FILELFO, Giovanni Mario

FILELFO, Giovanni Mario

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 47 (1997)
di Franco Pignatti

FILELFO, Giovanni Mario. - Nacque a Costantinopoli il 24 luglio 1426, primogenito di Francesco e di Teodora Crisolora. L'anno seguente il padre tornò in Italia con la famiglia e tenne il fanciullo presso di sé durante i soggiorni a Venezia, Bologna, Firenze e Siena, provvedendo personalmente alla sua istruzione: in una satira (dec. VI, ecatostica I) espose al figlio i principi morali cui avrebbe dovuto attenersi per condurre una vita proba e onesta. Ma ancora fanciullo il F. mostrò il carattere insofferente e irrequieto che lo avrebbe contraddistinto per tutta la vita: una sua fuga da Bologna a Piacenza nell'aprile-maggio 1439 avrebbe offerto a Francesco l'occasione di stabilirsi alla corte di Filippo Maria Visconti, adducendo pretesti ai magistrati bolognesi.

Nel luglio del 1439, cedendo in parte alle richieste dell'imperatore Giovanni VIII Paleologo, venuto in Italia per i negoziati sulla riunificazione della Chiesa greca a Roma, che insisteva per riaverlo alla sua corte, Francesco fece partire il figlio per Costantinopoli. Ma il giovanetto, lontano dalla sorveglianza paterna, invece di perfezionarsi nella lingua greca sotto la guida di Giovanni Argiropulo, si diede a una vita sregolata e gaudente, finché il padre, dopo la morte della moglie, lo richiamò a sé nel dicembre 1441. Il F. non tornò tuttavia che nel maggio dell'anno successivo. Ripresi gli studi sotto il controllo paterno, quattro anni dopo ottenne la cattedra cittadina di grammatica e retorica a Savona con uno stipendio annuo di 100 ducati più le spese per l'alloggio.

Secondo quanto egli stesso attesta nel De communis vitae continentia, composto nel 1473, sarebbe stato insignito della cittadinanza. A Savona, nel 1448 o 1449, sposò una Maria del Carretto, probabilmente della nobile famiglia finalese, dalla quale ebbe una prole numerosa: una Giovanna era già nata nel gennaio del 1451 e morta prima del 1476; Cesare, di poco più giovane, nell'agosto 1467 studiava con un precettore privato; Teodora morì ad Ancona nel 1476; Francesco, nato dopo il 1458, sopravvisse al padre e fu frate; tre altre figlie morirono prima del 1458.Dopo qualche anno il F. si trasferì presso Renato d'Angiò, che accoglieva nella sua corte di Marsiglia artisti e letterati. Qui ebbe l'incarico di giudice di palazzo e quello di creare la biblioteca del convento dei domenicani di S. Massimo; fu inoltre maestro di greco del re.

Recatosi a Milano a visitare il padre nel novembre 1450 e nel gennaio 1451, al ritorno dal secondo viaggio anziché proseguire per Marsiglia si fermò a Finale Ligure, dove mise mano agli Annales in historiam Finariensis belli ab anno MCCCCXLVI ad annum MCCCCLIII, ovvero Bellum Finariense, cronaca della guerra condotta dalla città contro i Genovesi, in cui, messo da parte ogni scrupolo di obiettività storica, sposò la causa dei Del Carretto e attaccò Genova e i Fregoso come artefici di ogni infamia e delitto contro i Finalesi. Il mese seguente avrebbe dovuto essere a Milano per le nozze della sorella Pantea; invece, passando da Genova senza incontrare il fratello Senofonte, inviatogli incontro dal padre per condurlo a Milano, proseguì direttamente per Ferrara. Ripartito di là nel gennaio 1452, passò finalmente per Milano e quindi tornò a Genova.

Nel settembre successivo, nonostante le esortazioni di Francesco trascurò di farsi avanti per ottenere la cattedra cittadina di grammatica e retorica vacante per la partenza del riminese Pietro Perleoni: la sua posizione era stata probabilmente compromessa dalle invettive contro i Fregoso. La data di dedica nel codice del Bellum Finariense al marchese Spinetta Del Carretto, 1º luglio 1453, fa pensare che fino ad allora il F. fosse rimasto in Liguria.

Nel febbraio 1454 era a Torino già da qualche tempo e vi svolgeva la professione, poco prestigiosa secondo il padre, di avvocato. Ciò fece ritenere al Favre che il F. avesse già conseguito la laurea in utroque iure a Milano; a Torino ottenne comunque il titolo di doctor artium e l'insegnamento di retorica.

In una lettera al padre del 24 maggio 1454 (Bibl. ap. Vaticana, Chig. I, VII, 241, cc. 133v-134r) il F. racconta con fierezza di aver superato brillantemente le prove per l'abilitazione all'insegnamento: il 16 maggio improvvisò contemporaneamente su nove argomenti con tanta efficacia da far insinuare che li conoscesse già da prima; il giorno dopo l'esame fu ripetuto ed egli dettò in prosa e in versi a dodici scribi su temi proposti al momento. È questo il primo di una serie di exploits che egli collezionò nella sua carriera, guadagnandosi fama e onori, sintomatici di un ingegno estroso e geniale che si esprimeva al meglio nella improvvisazione, mentre si rivelava sciatto e trasandato in opere più complesse e meditate. Dal duca Ludovico di Savoia, di cui fu oratore ufficiale, ottenne l'alloro poetico, il titolo di cavaliere aurato e quello di ducalis consiliarius.

Dopo un breve viaggio a Milano tra il dicembre 1455 e il gennaio 1456, nel maggio successivo andò a Parigi, probabilmente come oratore di Ludovico di Savoia presso Carlo VII. Il soggiorno non si protrasse però a lungo: nel marzo 1457 il F. era già di passaggio a Finale, diretto a Torino. A Finale conobbe l'umanista Venturino de' Priori, che insegnava allora a Savona: all'inizio del mese questi gli invio una ossequiosa lettera metrica che però egli non ricevette perché era già partito per Torino.

Dal successivo carteggio fra i due, giuntoci incompleto, ricaviamo i severi giudizi del F. sui Francesi, condivisi da Venturino, con l'eccezione di re Carlo, verso il quale il giovane F. mostra ammirazione. Dall'epistolario venturiniano risulta altresì che il F. tenne a battesimo una figlia dell'amico a Savona e in quell'occasione diede un saggio delle sue doti d'improvvisatore, dettando prose e versi contemporaneamente a trentadue scribi alla presenza di Galeazzo Maria Sforza, particolare questo che spinge a datare l'episodio a vari anni più tardi, comunque dopo il febbraio 1464, quando Luigi XI cedette la città a Francesco Sforza.

Il primo dato cronologico certo, dopo il ritorno dalla Francia, risale all'aprile 1458, quando il F. si trovava a Milano, forse in qualità d'istitutore dei figli di Francesco Sforza. Al duca di Milano indirizzò il poema Dentraretos, compiuto nel luglio 1458, in quattordici canti che celebrano ciascuno una virtù di Francesco. Nell'ottobre dell'anno successivo si recò la Mantova alla dieta indetta da Pio II per promuovere la crociata. Grazie all'interessamento del padre presso il cardinale Bessarione e i segretari apostolici Gregorio Lollio e Agapito Romano, gli fu offerto l'incarico di avvocato concistoriale, che rifiutò, preferendo trasferirsi insieme col fratello Senofonte a Venezia nel febbraio 1460. Qui, appoggiato al solito dagli amici di Francesco, ottenne un'audizione davanti al doge e al Senato, nella quale stupì l'uditorio discutendo all'impronta più di trenta argomenti. Superato brillantemente nei due giorni successivi l'esame di abilitazione, fu nominato lettore di eloquenza e di filosofia nella scuola della Cancelleria ducale.

Il decreto, approvato dal Senato il 7 marzo, gli assegnava lo stipendio di 10 ducati mensili con l'obbligo di due lezioni al giorno, una di poesia e l'altra di retorica e di storia. Nonostante le consuete raccomandazioni del padre a mantenere una condotta decorosa e a onorare l'impiego, anche questo incarico fu abbandonato dopo poco più di un anno. L'occasione fu l'accesa rivalità sorta con i colleghi della scuola Giorgio Trapezunzio e Pietro Perleoni per l'incarico di storico ufficiale della Repubblica, a cui i tre aspiravano nonostante le autorità si orientassero verso Flavio Biondo. La furibonda lite, scatenatasi specie con il Trapezunzio, contro il quale fulminò una feroce e oscena invettiva, nonché le irregolarità nell'insegnamento e lo scandalo nella vita privata, costrinsero il F. ad abbandonare la città per trasferirsi a Bologna tra l'aprile e il luglio 1460.

Nello Studio bolognese insegnò per due anni accademici prima come professore di retorica e poesia, poi anche di greco. Il discorso De iis quae in magistratu requiruntur, pronunciato dinanzi agli ottimati l'8 sett. 1461, e il poema Felsineidos, presentato in dono al Senato il 21 dic. 1462, in quattro libri, intorno alle guerre esterne e intestine che avevano travagliato la città negli anni recenti ed erano state infine superate in un clima di concordia civile e sicurezza militare, testimoniano il ruolo di celebratore ufficiale dei fasti cittadini di cui il F. era stato investito dal patriziato locale. Ma a Bologna il F. non si fermò oltre i primi mesi del 1463: il 5 maggio era a Modena con tutta la famiglia. Anche all'origine di questa partenza fu uno screzio con un letterato locale, Galeotto Marzio da Narni, che aveva attaccato la Sforziade di Francesco e che nell'anno accademico 1463-64 gli succedette sulla cattedra dello Studio. Nell'ottobre 1463 il F. era però di nuovo a Bologna, dove scrisse cinque epigrammi per la morte di Sante Bentivoglio avvenuta il 1º del mese; a Modena si trattenne fino all'aprile 1464 (in calce alla Martiados è apposta la data del 17 aprile), nonostante il padre gli avesse spedito il 26 nov. 1463 un lasciapassare con validità bimestrale per recarsi a Milano.

La Martiados, epopea giovanile in due libri di Federico da Montefeltro, costituisce un perfetto esemplare dell'epica cortigiana che si andava diffondendo nelle corti settentrionali e di cui la Sforziade era stata un primo esempio, costruita avendo presente il modello virgiliano sulla fusione di storia e di mitologia.

A non prima del luglio 1463 deve risalire anche il completamento del romanzo volgare Glycephila, in cui sono narrati gli amori del giovane Deifebo, vale a dire Guido Antonio di Guido Antonio Lambertini, che è anche il dedicatario dell'opera, per la ninfa bolognese Glicefila. Nel personaggio di Eurialo, amico di Deifebo, è con ogni probabilità adombrato il letterato bolognese Giovanni Sabadino degli Arienti, al quale è dovuto uno dei due testimoni dell'opera (manoscritto α. P. 16 della Bibl. Estense), nonché, secondo le indicazioni ivi contenute nel colophon, la stessa revisione editoriale del romanzo, scritto di getto dal Filelfo.

La trama presenta non poche contraddizioni e incongruenze ad un livello più strutturale di quelle imputabili ad una stesura frettolosa. Confuso è anche il panorama degli auctores cui pretenziosamente si richiama il F., innanzi tutto Dante, Petrarca e Boccaccio, ai quali andranno accostati tra i contemporanei E. S. Piccolomini per la Historia de duobus amantibus, L. B. Alberti per Deifira ed Ecatonfilea, nonché il letterato salernitano Giannotto Calogrosso, autore dell'opera mista di prosa e versi Nicolosa bella che condivide numerosi elementi con la Glicefila.

Tipiche dello stile del F. sono invece la sovrabbondanza e la stravaganza erudita che affiorano di continuo in prolisse elencazioni storico-filosofiche e mitologiche o nell'ostentata preziosità della scrittura, che spesso approda ad esiti astrusi e cervellotici. Elementi questi che fanno dell'opera narrativa del giovane F. un prodotto isolato che non lasciò influenze sensibili nella generazione successiva dei narratori settentrionali quattrocenteschi.

Trasferitosi infine a Milano, il F. affiancò il padre nella disputa pubblica con il letterato Lodrisio Crivelli, ma dovette ricadere presto nelle solite dissolutezze se nel luglio 1465 fu addirittura ferito da un giovane, probabilmente per questioni di donne. Di una relazione con una certa Caterina e della continua frequentazione di luoghi malfamati testimonia d'altronde una lettera del duca del 15 luglio, che lo richiamava ad una condotta più degna. L'atteggiamento diffamatorio assunto nei confronti di Pio II, morto da poco, gli costò, insieme con il padre, alcuni giorni di prigione e lo indusse ad abbandonare la città: riparò presso Guglielmo Paleologo marchese di Monferrato, dove si trattenne per circa in anno. Partito quindi con l'intenzione di dirigersi a Roma, a causa della guerra che imperversava nelle Marche tra il papa Paolo II e Ferdinando d'Aragona approdò a Verona.

Qui fu accolto con onori e il 14 giugno 1467 nella chiesa di S. Eufemia, alla presenza del capitano veneziano Domenico Zorzi, dei maggiorenti della città e del popolo, pronunciò una Oratio de laudibus inventioneque philosophiae acrhetoricae. L'avvenimento fu celebrato dal poeta veronese Giorgio Sommariva in un cerimonioso sonetto, nel quale invitò l'ospite a celebrare nelle sue rime il governo veneziano: il F. accettò l'esortazione e compose un poema De laudibus agri Veronensis, in tre libri, dedicato allo Zorzi, e una lunga Oratio de iis quaerequiruntur incivitate bene morataet de laudibus Veronaecivitatis, dove si profuse in elogi della Repubblica veneta e in conseguenza di Verona ad essa sottoposta. I buoni rapporti con le autorità civili sono confermati da svariati sonetti diretti allo Zorzi, al podestà Marino Malipiero e ad altri gentiluomini della città (si leggono nei Carmina Italica raccolti nel codice della Bibl. ap. Vaticana Urb. lat. 804 del maggio 1475). Più tesi e inquinati da antipatie e rivalità i rapporti con i letterati della Curia vescovile, in particolare Giovanni Panteo e Antonio Beccaria, nonostante le professioni di rispetto e amicizia indirizzate al vescovo Ermolao Barbaro il vecchio (a lui è rivolta la lunga Accusatio litteraria proeloquentiae laudein Antonii Beccariaecommentariolos composta dal F. verso la metà del 1468, Ibid., Chig. I, VII, 241, cc. 39v-80r).

Il 25 giugno 1467 il Consiglio comunale conferì al F. l'insegnamento cittadino di studia humanitatis, con l'obbligo di tenere tre lezioni pubbliche al giorno su diversi autori e una lezione su Dante la domenica per una provisione di 200 ducati annui. L'incarico era modellato su quello dello Studio fiorentino ricoperto dal padre nel 1431-32, che abbinava la lectura Dantis all'insegnamento di retorica.

Le lezioni dantesche gli offrivano lo spunto per una prolusione sulla vita del poeta, che il F. scrisse al suo solito di getto affastellando senza il minimo spirito critico notizie inesatte o inventate. La Vita di Dante fu dedicata al pronipote del poeta Pietro Alighieri, con il quale il F. afferma di essere in grande familiarità, e da questo fu donata il 28 sett. 1468 a Piero de' Medici e a Tommaso Soderini. Al soggiorno veronese è pure legata l'amicizia per Felice Feliciano al quale rivolse probabilmente in questa occasione tre epigrammi elogiativi e due sonetti (Bibl. ap. Vat., Urb. lat. 804, cc. 232v-233v), sebbene rapporti tra i due dovessero essere intercorsi già nel precedente periodo bolognese, quando anche il Feliciano risiedeva nella città. Su invito di una letterata veronese, Chiara Lanza Vegia, il F. compose inoltre, con intenti piuttosto celebrativi che documentari, una vita della poetessa Isotta Nogarola, da poco scomparsa, in esametri, che fece copiare in un elegante codicetto miniato insieme alla lettera della Lanza Vegia, ad un carme di dedica al fratello di Isotta, Ludovico, e a due sonetti in lode di lei.Anche il soggiorno veronese si concluse però con l'abbandono della città prima dello scadere dei due anni pattuiti della condotta (il 2 ott. 1468, data in calce al Liber Isottaeus, era evidentemente ancora in città), per trasferirsi a Bergamo. Qui fu dapprima accolto nella cerchia del patrizio veneziano Luigi Donato, letterato e teologo, vescovo della città, ma nel 1470 con l'appoggio di Bartolomeo Colleoni ottenne dal Comune una nuova cattedra col compenso di 150 ducati annui (di cui 100 a carico del Colleoni). Tuttavia il sonetto rivolto al condottiero (Bibl. ap. Vat., Urb. lat. 804, c. 247) e la canzone (edita dal Bellotti) al suo segretario Abbondio Longhi (ibid. cc. 207-09) testimoniano il tentativo, riuscito, di passare direttamente alla corte colleonesca di Malpaga, dove rimase però non oltre i primi mesi del 1471 per trasferirsi quindi ad Ancona.

Qui si trovava già in luglio, quando, al compimento dei quarantacinque anni, tirò le somme della sua attività letteraria nell'elegia De voluminorum suorum numero (Agostinelli-Benadduci, pp. 31-34).

Oltre ai titoli già ricordati e ad altri egualmente pervenutici - sono citate tra l'altro le traduzioni degli inni di Orfeo, dell'Officiodella Vergine (stampato a Venezia nel 1488), dell'Odissea (ibid. 1516) - v'è menzione di varie opere andate perdute: tragedie, commedie, lettere in greco, uno scritto contro le Facetiae di Poggio Bracciolini, versioni di Esiodo, Platone, Aristotele, Strabone, un commentario delle Rime di Petrarca e di Cicerone (per quest'ultimo si tratterà delle lezioni veronesi: si veda quanto si legge in calce all'Accusatio contro Antonio Beccaria). Del poema sulle gesta di Maometto II qui citato saranno stati composti allora di getto solo i primi tre libri, mentre il quarto va collocato al 1476.

L'Amirys (da amyr, "emiro") fu concepito su istanza dell'anconitano Othman Lillo Ferducci, figlio di un mercante che era stato grande amico del sultano Murad Il. Per onorare la figura di Maometto, Othman commissionò l'opera al F., il quale per quattro libri traccia la biografia di Maometto esaltandone le doti e magnificandone le imprese, salvo rovesciare clamorosamente il tutto nel finale, composto con ogni probabilità dopo la morte del committente. All'omaggio al sultano si sostituisce l'esortazione al giovane duca di Milano Galeazzo Maria Sforza a porsi a capo di una confederazione antiturca e a risollevare le sorti periclitanti dei Veneziani in Oriente.

Ad Ancona il F. fu insignito della cattedra cittadina di umanità (lettera di ringraziamento del padre al Senato del 5 dic. 1471), ma ben presto diede materia di nuovi scandali e fu costretto a trasferirsi a Tolentino, città natale del padre, dove soggiornò, circa dalla metà di marzo fino a tutto il luglio 1472, con interruzioni dovute a incarichi conferitigli dal municipio a Macerata e, sembra, a Roma. Nonostante la cerimoniosa accoglienza tributatagli dal Consiglio comunale, che deliberò il dono di una casa per lui e la sua famiglia, il F. tornò ad Ancona, spinto dall'amore per una certa Angela. Sempre irrequieto, tuttavia, progettava di trasferirsi in Francia o presso Ferdinando d'Aragona. Nel 1475 fu a Rimini per le nozze di Roberto Malatesta con Elisabetta da Montefeltro, che celebrò con un carme epitalamico recitato davanti agli invitati. Visitò quindi l'amico letterato Piattino Piatti, che comandava una guarnigione ad Appignano (presso Macerata), dove il F. si dovette trattenere abbastanza a lungo se circolò la notizia, priva di conferma documentaria, che avrebbe dettato lo statuto della città e ne sarebbe stato segretario comunale.

Al soggiorno anconitano, protrattosi fino al 1476, vanno attribuite varie opere: oltre alla conclusione dell'Amyris, tre libri di Bucoliche; la Lorenziade, sul glorioso destino che attendeva Lorenzo de' Medici; il dialogo morale in due libri De communis vitae continentia, dedicato a Sisto IV; il poemetto in terzine sulla Regina Fede, mitica fondatrice di Ancona secondo la leggenda diffusa da Ciriaco di Pizzicolli rielaborando racconti orientali. Con gli otto libri delle Chroniche de la cittàde Anchona in terzine (ma sappiamo che questa scelta fu imposta all'autore, che avrebbe preferito il latino e l'esametro) il F. si proponeva nuovamente nella veste prestigiosa di storico e celebratore della città.

Nello stesso periodo si consumò la rottura con il padre, il quale nel testamento redatto il 23 febbr. 1473, lo lasciò erede soltanto di un terzo dei beni immobili a Tolentino, mentre i codici furono destinati al figlio Federico Francesco.

Dopo Ancona, la tappa successiva del F. fu Urbino, dove si legò ad Ottavio Ubaldini, conoscente del padre; ad un amico di questo, il curiale milanese Luigi Mondello, dedicò in una copia d'omaggio l'Epistolarium, raccolta di precetti retorici intorno allo stile epistolare, che poi il Mondello pubblicò a Parigi (Goring e Remboldt, 1482; per le altre edizioni quattrocentesche si veda Hain, nn. 12969-12980). Il 30 maggio 1478, da Mantova, il F. indirizzò una richiesta di protezione a Ludovico Gonzaga: dopo la morte di questo, in agosto, la lettera passò nelle mani del successore Federico, che nominò nello stesso mese il F. precettore dei figli. Solo allora prese licenza dal duca d'Urbino e trasferì la famiglia a Mantova.

In omaggio al nuovo marchese il F. compose la Fredericheide, poema in terzine sulle sue glorie militari, rimasto incompiuto e andato perso dopo la morte dell'autore, ed altri brevi componimenti volgari. In memoria di Ludovico pronunciò un'orazione funebre nella chiesa di S. Francesco il 12 giugno 1479.

Il F. morì a Mantova ai primi di giugno del 1480.

La moglie Marietta, che gli era rimasta fedele per tutta la sua turbolenta esistenza, consegnò i libri e i pochi effetti personali ai funzionari del duca.

Opere: una bibliografia delle opere manoscritte e a stampa del F. si trova in L. Agostinelli-G. Benadduci, Biografia ebibliografia di G. M. F., Tolentino 1899, pp. 35-69, studio incompleto e con numerose mende che lo rendono poco affidabile; gli Annales ... Finariensisbelli sono editi in Rerum Ital. Script., XXIV, Mediolani 1738, coll. 1135-1232. La Vitadi Dante gode di due edizioni integrali, a cura di D. Moreni (Florentiae 1828) e di A. Solerti (Le vite di Dante, Petrarca e Boccaccio fino al sec. XVI,Milano [1905], pp. 158-185), oltre agli excerpta in G. Manetti, Vitae Dantis, Petrarchae et Boccacii, a cura di L. Mehus, Florentiae 1747, pp. XXII-XXIII, e in A. M. Bandini, Cat. codd. lat. Bibl. Mediceae Laurent., Florentiae 1775, coll. 768-72. Numerose poesie si leggono in appendice ai saggi di F. Gabotto (1889, 1892). Altre edizioni moderne: Versi inediti (capitolo in terza rima a Guglielmo di Monferrato), a cura di F. Flamini, Livorno 1892; Orazione epitalamica (per le nozze di Nicolò Mauruzi da Tolentino e di Lucia Castiglioni), a cura di G. Benadduci, Tolentino 1893; A Iacopo AntonioMarcello patrizio veneto parte di orazione... di F. Filelfo e lettera di G. M. F., a cura dello stesso, ibid. 1894; N. Pelicelli, Due opere inedite di G. M. F., in Riv. dalmatica, V (1902-1903), pp. 5-33 e 139-176 (un poema in esametri sulle origini di Ragusa, Raguseide, dedicato al fratello Senofonte e la Historia Ragusae, storia in prosa della città); i cinque epigrammi a S. Bentivoglio sono in L. Frati, IBentivoglio nella poesia contemporanea, in Giorn. stor. della lett. ital., XLV (1905), p. 3; B. Belotti, Rime colleonesche di G. M. F.,Milano 1926; G. Mardersteig, Tre epigrammi di G. M. F. a F. Feliciano, in Classical, Medioeval and Renaissance Studies in honour of B. L. Ullmann, Rome 1964, II, pp. 375-383; Amyris, a cura di A. Manetti, Bologna 1978; Chroniche de la città de Anchona, a cura di P. Frassica, Firenze 1979; G. M. Filelfo, Consolatoria, dedicata alla duchessa di Milano Bona di Savoia, per la morte del duca Galeazzo Maria Sforza, a c. di A. SchoysInan Zambrini, Bologna 1992.

Fonti e Bibl.: F. Filelfo, Epistulae, Venetiis 1502, passim; G. A. Sassi, Bibl. scriptorum Mediolanensium, I, Mediolani 1745, coll. CCXXI-CCXXIV, CCXXXIs., CCLIX-CCLXVIII; C. Santini, Saggio di memoria della città di Tolentino, Macerata 1789, passim; C. Rosmini, Vita di F. Filelfo, III, Milano 1808, pp. 83-109; G. Favre, Vie de J. M. Philélphe, in Mélanges d'histoire littéraire, I, Genève 1856, pp. 7-145, 153-221; C. Monzani, Di G. Favre e della vita di G. M. F. scritta da lui, in Arch. stor. ital., n. s., XI (1859), pp. 87-127; F. Gabotto, A proposito di una poesia inedita di G. M. F. a T. Campofregoso, in Atti della Soc. ligure di storia patria, XXI (1889), pp. 491-519; A. Luzio-R. Renier, I Filelfo e l'umanesimo alla corte dei Gonzaga, in Giorn. stor. della lett. ital., XII (1890), pp. 193-209; A. Monaci, Una nota inedita di G. M. F., in Il Buonarroti, s.3, IV (1890), pp. 377-379; F. Flamini, Da codd. landiani di F. e G. M. F., ibid., XVIII (1891), pp. 328-330; F. Gabotto, Un nuovo contributo alla storia dell'umanesimo ligure, in Atti della Soc. ligure di storia patria, XXV (1892), pp. 68-115, 119-121, 219-255; G. Zannoni, I due libri della "Martiados" di G. M. F., in Rend. della R. Acc. dei Lincei, classedi scienze mor., st. e filol., s. 5, III (1894), pp. 650-671; G. Castellani, Documenti veneziani inediti relativi a F. e M. F., in Arch. stor. ital., s . 5, XVII (1896), pp. 367-370; T. Klette, J. Herrgott und J. M. Ph. in Turin, Bonn 1898; F. Filelfo, Lettere volgarizzate dal greco, a cura di L. Agostinelli-G. Benadduci, Tolentino 1899, lett. 15, 17, 24, 33; E. Spadolini, Un cod. di M. F., in La Bibliofilia, V (1903-04), pp. 298-301; G. Biadego, Dante e l'umanesimo veronese, in Nuovo Arch. veneto, n. s., X (1905), pp. 426 s.; E. Spadolini, La regina Fede in un poema inedito di M. F., in Atti e mem. della R. Deputaz. di storia patria per le prov. delle Marche, s. 3, III-IV (1923), pp. 158-169; L. C. Bollea, Umanesimo e cultura in Piemonte e nell'univ. torinese, in Boll. stor-bibliogr. subalpino, XXVIII (1926), pp. 368-376, 383-396, 402-404; F. Patetta, Sulla "Glicephila" di M. F. in un nuovo esemplare autografo di G. Sabadino degli Arienti, e sulla data di composizione della "Gynevera de le clare donne", in Rend. della R. Acc. d'Italia, classe di scienze mor. e storiche, s. 8, II (1941), pp. 275-341; Id., Venturino de' Prioribus umanista ligure del sec. XV, Città del Vaticano 1950, ad Indicem; A. Alciato, Le lettere, a cura di G. L. Barni, Firenze 1953, p. 15; I. Bracelli, Epistolario, a cura di G. Balbi, Genova 1969, lett. 56, 61, 68, 69 e ad Indicem; A. Manetti, Un amico bergamasco di G. M. F., in Giorn. stor. della lett. ital., CLV (1978), pp. 551-566; R. Picchio, L'interprétation humaniste de l'histoire de Raguse de G. M. F., in Études litteraires slavo-romanes, Firenze 1978, pp. 43-54; A. Manetti, Reminiscenze dantesche in un poema ined. del Quattrocento, in Medioevo e Rinascimento veneto con altri studi in on. di L. Lazzanni, Padova 1979, I, pp. 427-441; P. Frassica, Riprese dantesche nelle "Chroniche de la città de Anchona" di G. M. F., in Quaderni d'italianistica, VII (1982), 2, pp. 175-190; R. Avesani, Verona nel Quattrocento. La civiltà delle lettere, Verona 1984, pp. 73-76, 107-110; P. O. Kristeller, Iter Italicum, I-IV, ad Indices; Enc. Dantesca, II, p. 872; P. Frassica, I Filelfo: due generazioni di umanisti, in F. Filelfo nel quinto centenario della morte, Padova 1986, pp. 515-527; L. Gualdo Rosa, Una prolusione inedita di F. Filelfo del 1429, rielaborata dal figlio G. M. nel 1467, ibid., pp. 275-323.

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