluto di una morale che abbia nel trascendente il suo imperativo, ma sostituire a esso una norma morale umana ma non meno ferma, della quale l'accettazione della vita così com'è, il ripudio d'ogni infingimento e ipocrisia costituiscono la base essenziale. Ancora per Dante la fortuna è "general ministra" di Dio; per il Petrarca essa ancora s'identifica con la Provvidenza: col B., invece, l'uomo comincia a lottare con la fortuna, impara a vincerla e anzi, quando è possibile, a sfruttarla. La contrapposizione virtù-fortuna, impostata dal B., sarà alla base del sentire e del pensiero del Rinascimento. ƒ Il Decameron non è solo una raccolta di cento novelle legate l'una all'altra, come nelle raccolte moderne, solo dalla personalità poetica dell'autore. Esse, pur essendo ciascuna un piccolo mondo artistico, più o meno perfetto, in sé conchiuso, costituiscono nell'insieme un organismo unitario, come una supernovella, nella quale la finzione dei dieci novellatori rispecchia un ideale di vita raffinata e intelligente, in cui tutto è consentito, anche la maggiore spregiudicatezza nei discorsi e nei racconti (non nei costumi), ma tutto anche obbedisce a una norma precisa, cioè tutto è frutto di un assoluto dominio di sé, di una viva esigenza di ordinati rapporti sociali. Affiora nella letteratura l'ideale di vita che sarà particolareggiato dal Castiglione e dal Della Casa. Circa la metà del grande libro non è "boccaccesca" nel significato comune del termine: nel senso che essa non ha per oggetto beffe coniugali o simili, ma esalta l'intelligenza, il senso della misura/">misura, la "saviezza" con cui spiriti alacri riescono a superare e a controllare impensate e difficili situazioni, o celebra con estrema delicatezza la fedeltà e la dignità femminile sino al sacrificio o all'eroismo, o si abbandona al divertimento di un estroso immaginare di tono spesso fiabesco, che è parte integrante e caratterizzante dello stesso realismo del Boccaccio. Il quale guarda la realtà con occhio lucidissimo e attentissimo; ma ciò è per lui essenzialmente un mezzo, anzi il mezzo principe, per impartirci l'insegnamento che più gli sta a cuore: quello della schiettezza verso noi stessi e quindi verso gli altri. Ci sono tendenze e appetiti naturali che restano tali, e quindi insopprimibili, anche se ci sforziamo di comprimerli in noi o dissimularli ipocritamente agli occhi degli altri: molto meglio rendersene conto, accettarli, cercare quindi di dar loro appagamento, nei limiti di quella morale umana e di quell'esigenza sociale alle quali si è accennato. Il B. è essenzialmente il poeta dell'uomo: dell'uomo di questa terra, di cui egli celebra nella concretezza dell'arte il senso di responsabilità. Nelle pagine del B. l'approfondimento psicologico diventa azione, dialogo, gesto di suprema evidenza. Dice egli stesso che il suo è un libro per "persone mature e non pieghevoli per novelle": cioè per lettori che sappiano superare il senso di disagio che indubbiamente può sorgere dall'indifferenza del B. per la morale sancita, e penetrare l'altra riposta sua "moralità"; e soprattutto sappiano abbandonarsi con lui alla gioia della ricreazione di tutto un mondo, coi suoi vizi, i suoi eroismi e la sua dignità.

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