DANDINI, Girolamo

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 32 (1986)

di Annna Foa

DANDINI (Dandino), Girolamo. - Nacque a Cesena (Forlì) il 25 marzo 1509, da Anselmo e da Giovanna Maretina. La sua famiglia, originaria di Siena, era nobile e imparentata per matrimonio con i Farnese. Il D. si laureò a Bologna in utroque iure; ottenne canonicato e prepositura nella cattedrale di Cesena. Sappiamo che nel 1536 era segretario del cardinal Gaddi a Lione: qui, durante il suo viaggio di ritorno a Roma, lo conobbe il cardinal Carpi, nunzio in Francia, e lo prese al suo servizio.

Nell'autunno del 1536, il D. era a Roma, al servizio del segretario pontificio Ambrogio Ricalcati. La disgrazia e l'imprigionamento di quest'ultimo, alla fine del 1537, non interruppero una carriera avviata ormai sotto più che favorevoli auspici: quando nel gennaio 1538 Alessandro Farnese divenne segretario di Stato, il D. era ormai al suo servizio nella segreteria di Stato, in un posto quindi di grande prestigio e responsabilità. Nel maggio 1539 compì una missione in Piemonte, per dirimere delle divergenze con i Francesi su questioni di proprietà ecclesiastiche. Nel 1540 iniziò la carriera diplomatica, come nunzio straordinario in Francia, con una missione che durò dal dicembre 1540 al luglio 1541.

Tra gli obiettivi della missione, il richiamo del nunzio ordinario Filiberto Ferrerio, che lasciò la corte francese poco dopo l'arrivo del D.; questi esercitò così di fatto le funzioni di nunzio ordinario. Tra gli obiettivi politici più generali, era incaricato di comunicare al re l'intenzione di Paolo III di incontrarsi a Bologna con Carlo V, e al tempo stesso di rassicurare il sovrano francese sulla neutralità pontificia. Ma la principale preoccupazione del nunzio, come risulta chiaramente dalla lacunosa corrispondenza rimasta, doveva essere quella di trattare il matrimonio tra Vittoria Farnese e il duca d'Aumale, nipote del cardinale di Lorena. Le trattative, lunghe e laboriose, naufragarono sulla questione dell'entità della dote. Così, le preoccupazioni politiche più generali, il progetto conciliare stesso del papa e il suo tentativo di pacificazione tra Asburgo e Valois si intrecciavano indissolubilmente con la politica matrimoniale della casa Farnese. La missione del giovane nunzio era irta di difficoltà, anche per il carattere di Francesco I, divenuto "tanto terribile, exacerbato et colerico" che il nunzio suggerisce che il suo successore sia uomo personalmente gradito al sovrano, ed arriva a fare il nome del Giberti, fatto forse unico nella diplomazia pontificia.Nel luglio il D. tornava a Roma, mentre il suo posto alla corte di Francia veniva preso da Girolamo Capodiferro. Il 30 luglio dello stesso 1541 gli fu conferito il protonotariato detenuto fino ad allora da NiccolòArdinghelli, che succedeva come segretario del cardinal Farnese al Cervini, divenuto a sua volta cardinale.

In una situazione politica sempre più tesa, in cui la tregua tra Francia e Impero diventava sempre più precaria, si colloca una seconda, brevissima, missione del D. in Francia, tra il settembre e l'ottobre 1541.

Il problema più grave, al centro delle preoccupazioni romane, era l'alleanza di Francesco I con i Turchi, che proprio in quel periodo (agosto 1541) conquistarono gran parte dell'Ungheria, compresa la capitale Buda. La questione turca aveva sollecitato l'interesse di D. già nella sua prima missione francese, quando, in una lettera al cardinal Farnese del 18 marzo, riferiva quanto aveva saputo "in gran segreto" dal cardinale di Tournon: Solimano era deciso, in cambio dell'alleanza con il re di Francia, a risparmiare le città italiane che il re gli avesse indicato, ma a saccheggiare e conquistare le altre; in sostanza, si sarebbero salvate le terre della Chiesa, mentre Solimano avrebbe avuto mano libera sul territorio imperiale. Il D. riferisce le indecisioni di Francesco I, che avrebbe voluto "salvare la capra e i cavoli cioè non perder l'amicitia del Turco... et non se far infame appresso Dio et il mondo" (Correspondance des nonces en France Capodiferro, Dandino et Guidiccione, p. 46). Sono noti gli sviluppi della vicenda, cioè la cattura presso Pavia e l'assassinio da parte degli Imperiali degli inviati francesi a Solimano, Antonio Rincone e Cesare Fregoso. Da parte sua, mentre premeva per avere notizie dei suoi ambasciatori e soprattutto delle lettere che portavano, Francesco I aveva preso in ostaggio Giorgio d'Austria, zio naturale di Carlo e arcivescovo di Valenza. La tregua era in grande pericolo e la mediazione di Roma era richiesta anche dalla qualità ecclesiastica dell'ostaggio, la cui liberazione era stata chiesta inutilmente dal nunzio Capodiferro.

Nel settembre il papa e l'imperatore si incontrarono a Lucca. Da qui, il 19 sett. 1541, il D. era inviato in missione presso il re, latore della proposta di Carlo di offrire in dote alla principessa d'Asburgo, che avrebbe dovuto sposare il duca d'Orléans, i Paesi Bassi invece di Milano. Inoltre, il D. doveva sondare le intenzioni del re sul problema del concilio, la cui convocazione a Vicenza era stata decisa durante l'incontro di Lucca. Anche di questa missione del D. la corrispondenza è assai lacunosa. Come più tardi Niccolò Ardinghelli, che gli succederà con lo stesso obiettivo, il D. non ottenne nulla, né la liberazione di Giorgio d'Austria, né Passenso del re al progetto sui Paesi Bassi; e soprattutto non ottenne altro che una risposta dilatoria sul concilio: "Il Re dice et dirà di volerlo, ma mostrerà che stante le cose tra l'Imperatore et lui, come le stanno, etiam che la tregua stesse in piedi, il che qui non si confesserà facilmente, non si può trovare luoco in Italia che sia a proposito... Insomma qui non vorriano concilio per molti rispetti, nè alcuno glielo persuaderà mai..." (ibid., p. 89).

Tornato a Roma nell'ottobre, il D. vi restò per tutto il 1542, nel suo incarico alla segreteria di Stato. Nel maggio 1543 fu nominato nunzio ordinario in Francia, dove successe a Girolamo Capodiferro; questi era partito bruscamente dalla corte, con una decisione, a quanto sembra, non concordata con Roma, che lo sostituì temporaneamente con Marco Grimani, decidendo poi l'invio del Dandini.

Nella sua prima lettera da Parigi (26-27 maggio), il D. tracciava un quadro acuto ed informato dello stato della corte e della guerra: il re si preparava ad attaccare l'imperatore in Piccardia e in Cliampagne, con l'alleanza del duca di Clèves. Grande era l'aspettativa che Francesco I poneva nei Turchi, le cui galee attendeva a Marsiglia per un'azione di disturbo sulle coste controllate dagli Imperiali. "Hor si consideri che bene si può far con questi poverelli di spirito - scriveva il nunzio - li quali fanno più fundamento che mai nel Turco, et credeno haverlo nel pugno, et poterne far a lor modo. Dio gli aiuti" (ibid., p. 220).

Il giudizio durissimo del D. sulla corte, sul re e sulla condotta della guerra è indicativo del deterioramento dei rapporti tra la Francia e la S. Sede avvenuto in quegli anni. Un altro negoziato assai intricato, ma di primaria importanza per Roma, riguardava il matrimonio di Vittoria Farnese con il duca d'Orléans, per cui il re chiedeva come dote Parma e Piacenza, che il papa rifiutava. L'obiettivo vero del re di Francia restava, però, Milano. Mentre la guerra riprendeva il suo corso, il D., che seguiva il re con il resto della corte, si limitava a riferire l'andamento delle vicende belliche, ponendo in secondo piano i progetti pontifici.

È Francesco I stesso ad informare il nunzio dei suoi piani e, con un eccesso d'ottimismo, della sua certezza sulla neutralità inglese. La corte papale era soprattutto preoccupata dell'alleanza con i Turchi, come spiegava il D. al re nel luglio 1543, esprimendogli il dispiacere che il papa "haveva sentito di vedere venire tanto oltre un'armata de infideli..., non vedendo S. S. che finalmente ne potesse succedere altro che vergogna et danno a S. M." (ibid., pp. 239 s.). Ma ormai Francesco I faceva orgogliosamente mostra della sua alleanza con il nemico della Cristianità. In cambio della neutralità pontificia, il re esaltava il proprio ruolo di protettore dello Stato della Chiesa dai Turchi. Un intervento diretto del papa nella guerra in favore di Nizza, assediata da Turchi e Francesi, era stato progettato proprio in quel periodo: il D. ne dava notizia al re, che minacciava di non poter più proteggere in tal caso la S. Sede. Mentre la guerra continuava, nell'ottobre il D. consigliava Roma di non concedere gli aiuti militari - un contingente di 4-000 uomini - che aveva promesso alla Francia per combattere l'Inghilterra; sarebbe stato più opportuno - suggeriva il nunzio - attendere ancora. Nella stessa lettera il D. richiamava l'attenzione della S. Sede sulle difficoltà insorte nei rapporti tra il re e il Barbarossa, "questo re sta di malissima voglia per questi modi di Barbarossa... in modo che io spero vedere che dal medesimo loco del peccato habbia etiam da venire la debita penitentia, o almeno in parte" (ibid., p. 260).

Di fronte al mancato aiuto del pontefice, Francesco I protestava insistentemente con il nunzio e chiedeva 6.000 fanti per la prossima primavera: "et non lasciò S. M. ... d'accennarmi fuor de denti, che ben conoscevano che S. S. haveva voluto aspettar di vedere, che fine pigliaria questa guerra, stimando forsi... che l'Imperatore havesse subito a ingiottirsi questo Regno" (ibid., p. 277). I rapporti tra il D. e il re si facevano sempre più tesi, mentre la stagione invernale incombente metteva fine alle ostilità in campo aperto. Il re rifiutava qualunque prospettiva di pace ed affermava che nella primavera seguente sarebbe riuscito a mettere in campo 100.000 uonuni. I Turchi svernavano a Tolone, dopo aver devastato le coste spagnole; lo stesso esercito imperiale sembrava sciogliersi. Alle richieste del re, il D. ricordava la necessità che Roma aveva di difendere le coste dalle incursioni turche.

Il 28 nov. 1543 il cardinal Farnese lasciava Roma come legato presso il re di Francia e l'imperatore per trattare la pace ed, inoltre, per concludere infine il matrimonio tra Vittoria Farnese e il duca d'Orléans. "Arrivarono gli afannati et gli infangati - scriveva il D. parlando dell'arrivo a corte del legato in un stile affatto famigliare dato che la sua lettera era diretta a Bernardino Maffei - ... et se ne sono andati senza fare opera bona, poiché non m'hanno liberato da questo limbo come era honesto per molti rispetti" (ibid., p. 308). Una quasi totale lacuna nella corrispondenza della nunziatura, come in quella della legazione, nel periodo tra il 20 genn. 1544 e il 20 apr. 1545, non permette di seguire nei particolari queste trattative. In una lettera superstite del D. (9 genn. 1544) si fa riferimento agli sforzi del Farnese per la pace, ma non alle trattative matrimoniali. Stando ad una lettera del cardinal Gonzaga (Pastor, V, pp. 819 s.) il risultato della missione del cardinal Farnese in Francia sarebbe stato un accordo sul matrimonio, in cambio della pubblica adesione della S. Sede al partito francese. In realtà la famiglia Farnese era contraria ad un passo così azzardato che avrebbe coinvolto Roma in una guerra contro Carlo V, e gli stessi Francesi non erano disposti ad impegnare il duca d'Orléans senza ottenere almeno Parma e Piacenza.

In questo scorcio della sua nunziatura, il D. parlava soprattutto della nascita del figlio del delfino (il futuro Francesco II) a cui l'oroscopo prevedeva "complessione gagliardissima", e della possibilità di essere sostituito. In effetti, lasciando il riluttante Capodiferro, che aveva accompagnato il Farnese, come nunzio interinario, il D. lasciava la Francia alla metà di febbraio 1544 per tornare a Roma.

La corrispondenza della nunziatura del D. in questi anni di guerra ci permette di coglierne il ruolo di primissimo piano in campo diplomatico. Abilissimo negoziatore, acuto osservatore, capace di previsioni, incline a giocare d'azzardo, sempre direttamente in contatto con il sovrano e con le personalità più in vista della corte, il nunzio spicca come figura di rilievo tra i suoi predecessori e i suoi successori nell'importante carica.

Dopo la pace di Crépy (18 sett.) dal 31 ott. 1544, data della sua partenza da Roma, fino al 15 dic. dello stesso anno, il D. fu di nuovo in Francia come nunzio straordinario per chiedere al re l'assenso per l'apertura del concilio, mentre una analoga missione svolgeva presso l'imperatore Francesco Sfondrati. In seguito all'assenso dei due sovrani, Paolo III convocava a Trento il concilio per il 18 marzo 1545. Non ci resta nulla della corrispondenza di questo periodo, né di quella del D. né di quella del nunzio ordinario Guidiccione.

Il 14 nov. 1544 il D. è nominato vescovo di Caserta, sede che il 17 maggio 1546 muterà in quella di Imola. Dal nome della sua diocesi sarà spesso chiamato cardinale d'Imola. Nell'aprile 1545 il D. accompagnò il cardinal Farnese nella sua legazione alla Dieta di Worms. Là, l'imperatore propose a Paolo III un'alleanza contro i protestanti tedeschi, che fu accettata da Roma e che rappresentò una svolta sostanziale nella politica romana. Il D. tornò a Roma con il Farnese, che aveva lasciato la corte travestito per sfuggire ai protestanti e per riferire al più presto le proposte di Carlo V.

Nel settembre 1545 il D. fu inviato come nunzio straordinario presso Carlo V, con l'incarico di trattare la questione del concilio, che Paolo III voleva trasiare a Bologna, e l'imperatore rinviare addirittura, ambedue prendendo pretesto dalla guerra contro i protestanti. Mentre il D. era in viaggio, la notizia della morte del duca d'Orléans (9 sett.) mutava gli equilibri politici e matrimoniali, ed egli venne incaricato dal papa di proporre nuovi legami matrimoniali tra Francia ed Impero. Trattenuto a Bologna da una malattia, il D. arrivava alla corte di Bruxelles solo il 3 ott. 1545; il 4 era già ricevuto da Carlo V e poté esporre la richiesta di traslazione, su cui trovò però l'imperatore irremovibile.

Da parte imperiale si minacciava addirittura un concilio nazionale, e il 10 ottobre, con una risposta scritta, l'imperatore respingeva la traslazione a Bologna, consentendo all'apertura del concilio a Trento, a patto però che per il momento non si trattassero questioni dogmatiche. L'intransigente rifiuto di Carlo V si spiegava, secondo l'acuto osservatore papale, "perché con effetto essendo di natura sua tutto dato a voler parer et à intendere, li pesava che potesse cader nel animo delli homini che da lui, in qualunche modo si fusse, potesse procedere la dilatatione della celebratione del Concilio" (Nuntiaturberichte aus Deutschland, VIII, p. 345).

La risposta scritta di Carlo V, lasciata a Trento con lettere di accompagnamento dei nunzi, il D. e Girolamo Verallo, suscitò la protesta formale dei legati conciliari, che chiesero al D. di farsi carico di trasmettere all'imperatore le decisioni del papa: apertura del concilio a Trento, piena libertà di discussione e di deliberazione. Il 13 dic. 1545 si apriva il concilio di Trento.

Riguardo alle trattative di pace che era incaricato di condurre, il D. mostrava un grande pessimismo, e sottolineava la crescente inimicizia tra i due sovrani. Il D. trattava inoltre le clausole (in particolare quelle finanziarie) del trattato di alleanza stretto con l'imperatore dal cardinal Farnese durante la sua legazione. Nella corrispondenza di questo periodo, tra le molte lettere scritte insieme con il nunzio Verallo, quelle scritte dal solo D. si segnalano per il loro interesse, per i giudizi sempre spregiudicati, per le previsioni politiche lucidissime. Il 4 febbr. 1546 il D. lasciò la corte imperiale; il 9 era a Parigi, di passaggio nel ritorno a Roma, ma ne ripartì immediatamente, dopo aver visto il re. Il fatto che nel suo viaggie di andata egli fosse passato a poche leghe dalla corte francese senza fermarsi aveva suscitato sentimenti di malcontento e di stupore a corte, tanto più che egli veniva considerato "personaggio tanto grato al re".

Dal luglio 1546 all'ottobre 1547, il D. era di nuovo nunzio ordinario in Francia e assistette alla morte di Francesco I e all'inizio del regno di Enrico II. Il 15 luglio il D. era a corte, con il difficile compito di fare accettare a Francesco I l'alleanza del papa con l'imperatore, di sollecitare il mantenimento della pace tra Francia e Impero e di trattare il matrimonio di Orazio Farnese con la figlia naturale del delfino, Diana di Francia. Inoltre, restava sempre in primissimo piano la questione dei concilio.

La posizione di Francesco I su questo problema - come spiega il D. al cardinal di Santa Fiora, che sostituiva nella segreteria di Stato il Farnese, legato al campo imperiale - era strettamente collegata ai suoi timori sull'esito della guerra smalcaldica, ai suoi rapporti con i protestanti tedeschi e a quelli con l'Inghilterra, stabilitisi dopo il trattato di Ardres: "Intendo anche che quando il Re haveva guerra con Inghilterra, et che desiderava levarlo dal amicitia del'Imperatore, haveva cara la celebratione del concilio, perché sperava con quel mezzo far condemnar quel tiranno et sforzar l'Imperatore a lasciarlo et per questo si mostrò qualche caldezza da principio, ma hora ch'è fuori di questo bisogno... non vuole dispiacere non solo al prefato tiranno, ma ne ancho a lutherani con mandarli nuovi prelati et mostrar di tenerne più conto" (Correspondance des nonces en France Dandino, Della Torre et Trivultio, p. 73).Le lettere del D. ci mostrano tutte le difficoltà inerenti alla delicatissima situazione: nell'agosto e nel settembre i negoziati matrimoniali si arenarono, dopo che il nunzio aveva tentato invano di ottenere la rinuncia da parte del re alla dote di Novara, da lui richiesta. A suo parere, sarà difficile giungere alla conclusione dell'alleanza matrimoniale senza una vittoria imperiale in Germania. Di fronte al previsto spostamento del concilio a Lucca, il re rifiutava di inviarvi anche un solo prelato, anzi minacciava di ritirare quelli presenti a Trento, mentre proponeva Avignone come sede conciliare, dove potessero recarsi anche inglesi e luterani. Mentre proseguivano le trattative con l'Inghilterra, su cui il D. si diffuse nella sua corrispondenza, il problema della guerra tra Francia e Impero tornava ad essere di attualità: Francesco I temeva che una vittoria definitiva dell'imperatore in Germania lo volgesse verso le cose italiane ("tra imperiali si diceva che l'Impresa di Alemagna sarla la vigilia et quella di Piemonte la festa" [ibid., p. 93]). Pertanto in Francia si stava con gli occhi aperti, proseguiva il D., informando Roma che il re rafforzava le fortificazioni, soprattutto in direzione de a Franca Contea. Il 31 ottobre il cardinale di Santa Fiora inviava istruzione al D. sull'iniziativa di pace tra il re e l'imperatore intrapresa da Roma come unico preludio possibile al concilio e all'estirpazione dell'eresia.

In una lettera del 14 nov. 1546 troviamo la conferma del peggioramento dei rapporti tra il re e l'imperatore: da quando i Francesi avevano negato a Carlo V il sussidio per la guerra smalcaldica previsto dalle clausole della pace di Crépy, essi si erano deteriorati, tanto più - aggiunge il D. - se l'imperatore "ha in qualche modo potuto odorare" ciò che il D. stesso aveva saputo in tutta segretezza dal cardinal di Tournon, cioè che i protestanti tedeschi, attraverso Piero Strozzi, proponevano al delfino la corona imperiale con la signoria su tutti i territori al di là del Reno. Nella stessa lettera il D. annunciava a Roma l'arrivo dell'"Homo del Re di Costantinopoli". Di fronte all'estrema complessità della situazione politica il D. sollecitava il proprio rientro a Roma, pregando il Maffei di farlo uscire da quel "labirinto". La traslazione del concilio a Bologna era interpretata dai Francesi come una mossa filoimperiale, "credendo tuttavia che se ben l'Imperiali s'opponevano, fusse non dimeno di consenso del Imperatore quelche S. S. volesse fare, et che per finezza si mostrasse di contradire, stando per tutta via in quella opinione chel concilio di Trento non sia altro che concilio del Imperatore" (ibid., p. 107).

Le pressioni della Francia sul nunzio perché non fosse rinnovata la lega tra il papa e l'imperatore erano sempre più forti. Nel gennaio 1547, allo scadere dei sei mesi di validità dell'alleanza, Francesco I minacciava di bloccare qualsiasi invio di denaro a Roma, poiché "si spendeno per agrandire colui che non ha altra mira che di metter questo regno in fondo" (ibid., p. 132). Con una lettera del 23 gennaio il cardinal Farnese comunicava al D. il ritiro delle truppe pontificie dalla Germania, decisione che K. Brandi giudica "storicamente stupefacente", ma che in realtà si stava preparando fin dall'inizio delle ostilità, come dimostrano ampiamente i dispacci del D. dalla Francia.

Mentre questa situazione si trascinava e, anzi, si complicava ulteriormente per la politica di Francesco I verso la Scozia, morì Enrico VIII.

Roma ne venne a conoscenza proprio attraverso un dispaccio del D. dell'8 febbraio: "Hora la saprà che hieri venne nova a questo Re come pur finalmente è piaciuto a Dio liberare il povero Regno d'Inghilterra dal flagello di quel Tyranno che tanto longamente et con tante sorti de impietà l'ha tormentato". La notizia - aggiungeva il D. - "fion è stata qui punto ingrata", anche se egli non ha avuto ancora modi di parlarne con il re, né con Tournon. Nella stessa lettera il D. sostiene che un accordo definitivo tra Impero e Francia in quel momento avrebbe sconfitto definitivamente la Riforma in Inghilterra e, di conseguenza, anche in Germania, con il dare il trono all'erede legittimo, Maria Tudor. Per l'intanto il giovanissimo Edoardo è stato incoronato "senza tumulto", nonostante sia "nato fuor d'ogni matrimonio ffiristiano" (ibid., pp. 141-142).

Il progetto di riportare al cattolicesimo l'Inghilterra puntando sulla successione di Maria Tudor era però caldeggiato soltanto dal papa. Nonostante i passi del D. per spingere Francesco I ad intervenire in Inghilterra, prevalse in Francia, sul desiderio di riprendere Boulogne, una linea di prudenza: si rifiutava il passaggio in territorio francese al Pole, per il quale il papa stava progettando una legazione in Inghilterra, e si celebrava solennemente un rito funebre in onore di Enrico VIII ("Hier mattina nella Chiesa Cathedrale furono fatte le prelibate essequie a quell'anima dannata assai sollennemente", scriveva il 22 marzo: ibid., p. 169). Anche la posizione di Carlo V era assai prudente; il D. aveva avuto il 14 febbraio una lunga conversazione con l'ambasciatore imperiale in Francia, saggiandolo sulla questione inglese: mmi ha risposto che per ancora li bisognerà dissimular un poco, ma che alla fine non mancherà al honor, et debito suo, ma che ogni cosa non si può far in un punto" (ibid., p. 148). Le lettere del nunzio nel periodo, brevissimo, che intercorse tra la morte di Enrico VIII e quella di Francesco I sono piene di accenni desolati alla situazione politica, alla mancata sollevazione degli Inglesi contro il giovane "tiranno", alla diffidenza tra re ed imperatore che impediva la pace, e quindi il disegno di portare l'Inghilterra all'obbedienza romana. Alla fine di febbraio, proprio mentre iniziava la malattia che doveva in breve portare Francesco I alla tomba, Roma aveva nominato due legati al re di Francia e all'imperatore per la pace e il ritorno dell'Inghilterra alla Chiesa: il cardinal Sfondrati all'imperatore, il cardinal Capodiferro al re. Il nunzio era molto pessimista sullo sbocco della loro missione; mentre però il legato era atteso con grande favore alla corte francese, il D. sottolineava la cattiva disposizione di Carlo V, in quel momento particolarmente indignato nei confronti di papa Farnese.

In una lettera del 31 marzo, che il nunzio fece partire con mezzi straordinari e che giunse a Roma il 9 aprile, si comunicava la morte di Fiancesco I. In questa occasione il D. si diffondeva sulla situazione della corte e sui nuovi ministri: il primo, immediato effetto dell'avvento al trono di Enrico II, oltre alla disgrazia del Tournon, era stato una notevole moralizzazione dei costumi di corte, dopo la vita assai libera dell'ultima parte del regno di Francesco I. Il 14 maggio Capodiferro arrivava a Parigi accolto con molta solennità. Oltre ad un progetto di lega con la Francia e con Venezia, su cui già il D. aveva trattato con la corte, e di intervento in Inghilterra, il legato doveva trattare" il matrimonio di Orazio Farnese e di Diana di Francia. Nei negoziati il D. si affiancava a Capodiferro, che ne faceva gli elogi a Roma, pur rammaricandosi che a causa di una sua malattia fosse neceqsario sostituirlo al più presto.

Altre questioni importanti che il legato e il nunzio trattavano in questo periodo iniziale dei regno di Enrico II erano i progetti legati alla politica gallicana del nuovo re. Quanto al concilio, dal marzo traslato a Bologna, il re prometteva l'invio di prelati francesi. Il 13 giugno il D. poteva annunziare che si era concluso il matrimonio per verba de futuro di Orazio Farnese, tanto lungamente vagheggiato da Paolo III. Nell'agosto il D. sapeva di aver avuto un successore nella persona di Michele Della Torre, che resterà nella nunziatura fino al 1550. Malato, desideroso di tornare al più presto a Roma il D. aspettava comunque l'arrivo del nuovo nunzio per istruirlo negli affari francesi: "Et in tanto vederemo da imbarbarescare il conte Michele", scriveva (ibid., p. 224).

I problemi aperti tra Francia e S. Sede erano comunque in via di soluzione, le difficoltà si appianavano, il clima era di aperta intesa, mentre il cardinal di Guisa si apprestava ad andare a Roma per ricevervi il cappello cardinalizio, con sfarzo inusitato e praticamente munito di pieni poteri da parte del re. A stringere ulteriormente l'intesa tra Paolo III e la Francia sopraggiungeva l'assassinio di Pier Luigi Farnese e l'occupazione di Piacenza da parte di Ferrante Gonzaga, conosciuta a Parigi nella notte tra il 16 e il 17 sett. 1547. Sua Maestà, riferivano il legato e il nunzio, "è pronta e parata di correre una medesima fortuna con lei" (ibid., p. 229). Il 2 ottobre Capodiferro lasciava Parigi col D., dopo aver ricevuto i segni del più grande favore del re. L'incontro con Giuliano Ardinghelli, latore di una lettera del papa, che chiedeva una lega difensiva antimperiale alla Francia e a Venezia, obbliga il D. a rientrare brevemente a Parigi. Verso la fine di ottobre era però a Roma, dove attendeva il cardinal di Guisa, che vi avrebbe stretto quell'alleanza tra Guisa e Farnese tanto determinante nella storia successiva. Dopo l'assassinio di Pier Luigi Farnese, a Roma si temeva il ripetersi dei sacco del 1527 e l'alleanza con la Francia era quindi considerata più che indispensabile. Ciò che il Guisa stipulava a Roma era un vero e proprio trattato d'alleanza, che egli stesso riportava in Francia per la firma definitiva. Ma l'insorgere di grosse difficoltà a questo proposito e la manifesta incapacità del nunzio Della Torre a gestirle imponevano un nuovo invio del D. in Francia come nunzio straordinario. Il 4 giugno 1549 il D. lasciava Roma, e il 26 giugno raggiungeva la corte vicino a Lione.

I contrasti sul trattato d'alleanza riguardavano il deposito dei fondi previsto, che secondo il re avrebbe dovuto essere a disposizione solo di Paolo III e non di un suo eventuale successore; la partecipazione degli Svizzeri, su cui il re non offriva garanzie e inoltre l'investitura di Parma ad Orazio Farnese, che secondo i Francesi doveva precedere il matrimonio. Le trattative che il D. svolgeva insieme al nunzio, ma in cui aveva il ruolo dominante, erano assai difficili. Era il momento in cui la proclamazione dell'Interim aveva acuito fin quasi alla rottura i rapporti tra . S. Sede e Impero, e il D. giungeva a far balenare al re la possibilità che il papa, una volta stretto l'accordo con la Francia, sarebbe potuto giungere anche a scomunicare Carlo V per la questione di Piacenza. Contemporaneamente, il nunzio presso l'imperatore, Pietro Bertano, scriveva che alla corte imperiale si dava per conclusa la lega e che ciò suscitava grande scalpore. Ma le trattative si avviavano, in realtà, al fallimento. All'inizio d'agosto il re si recò in armi a Torino, ufficialmente per ispezionare le sue fortezze, ma con lo scopo di attendervi l'esito di un complotto di Ottavio Farnese contro Ferrante Gonzaga. Scriveva al cardinale di Santa Fiora il segretario del D., Montemerlo: "Come potessino sperar di veder qualche bella impresa che, o libreria una volta la Italia da Barbari o la metterebbe in total servitù che sarebbe forsi manco male che star in termini che stiamo" (ibid., p. 353).

Il 7 agosto, in una lunga udienza, la rottura delle trattative: di essa il D. dava minuziosamente conto a Roma. I Francesi inviavano a Roma un ambasciatore per trattare direttamente. Il D. Prevedeva che i rapporti con la Francia sarebbero divenuti pessimi "che tutto l'amore si habbia da convertire in odio come si suol per l'ordinario intravenire quando simili maneggi cadeno in un fine tale" (ibid.., p. 365).

La rottura non avvenne senza creare risentimenti nei Francesi verso la persona stessa del Dandini. Ne scriveva egli stesso narrando come "da quei signori ministri di là ci son stati calcati terribilmente i panni adosso... con dire che havemo scritto al peggio che havemo potuto talmente che ci è bisognato farli vedere le proprie lettere publice che bavemo scritti, delle quali sono stati pienamente satisfatti" (ibid., p. 365). Le cose non dovevano essersi sistemate troppo bene, se Montemerlo poteva narrare l'episodio, aggiungendo che i Francesi erano in realtà "mai satisfatti" del Dandini. Il rimprovero che gli era stato mosso era di scrivere cose diverse da quelle che erano state dette e per di più all'insaputa del nunzio Della Torre.

Il D. era comunque molto amareggiato da un fallimento così netto della sua missione, e il 15 agosto chiedeva di essere richiamato a Roma, per dove partì il 7 settembre. A Roma il D. ricominciò a lavorare nella segreteria di Stato, dove si occupo però, almeno a partire dal giugno 1549, dei rapporti con la corte imperiale, lasciando quelli con la Francia a Bartolomeo Cavalcanti.

Il 10 nov. 1549 morì Paolo III. La questione di Parma, come era stata determinante negli ultimi tempi del pontificato del Farnese, restava anche uno dei motivi fondamentali di schieramento nel conclave, dove si realizzava appieno l'adesione dei Farnese al partito imperiale. Dopo il fallimento della candidatura del Pole, l'elezione di Del Monte, dopo un tormentato e lunghissimo conclave, nel febbraio 1550, portava alla tiara pontificia un personaggio di compromesso, che in conclave era stato eletto dal partito francese, ma che in realtà era sempre stato neutrale. L'avvento di Giulio III non modificava la posizione del D. alla segreteria di Stato, anzi la rafforzava sempre più. Ben presto egli divenne il confidente del nuovo pontefice, cui del resto era legato da antichi vincoli. Per l'ambasciatore veneto, Matteo Dandolo, che si diceva suo "amicissimo" nella legazione di Francia, il D. "si è tirato inanti per necessità" come consigliere di Giulio III, che non aveva intorno a sé altre personalità di tale levatura. L'ambasciatore di Cosimo I a Roma, Benedetto Buonanni, poteva scrivere del D. già il 21 marzo, che "il continuare di servirsi del Dandino et di lassargli la sottoscrittione in mano non è lodato da alcuno massime da chi sa l'inclinatione di detto Dandino al servitio del Re, quel ch'egli rivelò al car.al di Ferrara dei negocii secreti di Paulo et i dinari et la pensione ch'ebbe sottomano da S. S. Ill.ma et Rev.ma" (in Pastor, VI, p. 53, n. 5), dove bisogna certo far parte all'evidente malanimo del filoimperiale Buonanni. Per il toscano Averardo Serristori il D. è "lo spirito di S. S.tà et carissimo al s. Baldovino" (ibid., p. 54, n. 3). Quando l'inetto cardinal Del Monte divenne formalmente segretario di Stato, subentrando a una personalità di sperimentata abilità quale era il cardinal Farnese, il D. restò quindi il vero capo della segreteria di Stato, coadiuvato da tre segretari, Giulio Canani, Angelo Massarelli e Trifone Bencio. Proprio nella questione di Parma, che getterà l'irresoluto pontefice in dubbi continui e in un continuo alternarsi di progetti bellici e di tentativi di pacificazione, il D. assumerà ben presto un ruolo di primo piano.

Dopo la restituzione di Parma ad Ottavio Farnese, seguita all'avvento di Giulio III, i rapporti tra i Farnese e Carlo V si erano guastati, perché questi minacciava di toglier loro Parma, oltre a rifiutarsi di cedere Piacenza. Ciò determinò un riavvicinamento dei Farnese al partito francese, mentre la Francia, di fronte alla politica filoimperiale del papa, minacciava un concilio nazionale ed un eventuale scisma. Le trattative andarono avanti dal gennaio 1551; il 6 maggio ci fu il fidanzamento ufficiale di Orazio Farnese, il 27 maggio fu stipulata un'alleanza formale tra Enrico II e i Farnese.

In queste circostanze, stretto da mille dubbi, il papa decise d'inviare il D. presso l'imperatore, per sondarlo sul concilio e per tentare di risolvere la questione di Parma. Le sue istruzioni, redatte personalmente dal pontefice, erano durissime verso Ottavio Farnese, ma sostanzialmente cercavano di scaricare sull'imperatore la responsabilità politica, e soprattutto finanziaria, di una guerra contro la Francia e i Farnese.

Il 1° apr. 1551 il D. lasciò Roma; il 5 era a Firenze dove saggiava gli umori del duca. L'8 aprile era a Trento, dove il cardinale di Mantova, Ercole Gonzaga, si esprimeva con molta nettezza a favore della guerra. Il 10 aprile Giulio III inviava ben quattro lettere al D. in cui si sottolineavano le difficoltà finanziarie della S. Sede e si esprimeva il desiderio di una soluzione pacifica della questione. Se guerra ci doveva essere, fosse, ma sotto la responsabilità e soprattutto a spese dell'imperatore; e prudenza, tanto più che i Veneziani avvertivano del pericolo dei Turchi. Mentre Ferrante Gonzaga proponeva a Giulio III, per conquistare rapidamente Parma, di devastarne i raccolti prima che giungesse il tempo della mietitura, e mentre il papa decideva di proporre ad Ottavio Farnese Camerino in cambio di Parma, il D. riferiva a Giulio III da Augusta la risposta dell'imperatore, in una lettera del 14 aprile: per quanto riguardava il concilio s'iniziasse pure il 10 maggio, ma con lentezza, per permettere l'arrivo a Trento dei padri conciliari tedeschi e una soluzione della questione di Parma.

Il 24 aprile il D. riportava a Trento questa risposta, e il 1° maggio, in quasi totale assenza di partecipanti, si aprivano solennemente le sessioni conciliari. Sulla questione di Parma, la risposta di Carlo V era assai interlocutoria; in sostanza rinviava abilmente al papa la palla che questi gli aveva lanciato. Soprattutto, egli non voleva che la spedizione militare fosse a sue spese e consigliava il papa di tenere in ogni modo quieta l'Italia.

Da Trento il D. tornò a Roma, dove il 22 maggio il papa dichiarava Ottavio ribelle. Il 30 maggio il D. partì per Bologna, inviato a coordinare le operazioni militari, ma anche a tentare nuove possibilità d'accordo. Il 3 giugno era a Bologna. Anche per questo periodo sono assai preziose le lettere tra il D. e il papa, fonte tanto più importante in quanto manca totalmente la corrispondenza del nunzio in Francia, Antonio Trivulzio.

Il 7 giugno il D. era a Ferrara, dove incontrava il duca Ercole II e iniziava trattative con Ottavio tramite la mediazione del card. di Santa Fiora, offrendo al Farnese Camerino, Civitanova nelle Marche e 10.000 scudi di rendita. L'accordo sembrava a buon punto, ma Ottavio rifiutava di lasciare Parma prima di aver ottenuto l'investitura di Camerino. L'11 giugno, quando fu chiaro che i Farnese cercavano solo di guadagnar tempo, le trattative si ruppero, mentre le truppe dei Farnese facevano irruzione nello Stato pontificio. Le operazioni militari sono descritte dal D. in numerose lettere a Cosimo de' Medici tra il giugno e il luglio 1551 (pubblicate in Memorie storiche della città e dell'antico ducato della Mirandola, II, pp. 245 ss.). Il 13 luglio il D. raggiungeva l'esercito, pur continuando a seguire esili fili di trattative. All'inizio di agosto c'era la rottura dei rapporti diplomatici tra la Francia e Roma, mentre la flotta turca minacciava il Mediterraneo. A metà agosto ripresero seriamente le trattative di pace, attraverso la mediazione degli Este, e il D. ne tenne ancora una volta le fila. Il 4 settembre Giulio III, stretto da enormi difficoltà finanziarie, chiedeva ad Enrico II una pace che salvasse l'onore e la sicurezza di Francia, Impero e Papato. Poco dopo il papa inviava il cardinale di Carpi legato all'imperatore e il cardinal Verallo legato al re. L'invio dei due legati suscitava le perplessità dei D., il quale scriveva al papa "che altre volte l'Imperatore l'ha intesa male, parendogli che col mandarlo in simili casi al pari col Re, se li faccia ingiuria" (Correspondance, p. 529). Durante la missione dei Verallo il D., da Bologna, serviva da intermediario e ne trasmetteva le lettere. In novembre, era richiamato da Bologna a Roma e, per dirla con il Pallavicino, o dalla cura dell'armi all'esercizio della penna" (Istoria del Concilio di Trento, III, p. 268).

Il 20 nov. 1551 Giulio III creava il D. cardinale del titolo di S. Matteo di via Merulana, ricompensandolo così dei suoi costanti servigi. Successivamente, il 25 ott. 1555, il D. muterà il suo titolo in quello di S. Marcello al Corso.

Nel luglio 1552 Siena si sollevava ponendosi sotto la protezione dei Francesi e dando così inizio ad una nuova guerra tra Francesi ed Imperiali. Mentre il cardinal d'Este s'insediava a nome di Enrico II come governatore a Siena, crescevano le preoccupazioni romane per una guerra così vicina ai territori della Chiesa. Dopo il fallimento di una missione a Siena del cardinal Mignanelli, Giulio III creò in settembre una commissione cardinalizia per la pace. Dopo ulteriori tentativi, si decise l'invio di due legati al re e all'imperatore: essi furono nominati il 3 apr. 1553 e furono Girolamo Capodiferro per il re e il D. per l'imperatore. Il 14 aprile il D. lasciava Roma.

Queste legazioni erano viste con ostilità dagli Imperiali, perché ribadendo la neutralità pontificia venivano a porre sullo stesso piano le due forze in campo, mentre gli Imperiali si consideravano come gli aggrediti. Quanto alla posizione personale del D., in linea di massima era considerato un filofrancese, anche se in questo momento si trovava ad essere favorevole agli Imperiali, come sottolineava il nunzio presso l'imperatore, Pietro Camaiani, che scriveva che la nomina del D. era stata molto gradita alla corte, che "ragionevolmente" lo deve "reputare affettionato alla fattione imperiale" (Nuntiaturberichte..., XIII, p. 237). D'altronde lo stesso svolgimento della missione non mostra che il D. godesse di un favore particolare a Bruxelles: impossibilità di agire in alcun modo, pessimismo sull'esito della mediazione, difficoltà anche solo ad essere ricevuto, questo emerge dalla corrispondenza del legato, e il tutto è complicato anche da dissapori e contrasti con il nunzio Camaiano. Il D. si tenne costantemente in contatto epistolare col Capodiferro, la cui missione non aveva esiti molto diversi. Il 31 luglio, una commissione cardinalizia discusse il loro rientro, ma si decise di prolungare la legazione di altri due mesi, nonostante le lettere dei D. insistessero sull'inutilità della missione.

Nel luglio, la morte di Edoardo VI e l'avvento al trono di Maria Tudor, suscitando le più ampie speranze di una restaurazione del cattolicesimo in Inghilterra, richiesero l'intervento del legato a Bruxelles. Subito dopo la notizia dell'incoronazione di Maria Tudor, il D. aveva di sua iniziativa inviato a Londra il giovane Francesco Conimendone, suo segretario, in assoluto incognito, a saggiare la situazione religiosa del paese. Commendone era riuscito ad avere anche un incontro segretissimo con la regina. Già in questo momento il D. aveva idee molto chiare sui possibili sviluppi della situazione; come spiega in una lettera del 2 agosto a Giulio Canani, l'imperatore mirava più a fare del regno inglese un rieniico della Francia che alla restaurazione della religione cattolica.

La missione del Commendone aveva secondo il D. anche l'obiettivo d'informarsi del "fondamento, che si può fare sopra la persona del Rev.mo Polo in questa occasione... perché fin qui non è nominato in alcun modo nè qua nè là" (Nuntiaturberichte, XIII, p. 334). La questione del Pole era di primaria importanza: già il 6 agosto, all'indomani della notizia dell'incoronazione di Maria Tudor, Giulio III lo aveva nominato legato in Inghilterra. Immediatamente dopo, il Pole aveva inviato a Bruxelles Antonio Fiordibello perché sondasse il D. e portasse a Carlo V una lettera. Il 15 agosto il D. parlava già di un possibile progetto di matrimonio di Maria Tudor con Filippo d'Asburgo e riferiva che a corte la legazione del Pole era passata sotto silenzio. Il ritorno del Commendone alla fine di agosto, con notizie esortanti alla prudenza, rafforzava le perplessità del D. sulla strategia papale di accelerazione dei processo di restaurazione del cattolicesimo in Inghilterra, di cui la nomina di Pole a legato era il cardine. Il D. inviava Commendone a Roma a riferire in concistoro, mentre egli stesso trasmetteva a Roma le sollecitazioni della corte imperiale contro la nomina del Pole. Il rapporto dei Commendone era decisivo per il mutamento di rotta del papa, che decise di prendere una via intermedia e spedì il Pole a Bruxelles non più come legato in Inghilterra, ma per sostituire il D. e il Capodiferro nella legazione per la pace, in attesa che maturasse la situazione Oltremanica. Il 5 ottobre nella sua udienza di congedo Carlo V aveva nuovamente espresso al D. tutte le sue obiezioni alla missione del Pole, convincendolo a seguire la sua linea.

Il 9 ott. il D. lasciava Bruxelles, il 15 incontrava Pole a Dillingen, e gli riferiva le posizioni di Carlo V. Deciso a passare in Inghilterra, Pole fu trattenuto a Dillingen per ordine dell'imperatore, nonostante le sue rimostranze. Ormai anche Giulio III si era schierato sulla linea dell'imperatore, anche perché era tornato al suo fianco il D., "un personnage dont l'influence et les conseils devaient au moins contribuer à faire prévaloir ce que Polus appelait les vues de la prudence humaine" (R. Ancel, La réconciliation ..., 3 p. 752). Il ruolo del D. appare quindi determinante in questa vicenda del Pole, anche se sono destituite di fondamento le notizie, riportate da alcuni biografi, dello sdegno di Giulio III per il ruolo del D. nell'arresto del viaggio del Pole e di un suo conseguente richiamo dalla legazione. Il viaggio di ritorno del. D. fu lungo: ammalatosi, dovette fermarsi più volte. Il 3 dic. 1553 era a Roma.

Fu questa l'ultima missione del D., forse il più eminente diplomatico del pontificato di Giulio III. Da allora restò a Roma. Alla morte di Giulio III, nel marzo 1555, il D. era tra i cardinali filofrancesi, dati i suoi legami piuttosto stretti con il cardinal d'Este che tentava di farsi eleggere al pontificato. Durante il conclave, però, il D. passò al partito del cardinal Cervini, favorendone l'elezione. Durante il conclave successivo, a meno di un mese di distanza, il D. era di nuovo tra i cardinali filofrancesi e il suo nome è tra quelli i quali, forzando la situazione, riuscirono a far eleggere il Carafa, odiatissimo dagli Imperiali. In questa circostanza, il suo ruolo non fu comunque di primo piano. Sotto il pontificato di Paolo IV il D. visse praticamente ai margini, escluso da qualunque incarico politico. Nel 1553 era stato nominato protettore dell'Ordine di Montoliveto. Il 28 nov. 1555 Paolo IV lo nominò protettore dell'Ordine dei servi di Maria, come suo successore. L'11 maggio 1552, riservandosi il regresso, aveva fatto cessione del vescovato d'Imola al nipote, Anastasio Dandini, alla cui morte, nel 1556, riprese l'amministrazione diretta della diocesi; dal novembre 1556 all'aprile 1557 dimorò ad Imola.

Morì a Roma il 4 dic. 1559, durante il conclave, lunghissimo, da cui doveva uscire papa Pio IV. Ancora una volta era considerato tra i fedelissimi del cardinal d'Este, se questi poteva lamentare la morte in conclave di Capodiferro e l'uscita dal conclave del D. ammalato come intralci alla sua elezione. Fu sepolto nella chiesa di S. Marcello al Corso, con due iscrizioni, una a cura dei nipote Anselmo. Negli anni del pontificato di Paolo IV ebbe come segretario privato l'umanista Giulio Poggiani. Ciò nonostante, non risultano suoi stretti contatti con il mondo delle lettere.

Oltre alla corrispondenza pubblicata, resta inedita una larga parte delle sue lettere sparsa in vari archivi. Una descrizione dei codici Dandini conservati nell'Archivio Segreto Vaticano è in una nota di A. Mercati, I codici Dandini nell'Archivio Segreto Vaticano, in appendice a Un'altra grande cortesia di Paolo III a Michelangelo, Roma 1941, pp. 11-15

Fonti e Bibl.: I. Pogiani Sunensis Epist. et orat., a cura di A. M. Graziani-G. Lagomarsini, I, Romae 1762, pp. 230 ss.; Le relaz. degli ambasciatori veneti al Senato durante il secolo decimo sesto, a cura di E. Alberi, s. 2, III, Firenze 1846. pp. 333 ss.; Calendar of State papers and manuscripts relating to English affairs... in the archives... of Venice, a cura di R. Brown, V (1534-1554), London 1873, ad Indicem; Memorie storiche della città e dell'antico ducato della Mirandola, II, Mirandola 1874, pp. 245 ss.; Nuntiaturberichte aus DeutschIand (1533-1559), VIII, a cura di W. Friedensburg, Gotha 1898, ad Indicem; XIII,a cura di H. Lutz, Tübingen 1959, ad Indicem; Concilium Tridentinum, ed. Soc. Goerresiana, Friburgi Brisg. 1901-1916, I, Diaria, I, ad Indicem; IV, Acta, I, ad Indicem; X, Epistulae, I, ad Ind.; Acta nuntiaturae Gallicae, a cura di J. Lestocquoy, Corresp. des nonces en France Carpi et Ferrerio (1535-1540), Rome-Paris 1961, ad Indicem; Corresp. des nonces en France Capodiferro, Dandino et Guidiccione (1541-1546), Rome-Paris 1963, ad Indicem; Corresp. des nonces en France Dandino, Della Torre et Trivultio (1546-1551), Rome-Paris 1966, ad Indicem; V. Forcella, Iscrizioni delle Chiese... di Roma, II, Roma 1873, p. 308; XIII, ibid. 1879, p. 497; L. Doni d'Attiche, Flores historiae Sacri Collegii S. R. E. cardinalium…, III, Lutetiae Paris. 1660, p. 234; G. Palazzi, Fasti cardinalium omnium S. R. E., III, Venetiis 1703, pp. 293 ss.; F. Ughelli-N. Coleti, Italia sacra…, II, Venetiis 1717, coll. 643 s.; P. Sforza Pallavicino, Istoria del concilio di Trento, I-III, Faenza 1792-1793, ad Indicem; L. Cardella, Mem. stor. de' cardinali…, IV, Roma 1793, pp. 327 ss.; F. A. Zaccaria, Series episcoporum Forocorneliensium, Forocornelii 1820, II, pp. 178 ss.; F. Petruccelli della Gattina, Histoire diplom. des conclaves, II, Paris 1864, pp. 65 ss.; G. De Leva, La guerra di Papa Giulio III contro Ottavio Farnese..., in Riv. st. it., I (1884), pp. 632 ss.; A. Pieper, Zur Entstehungsgeschìchte der ständingen Nuntiaturen, Freiburg im Breisgau 1894, ad Indicem; Id., Die päpstlichen Legaten und Nuntien in Deutschland, Frankreich und spanien…, Münster 1897, pp. 18 ss., 49 ss., 143, 161 ss.; R. Ancel, Nonciatures de Paul IV…, Paris 1909, ad Indicem; Id., La réconciliation de l'Angleterre avec le Saint-Siège sous Marie Tudor. Ugation du cardinal Polus en Angleterre (1553-1554), in Rév. d'hist. eccl., X (1909), I, pp. 521 55-, 744 ss.; P. Lugano, I cardinali protettori dell'Ordine di Montoliveto, Gubbio 1920, pp. 13 s.; L. von Pastor, Storia dei papi..., V, Roma 1924, ad Indicem; VI, ibid. 1944, ad Indicem; P. Sarpi, Istoria del concilio tridentino, a cura di G. Gambarin, II, Bari 1935, pp. 187 ss.; A. Serafini, Le origini della pontificia segreteria di Stato…, Città del Vaticano 1952, pp. 33 s.; K. Brandi, Carlo V, Torino 1961, pp. 559 s.; G. Gulik-C. Eubel, Hierarchia catholica..., III, Monasterii 1923, pp. 33, 155, 213.

Argomenti correlati

Sacchi, Gaspare

Sacchi, Gaspare. - Pittore di Imola (notizie 1517-36) attivo in Romagna. Il suo stile, eclettico e spesso caratterizzato dalla ripetitività di stilemi e tipologie, risente di Innocenzo da Imola e G. Genga (Adorazione dei Magi, 1521, Milano, Brera; Madonna, santi e donatori, 1523, Faenza, S. Maria ad Nives; Sposalizio della Vergine, 1529, Imola, Pinacoteca; Sacra famiglia e santi, 1536, Cesena, badia del Monte).

Vespignani, Alfonso Maria

Vespignani, Alfonso Maria. - Vescovo e filosofo scolastico (Imola 1825 - Cesena 1904). Ordinato sacerdote, passò attraverso tutte le cariche della curia diocesana, fino a che, per i suoi meriti come assertore della filosofia scolastica, fu da Leone XIII nominato vescovo di Cesena (1888). Come filosofo, oltre a illustrare il pensiero di s. Tommaso, prese parte anche alla polemica rosminiana. Tra i suoi scritti: Saggio sulla teoria degli universali secondo i principi di san Tommaso (1881); Il rosminianesimo ed il lume dell'intelletto umano (1887); Dell'esemplarismo divino (1887).

Braschi-Onèsti, Luigi, duca di Nemi

Braschi-Onèsti, Luigi, duca di Nemi. - Figlio (Cesena 1745 - Roma 1816) del marchese Girolamo Onesti, per volontà dello zio Pio VI (Braschi) assunse, accanto al proprio, il cognome B. Rappresentante pontificio, negoziò con Bonaparte il trattato di Tolentino (1797). Nel 1810 Napoleone lo nominò sindaco di Roma, ma in tale carica scontentò Francesi e papalini. Fece costruire (1791) il palazzo Braschi.

Bèlli, Girolamo

Bèlli, Girolamo. - Musicista (Argenta 1552 - Ferrara 1618). Studiò con L. Luzzaschi. Fu cantore del duca di Mantova e accademico armonico di Cesena. Compose moltissima musica sacra e profana, pubblicata a Venezia dal 1583 al 1617.

Invia articolo Chiudi