GHINUCCI, Girolamo

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 53 (2000)

di Michele Di Sivo

GHINUCCI, Girolamo. - Nato a Siena nel 1480 da una nobile famiglia, andò via molto giovane dalla sua città e "… da fanciullo fu educato alla Corte di Roma" (Ugurgieri Azzolini, 1649, p. 82), dove molto probabilmente fu introdotto da Andreoccio Ghinucci, inserito e stimato in Curia e vescovo di Grosseto dal 1489 alla morte (1497). Il G. fu chierico di Camera con Giulio II e suo segretario, e quindi si inserì presto nel grande gioco della politica europea. Negli anni delle guerre pontificie per il recupero del dominio diretto di comunità e province su cui si concentrava l'interesse delle potenze francese, spagnola e veneziana, al G. fu concesso il vescovato di Ascoli Piceno (16 ott. 1512) e fu assegnato il compito di preparare il concilio Lateranense, al quale partecipò a partire dalla seconda sessione.

Da poco il re di Francia Luigi XII aveva posto i Bentivoglio alla guida di Bologna (23 maggio 1511) e il pericolo di uno sbilanciamento dell'equilibrio italiano in favore della monarchia francese spingeva Giulio II alla formazione della Lega santa con la Spagna e Venezia. Il 1° sett. 1511 era stato convocato il concilio scismatico di Pisa, un tentativo francese di dividere il Sacro Collegio per indebolire l'impeto della politica annessionistica del papa.

Nell'accorto lavorio diplomatico teso alla costituzione della lega antifrancese il G. fu collocato in due funzioni nevralgiche: la preparazione del concilio Lateranense e la cura delle relazioni con l'Inghilterra. La prima era un passaggio importante per unire i vescovi papisti e i filospagnoli; altrettanto necessaria era la seconda, finalizzata alla ricerca dell'appoggio inglese, che in quel frangente ebbe il successo sperato. Enrico VIII aderì infatti alla Lega santa il 17 nov. 1512.

Nel concilio Lateranense, dopo aver condannato gli scismatici e dimostrato la loro dipendenza dalle mire di Luigi XII, si aprì il dibattito nella seconda commissione, dedicata alla riforma della Curia; i punti fondamentali in discussione anticipavano alcuni degli argomenti che poi animeranno le polemiche teologico-politiche suscitate dalle tesi riformatrici di Lutero: l'ufficio dei vescovi, i costumi della gerarchia ecclesiastica, la liturgia, la limitazione dei benefici. Il G. fu sin da questo primo momento tra i moderati e si oppose alle proposte riformatrici che venivano dai camaldolesi Giorgio Giustiniani e Tommaso Quirini, intimi di Gasparo Contarini, che in futuro continuerà a contrapporsi al G. sui temi della Riforma.

Il valore politico del concilio - ripreso alla sesta sessione da Leone X - e il suo obiettivo di neutralizzare il pericolo degli scismatici pisani e spingere Luigi XII alla moderazione, prevalse sul dibattito teologico. Le ostilità e la distanza di posizioni esistenti tra i vescovi e i cardinali nonché le asprezze del confronto con gli ordini non consentirono mutamenti significativi dell'organizzazione della Curia e i progetti di riforma non si realizzarono, così come la limitazione dei benefici non ebbe alcuna conseguenza pratica.

Di grande rilievo fu il lavoro della terza commissione, dedicata al concordato con la Francia, cui pure il G. partecipò senza poter evitare l'allontanamento del consigliere di Enrico VIII, Thomas Wolsey, dalla diocesi di Tournai e intervenendo sulla questione delle nomine dei vescovi. Su questo argomento, così come sui benefici e le annate, nonché sulla capitale controversia della sottomissione del papa al concilio ecumenico, le posizioni del G. furono sempre orientate a limitare il potere del re francese. In questo senso andò l'intervento del G. in conclusione del concilio (1516); egli chiese infatti il rispetto del compromesso raggiunto con Francesco I e l'accettazione formale del concordato, al fine di evitare la prevalenza delle posizioni radicali nel fronte francese; l'abolizione della prammatica sanzione era vista in Francia come un limite alla facoltà di elezione dei vescovi.

Contemporaneamente il G. manteneva rapporti molto stretti con la corte di Enrico VIII, inviandovi copie di antichi testi greci e partecipando al rinnovamento umanistico e al fervore letterario del "Rinascimento italiano in Inghilterra". Gli italiani come A. Castello, Silvestro Gigli, vescovo di Worcester, P. Vanni e lo stesso G. - sempre ben accolti dal re - non ebbero un ruolo importante soltanto nella cultura, ma fecero parte integrante della corte di Enrico VIII, come consiglieri e diplomatici, nonché - è il caso del G. - latori della politica pontificia. Proprio il G. fu tra i referenti più importanti del re inglese, suo segretario e agente del lord cancelliere T. Wolsey, creato cardinale da Leone X il 10 sett. 1515, quando i rapporti con il G. erano ormai consolidati. I buoni uffici del G. e di S. Gigli per l'elevazione del Wolsey alla porpora erano parte dei piani inglesi sulla nuova signoria di Parma e Piacenza, che i Francesi volevano reintegrare nel Milanese, riuscendoci con la vittoria di Marignano (14 sett. 1515). Negli anni immediatamente successivi l'attività diplomatica del G. con Londra continuò durante le guerre per Siena - città della quale egli era oratore insieme con P. Borghesi, F. Piccolomini e F. Segardi - e per Urbino. In entrambi i casi le obiettive convergenze dell'Inghilterra e del Papato mediceo fecero del G. un ambasciatore dell'uno e dell'altro Stato. La conquista di Siena (marzo 1516) fu infatti una mossa necessaria per equilibrare la conquista francese di Milano e fu politicamente vantaggiosa solo per i Medici e per l'Inghilterra; il consistente sussidio elargito da Enrico VIII a Leone X per la costosissima guerra di Urbino fu poi determinante per la definitiva conquista di quel ducato (settembre 1517).

Fu senz'altro questa delicata e importante attività che nel 1518 condusse Leone X alla scelta del G. per la nunziatura d'Inghilterra, dove la sua prossimità con il re lo portò a esserne l'oratore presso la corte spagnola per alcuni anni, ma soprattutto a curare gli orientamenti teologici del monarca inglese nel periodo in cui la disputa con Lutero si faceva più acuta e carica di implicazioni politiche. Il titolo di defensor fidei, concesso a Enrico VIII il 26 ott. 1521, fu anche il risultato della presenza del G. alla corte di Londra, così come a lui è legata l'opera che procurò al re quel titolo, l'Assertio septem sacramentorum adversus Martinum Lutherum, con la quale Enrico VIII affermava la sua posizione teologica sui principî della Riforma luterana, e contro le tesi di Wittenberg sui sacramenti; il testo, composto dal re e dai suoi consiglieri e sottoscritto anche dal G., fu donato a Leone X il 2 ott. 1521.

L'opposizione del G. a Lutero era iniziata ben prima, e non solo dalla prospettiva teologico-politica, in quanto il G. era stato nominato auditor Camerae già da Giulio II e aveva lasciato il vescovato di Ascoli il 30 luglio 1518, l'anno in cui iniziò l'istruttoria per il processo a Martin Lutero. Dopo l'invio delle tesi e degli scritti del riformatore a Roma da parte dell'arcivescovo di Magonza (13 dic. 1517) e la denuncia dei domenicani, nel giugno del 1518 il procuratore fiscale Mario de Perusco chiese l'avvio del processo; il papa affidò al G. il compito di citare l'accusato a Roma e di dar vita all'istruttoria, senza prevedere l'inquisizione generale, quindi l'esame dei testimoni, ma direttamente l'interrogatorio del reo.

Il procedimento ebbe inizio con la diffamatio; l'avvio dell'istruttoria comportava una procedura inquisitoria tale da abbreviare i tempi del processo, come sembrava volere anche l'imperatore Massimiliano, che si espresse in questo senso in una lettera a Leone X; l'iter così iniziato poteva concludersi soltanto con una ritrattazione o con un notorium iudicii, ovvero con una sentenza non appellabile.

La scelta del papa di assegnare la causa di eresia al tribunale dell'auditor Camerae è da considerarsi rilevante sia per la chiara manifestazione di affidabilità data al G., sia perché la bolla Decet Romanum pontificem del 1512 aveva posto dei limiti alla giurisdizione sugli ecclesiastici da parte di quel tribunale; soltanto dopo il concilio di Trento, con la costituzione Cum alias per felicis di Pio V (1566), all'auditor Camerae sarà attribuita la competenza sui reati dei vescovi e degli ecclesiastici.

Dopo il parere del maestro del Sacro Palazzo Silvestro Mazzolini (il Dialogus in praesumptuosas Martini Lutheri conclusiones de potestate papae), all'inizio di luglio il G. inviò la citazione a Lutero con l'accusa di eresia e spregio all'autorità papale. Per il tramite del generale dei domenicani Tommaso De Vio, legato presso la corte imperiale, la citazione giunse a Lutero il 7 ag. 1518.

L'interrogatorio davanti al G. comunque non si fece e il processo seguì un andamento affatto diverso da quello impostato. Le richieste di Lutero, che volle rispondere delle accuse nella sua città, furono accolte perché sembrò inopportuno contrastare il suo protettore, l'elettore di Sassonia e potenziale futuro imperatore Federico il Saggio. Dopo due giorni di interrogatorio (12 e 15 ott. 1518) davanti al De Vio, Lutero non solo non ritrattò, ma il 16 ottobre sottoscrisse davanti a testimoni, nel convento dei carmelitani di Augusta, una polemica dichiarazione contro i suoi giudici, ricusando il G., S. Mazzolini (il Prierias) e De Vio, "come prevenuti" (Pastor, IV, 1, p. 244) e rivolgendo infine un appello al pontefice e al concilio (28 novembre).

Il processo riprese nel 1520, dopo l'elezione di Carlo V, ma il G. era ormai pienamente inserito nella diplomazia inglese come fiduciario del cardinale Wolsey. Da tale posizione il suo ruolo si trasformò in quello di mediatore tra Francesco I e Carlo V, con la duplice funzione di sondare le possibilità del concilio e agire per il riequilibrio delle forze in Europa, azione favorevole alla strategia dell'Inghilterra. In quel senso andava la restituzione di Parma e Piacenza allo Stato della Chiesa, ma la politica di compromesso condotta da T. Wolsey a Calais e Bruges notoriamente fallì e la guerra franco-imperiale riprese. Confermato uditore di Camera da Adriano VI, il G. fu intimo e consigliere del papa insieme con Wilhelm Enkevoirt, Johann Ingenwinkel, Giovanni Teodoli, Tommaso e Lorenzo Campeggi, suscitando spesso ostilità e contrasti da parte del Sacro Collegio, che si sentiva delegittimato dal ruolo assunto da quel piccolo gruppo negli affari di Curia. Questa posizione di rilievo del G. ebbe conferma all'epoca del processo contro il cardinale Francesco Soderini - accusato di tradimento nell'aprile 1523 per aver mantenuto contatti segreti con il re di Francia -, allorché il G. fu aggiunto alla commissione, composta da tre cardinali, che era stata incaricata di procedere.

Col pontificato di Clemente VII l'attività del G. tornò pienamente alla sua dimensione europea, sempre dall'osservatorio del Regno inglese, dove era divenuto vescovo di Worcester il 26 sett. 1522. Gli anni turbolenti del secondo pontificato mediceo, dominati dal conflitto tra Asburgo e Valois, furono per il G. particolarmente ardui, perché nel già grande e complesso contrasto bellico e teologico europeo si inserì la questione della Riforma inglese.

Quando Roma veniva sottoposta al sacco del 1527 e il papa tenuto prigioniero dall'imperatore, a Londra si consumava la crisi manifestatasi con la richiesta del divorzio tra Enrico VIII e Caterina d'Aragona. Quello fu il punto di non ritorno per il cancelliere T. Wolsey, che nel giro di due anni passò dal ruolo di potentissimo consigliere del re alla drammatica caduta in disgrazia, con l'arresto nel 1529, cui seguì, l'anno successivo, la morte.

Wolsey aveva pensato di approfittare dell'arresto del papa, cercando di riunire i cardinali presso Avignone e indurli a posizioni favorevoli alla monarchia inglese; per la liberazione del papa giunsero, tramite sir John Russell, 30.000 ducati, ma i tentativi del Wolsey fallirono, sia per la difficoltà di arginare la preponderanza imperiale sia per il progressivo isolamento in cui il cancelliere venne a trovarsi, data l'ostilità che egli nutriva verso Anna Bolena e i suoi protettori.

Non poteva il G. rimanere immune dalle conseguenze di tale crisi, nonostante il suo adoperarsi per l'accomodamento della questione del divorzio. Tuttavia dopo la morte del cancelliere, il G. ed Enrico VIII continuarono a mantenere contatti, come mostra lo scambio epistolare tra i due, dal quale si evince che ancora nel 1531 il G. cercava di convincere Clemente VII a concedere la dispensa chiesta da Enrico VIII. Il fallimento di questi tentativi e l'affermazione della Riforma anglicana comportarono la fine dei rapporti del G. con la corte inglese, nonché la perdita del vescovato di Worcester, da cui fu escluso il 31 maggio 1535.

Da questo momento la vita del G. fu strettamente legata al nuovo pontefice Paolo III, col quale risolse rapidamente la disputa sorta nel 1531 con Tommaso Bosio per il vescovato di Malta. Approfittando delle esitazioni di Carlo V, Clemente VII aveva scelto il G. per quella sede episcopale, ritrovandosi subito dopo il Bosio nominato a sua volta dall'imperatore. Il dissidio con l'Asburgo era durato fino alla vittoria di Tunisi sui Turchi nel 1535, quando il G. fu elevato al cardinalato col titolo di S. Balbina nella seconda creazione cardinalizia di Paolo III (21 maggio 1535), in cambio del vescovato maltese e di una congrua pensione; nello stesso anno fu nominato alla Segreteria dei brevi. In quella tornata di nomine entrarono nel concistoro uomini prevalentemente provenienti dall'interno della Curia, poco inclini alle riforme tendenti all'abolizione o alle limitazioni dei benefici, come Giacomo Simonetta e Cristoforo Jacobazzi, equilibrati dalle nomine della terza creazione, del dicembre 1536, con la quale Paolo III introdusse nel Sacro Collegio Giovanni Morone, Reginald Pole e Gasparo Contarini, nominati insieme con Gian Pietro Carafa.

Col pontificato del Farnese il G. condusse una triplice, complessa azione di natura politica, diplomatica e teologica sulla riforma della Curia, sulla mediazione con l'Impero in preparazione del concilio e infine sull'istituzione della Compagnia di Gesù.

I cardinali creati da Paolo III nel 1535-36 (non con la prima nomina, che aveva avuto solo obiettivi nepotistici) erano inscritti nella strategia conciliarista del papa Farnese. Paolo III aveva scelto il personale che costruì il concilio di Trento, ne condizionò il dibattito e determinò - anche con gli aspri contrasti interni al fronte cattolico - gli esiti della riforma della Chiesa. Già nel 1536, dopo l'arrivo di Carlo V a Roma, il G. fu impegnato nella preparazione della bolla di convocazione del concilio a Mantova.

Ancora in questi anni gli furono affidate due sedi vescovili, quella di Cavaillon, presso Avignone, il 6 luglio 1537 e l'amministrazione di quella di Tropea, in Calabria, il 14 giugno 1538.

Fallito l'obiettivo di riunire l'assise conciliare a Mantova, il G. fu ancora protagonista del lavoro diplomatico volto all'organizzazione e all'impostazione da dare alle sessioni nella commissione a ciò deputata, istituita il 7 genn. 1538 e di cui facevano parte tra gli altri i cardinali Lorenzo Campeggi, Simonetta, Contarini, Carafa e Pole. In quel momento la sede sembrava poter essere Vicenza, ma le trattative avvenivano in mezzo alle molte complicazioni diplomatiche dovute al conflitto europeo e alle opposizioni dei protestanti, difficoltà che portarono alla decisione, presa da Paolo III e Carlo V nel loro incontro di Genova (giugno 1538), di rinviare il concilio. Fu il G. - vicino al pontefice durante quelle trattative - a farsi portatore della novità, con la sua lettera del 6 luglio 1538 al cardinale Girolamo Aleandro.

Fino agli ultimi giorni della sua vita si occupò della convocazione del concilio, preoccupandosi in particolare della questione della sede, che non volle definire nelle elaborazioni per la bolla di convocazione "dubitando che non intravenga come fu di Mantua" (Nuntiaturberichte, I, 7, p. 21). Il G. non vide il concilio, iniziato dopo la sua morte, ma la discussione sulla riforma della Curia e della Dataria, cui invece partecipò, consente di collocarlo tra quei "vecchi canonisti" (Jedin, p. 347) che assunsero una posizione conservatrice vicina a Lorenzo Campeggi, e tuttavia non conforme al comportamento "apertamente reazionario" (ibid., p. 346) della Penitenzieria guidata dai fiorentini Pucci, gelosi difensori dei privilegi di famiglia e della burocrazia curiale. Con la bolla del 23 ag. 1535 il papa diede vita alla deputazione per la riforma della Curia, in cui il G., Giacomo Simonetta e Cristoforo Jacobazzi ebbero una posizione dominante e prevalsero su Francesco Piccolomini, Antonio Sanseverino, Paolo Emilio Cesi, Peter van der Vorst e Nicolò Dolce, gli altri membri della commissione. La conclusione cui si pervenne l'11 febbr. 1536 non intaccò sostanzialmente la vecchia organizzazione e si limitò a modificare alcune norme sugli abiti del clero, la residenza e l'ufficio dei parroci.

Di diversa natura fu invece la commissione istituita poco dopo la convocazione del concilio a Mantova per le proposte di riforma. Composta dai riformatori della terza nomina di cardinali, la commissione consultiva, che si riunì dal novembre 1536 al febbraio 1537, produsse quel Consilium de emendanda Ecclesia, ispirato da G. Contarini e G.P. Carafa, che rappresenta una delle più audaci elaborazioni riformatrici della Curia romana, con le sue conclusioni contro la simonia, per la rigidità nell'attribuzione dei vescovati, tesa a evitare la loro ereditarietà di fatto, e per i forti limiti ai privilegi della Dataria e della Penitenzieria. Paolo III aveva dunque dato espressione alle diverse anime che in quel momento si contrastavano all'interno della Chiesa.

Lo scontro delle posizioni si concentrò poi nella commissione per la riforma della Dataria del 1537, quando ai cardinali Contarini e Carafa il pontefice volle aggiungere il G. e Simonetta, dichiarando così esplicitamente la sua volontà di frenare la spinta rinnovatrice su un punto nevralgico: il pagamento delle composizioni per le dispense e le grazie. La questione si chiuse senza dubbio con la vittoria delle posizioni del G., secondo cui quei diritti andavano mantenuti.

Fu una conclusione di grande rilievo, che mise in una condizione di debolezza il gruppo dei riformatori e condizionò pesantemente le successive discussioni sulla riforma della Camera - che il G. elaborò con R. Pole e Giandomenico Cupis -, della Rota e della Penitenzieria, per la quale finì per prevalere la famiglia Pucci. Ancora con G. Contarini il G. si confrontò sulla Compagnia di Gesù, verso la quale nutrì all'inizio tale ostilità da opporsi, insieme con Bartolomeo Guidiccioni, alla sua istituzione. Più complessa fu la sua posizione sulla residenza episcopale, a proposito della quale si espresse nell'esame del memoriale dei vescovi del 1540, concentrando l'attenzione sul problema delle giurisdizioni e delle esenzioni di cui nelle diocesi godevano legati, nunzi, ordini. La permanenza dei vescovi nelle sedi implicava la capacità di far prevalere la loro giurisdizione contro quelle esenzioni che però erano utili alla Curia. La ricerca della mediazione tra questi interessi, espressa dal G., ispirò la bolla Superni dispositionis arbitrio, ultimata nel 1542.

A quella data il G. era già scomparso, essendo morto a Roma il 3 luglio 1541. Seppellito nella chiesa di S. Clemente - titolo concessogli il 15 genn. 1537 - lasciò il vescovato di Cavaillon al fratello Pietro, dopo un breve periodo di amministrazione di Alessandro Farnese.

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