CAMPANA, Giovanni Pietro

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 17 (1974)

di Nicola Parise

CAMPANA, Giovanni Pietro. - Nacque a Roma nel 1808 da Prospero, in una nobile famiglia di origine aquilana.

Il nonno Giampietro (morto a Roma nel 1793) era stato ispettore e soprintendente alle scritture del Monte di Pietà di Roma, presidente della galee pontificie sotto Clemente XIV e Pio VI, e cameriere segreto dell'elettore Federico di Sassonia. Negli incarichi al Monte gli era succeduto il figlio Prospero, notaio, morto nel 1815. Appassionati di archeologia, il primo aveva avuto licenza di compiere scavi ed era venuto raccogliendo oggetti antichi di varia età e provenienza; al secondo si deve l'impianto di una considerevole collezione di monete.Rimasto orfano del padre, il C. entrò nel collegio Nazareno, dove rimase fino al 1831. Un rescritto di Pio VII del 29 luglio 1815 gli aveva concesso la successione nell'ufficio paterno a partire dal compimento del venticinquesimo anno. Il C. entrò al Monte come aiuto dell'ispettore Gaspare Azzurri il 12 dic. 1831; e dopo che il 27 giugno 1832 il papa Gregorio XVI ebbe disposto in suo favore l'esecuzione del rescritto di Pio VII, fu nominato il 6 ag. 1833 al posto dell'Azzurri, col titolo di direttore generale, con pieni poteri sulla amministrazione del Monte.

A quell'epoca le finanze del Monte erano esigue, gravate ancora dal mutuo camerale di 80.100 scudi del 1818, del quale non si era potuto effettuare il saldo. I prestiti erano limitati a 3 scudi cadauno, ed i pegni ad uno a persona. L'impresa Jourdan-Rabaille, che aveva condotto manovre speculative sull'istituto sin dal 1829, ne aveva ottenuto la gestione in appalto; sotto la direzione del C. la convenzione fu annullata per alcune inadempienze della casa francese, ma soprattutto "pei prosperi risultamenti della nuova amministrazione del Monte" (Moroni, XLVI, p. 264). Il C. aveva compreso che la ricostruzione dell'ente doveva avvenire attraverso la trasformazione del suo patrimonio. Col rescritto del 28 marzo 1834 ottenne lo svincolo della massa del consolidato, inalienabile ed a reddito fisso. Il Monte acquistò allora fondi, che garantivano un maggiore reddito; ed il 28 giugno si annunziò il primo aumento del massimale del prestito, da 3 a 10 scudi. Ulteriori aumenti furono notificati il 13 agosto ed il 23 dicembre, fino alle somme di 20 e 50 scudi. Riorganizzato così il settore dei prestiti su pegno, si dedicò al settore del Banco di depositi, annesso al Monte da Gregorio XVI. Era necessario, secondo il C., riattivare il Banco non più come cassa di depositi infruttiferi, ma corrispondendo un interesse annuo del 5% sulle somme depositate; così operando, poiché era necessario per il movimento dei pegni un fondo cassa di 10.000-12.000 scudi in contanti, con i depositi fruttiferi il Monte poteva provvedervi senza fare ricorso all'erario. Il 14 dic. 1834 il C. espose il progetto al tesoriere generale, monsignor Antonio Tosti, che lo approvò: l'interesse fu stabilito al 4,5 % per trance di 100 scudi, con l'obbligo del preavviso in caso di ritiro. Ne derivò subito l'aumento del massimale di prestito, di fatto illimitato; e si procedette all'acquisto di fondi con macchia a taglio fruttifero alla Tolfa ed a Civitavecchia. Le giacenze di cassa divennero esuberanti; ed il Monte fu in grado di concedere all'erario prestiti che al 22 genn. 1845 ammontavano a 426.261 scudi.Il 12 febbr. 1835 Gregorio XVI si recò in visita al Monte, e nell'agosto dell'anno dopo insignì il C. dell'Ordine equestre di S. Gregorio Magno. Il C. svolgeva la sua attività sempre con l'assenso del tesoriere generale, ma in realtà con quei poteri illimitati che la mancanza di un regolamento del ministero delle Finanze aveva finito per trasformare in poteri di arbitrio. Il 14 nov. 1847 il protesoriere generale comunicò al C. di aver disposto, per ordine del nuovo papa Pio IX, un'inchiesta sull'amministrazione del Monte e di averla affidata a Vincenzo Pericoli.

All'inchiesta si era arrivati dopo l'istanza che il segretario dell'istituto, Giuseppe Azzurri, aveva presentato a Pasquale Tommaso Gizzi e rinnovato a Gabriele Ferretti, e dopo la richiesta dello stesso C. che "fosse fatto un sindacato della sua amministrazione" (Marchetti, Allegazione, p. 29). Ufficialmente la direzione del C. era fuori causa. Tuttavia, nella relazione finale, il Pericoli non poté esimersi dal sottolineare il disordine che derivava all'amministrazione del Monte dall'assenza di un sistema normativo organico e disciplinare; dal porre in rilievo gli estesissimi poteri del C., in contrasto con le esigenze di una gestione corretta; e dal suggerire un impianto di registri con un metodo di scrittura più sicuro e più chiaro. Nonostante l'approvazione del pontefice, suggerimenti e rilievi del Pericoli rimasero lettera morta; ed il C. non ne fu minimamente disturbato (Tosi, p. 244).

Di conforto e sollievo dalle "quotidiane cure" e dalle "non sempre liete vicende" della sua vita, scriverà lo stesso C. nelle Antiche opere in plastica (p. 1), gli era intanto lo "specchiarsi" nelle testimonianze del passato e l'assiduo rintracciare "tra le venerande ruine, e l'invida polvere che li ricopre, i sepolti trofei" dei "trascorsi tempi delle glorie italiane".

Di fatto, il C. era, alla stessa maniera del nonno e del padre, un appassionato cultore di archeologia. Nel 1831 aveva scavato nella vigna di Giuseppe Sassi, sul lato destro della via Latina, il colombario detto di Pomponio Hylas; e, quando il cardinale Bartolomeo Pacca aveva dato inizio alle nuove campagne di scavo ostiensi, ne aveva affidato la direzione a lui. Lo scavo di Ostia durò sino al 1835, con risultati notevoli che il C. non pubblicò mai: solo su sollecitazione di Eduard Gerhard, nel 1834, diede una breve e sostanzialmente vaga descrizione dei dati raccolti fino al 1º giugno di quell'anno (Scavi di Ostia) nel Bullettino (pp. 129-134) dell'Instituto di corrispondenza archeologica, del quale era divenuto socio corrispondente. Il Bullettino dell'Instituto del 1836 (p. 195) dava notizia della nuova raccolta di antichità, che il C. andava formando ormai da quattr'anni ed alimentava mediante acquisti e nuovi lavori di scavo. Seguendo l'esempio del nonno Giampietro, che aveva ceduto oggetti della sua collezione ai Musei Vaticani, donò al pontefice l'iscrizione di Lucio Mummio (Corpusinscriptionum Latinarum, VI, n. 331), trovata sul Celio nel 1786 e venuta ora in suo possesso (lettera di ringraziamento del camerlengo Pier Francesco Galeffi del 17 marzo 1835).

Il 17 sett. 1846 la collezione di antichità che il C. aveva sistemato nella sua villa al Laterano nei pressi di S. Clemente fu visitata da papa Pio IX. La visita pontificia consacrava la fama del C. archeologo e collezionista. In quel medesimo anno faceva parte della Commissione generale consultiva di Antichità e Belle Arti insieme con Pietro Ercole Visconti, Luigi Canina, Tommaso Minardi e Pietro Tenerani; era stato eletto (22 gennaio) tesoriere della Pontificia Accademia di archeologia (ne era socio ordinario dal 14 genn. 1841); aveva venduto a Londra i doppioni delle raccolte numismatiche; scavava a Cerveteri e nella vigna Codini a Roma.

Alla fine del 1837 aveva domandato licenza di riprendere gli scavi lungo la via Latina e di estenderli alla vigna di Stefano Nardi (Camerlengato, 1460, 1, c. 7). Lo scavo condusse nella primavera del 1838 al rinvenimento di un altro colombario, "un'ordinaria tomba", secondo la Commissione generale consultiva, "con pochi ornamenti dipinti di cattivo modo", lasciata a disposizione del suo scopritore, e quindi con tutta probabilità reinterrata o distrutta (ibid., c. 3). Il 15 marzo 1840 s'iniziava lo scavo di un nuovo sepolcro nella medesima vigna, divenuta proprietà di Geltrude Codini, "Correndo... rischio di venir meno gli stucchi e i dipinti" (ibid., 2, c. 44), il 14 aprile se ne dispose tempestivamente il restauro, e si provvide, in seguito alla donazione del monumento allo Stato (lettera di ringraziamento del camerlengo Giacomo Giustiniani del 1º maggio 1841), all'esproprio dell'area circostante. Il C. presentò i risultati dei suoi lavori alla Pontificia Accademia il 7 maggio 1840, abbinando, ad un'accurata descrizione di questa "stanza sepolcrale", la pubblicazione del colombario di Pomponio Hylas (Di due sepolcri romani del secolo di Augusto scoperti tra la via Latina e l'Appia presso la tomba degli Scipioni, in Dissertazioni della Pontificia Accademia romana di archeologia, XI, 1852, pp. 257-433, e, a parte, con la data di Roma 1840). Il 23 nov. 1846 la stessa proprietaria del fondo avanzò la richiesta di una nuova licenza di scavo, e l'ottenne. La direzione dei lavori venne affidata a Gaetano Canestrelli ed al C., che nel gennaio del 1847 potevano informare il camerlengo Tommaso Riario Sforza del rinvenimento di un secondo colombario "con dipinti e stucchi di buon stile e diverse lapidarie iscrizioni" (Camerlengato, 1460, 43 c. 16). Del monumento non si ebbe mai un'edizione scientifica. Si sa soltanto che il C. ne parlò alla Pontificia Accademia il 4 febbr. 1847; mentre Wilhelm Henzen ne dava una rapida descrizione nel Bullettino dell'Instituto (1847, pp. 49-51). A Cerveterì il C. scavò nell'inverno 1845-46. Dei rinvenimenti i soci dell'Instituto venivano brevemente informati dal Canina il 6 marzo 1846 ed il 15 genn. 1847; quelli della Pontificia Accademia dallo Stesso C. il 23 luglio 1846; mentre nel Bullettino dell'Instituto George Dennis dava una sommaria e precisa descrizione di alcune delle tombe scavate dal C. nella necropoli della Banditaccia, con particolare riguardo a quella "delle iscrizioni" (18473 pp. 54-63), e Heinrich Braun discuteva del cosiddetto sarcofago Campana, ora al Museo del Louvre (1850, pp. 104-107). Il C. non tornò più su queste scoperte, come non era tornato su quella della tomba dipinta, "frutto di più stagioni di ricerche dispendiose", compiute nella necropoli di Veio nel 1842 e nel 1843: su richiesta del Braun ne stampò una succinta relazione sul Bullettino del 1843 (Tomba di Veji, pp. 99-102); ma l'edizione "corredata di molte tavole", alla quale diceva di essersi accinto, non fu mai realizzata. La tomba fu donata allo Stato, ed il C. se ne ebbe i ringraziamenti del camerlengo Riario Sforza (lettera del 2 giugno 1843). Il grosso dei materiali rinvenuti finiva nelle raccolte del C., e si aggiungeva ai sempre più numerosi acquisti fatti per dar vita, secondo il convincimento dei suoi amici dell'Instituto (Causa Campana, I, f. 15rv), ad una sorta di "museo modello", che sopperisse ai difetti delle collezioni esistenti. Ma è più probabile che egli mirasse a formare determinate serie di monumenti, se non complete, il più ampiamente documentate (Schlumberger), portando la sua attenzione (e quella degli studiosi) su classi di oggetti di solito trascurate o poco conosciute. Ne è prova il tenore dell'introduzione alle Antiche opere in plastica (Roma 1842), in cui affermava di essersi risolto "a rendere... di pubblico diritto" la sua raccolta di rilievi (fabbricati dalla metà del I secolo a. C. alla metà del II secolo d.C.) "perché se ne diffondesse nella culta Europa la conoscenza e si facilitasse vieppiù lo studio di questo ramo importante dell'arte antica, non abbastanza ancor noto ed apprezzato" (p. II). Inoltre procurando di avere questo o quell'esemplare, che mancasse alle sue collezioni, il C. era sempre disposto a comprare intere raccolte di oggetti. E la necessità di rivendere gli inevitabili doppioni finì per fare della sua casa il centro di un vasto traffico di antichità (E. Desjardins, Du patriotisme dans les arts, Paris 1862, p. 19). Sicché c'è da chiedersi se, in ultima istanza, il C. non presumesse d'influenzare con le sue scelte di collezionista e di studioso gli orientamenti del mercato antiquario e della museografia contemporanei.

Fu tesoriere della Commissione di soccorso per i danneggiati dall'alluvione del Tevere del 10 dic. 1846 (per sussidi ai sinistrati spese di suo 5.373 scudi). Una volta accresciuti gli effettivi della guardia civica (decreto del 5 luglio 1847), il C. venne nominato colonnello del 7º battaglione (rione Regola). Intanto, dopo l'inchiesta del Pericoli, in assenza di qualsiasi intervento del ministero delle Finanze, parve opportuna al C. l'iniziativa di instaurare lui, sulla base delle disposizioni vigenti, "una migliore controlleria". Fatta una cassaforte con la massa dei denari del Banco, ne trattenne la chiave, lasciò ai cassieri solo una provvista settimanale e consegnò al cassiere Antonio Seni la chiave della stanza di custodia. Non rimanendo "in balìa del Cassiere una somma soverchia" né potendo "il Direttore abusare della cassa forte" (Marchetti, Allegazione, pp. 29-30), il C. ritenne (e come lui avrebbero ritenuto gli estensori della Causa Campana, I, ff. 202r-203r) che si sarebbe evitato ogni ulteriore sospetto di prevaricazione.

Nel corso dei disordini seguiti all'allocuzione del 29 apr. 1848 la guardia civica, lamenterà L. C. Farini, "faceva corona ai tumultuanti", lasciava fare o "aiutava a fare" (Lo Stato romano dall'anno 1815 al 1850, II, Firenze 1850, p. 105); né il C. ed il suo battaglione fecero nulla per scindere le proprie responsabilità da quelle degli altri, anzi sottoscrissero concordemente la dichiarazione della civica in favore di Terenzio Mamiani.

Il C. si rese ben presto conto di quali dovessero essere le reazioni del papa e del governo al suo comportamento, e sotto la Repubblica, "per gratuirsi e reintegrarsi nel favore dei clericali, di cui prevedevasi vicino il trionfo", si compromise "in un complotto di reazione in senso pontificio", che si riuscì a sventare nei primi giorni di aprile del 1849 (Spada, pp. 346 s.).

Sembra che la congiura dovesse aver compimento il giorno di Pasqua (8 aprile), e che per la sua realizzazione il C. contasse di adoperare quanti della guardia svizzera si eran potuti nascondere al Monte, ed in seguito dissero di essere stati da lui "provveduti di danaro e di vitto ... mentre vegliavano ... alla maggior sicurezza del pio Stabilimento" (lettera del 14 luglio 1849 di un gruppo di soldati pontifici al C.), ed almeno una compagnia del 7º battaglione della civica (dal 15 febbr. 1849, guardia nazionale) "più delle altre iniziata e compromessa nello schema di reazione" (Spada, p. 347). Alla rivista della guardia nazionale del 28 aprile in piazza SS. Apostoli mancò il C., "perché si disse ferito in casa da un colpo di stile"; in realtà, per non essere compromesso, lui che si era implicato in un piano di reazione scoperto e sventato dal governo, "con l'intervenire ad una riunione armata il cui scopo era quello di fare atto di adesione alla repubblica" (ibid., pp. 424 s.).

Caduta la Repubblica e disarmata la guardia civica, il C. fu chiamato a far parte della commissione municipale, insediata dai Francesi il 14 luglio 1849, e successivamente confermata dal papa, nell'incarico di "tutelare" Roma ed i suoi monumenti per un periodo di un anno e mezzo.

La Repubblica romana si era disinteressata quasi interamente del Monte di Pietà; ad esso il governo repubblicano aveva imposto la requisizione dei fucili impegnati e la restituzione al popolo di pegni minuti per l'importo di 20.000 scudi, ma le sue casse, come aveva assicurato il ministro degli Interni (26 febbr. 1849), non corsero mai alcun pericolo. L'abilità amministrativa del C. superò anche il momento difficile del corso forzoso della carta-moneta repubblicana. Il regime pontificio, appena restaurato, aveva decretato la diminuzione del circolante in misura del 35 %, e alle casse del Monte se ne era registrato un grandissimo afflusso per la tempestiva riscossione di depositi e pegni. Il C. non mancò di avvertire il ministro delle Finanze della perdita che sarebbe derivata al Monte dalla disposizione governativa. Tuttavia dal bilancio del 1849 risulta che il deficit poté essere contenuto a 182.541 scudi.

Altri provvedimenti produssero al Monte "ulteriori discapiti patrimoniali" (Tosi, p. 245): l'obbligo di sottoscrivere cinquecento azioni della Banca romana, sull'orlo del fallimento, per un totale di 100.000 scudi (5 sett. 1850); l'erogazione al Comune della somma di altri 100.000 scudi; il ritiro massiccio di depositi (in tutto, 300.000 scudi) per l'acquisto dei nuovi buoni del Tesoro al 15 %. Eppure il 15 maggio 1852 al Banco dei depositi si registrava una giacenza di cassa di 1.700.000scudi. Il C. infatti era riuscito a trasformare il Monte in un "istituto di credito di mutualità larga": aveva concesso (non solo ai meno abbienti, ma a chiunque ne avesse bisogno) "prestanze illimitate e su qualunque genere di pegni, purché di garenzia nel valore, concordando con lo stesso Tesoriere il principio in cui si apriva il credito, anche se non avvenuta la consegna del pegno", ed ottenendo con rescritto del 12 dic. 1849 l'autorizzazione a prendere in pegno "oggetti d'arte e quadri a soggetto di scuole classiche di pittura dei diversi secoli", previo giudizio di competenti accademici di S. Luca e per somme non superiori a 1.000 scudi (ibid., p. 246).

In quegli anni il C., che Ferdinando II aveva confermato marchese di Cavelh, aveva sposato Emily Rowles (figlia della mrs. Crowford che nel 1846 aveva aiutato il futuro Napoleone III a fuggire dalla prigione di Ham), e viveva splendidamente.

Aveva acquistato un palazzo in via del Babuino; concedeva prestiti, per il tramite della moglie, a Napoleone III (Reinach, 1904, pp. 184-185); curava con sfarzo memorabile la celebrazione del Natale di Roma da parte della Pontificia Accademia nella sua villa lateranense alla presenza di Lodovico I di Baviera (27 apr. 1851). Continuava a scavare a Cerveteri e dava notizia delle sue scoperte (tomba "dei rilievi") alla Pontificia Accademia (20 marzo 1851), della quale era stato confermato tesoriere nella seduta del 6 marzo 1851 (nuova conferma: 15 dic. 1853). Ristampava le Antiche opere in plastica (Roma 1851-52), variando di poco l'introduzione, e badando piuttosto a tenere aggiornata la lista dei propri titoli segnalati nel frontespizio.

Nulla faceva sospettare l'imminente rovina finanziaria del C., che alle attività di archeologo e collezionista, e di direttore del Monte, aveva aggiunto quella d'imprenditore di uno stabilimento tipografico, di una fabbrica di terrecotte e di un'officina di marmoridea.

Di fatto le sue sostanze erano completamente dissestate; ed il 12 apr. 1854, previa autorizzazione del protesoriere Antonio Galli, prendeva in prestito dalle casse del Monte la somma di 20.000 scudi, su pegno della sua collezione, che una stima dell'amico Visconti valutava a 933.000 scudi. Basandosi, quindi, sull'ipotesi di acquisizione del pegno, estese il prestito, fino al 31 dicembre di quell'anno, a 498.461 scudi. Del dicembre 1855 è una dichiarazione relativa a interessi maturati da un altro prestito di 32.000 scudi. Il nuovo tesoriere generale, G. Ferrari, dispose il rinnovo della dichiarazione di pegno e richiese al C. d'impegnarsi anche in bonis propriis nell'eventualità che il valore della collezione si rivelasse inferiore a quello stimato. Il C. rispose affermativamente il 10 genn. 1856, e cominciò ad estendere ulteriormente il prestito: 36.000 scudi il 31 dic. 1856; quasi 450.000 dall'8 gennaio al 7 nov. 1857.

In questi tre anni di continui prelievi il C. non ricevette nessun avvertimento e nessuna ingiunzione dal ministero delle Finanze. Seguitò a condurre inutili trattative con Pietroburgo, Parigi e Londra per la vendita delle raccolte, finché non fu chiaro che, per l'enormità del deficit, era necessario reperire altrove "i mezzi opportuni a far fronte ai bisogni dello stabilimento" (Marchetti, Sommario, p. 53).

Con prelievi quasi mai ineccepibili dal punto di vista formale, il C. aveva contratto nei confronti del Monte un debito di quasi un milione di scudi (secondo gli accertamenti del giudice istruttore: scudi 983.959).

Non essendoci nessuna "prossima risoluzione dell'acquisto" delle sue collezioni, che permettesse al marchese di effettuare "i versamenti" cui si era obbligato "a favore del S. Monte (lettera del C. al Ferrari del 10 genn. 1856), il tesoriere generale propose di aggiungere all'undicesimo prestito Rothschild altri 6.000.000 di franchi per il fabbisogno del Monte. Il 7 ag. 1857 il pontefice diede il suo assenso; ed il 12 dispose che si desse corso "agli atti regolari voluti dalle leggi criminali contro chi abusa del denaro di un pubblico stabilimento" (Marchetti, Allegazione, p. 38). Rimessa la questione al Consiglio dei ministri e rinviata da questo al Fisco, il 28 novembre il procuratore generale, Pietro Benvenuti, eseguito il riscontro di cassa, ordinava l'arresto del C. (nella sede del Monte) per peculato ed abuso di ufficio.

Il processo venne istruito e celebrato in poco tempo: la "relazione" era già pronta il 3 marzo 1858; il 5 luglio il tribunale, presieduto da Terenzio Carletti, condannava il C. a vent'anni di galera ed "all'emenda de' danni a favore della parte lesa da liquidarsi in giudizio civile" (Sentenza, p. 19).

La notizia dell'arresto "giunse come un fulmine inaspettato a tutti", scriverà a monsignor Ferrari il procuratore del C., Giacomo Benucci, il 26 ag. 1858 (Tosi, p. 272); ed il mondo archeologico parlerà addirittura di "gran ferita" inferta "alla nazione all'arte e alla scienza" (Causa Campana, I, f. 11r). In realtà, negli ultimi anni il C. aveva mantenuto inalterato il suo tenore di vita. Eletto presidente della Pontificia Accademia il 27 nov. 1856, non era mancato a nessuna delle adunanze sino a quella del 19 nov. 1857. Le sue collezioni erano state costantemente aumentate, ed estese sino a comprendere tele di "primitivi" italiani, maioliche del Quattro e Cinquecento, pitture rinascimentali e barocche; nel 1855 aveva dato a Henry D'Escamps, un archeologo men che mediocre cui si era legato da alcuni anni, l'incarico di pubblicarne le statue migliori (Marbres antiques du Musée Campana à Rome, Paris 1856); e per la sovrabbondanza dei materiali era stato necessario aggiungere, ai locali della villa del Laterano e del palazzo del Babuino, i magazzini di via Margutta e di via de' Giubbonari. Anzi negli anni di maggior difficoltà sovvenzionava la fondazione, su iniziativa della moglie, di un collegio per le "donzelle pericolanti" nei pressi di S. Maria del Popolo (Moroni, LXIII, p. 1231, e "divideva" terre coltivabili di sua proprietà fra "trecento e più famiglie" di Frascati (lettera al C. del 4 sett. 1857 di Tobia Carocci). I curatori della Causa Campana non avevano dubbi: il patrimonio del C. era stato sacrificato "quasi interamente" alla sua "generosa passione delle antichità e delle arti" (I, f. 42v). Questa, d'altronde, era stata la tesi sostenuta dal C. in istruttoria (Relazione del processo, pp. 78, 80) e svolta in giudizio dall'avvocato Marchetti (Allegazione, pp. 99-100). I giudici l'accolsero, e rincararono la dose: nella misura di cui prestiti così ingenti erano serviti all'incremento delle sue collezioni, era presumibile che "quel Museo, ch`egli... tentava di offerire in pegno fosse il prodotto del furto già consumato su i tesori del Monte che andava clandestinamente da più anni espilando" (Sentenza, p. 13). Sicché quanti erano, invece, convinti della provenienza patrimoniale dei fondi spesi dal C. prima del 1854 (Causa Campana, I, f. 190rv) finivano per considerare il marchese vittima non solo della propria passione di archeologo e di collezionista, ma soprattutto dell'invidia dei "governanti romani" (ibid., f. 45rv). C'è da chiedersi perché ed in che modo il C., uomo dalle provate capacità amministrative, impegnato in più di un settore dell'industria e del commercio (fra l'altro, era in contatto con Panfilo De Riseis per la realizzazione di un progetto di allacciamento delle ferrovie pontificie alla linea napoletana sul Tronto), si fosse ridotto alla rovina per la sua attività di antiquario. Un dato di fatto è certo: la collezione Campana è stata fra le collezioni private "la più ricca forse che sia sorta nel secolo decimonono", ma anche la più varia (Michaelis, p. 78). Di questa varietà, che agli archeologi appariva "meravigliosa" (ibid., p. 80), il Vitet non sapeva dare altra ragione che la mania del marchese, la sua assoluta mancanza di metodo. Ora, che il C. avesse raccolto i materiali delle sue collezioni incessantemente e senza apparente ordine era vero. Ma pare eccessivo negare qualsiasi fondamento metodologico ad una raccolta, in cui "quasi ogni genere" delle cosiddette arti minori era rappresentato da "numerosissimi esemplari", e di contro ad una sezione ceramica, che comprendeva "tutte le classi di vasi fin allora conosciute e molte nuove", si aveva una "sezione marmi" in massima parte composta di "cose romane" sostanzialmente "ordinarie", seppur "con buoni lavori" (ibid., pp. 80-81). L'ammonimento del Vitet a studiosi ed artisti del tempo suo a non attendersi, da una collezione come quella del C., nulla di veramente nuovo e straordinario, (p. 117) mostra quanto in fondo essa (benché più vicina a nuove esige e della scienza archeologica) dovesse essere lontana, con le sue serie di bronzi, di rilievi, di vasi, di ori, di monete, di gemme, dalle aspettative di molti contemporanei e dagli indirizzi ancora predominanti nella formazione delle collezioni private e pubbliche della seconda metà dell'Ottocento. La riprova di questa peculiarità delle raccolte Campana (in buona sostanza, tutt'altro che "principesche") si ebbe con il fallimento delle trattative condotte dal C. per l'acquisto di esse da parte dello zar, del British Museum e del Louvre.

Delle difficoltà, che per la sua scelta di fondo avrebbe potuto incontrare, il C. era ben consapevole; e nella misura in cui aveva avuto e continuava ad avere intenzione non solo d'intervenire nel traffico di materiali archeologici e di opere di arte, ma di contribuire altresì a determinarne gli indirizzi, sapeva quanto fosse necessario al buon esito degli affari che i suoi criteri di ordinamento ed i suoi materiali venissero preventivamente conosciuti e vagliati da amici studiosi. Non meraviglia allora che il C. non solo investisse in quelle raccolte tutto il patrimonio, ma continuasse ad impegnarvi gli stessi danari del Monte, e vi aggiungesse le nuove serie di maioliche e di pitture rispondenti, secondo le sue valutazioni, a concrete esigenze di mercato. Nonostante l'attenzione degli specialisti, tutti i suoi tentativi di accreditare le sue convinzioni e le sue iniziative presso musei ed antiquari fallirono. Sino alla fine egli si adoperò inutilmente in tentativi di vendere le sue raccolte, se non in blocco, per serie intere di soggetti. Il tracollo era inevitabile. Ad archeologi e storici dell'arte, che dei progetti del C. non avevano saputo gran che e si erano limitati a lamentare, nel caso degli scavi di vigna Codini e di Cerveteri, il "monopolio" e la "soverchia concentrazione" dei rinvenimenti "riuniti in una sola mano" e sottratti "alla pubblica vista" (Bullettino dell'Instituto, 1852, p. 83; 1856, p. 26), non restava che avvalorare l'ipotesi di un "vastissimo piano da lui escogitato" d'impiantare a Roma un "Museo d'Italia"; reclamare, in un primo tempo, la salvaguardia di "quell'immenso cumulo di oggetti d'arte che niuno riuscì a radunare prima di lui" (Causa Campana, I, ff. 12v-13r, 51r); e rammaricarsi, più tardi, del "pessimo costume" del C. (e dei collezionisti romani) di affidare il restauro dei pezzi non integri ad un Filippo Gnaccarini ed ai fratelli Giacomo ed Enrico Pennelli, usi a "pasticci senza pregio", a ricostruzioni arbitrarie, a vere e proprie falsificazioni (Michaelis, pp. 80 s.).

Molti si mossero a favore del C., e ne chiesero la scarcerazione: in primis, Napoleone III. Pio IX si mostrò irremovibile; ma il 9 giugno 1859 il ministero degli Interni comunicava al presidente del Tribunale la "graziosa disposizione" del papa di "commutare nell'esilio da tutti i suoi temporali domini" il residuo della pena (Tosi, p. 474). Il 23 aprile il C. aveva ottenuto un permesso di libertà fittizia per firmare l'atto notarile con il quale cedeva al Monte, "per la somma di scudi novecentomila... in parziale scomputo" del proprio debito verso di esso, tutti "gli oggetti antichi, o d'arte", in suo possesso, tutto il suo "mobilio", tutte "le sue azioni industriali", lo stabilimento tipografico, "e generalmente ogni e qualunque cosa attualmente soggetta all'esecuzione della Mano Regia", con l'esclusione però della fabbrica di marmoridea nonché degli articoli designati in un'apposita nota (ibid., pp. 467-470)

Si è discusso a lungo sui reali motivi che indussero il pontefice a sollecitare improvvisamente l'incriminazione del C., dopo più di tre anni di tolleranza e di permissività. Si è parlato di rancori personali del segretario di Stato e del ministro degli Interni, e di ragioni politiche; ma l'indicazione più seria per una interpretazione meno superficiale dei fatti si ha nell'analisi che il Pepoli conduceva in quegli anni delle finanze pontificie, in particolare della vicenda dell'undicesimo prestito Rothschild (17.106.565 franchi). Se, infatti, le difficoltà del Monte avevano consigliato di aumentare il prestito di 6.000.000 di franchi, il disorientamento dell'opinione pubblica che ne sarebbe sicuramente derivato rendeva necessario, nelle intenzioni del pontefice e del governo, colpire tempestivamente e comunque il responsabile del deficit dell'istituto e recuperare in breve 1900.000 scudi di credito. Di qui la necessità d'insistere sino alla sentenza in un'accusa di peculato, che (per la precedente autorizzazione del Galli e l'esistenza del pegno) si rivelava difficilmente sostenibile, e quindi nel rifiutare qualsiasi progetto teso alla conservazione delle raccolte Campana e mirare al realizzo mediante vendita all'asta.

Dal 25 luglio al 15 dic. 1859 si effettuava nelle mani di Filippo Massani, nuovo direttore, e di Giuseppe Silvucci, segretario del Monte, la consegna del mobilio, delle azioni industriali e delle raccolte del C. mediante semplice riscontro con i Cataloghi del Museo Campana, dei quali si assicura (Giglioli, p. 413) che il marchese avesse corretto le bozze durante i sei mesi di detenzione preventiva (delle operazioni di riscontro è testimonianza diretta nei fogli manoscritti aggiunti ai Cataloghi, in P 3406: Consegna Campana, dell'Istituto archeol. germanico). Il 23 maggio 1860 si dava mandato ad una commissione composta da Giambattista De Rossi, dal Massani, dal Tenerani e dal Visconti di esaminare quali provvedimenti era più conveniente adottare in ordine alle raccolte Campana. Stabilito il valore dei materiali a 836.754 scudi, senza tener conto del medagliere, la commissione suggerì di acquisire allo Stato le raccolte di ceramiche, le serie di oreficerie e monete, le collezioni di rilievi di terracotta, di pitture e di statue; ma non se ne fece nulla. L'anno seguente quasi seicento pezzi delle raccolte del C. furono acquistate dallo zar per 125.000 scudi; e per 812.000 Napoleone III si assicurò il grosso dei materiali, sistemati fra accese polemiche al Musée Napoléon prima e successivamente al Louvre. Gruppi meno consistenti di oggetti finirono a Londra, a Firenze, a Bruxelles, ai Musei Capitolini.

Ottenuta la libertà, il C. se ne andò a Napoli; ma non vi rimase, come è stato scritto, fino alla morte. Nel 1864 si trovava a Ginevra. Nel 1866 era a Parigi, allorché prese la decisione di citare in giudizio l'amministrazione del Monte di Pietà, nel tentativo di entrare in possesso della differenza attiva fra il ricavato della vendita delle sue collezioni ed il debito concordato nel 1859, e di tutti gli oggetti rimasti invenduti. La volontà di bloccare il processo fu però subito manifesta.

La Camera apostolica sollevò immediatamente l'eccezione d'incompetenza nei confronti del Tribunale, che il 29 genn. 1867 (accogliendo le tesi dello stesso procuratore del C.) emetteva una prima sentenza di sospensione, in attesa dell'esito di un esposto al pontefice. Il 7 febbraio era, invece, il Monte ad assumere l'istanza di giudizio, affermando l'inesistenza dell'esposto e rinnovando l'eccezione d'incompetenza. Il 15 tuttavia il Tribunale confermava la decisione precedente e chiudeva così la vertenza.

Dopo il 20 sett. 1870 il C. fece ritorno a Roma, e si adoperò per ottenere giudizialmente dal governo italiano quanto di suo non gli era riuscito di recuperare dai pontifici. Nel 1875 era a Firenze, e qui il 13 aprile gli morì la moglie. Morì a Roma il 10 ott. 1880, alla vigilia della prima udienza del nuovo processo da anni sollecitato.

Fonti e Bibl.: Sul C. e sulle sue iniziative fino alla condanna vedi a Roma, Istituto archeologico germanico, P. 3406 Mag.: Causa Campana... (1858), I-III, che include le copie a stampa della Relazione del processo, dell'Allegazione del Marchetti, del Sommario, dei Pareri di celebri giureconsulti e della Sentenza. Sulle campagne di scavo a Roma, in particolare nella vigna Nardi-Codini, vedi Arch. di Stato di Roma, Camerlengato, parte II, titolo IV, B 212, fasc. 1460, 1-9. Sulle attività in seno alla Pontificia Accademia, vedi Dissertazioni della Pontificia Accademia romana di archeologia, IX (1840), p. XX; X (1842), p. XV; XI (1852), p. 11; XII (1852), pp. VI, 11; XIII (1855), pp. IV, 11; XIV (1860), pp. LIX, LXXIII, LXXXI; XV (1864), pp. II-III, XXXVIII, LXII, LXXXI-CIII. Notizie e discussioni su materiali delle raccolte Campana, nelle pubblicazioni dell'Instituto di corrispondenza archeologica: Bullettino, 1839, pp. 164-167; 1844, pp. 85-87, 101-102; 1845, pp. 214-218; 1846, pp. 3-16, 119; 1847, pp. 149-151; 1848, pp. 66, 87-90; 1858, pp. 120-121, 137-139; 1859, pp. 10, 33, 97; 1860, pp. 5, 174; 1861, pp. 67-69; 1862, p. 40; Annali, 1844, pp. 175-200; 1848, pp. 290-299; 1851, pp. 117-127. Sul processo vedi, a stampa, Romana di peculato con abuso d'ufficio contro G. P. Marchese C. ... Relazione del processo, s.l. 1857; R. Marchetti, Romana di preteso peculato pel Sig. Marchese G. C. contro il Fisco. Allegazione, Roma 1858; Id., Romana di preteso peculato... Sommario, ibid.; Pareri di celebri giureconsulti nella causa del Marchese G. C. ..., s.n.t.; Tribunale criminale di Roma (1º turno), Sentenza…, s.l. 1858. Vedi, inoltre, G. N. Pepoli, Il debito pubblico pontificio, in Riv. contemp. naz. ital., XIV (1858), pp. 108 ss.; [L. Pianciani], La Rome des papes, III, Bâle-London 1859, pp. 170 s.; G. Spada, Storia della rivoluzione di Roma, I, Firenze 1868, pp. 99, 244 s.; III, ibid. 1869, pp. 346 ss., 424 s., 705 ss.; L. Vitet, Etudes sur l'histoire de l'art, I, Paris 1875, pp. 113 ss.; N. Nisco, Roma prima e dopo del 1870, Roma 1878, p. 40; D. Tamilia, IlSacro Monte di Pietà di Roma, Roma 1900, pp. 63 ss.; S. Reinach, Esquisse d'une historie de lacoll. Campana, in Rev. archéol., s. 4, IV (1904), pp. 179 ss., 363 ss.; V (1905), pp. 57 ss., 208 ss., 343 ss.; R. De Cesare, Roma e lo Stato del Papa..., I, Roma 1907, pp. 51, 120 ss., 218; L. Paschetto, Ostia colonia romana..., in Dissertazioni della Pont. Accademia romana di archeologia, s. 2, X (1912), 2, pp. 525 ss.; A. Michaelis, Un secolo di scoperte archeologiche, Bari 1912, pp. 78 ss.; D. Levi, Iframmenti fiorentini dellacollezione Campana, in Boll. d'arte, s. 2, VIII (1928), pp. 166 ss., 211 ss.; M. Tosi, IlSacro Monte di Pietà di Roma, Roma 1937, pp. 230 ss., 444 ss. (doc.); S. Negro, Seconda Roma…, Milano 1943, pp. 255 ss., 260, 308, 452; G. Q. Giglioli, Il Museo Campana e le sue vicende, in Studi romani, III (1955), pp. 292 ss., 413 ss.; E. Schlumberger, L'inéspuisablecollection Campana, in Connaissance des arts, febbraio 1964, pp. 38 ss.; D. Manacorda, I colombari di vigna Codini. Storia degli scavi e sculture, tesi di laurea, univ. di Roma, fac. di lettere, anno, accademico 1970-71, pp. 25 ss.; G. Moroni, Diz. di erud. storico-eccles., ad Indicem; Enc. Ital., VIII, p. 566.

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