GIOVANNI XVIII

Enciclopedia dei Papi (2000)

di Antonio Sennis

Giovanni XVIII

Il suo nome di battesimo era Giovanni. Le fonti concordano nell'attribuirgli anche l'appellativo di "Fasanus". Alcuni testi - tra i quali il catalogo inserito, intorno al 1120, alle cc. 208v-211 del Martirologio di S. Maria in Trastevere (London, British Library, Add. 14801), sempre piuttosto dettagliato riguardo ai pontefici romani - specificano anche che la sua "regio" di provenienza era quella gravitante intorno alla porta Metronia, a non molta distanza dal Laterano. Qualche incertezza riguarda invece le sue origini familiari e la sua carriera ecclesiastica prima dell'accessione al pontificato.

La notizia, comunemente accettata, secondo la quale egli sarebbe stato figlio del presbitero Urso e di Stefania e che sarebbe stato cardinale prete di S. Pietro - o, meglio, di una delle sette chiese titolari che dipendevano da S. Pietro - è infatti riportata da due sole fonti, entrambe di area tedesca: una versione (quella tràdita dal ms. XIII. 774 della Biblioteca di Hannover, confezionato tra il 1165 e il 1167 nel monastero dei SS. Ulrico e Afra ad Augusta) del catalogo di pontefici, re e imperatori, inserito dopo l'explicit del VII libro della cronaca di Ottone di Frisinga, e l'anonima Historia pontificum Romanorum (o Anonimus Zwetlensis) composta sul finire del XII secolo nella diocesi di Salisburgo.

Come il suo predecessore, anche G. dovette con ogni probabilità l'elezione - avvenuta il 25 dicembre 1003 - al favore del "patricius" Giovanni, della famiglia dei Crescenzi, anche se non è chiaro se fosse legato a lui da vincoli di consanguineità. Nonostante le informazioni al riguardo non siano abbondanti, sembra che G. abbia svolto un'intensa attività alla guida della Chiesa di Roma. Subito dopo la sua elezione, nei primi mesi del 1004, egli inviò ad esempio in Germania un suo legato, il vescovo e bibliotecario Leone. Questi recava con sé il pallio per l'arcivescovo Tagino di Magdeburgo e alcuni privilegi destinati al vescovato di Merseburgo, una sede soppressa nel 981, in adesione alle richieste dell'imperatore Ottone II, da Benedetto VII e che G., probabilmente su istanza di Enrico II, stava tentando di ristabilire (sulla missione cfr., ad esempio, Annalista Saxo, in M.G.H., Scriptores, VI, a cura di G.H. Pertz, 1844, p. 653; Gesta episcoporum Halberstadensium, ibid., XXIII, a cura di G.H. Pertz, 1874, p. 90; Gesta archiepiscoporum Magdeburgensium, ibid., XIV, a cura di W. Schum, 1883, p. 392; Thietmari Merseburgensis episcopi Chronicon V, 44, ibid., Scriptores rerum Germanicarum in usum scholarum, LIV, a cura di Fr. Kurze, 1889). Nel marzo dello stesso anno egli ricevette a Roma una delegazione di Enrico II, che gli confermò il successo della sua iniziativa. Secondo Thietmaro di Merseburgo (Chronicon VI, 101) il pontefice, forse nel maggio 1004, avrebbe anche invitato Enrico II a Roma per incoronarlo imperatore, ma avrebbe dovuto tornare sulle proprie decisioni a causa dell'opposizione del "patricius" Giovanni, notoriamente ostile al sovrano. Nello stesso anno G. avrebbe invece canonizzato, su istanza di Antonio, missionario in terra slava, i cinque martiri Benedetto, Giovanni, Isacco, Matteo e Cristiano, assassinati in Polonia nel novembre dell'anno precedente (cfr. Bruno di Querfurt, Vita quinque fratrum eremitarum martyrum in Polonia, in M.G.H., Scriptores, XV, 2, a cura di R. Kade, 1888, p. 735). Altro segno dei desideri da parte di G. di stabilire buoni rapporti con Enrico II può essere visto nell'approvazione che egli diede, nel giugno 1007, alla creazione della sede di Bamberga. Il nuovo vescovato era parte di una strategia regia di espansione e controllo territoriale. Nelle intenzioni del sovrano doveva infatti essere base per l'evangelizzazione degli Slavi e centro di pressione politica nell'alta valle del Meno. Nel corso di un sinodo a S. Pietro, G. rese Bamberga suffraganea della sede di Magonza - anziché di Würzburg, come il titolare di quest'ultima avrebbe voluto - e la pose sotto la protezione apostolica. Analogo significato doveva avere (maggio-giugno 1008) la nomina da parte di G. del nuovo vescovo di Asti nella persona di Pietro, un sostenitore del sovrano.

G. mostrò inoltre grande decisione nell'intervenire a sostegno delle istituzioni monastiche in terra di Francia. Il pontefice concesse ad esempio l'esenzione al monastero di S. Vittore di Marsiglia; pose quello di Villeneuve-lès-Avignon sotto la diretta protezione apostolica; concesse privilegi alle comunità di St-Florent-lès-Saumur e di Psalmodi. Verso la fine del 1007 G. intervenne poi con decisione nella contesa che opponeva i vescovi Leoterico di Sens e Fulco di Orléans, che agivano con l'appoggio del sovrano francese Roberto II, al monastero di S. Benedetto di Fleury. Il pontefice era stato infatti informato che nel corso di un sinodo tenuto a Orléans, durante il quale anche la stessa supremazia del papa era stata contestata, una parte dell'episcopato francese aveva tentato di costringere l'abate Gaslino a bruciare un privilegio che papa Gregorio V aveva concesso alla sua comunità. I vescovi e il sovrano furono quindi convocati d'urgenza a Roma sotto minaccia di scomunica - e di interdetto esteso a tutta la Francia nel caso di Roberto - se non si fossero presentati.

È anche probabile che nel corso del pontificato di G. i rapporti tra la Chiesa romana e quella bizantina fossero, almeno momentaneamente, buoni. Lo scisma fu infatti temporaneamente ricomposto e il nome del pontefice inscritto nei dittici di preghiera costantinopolitani (cfr. al riguardo S. Runciman, The Eastern Schism, Oxford 1955, pp. 63 ss.). La politica di sostanziale accordo tra G. e l'imperatore ha fatto ritenere che egli, caduto per questo in disgrazia agli occhi del "patricius" Giovanni, fosse deposto e costretto a farsi monaco a S. Paolo fuori le Mura, ove sarebbe morto tra giugno e luglio 1009. La notizia della sua morte in monastero compare però solo nelle due fonti tedesche già menzionate, il catalogo inserito nella cronaca di Ottone di Frisinga e l'anonima Historia pontificum Romanorum. Nessun'altra fonte, dell'epoca (ad esempio, Annales Augustani, in M.G.H., Scriptores, III, a cura di G.H. Pertz, 1839, p. 124; Annales Sancti Blasii, ibid., XVII, a cura di G.H. Pertz, 1861, p. 276) o posteriore (ad esempio Martino di Troppau, Chronicon [...], a cura di L. Weiland, ibid., XXII, a cura di G.H. Pertz, 1872, p. 432, con la precisazione che egli sarebbe stato sepolto in Vaticano, o la Chronica Pontificum Romanorum di Thomas Ebendorfer, della metà del XV secolo) la riporta. Appare del resto poco convincente il fatto che il papa - che non sembra avere mai cambiato linea politica, e che era nel pieno delle proprie funzioni ancora nel maggio del 1009, quando inviò una legazione in Ungheria (cfr. un successivo diploma di re Stefano I [1009, agosto 23] in Diplomata Hungariae antiquissima, I, a cura di G. Györffy, Budapest 1992, nr. 54) - perdesse improvvisamente il favore di Giovanni. È dunque assai probabile che la notizia dell'ingresso di G. in monastero non sia da considerare attendibile e che la sua morte sia occorsa mentre egli era ancora legittimo pontefice. fonti e bibliografia

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J.F. Böhmer, Regesta Imperii, II, 5, Papstregesten, 980-1035, a cura di H. Zimmermann, Wien-Köln-Weimar 1998.

P. Brezzi, Roma e l'Impero medioevale, Bologna 1947, p. 185.

H. Zimmermann, Papstabsetzungen des Mittelalters, II, Graz-Wien-Köln 1968, p. 114.

P. Toubert, Les structures du Latium médiéval. Le Latium méridional et la Sabine du IXe à la fin du XIIe siècle, I-II, Roma 1973, pp. 109, 332 n. 2, 349 n. 1, 375, 379, 383, 386, 403, 409 n. 1, 413, 418, 419 n. 1, 427, 434, 512 n. 1, 649 n. 4, 681 n. 1, 983 n. 1, 1309 n. 1.

A.M. Colini, L'epitaffio del fratello di Giovanni XVIII, "Archivio della Società Romana di Storia Patria", 99, 1976, pp. 333-35.

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J.N.D. Kelly, The Oxford Dictionary of Popes, Oxford-New York 1986, s.v.

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