GIOVANNI di Tuscolo (Giovanni Marsicano)

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 56 (2001)

di Stephan Freund

GIOVANNI di Tuscolo (Giovanni Marsicano). - Non conosciamo il luogo né la data della sua nascita, che è da porre presumibilmente intorno alla metà del sec. XI.

L'appellativo "Marsicanus" gli è attribuito da Ughelli ed è poi stato ripreso da Cardella (che lo definisce "Giovanni dei conti de' Marsi"), da Fabricius, da Migne, da Rivera e, più recentemente, dal Repertorium. Nessuna fonte contemporanea dà indicazioni che giustifichino questo nome. Ugo di Flavigny (n. 1065) ed Eadmer (m. dopo il 1128) dicono G. romano.

Secondo il racconto di Eadmer, G. si recò a Le Bec, richiamatovi dalla fama di Anselmo d'Aosta, e lì ricevette un'accurata formazione.

L'abbazia benedettina di Le Bec, presso Brionne, fondata nel 1034, dalla metà del sec. XI, sotto l'influsso delle idee riformate dell'Italia settentrionale, era divenuta un centro di formazione importante per la Normandia e per il Papato. A questo sviluppo aveva particolarmente contribuito l'ingresso nel monastero, nel 1042, di Lanfranco, arrivato da Pavia. Nel 1078-79 prese la guida del monastero Anselmo, che veniva da Aosta ed era entrato nell'abbazia nel 1060. Sotto di lui il monastero conobbe una grande fioritura spirituale e si legò al movimento della riforma gregoriana, superando per semplicità e rigore le consuetudini monastiche della maggior parte dei monasteri benedettini del tempo. Accanto alla scuola esterna (1055-63) cui aveva dato vita Lanfranco, si costituì sotto Anselmo un più ampio gruppo di studenti, che entrò in relazione con altri monasteri e che, insieme con l'elevata qualità della biblioteca, fu alla base della grande fama della abbazia.

Durante il suo soggiorno a Le Bec G. fu canonico a Beauvais. Urbano II (divenuto papa nel marzo 1088) nominò G. abate del monastero di S. Salvatore in Telese nell'arcidiocesi di Benevento; probabilmente influì su questa decisione Anselmo, arcivescovo di Canterbury dal 1093 e consigliere di Urbano II, il cui influsso teologico, però, è visibile solo verso la fine di questo pontificato.

Sotto Pasquale II (eletto nel 1099) G. fu nominato cardinale vescovo di Tuscolo. È attestato in questa veste per la prima volta come partecipante al sinodo di Melfi (15 ott. 1100), quando appare fra i sottoscrittori di un privilegio di Pasquale II per il vescovo Stefano di Mazara del Vallo. Il 14 e il 15 novembre successivi sottoscrisse ad Anagni anche due documenti a favore dei monasteri di Souvigny e Cluny.

La nomina cardinalizia di G. chiarisce il cambiamento di ruolo dei cardinali vescovi, a partire dal pontificato di Leone IX, e le conseguenze che ne derivarono per il criterio di nomina. In luogo degli originari obblighi liturgici - il servizio settimanale presso la basilica lateranense - si posero sempre di più al centro dell'attività cardinalizia le funzioni politiche, cioè la partecipazione attiva al governo della Chiesa. Attitudini politiche e integrità morale furono le condizioni indispensabili per divenire cardinale. In particolare, Pasquale II si adoperò per rafforzare la posizione dei riformatori, completò il S. Collegio con cardinali non romani ed elevò alla porpora numerosi monaci (circa un terzo). Nonostante le sue origini romane, l'ingresso di G. nel Collegio cardinalizio è testimonianza di questo sforzo, poiché la sua formazione in Normandia e la sua attività in Francia gli avevano fatto prendere le distanze dalla sua patria italiana e lo avevano reso esperto del mondo (Servatius).

Nel 1101 Pasquale II, contando sulle particolari capacità che a G. venivano dalla sua formazione, lo incaricò di una legazione in Inghilterra.

Nel corso dell'XI secolo era costantemente cresciuta l'importanza della legazione come strumento della politica papale. I legati pontifici furono sempre più impegnati nella difesa degli interessi della Chiesa di Roma in terre lontane. Come rappresentanti del papa essi non erano subordinati ai vescovi locali e contribuirono in modo decisivo all'affermazione del primato papale.

Il 28 luglio G. è documentato ad Autun, dove ricevette il giuramento purgatorio del vescovo Norgaud, che era stato condannato l'anno precedente. Da lì riprese il viaggio per l'Inghilterra. Tre documenti del 3 settembre testimoniano la sua presenza presso la corte inglese a Windsor (Tillman, p. 23); G., che non viene espressamente indicato come "legatus", ma soltanto come "nuntius", doveva intraprendere una generale riforma della Chiesa inglese, riscuotere l'obolo di S. Pietro, fare da mediatore tra Enrico I e suo fratello Roberto e migliorare le relazioni con Roma.

I rapporti tra l'Inghilterra e la Chiesa romana erano peggiorati già ai tempi di Guglielmo I (1066-87) e dell'arcivescovo Lanfranco di Canterbury (1070-89). Sotto Guglielmo II il Rosso (1087-1100), che più volte si era impadronito arbitrariamente di proprietà della Chiesa, si venne a un primo aperto conflitto quando Anselmo, arcivescovo di Canterbury dal 1093 e primate di Inghilterra, volle recarsi a Roma per ricevere il pallium e gli fu rifiutato il necessario assenso del re. Una soluzione di compromesso raggiunta nel 1095 era divenuta impraticabile già nel 1097; Anselmo lasciò quindi il Regno, andò in esilio a Roma e tornò in Inghilterra solo dopo la morte di Guglielmo II. Egli rifiutò però di prestare il giuramento di vassallaggio a Enrico I, che si mostrava ben disposto alla riforma, e di ricevere da lui l'investitura, poiché egli si sentiva legato al divieto espresso dal sinodo romano del 1099 cui aveva preso parte. I rapporti tra la Chiesa romana e il re inglese erano quindi estremamente difficili.

Come discepolo di Anselmo G. appariva particolarmente indicato per la ricerca di una mediazione; tuttavia la composizione del conflitto tra Anselmo e il re non fu raggiunta. Una lettera di un cardinale Giovanni ad Anselmo del dicembre 1102 (in cui quest'ultimo viene incoraggiato nella lotta contro i "falsi vescovi") è probabilmente stata scritta da G., dopo il suo ritorno a Roma dall'Inghilterra (Holtzmann, Papsturkunden).

Negli anni seguenti G. è documentato saltuariamente: compare in un privilegio di difesa in favore di S. Benedetto al Polirone rilasciato in Laterano il 20 marzo 1105; l'11 marzo 1106 consacrò un altare nella chiesa romana di S. Gregorio in Clivo Scauro. Non sappiamo con certezza se egli abbia preso parte - come più volte è stato sostenuto - a un concilio che si tenne a Guastalla nel settembre 1106: le fonti, infatti, non indicano i nomi dei partecipanti. Ugualmente non è attestato con certezza un suo soggiorno a Gaeta nel 1108.

L'alta considerazione di cui G. godette presso Pasquale II è particolarmente visibile negli anni successivi. Nell'autunno del 1108 il papa affidò a G., in qualità di vicario, durante la sua assenza, la guida spirituale della Chiesa romana quando si recò in Italia meridionale, dove, tra l'altro, si tenne un sinodo a Benevento in cui fu ribadito e inasprito il divieto alle investiture dei laici. La difesa di Roma e dintorni doveva essere garantita dai Pierleoni e dai Frangipani, ai quali però non riuscì di impedire che, dopo la partenza di Pasquale II, si scatenasse una rivolta che il papa poté sedare agli inizi del 1109 con l'aiuto dei Normanni.

Il ruolo di G. divenne più chiaro nel corso degli avvenimenti del 1111.

Da tempo era rimasta irrisolta la controversia tra Enrico V e Pasquale II a proposito della questione delle investiture con anulus et baculum, del giuramento di fedeltà e dell'obbligo feudale. Sotto l'impulso della regolamentazione delle investiture che era stata raggiunta in Inghilterra e in Francia nel 1107, Enrico V nel 1109 inviò un'ambasceria a Roma per trattare dell'incoronazione imperiale e della soluzione del problema delle investiture. Sebbene le due questioni non fossero state ancora risolte e per di più il concilio Lateranense del 1110-11 avesse rinnovato il divieto alle investiture, il re nell'inverno 1110-11, si diresse a Roma con un grande seguito militare.

Nel gennaio 1111 si venne a una trattativa, nel corso della quale la parte papale presentò una sorprendente proposta: a fronte della rinuncia alle pretese imperiali alle investiture e alla garanzia del completo ripristino dello Stato della Chiesa, i vescovi e abati tedeschi avrebbero dovuto rinunciare a proprietà e diritti che provenivano dall'Impero. I termini di questo preliminare, confermato da Enrico V a Sutri il 9 febbraio, dovevano essere resi pubblici nel giorno dell'incoronazione imperiale.

L'accoglienza di Enrico V la mattina di domenica 12 febbr. 1111 si svolse secondo la tradizionale cerimonia dell'incoronazione imperiale. G. tenne la prima orazione in S. Pietro in rappresentanza del cardinale vescovo Riccardo di Albano che si trovava ancora in Francia. Dopo l'annuncio della rinuncia del re alle investiture e la lettura del documento papale che disponeva la restituzione dei regalia, si levò un uragano di proteste. I principi tedeschi non erano pronti a dare il loro consenso a questo accordo, che per i principi ecclesiastici dell'Impero avrebbe significato la perdita della loro posizione di potere secolare e per i principi laici del loro esteso feudo ecclesiastico. G. si poté sottrarre solo con la fuga ai successivi drammatici avvenimenti della cattura del papa e dei cardinali da parte dell'imperatore. Il suo nome non figura tra i sottoscrittori del privilegio di Ponte Mammolo che fu firmato dal papa e dai cardinali prigionieri il 12 apr. 1111. G., insieme con Leone Marsicano cardinale vescovo di Ostia, organizzò a Roma la resistenza contro Enrico V. Secondo il racconto di Pietro Diacono egli avrebbe chiamato in aiuto i Normanni, ma la morte dei più importanti capi normanni rese vano questo tentativo: Ruggero duca di Puglia morì il 22 febbraio, Boemondo di Taranto e Antiochia il 7 marzo e in quello stesso torno di tempo morì anche Riccardo duca di Capua. Il 13 febbr. 1111 G. ragguagliò il cardinale vescovo Riccardo di Albano - che era ancora in Francia - sugli avvenimenti del giorno dell'incoronazione.

In seguito G. fu al vertice del gruppo che, all'interno del S. Collegio, si oppose alla troppo condiscendente politica di Pasquale II verso Enrico V e che respinse il privilegio di investitura come un contratto vergognoso, un "pravilegio": il papa considerò questo comportamento non canonico e il 5 luglio 1111 intimò a quei cardinali di tornare all'interno della comunità ecclesiale. Sembra che, nonostante l'atteggiamento contrario di G., non si sia arrivati a una rottura definitiva: il suo nome il 23 marzo si trova, infatti, tra quelli dei partecipanti alla sesta seduta del sinodo Lateranense del 1112 nel quale l'accordo di Ponte Mammolo fu respinto in quanto estorto e contrario al diritto canonico.

Negli anni successivi al 1112 sembra che G. sia stato scarsamente attivo in Curia. Una sentenza sottoscritta da lui è da collocare tra il 1102 e il 1112. L'8 marzo 1113 G. consacrò un altare in S. Maria in Cappella a Roma. Il 10 marzo 1119 è documentata la sua presenza a un sinodo a Benevento, insieme con il cardinale prete Ugo dei Ss. Apostoli e con un altro cardinale.

Nell'autunno 1119 G. morì in itinere; Callisto II ricevette la notizia della sua morte alla fine di ottobre a Reims.

L'orazione tenuta da G. il 12 febbr. 1111 (Concio ad populum Romanum) e la successiva relazione inviata al cardinale Riccardo di Albano (Epistula ad Richardum Albanensem) furono pubblicate da C. Baronio (Annales ecclesiastici, XVIII, Lucae 1746, pp. 220 s.) e poi dal Migne (Patr. Lat., CLX, coll. 1037-1040).

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