Papini, Giovanni

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Papini, Giovanni. - Scrittore italiano (Firenze 1881 - ivi 1956). P. fu parte viva del movimento letterario, filosofico e politico, che ai primi del Novecento promosse da Firenze lo svecchiamento della cultura e della vita italiana. Tra i fondatori delle riviste Leonardo (1903) e Lacerba (1913), concepì la letteratura come «azione» e diede ai suoi scritti un tono oratorio e dissacrante. Tra le opere più note si ricordano: l'autobiografia Un uomo finito, il saggio Stroncature, le prose liriche Giorni di festa (1918).

VitaNel 1903, già fornito di una cultura superiore agli studi scolastici compiuti, fu fondatore con G. Prezzolini e altri amici (1903) di Leonardo (nella quale scrisse con lo pseudonimo di Gian Falco), rivista vivacemente combattiva, che divenne presto uno dei più notevoli organi di reazione al positivismo filosofico e letterario in nome dei valori dello apirito, divulgatore in Italia di contemporanei movimenti filosofici stranieri, quali l'intuizionismo francese del Bergson e il pragmatismo anglo-americano del Peirce e del James, promotore infine dello svecchiamento della cultura italiana, in nome di un'individualistica e sognatrice concezione della vita e dell'arte. Redattore per qualche tempo del Regno di E. Corradini; direttore, nel 1912, della Voce, fondato da Prezzolini con l'intento di farvi collaborare gli uomini e le dottrine più rappresentativi a una rieducazione morale, politica, artistica degl'Italiani; fondatore (1913), con A. Soffici, di Lacerba, che rappresenta il momento della sua adesione al futurismo. Con l'entrata in guerra dell'Italia - in favore della quale Lacerba sostenne una fierissima battaglia - il gruppo fiorentino si disperde, non senza aver agitato vecchi e nuovi problemi della cultura, diffuso la conoscenza di movimenti filosofici e artistici forestieri, e rivelato alcune notevoli figure di scrittori e di artisti.

OpereStudioso di filosofia e di religione, critico e polemista, narratore e poeta, la costante della sua personalità è data dall'attivismo, dal volontarismo, che lo indusse a farsi divulgatore fra i primi in Italia del pragmatismo, e poi a passare da questa ad altre filosofie, sempre insoddisfatto perché vi cercava il segreto per diventare giudice sicuro del bene e del male, una sorta di demiurgo o di uomo-dio. Il suo volontarismo romantico e decadente lo portò a concepire la letteratura come «azione» e a dare ai suoi scritti un carattere da «giudizio universale», sia che in una serie di saggi per lo più demolitori - le famose «stroncature» - passasse in rassegna filosofi e scrittori d'ogni tempo (Il crepuscolo dei filosofi, 1906; Ventiquattro cervelli, 1912; Stroncature, 1916; Testimonianze, 1918), sia che delle proprie esperienze facesse il bilancio fallimentare nelle forme trasposte della parabola, dell'allegoria, della novella fantastica (Il tragico quotidiano, 1906; Il pilota cieco, 1907; Parole e sangue, 1912; Buffonate, 1914), ovvero nella forma diretta, fra il diario e la confessione di Un uomo finito (1912: il suo libro migliore, che esercitò un notevole influsso sulla giovane letteratura d'allora). E quando P. si convertì alla fede cattolica (e il primo frutto fu la Storia di Cristo, 1921, che ebbe rapida e vasta fortuna), il suo fu un cristianesimo da «atleta di Dio», un poco alla L. Bloy. Il tono oratorio, che ha sempre dominato in P., via via accentuerà il suo turgore baroccheggiante, anche se non verranno mai del tutto a mancare nei suoi libri, da Gog (1931) a Figure umane (1940), a Le felicità dell'infelice (1956), quelle improvvise schiarite nelle quali il cruccio e l'orgoglio cedono alla malinconia del momento o all'intimità del ricordo. Ed è lì che va cercato il P. propriamente artista, dalla vena agreste e casalinga, che gli dettò le pagine più belle di Un uomo finito, le prose liriche o «frammenti» di Cento pagine di poesia (1915) e di Giorni di festa (1918), e alcune poesie in versi di Opera prima (1917) e di Pane e vino (1926). Nel 1937 P. fu nominato accademico d'Italia. La sua opera, già pubblicata quasi interamente dall'editore Vallecchi, è stata raccolta, compresi alcuni inediti e il post. Giudizio universale (1957), in 10 voll. (1959-66) dei «Classici contemporanei italiani» dell'editore Mondadori. Si veda anche il suo carteggio con G. Prezzolini, Storia di un'amicizia (2 voll., 1966-68).

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