COLOMBINO, Giuseppe Emilio

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 27 (1982)

di Francesco M. Biscione

COLOMBINO, Giuseppe Emilio. - Più noto quale Emilio, nacque a Torino il 30 gennaio del 1884, da Federico e da Costanza Borello, e iniziò a lavorare quale operaio meccanico in un'officina metallurgica di Condove, aderendo al Partito socialista italiano. Subì due processi nel 1905 e 1906, per offese alla libertà di culto e incitamento all'odio di classe, nei quali fu assolto per non provata reità. Dal 1907, insieme con B. Buozzi, fu uno dei maggiori organizzatori della Federazione italiana operai metallurgici (FIOM) di Torino e nel 1908 ne divenne il segretario provinciale.

L'azione sindacale del C. in questi anni fu caratterizzata in senso nettamente centralistico e riformistico e nel contempo fortemente contrattuale. A seguito dei problemi organizzativi e di contenuto rivendicativo che si posero con lo sciopero dei metallurgici del 1908 e soprattutto a seguito della condizione di precarietà e debolezza cui la FIOM era pervenuta, non essendo riuscita la direzione nazionale a controllare la protesta degli anarco-sindacalisti che aveva indebolito l'incidenza socialista sulla classe operaia torinese il C. e Buozzi nel 1909 si fecero promotori di una serie di convegni regionali che avviarono una profonda ristrutturazione del sindacato metallurgico sia organizzativa che direzionale.

Nel 1910, al IV congresso nazionale della FIOM, lalinea del C. e di Buozzi prevalse e quest'ultimo venne eletto segretario generale. Ciò non impedì la scissione e la fuoruscita (1912) degli anarco-sindacalisti torinesi dalla FIOM e la costituzione di una seconda organizzazione sindacale alternativa, fuoruscita poi recuperata, almeno sul terreno politico, dal successo dello sciopero del 1913 che vide nel C. uno dei maggiori organizzatori e dirigenti (è di questo periodo unviaggio a Stoccarda allo scopo di ottenere, dalla federazione mondiale dei lavoratori del settore, fondi per il finanziamento dello sciopero). Intanto si andavano precisando e articolando nel C. una concezione e una pratica sindacali che, se, dauna parte, tendevano a sminuire la portata delle insorgenze spontanee e a rafforzare il ruolo dell'organizzazione sindacale, dall'altro lato si legavano strettamente, all'interno di una strategia gradualista, ai mutamenti delle tecnologie e della struttura del salario.

Sono di questi anni gli studi, comparsi su periodici sindacali quali Il Metallurgico e Il Grido, sul taylorismo e sulla composizione e l'andamento delle retribuzioni nell'industria metallurgica italiana. Il C. dà sul taylorismo un giudizio positivo, pur mettendo in guardia da un cattivo uso padronale, e tende ad escludere l'efficacia pratica di una contrattualità indirizzata troppo genericamente sul salario; percepisce inoltre acutamente l'importanza della lotta operaia in funzione dello sviluppo tecnologico.

Nel 1914, all'interno del dibattito socialista sull'entrata in guerra, intervenne negando che il proletariato avesse interesse al problema nazionale. Nel periodo che va dall'entrata in guerra all'occupazione delle fabbriche, l'azione sindacale e politica del C. fu rivolta al rafforzamento della direzione sindacale riformista nel duplice indirizzo di paventare momenti di collaborazione con gli industriali e di evitare gli aspetti e le forme più radicali e politicizzate dello scontro di classe. Con l'elezione alla segreteria nazionale della FIOM (1916), il C. divenne uno dei personaggi di maggior spicco del sindacalismo riformista, ma continuò ad operare a Torino. La citata presa di posizione sulla guerra non gli impedì di patrocinare l'adesione operaia ai comitati industriali di mobilitazione, rinfocolando in nuove forme l'antica polemica fra riformisti e rivoluzionari. Sono questi gli anni in cui si andava formando una nuova sinistra operaia capeggiata a Torino dall'anarchico M. Garino e dal socialista "intransigente" M. Montagnana, i quali in polemica con i riformisti accusarono il C. di collaborazionismo con l'avversario di classe. Nel 1920 il C. fece parte di una delegazione della Confederazione generale del lavoro (C.G.d.L.) al II congresso dell'Internazionale comunista a Mosca e, di ritorno, rilasciò dichiarazioni nelle quali prendeva le distanze dall'esperimento sovietico (nel 1921 venne pubblicato a Milano un suo opuscolo dal titolo Tre mesi nella Russia dei Soviet. Relazione ai metallurgici d'Italia). Sempre nel 1920 il C. prese parte alle trattative con gli industriali e il governo a seguito dell'occupazione delle fabbriche. Fu questo il periodo di maggior attività editoriale. Oltre allo scritto sulla Russia dei Soviet, il C. pubblicò i saggi Iconsigli di fabbrica nel movimento sindacale, Varese 1920, e La tragedia rivoluzionaria in Europa, prefaz. di C. Treves, Firenze 1921.

Ha in questo periodo una certa rilevanza l'attività cooperativistica del Colombino. Nel settembre 1919 era stato costituito il Consorzio operaio metallurgico con sede a Genova, di cui il C. era stato eletto presidente. Nel maggio 1921 egli aveva presentato al governo una proposta riguardante la cessione al Consorzio di cinque grandi stabilimenti (gli arsenali di Napoli e Venezia e le fabbriche d'armi di Genova, Gardone e Terni). Essa fu valutata positivamente da Giolitti, ma non ebbe esito. Al XIX congresso nazionale della Lega delle cooperative (Milano, gennaio 1922) sostenne l'opportunità per le cooperative di attingere al credito statale; la proposta risultò maggioritaria suscitando però la vivace polemica dei comunisti.

La nascita del partito comunista, l'inasprirsi della polemica all'interno del Partito socialista fra massimalisti e riformisti e fra partito e C.G.d.L. e, soprattutto, la marcia su Roma, tutti questi elementi contribuirono a limitare fortemente lo spazio di manovra su cui il C., Buozzi, L. D'Aragona e tutti i sindacalisti riformisti avevano lavorato. E fu in questa situazione che si inserì il tentativo mussoliniano dicoinvolgere alcuni dirigenti riformisti al vertice dello Stato. Mussolini aveva sottolineato la differenza che correva fra l'"infame" atteggiamento dei socialisti e quello più comprensivo nei riguardi del fascismo di Baldesi, Buozzi e del C. ed aveva avanzato proposte al C. riguardanti la carica di ministro dell'Economia nazionale. I riformisti della C.G.d.L. dal canto loro avevano ventilato l'ipotesi di un Partito del lavoro che potesse superare le difficoltà che si frapponevano all'incontro dei sindacalisti col fascismo. A seguito di varie udienze nell'estate del 1923 in cui D'Aragona, Buozzi, Cabrini e il C. si incontrarono con Mussolini, la discussione in proposito in campo socialista proseguì fino all'intervento di Matteotti del 30 maggio 1924 alla Camera ed alla sua uccisione (non è da escludere che la radicalità dell'intervento di Matteotti fosse rivolta anche contro le tendenze collaborazioniste presenti nell'area socialista) che segnarono il fallimento di questa operazione trasformistica.Il C. nonebbe comunque a risentire dell'inasprirsi della repressione contro gli antifascisti; portò il Consorzio metallurgico all'adesione alla "apolitica" Confederazione della cooperazione italiana (nata nel dicembre 1924), della quale divenne presidente; pubblico il saggio conciliatorio Per la pace politica e sociale in Europa, Milano 1925; nel 1926 gli fu tolta la vigilanza di polizia e in seguito gli fu rilasciato il passaporto.

Il 4 genn. 1927 la sua firma: (insieme con quelle di D'Aragona, R. Rigola, G. Maglione, C. Azimonti, L. Calda ed E. Reina) comparve in calce al documento in cui il Consiglio direttivo della C.G.d.L. "dichiara esaurita la sua funzione e demanda al Comitato esecutivo di procedere alla liquidazione e sistemazione dei residui interessi della CGL". La presa di posizione sollevò le violente polemiche sia di Buozzi, il quale a Parigi aveva ripreso a tessere le fila della Confederazione, sia dell'Avanti! (che nell'edizione parigina del 13 febbr. 1927 defini i firmatari "raffinati professionisti del tradimento") sia dell'edizione clandestina dell'Unità. Successivo di qualche giorno (16 genn. '27) apparve il documento in cui gli stessi firmatari accoglievano - la legislazione fascista del lavoro, il sindacato giuridico, ecc. ("Siamo tenuti a contribuire con la nostra azione e con la nostra critica alla buona riuscita di tale esperimento...") e annunciava la costituzione di un centro associativo e di assistenza culturale che mettesse a frutto la loro esperienza di sindacalisti. Il centro, con sede a Milano, ebbe nome Associazione nazionale per lo studio dei problemi del lavoro, ed ebbe per organo la rivista Problemi del lavoro, cui il C. collaborò saltuariamente continuando a vivere a Torino e svolgendo attività commerciale.

Il C. morì a Roma l'8 nov. 1933.

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