di Gino Benzoni
MARTINENGO, Girolamo. – Nacque, con tutta probabilità, a Brescia nel 1519, da Antonio di Bernardino del ramo dei Martinengo di Padernello detti «della Fabbrica» e da sua moglie, la piacentina contessa della Somaglia. Dopo di lui nacquero Rizzarda (che il 9 dic. 1537 sposò il conte Camillo Avogadro) e Achille, che militò agli ordini di Orazio Farnese cadendo, nel 1553, nella difesa di Hesdin, nell’Artois, assediata da Emanuele Filiberto di Savoia.
I primi anni del M. furono dunque cupi, seppur trascorsi in un palazzo tra i più prestigiosi di Brescia, che nel 1529 il duca d’Urbino Francesco Maria I Della Rovere scelse per proprio temporaneo alloggio. La sanguinosa fine del padre lo sconvolse non ancora decenne e da allora covò sentimenti di vendetta, soprattutto nei confronti di Scipione Martinengo. L’occasione si presentò il 26 giugno 1533, allorché il M., scortato da una quarantina di uomini, s’incontrò con Martinengo, a capo di appena 16 armati. Nella zuffa, gli uomini del M. ebbero la meglio e, catturato il Martinengo, lo uccisero.
Per punizione, il M. fu relegato dalla Serenissima a Zara, dove – quando era ormai ventenne – si distinse allorché, assoldati 40 cavalli a proprie spese, si batté animosamente contro gli Ottomani. In virtù di questo suo coraggio e dietro il pagamento di una somma di denaro per essere liberato dal confino zaratino, l’8 ag. 1539 rientrò a Brescia.
Il 4 febbr. 1543 festeggiò sontuosamente in palazzo ducale a Venezia le nozze con Eleonora Gonzaga, figlia del duca di Sabbioneta Ludovico e di Francesca Fieschi e sorella minore di Giulia, moglie di Vespasiano Colonna e contessa di Fondi, che erano state celebrate privatamente a Fontanellato un mese prima.
Il matrimonio fu di breve durata: il 10 ag. 1545 Eleonora morì di parto, insieme con il figlio neonato. Il credito del M. tra i concittadini fu sempre più confortato dall’apprezzamento del governo veneto per le sue doti di uomo d’arme.
Nominato governatore generale delle milizie a Creta nel 1549-51, ispezionò le fortificazioni di Candia e della Canea. Diversamente dall’opinione espressa da Gian Girolamo Sammicheli, nipote di Michele (legato quest’ultimo da amicizia con il M.), egli fu fautore del rafforzamento del baluardo Vitturi. E anche se il disegno d’insieme preferito dalla Repubblica per il sistema fortificatorio dell’isola non fu quello caldeggiato dal M., il baluardo chiamato in suo onore Martinengo restò significativa impronta della sua presenza.
Nel 1557 il trattatista Giacomo Lanteri dichiarava il M. «de’ primi condottieri di gente d’armi della Signoria di Vinegia atto ad insegnare a molti che fanno professione di fortezze», segnalando che, in qualità di governatore, s’era distinto specie «ultimamente a Corfù, dove s’è fatto un baluardo d’estrema fortezza» (Lanteri, 1557, p. 90) durante il suo mandato. L’impegno nella progettazione di fortificazioni e opere di difesa proseguì costante negli anni seguenti.
Forse era già rientrato da Creta quando, il 30 luglio 1569, il nunzio a Venezia Giovanni Antonio Facchinetti scrisse a Roma che il M. s’avvaleva della propria «amicizia strettissima con molti senatori» per favorire il bandito marchigiano Francesco Albarelli, col quale era in obbligo perché il padre di questo aveva fatto parte del gruppo responsabile della morte di Scipione Martinengo, quello, par di capire, che gli aveva inferto il colpo di grazia.
In occasione dell’offensiva ottomana contro Cipro, il M. fu designato a condurre in soccorso di Famagosta oltre 2000 fanti stranieri, da lui reclutati e imbarcati in quattro navi, che salparono il 15 marzo 1570, giungendo in breve a Corfù, dove il M. fu colpito dalla febbre in maniera grave.
Il M. morì il 7 apr. 1570 durante la navigazione. La salma fu dapprima sepolta a Nicosia, poi i capitani del contingente la traslarono a Famagosta.
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