ESTE, Giulio d'

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 43 (1993)

di Paolo Portone

ESTE, Giulio d'. - Figlìo naturale del duca Ercole I e di Isabella Arduini, nacque a Ferrara il 13 luglio del 1478; Ercole gli fu molto affezionato e volle allevarlo presso la sua corte. L'E. crebbe insieme con gli altri figli del duca, Alfonso, Ferrante, Ippolito e Sigismondo, curato amorevolmente dalla duchessa Eleonora d'Aragona e dotato di un congruo appannaggio. Le minute ducali e i carteggi degli oratori estensi a Roma mostrano la particolare attenzione con cui Ercole cercò di procurare all'E. benefici ecclesiastici, nell'Ordine dei cavalieri di Rodi e poi nel vescovato di Reggio. Il 5 giugno 1485 l'E. ricevette i primi ordini ecclesiastici. Ercole I, in seguito, nell'ambito delle trattative con Alessandro VI per il matrimonio tra il figlio Alfonso e Lucrezia Borgia, riuscì a fargli ottenere l'arcipresbiterato di Ferrara. L'E. fu inoltre impiegato in alcune missioni diplomatiche: durante il conclave che portò all'elezione di Pio III fu a Roma per assistere l'oratore ducale Beltrando Costabili e per ottenere che nei compromessi elettorali i cardinali assicurassero a Ferrara il sostegno del nuovo papa nella lite con il vescovo di Bologna per la questione di Cento e Pieve; il 18 genn. 1504 l'E. fu inviato a Milano insieme con Ippolito e col cardinale Giorgio d'Amboise, arcivescovo di Rouen, per incontrarvi il re di Francia, Luigi XII.

Il nome dell'E. resta comunque legato alla congiura ordita insieme col fratello Ferrante contro Alfonso I e il cardinale Ippolito e al crudele episodio che ne rappresentò l'antecedente, l'accecamento subito per ordine del cardinale.

Le tragiche vicende dì cui l'E. fu vittima e insieme responsabile s'inseriscono nel quadro dei conflitti maturati nella corte e nella famiglia estense all'indomani della morte di Ercole I. Diversamente dal fratello Ferrante, che mirava a prendere il posto di Alfonso nella guida del Ducato, i motivi che indussero l'E. a prendere parte alla congiura del 1506 sono da ricercarsi nella sorda ostilità che sorse tra lui e il cardinale Ippolito quando questi divenne nei fatti il braccio destro del nuovo duca Alfonso I, nonché nella loro rivalità per la bellissima Angela Borgia, cugina di Lucrezia.

Nel 1504 un incidente compromise definitivamente i rapporti tra l'E. e il cardinale. Ippolito aveva fatto rapire un cappellano, don Rainaldo da Sassuolo, passato dal servizio di Ercole I a quello dell'E., e lo aveva fatto imprigionare nel castello di Gesso del Monte di proprietà di Giovanni Boiardo. L'E. considerò quel gesto, di cui non s'è mai saputa la ragione, come un affronto e forte dell'appoggio di Ferrante e di una nutrita schiera d'armati, fornita in parte da Alberto Pio, con un colpo di mano liberò dalla prigionia il cappellano, rifugiandosi prima a Carpi e poi presso la cognata Lucrezia Borgia a Modena.

Questa iniziativa provocò il risentimento del duca, che giudicò il comportamento dell'E. lesivo dell'autorità d'Ippolito e indirettamente della propria. L'E. perciò fu condannato, d'ordine di Alfonso, al confino presso Brescello e amnistiato solo nell'ottobre del 1505.

Ma il cardinale Ippolito non si appagò di questa punizione. Il 3 nov. 1505, mentre faceva ritorno a Ferrara, dove da poco s'era spenta un'epidemia di peste, l'E. fu assalito da alcuni scherani del cardinale, i quali in presenza di questo, dopo averlo disarcionato, lo colpirono ripetutamente agli occhi con gli "stecchi". Lo sfregio riuscì solo in parte poiché, grazie alle cure dei medici messigli a disposizione da Francesco Gonzaga, l'E. riuscì a riguadagnare parzialmente la vista.

Il cardinale prevenne tempestivamente le gravi conseguenze che doveva aspettarsi da un simile gesto: infatti, dopo aver fatto fuggire gli esecutori, scrisse l'8 nov. 1505 a Beltrando Costabili, protonotario apostolico e oratore ducale a Roma, affinché esponesse a Giulio II una versione ampiamente espurgata dei fatti, attribuendo tutte le responsabilità ad alcuni zelanti servitori che avevano creduto fargli cosa gradita "per la nota differenza del cappellano" (Bacchelli, p. 399). E più tardi, prudentemente, egli stesso si allontanò da Ferrara. Da parte sua Alfonso I credette opportuno soffocare lo scandalo spacciando a Roma, Venezia e Mantova una versione dei fatti analoga a quella rilasciata da Ippolito. Nella lettera inviata al Gonzaga aveva tuttavia aggiunto un poscritto, che nelle sue intenzioni doveva essere distrutto, col quale narrava veritieramente l'episodio. Il Gonzaga, forse con intenzioni di ricatto, non distrusse il documento che è giunto integro fino ai nostri giorni.

A nulla valsero le richieste rivolte dall'E. al duca per ottenere giustizia. Più efficace fu l'incredulità dichiarata dal papa e dal marchese di Mantova sulla versione ufficiale dell'episodio. Alfonso infine, preoccupato per il proprio prestigio, si decise a prendere dei provvedimenti. Dopo aver messo al bando il cardinale e data prova di determinazione nel voler ricercare i colpevoli, nel dicembre 1506 impose a Ippolito e all'E. di riconciliarsi con una cerimonia alla quale prese parte lo stesso duca e in qualità di paciere Niccolò da Correggio.

Il risentimento dell'E. tuttavia non cessò e tanto meno la pacificazione ingannò il cardinale Ippolito, che pose l'E. sotto il controllo delle sue spie, tra le quali Gerolamo Tuttobuono. Fu quest'ultimo a mettere al corrente Ippolito dei progetti intercorsi tra l'E. e Ferrante, a partire dal gennaio del 1506, per uccidere lui e il duca. Nell'aprile, informato da Ippolito della trama, il duca partì quasi in segreto da Ferrara lasciando campo libero al cardinale, cui conferì in sua assenza pieni poteri. Con l'intento di disorientare i congiurati e costringerli ad avventate reazioni, Ippolito fece arrestare e poi rilasciare il Tuttobuono e un'altra spia che serviva presso Ferrante. L'E. fuggì da Ferrara rifugiandosi nella corte amica di Mantova. Qualche tempo dopo avvennero i primi arresti dei congiurati e furono formulate le prime circostanziate accuse. Il processo per via sommaria fu aperto il 3 agosto e condotto dal magistrato dei Dodici savi Antonio Costabili e da Niccolò da Correggio.

Nel corso del processo furono taciuti i veri motivi che avevano indotto l'E. a partecipare alla congiura poiché sarebbero state evidenti le responsabilità del cardinale nell'accecamento del fratellastro e si sarebbe compromessa la versione ufficiale fornita alle corti italiane. Dalle testimonianze dei congiurati, "in primis" di Ferrante, e dalla delazione del Tuttobuono furono raccolti e coordinati dai giudici indizi che provavano soltanto la preparazione di un delitto e non il tentativo compiuto. Questo comunque bastò, trattandosi di crimine di lesa maestà, a giudicare colpevoli l'E. e gli altri congiurati.

Dopo aver resistito a lungo alle pressioni di Alfonso d'Este, infine il 9 settembre il marchese di Mantova acconsentì a consegnare l'E. alla giustizia ferrarese. A Ferrara, ad onta delle assicurazioni date dal duca a Francesco Gonzaga, l'E. subì ogni genere di maltrattamenti e vessazioni. L'8 ottobre, così come per Ferrante, fu sentenziata la sua condanna a morte, pena poi commutata in quella al carcere perpetuo in Castel Vecchio.

All'E. fu addossata la maggiore responsabilità del complotto, accusa infondata, suggerita nella sua delazione dal Tuttobuono, ribadita nella confessione spontanea di Ferrante, confermata dai giudici ed infine raccolta e resa celebre da Ludovico Ariosto in una sua egloga. L'Ariosto, che era al servizio del cardinale Ippolito, scrisse Pegloga prima ancora che la sorte dell'E. fosse decisa, usando informazioni di prima mano di cui solo il cardinale poteva essere a conoscenza. Ippolito peraltro non vi viene mai espressamente nominatol conformemente alla linea adottata in tutta la vicenda dall'accusa. L'E. viene evocato con lo pseudonimo di jola, presentato come una sentina dei più sordidi vizi e come un grande pericolo per lo Stato estense. Infine l'Ariosto infieri sull'E. sollevando dubbi sui suoi natali.L'E. trascorse in carcere cinquantatré anni. Solo nel 1559 ottenne la grazia da Alfonso II. Morì poco tempo dopo, il 24 marzo 1561. Fu sepolto onorevolmente, al pari degli altri principi estensi, nella chiesa di S. Maria degli Angeli a Ferrara.

Fonti e Bibl.: L. Ariosto, Le opere minori, a cura di G. Fatini, Firenze 1961, pp. 313-329; T. Martellotti, G. d'E., Fossombrone 1860; C. Dionisotti, Docum. letterari d'una congiura estense, in Civiltà moderna, IX (1937), 4-5, pp. 327-340; R. Bacchelli, La congiura di don G. d'E., Verona 1958; L. Chiappini, Gli Estensi, Varese 1967, pp. 215-222, 227; F. Gregorovius, Lucrezia Borgia secondo documenti e carteggi del tempo, Roma 1978, pp. 205, 294 s., 298 s.

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