FIRRAO, Giuseppe

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 48 (1997)

di Dario Busolini

FIRRAO, Giuseppe. - Nacque il 12 luglio 1670 nel castello di Luzzi, località della Sila feudo dei Firrao, nella diocesi di Bisignano a nord di Cosenza, figlio di Pietro, principe di Sant'Agata, e di donna Isabella Caracciolo.

Avviato alla carriera ecclesiastica, studiò a Roma dapprima in seminario e poi nell'Archiginnasio, dove si laureò in giurisprudenza il 22 genn. 1695. Nello stesso anno fu inviato a Urbino da papa Innocenzo XII come prolegato del cardinale Fulvio Astalli. Poco dopo il F. ottenne il governo di Loreto e, con l'avvento di Clemente XI, quello di Ancona (30 maggio 1701) e di Civitavecchia e Tolfa 07 dic. 1702), insieme alla carica di sovrintendente della città di Cometo (Tarquinia). Il 22 apr. 1705 divenne governatore di Viterbo, e nel settembre 1706 di Perugia e dell'Umbria. Dopo un triennio fu richiamato a Roma, dove lo attendevano le cariche di ponente di Consulta e referendario di Segnatura, e poi, ancora per tre anni, quella di visitatore apostolico nelle Marche e nell'Umbria.

Intanto il F., che godeva dal 1698 della commenda di S. Angelo in Formis, saliva i gradi della vita religiosa ricevendo l'ordine sacerdotale - necessario per proseguire nella carriera prelatizia - il 25 ag. 1714.

Il 2 settembre venne nominato nunzio straordinario in Portogallo, per recare le fasce benedette al figlio del re Giovanni V, dom Pedro. Senonché il principe Pedro si ammalò e morì ancor prima di ricevere le fasce. Il F. rimase in Portogallo per quasi due anni, finché non poté dare le fasce benedette al nuovo erede dom José.

Il 2 sett. 1716 gli giunse la consacrazione ad arcivescovo titolare di Nicea, preludio alla nomina del 23 ottobre a nunzio ordinario in Svizzera. Qui il F. giunse non prima del marzo 1717., perché ritornando dal Portogallo si fermò per qualche tempo a Londra.

In Inghilterra il conflitto con gli anglicani si stava acuendo e il F. raccomandò ai cattolici di mantenere una linea moderata: accettando il giuramento di fedeltà che veniva loro richiesto avrebbero potuto mantenere un forte partito cattolico.

Il F. continuerà per tutta la vita - specialmente negli anni in cui restò in Portogallo, paese alleato della Gran Bretagna - ad interessarsi dei cattolici inglesi, cercando di esercitare, per mezzo di rappresentanti diplomatici di altre corti, qualche pressione sul governo di Londra in loro favore.

In Svizzera, dal Cantone di Soletta, presso Lucerna, dove soggiornava, egli venne a conoscenza delle proteste di molti ecclesiastici francesi contro la bolla Unigenitus e temendo che il giansenismo potesse diffondersi anche in Svizzera, pensò di sospendere la pubblicazione dell'ultimo decreto di condanna del S. Uffizio per non inasprire gli animi, esortando invece i vescovi svizzeri ad aprire seminari nelle loro diocesi per evitare di mandare gli studenti di teologia in Francia, da dove spesso ritornavano "infettati" da quella dottrina. Così facendo ottenne molteplici attestati di fedeltà alla Unigenitus e alla S. Sede da parte dei presuli svizzeri.

Il F. dimostrò pure molta prudenza nella difesa dei diritti dei Cantoni cattolici contro le usurpazioni di quelli protestanti, seguite alla guerra che li aveva divisi, conclusasi pochi anni prima.

Il 5 ott. 1720 gli giunse la notizia della nomina a nunzio ordinario in Portogallo, datata 28 settembre, al posto di Vincenzo Bichi. In quel periodo le relazioni tra il Portogallo e la S. Sede stavano entrando in una fase particolarmente critica.

Origine delle discordie il desiderio del re Giovanni V di innalzare in ogni modo il prestigio del suo paese, e tra le iniziative atte a questo scopo vi era anche il riconoscimento del grado di prima classe alla nunziatura di Lisbona, come quelle di Vienna, Parigi e Madrid. Poiché i nunzi in quelle capitali venivano, al termine del loro mandato promossi cardinali, nel 1720 Giovanni V fece chiaramente intendere a Roma che non avrebbe permesso al Bichi di allontanarsi dal suo Regno se non gli fosse stata assicurata la berretta cardinalizia. Il papa per motivi politici non poteva acconsentire e, oltre tutto, non riteneva il Bichi meritevole della porpora. La risposta di Roma fu pertanto la nomina di un nuovo nunzio nella persona del F., con la speranza che, di fronte ad un fermo rifiuto, il sovrano non insistesse.

Alla fine del marzo 1721 il F. arrivò in Portogallo. Dapprima gli furono opposti cavilli burocratici, complicati dalla morte di Clemente XI, il che rendeva necessaria la conferma a nunzio da parte del nuovo papa Innocenzo XIII. Quando finalmente il sovrano lo ricevette in udienza (24 giugno) gli fu chiaramente spiegato che il Portogallo avrebbe continuato a riconoscere come nunzio il Bichi, e che egli avrebbe potuto risiedere nella nunziatura, ma solo in qualità di arcivescovo di Nicea. Questa delicata condizione richiese al F. molta pazienza e prudenza, dato che Roma aveva bisogno anche dell'appoggio di Lisbona per tutelare i suoi diritti sui territori della famiglia Farnese in procinto di estinguersi. Difficili anche i rapporti tra il F. e lo stesso monsignor Bichi, che in sua presenza affettava correttezza ed umiltà, mentendogli però continuamente ed ostacolandolo con i suoi servili atteggiamenti verso la corte portoghese.

Nonostante tutto, il F. cercò di svolgere le sue funzioni e di mandare a Roma quante più informazioni gli fosse possibile raccogliere. Riuscì anche a creare in città una "Academia do Nuncio", nella quale invitò gli uomini più eruditi di Lisbona, tra i quali primeggiò dom Joào Da Motta e Silva, che sarà fatto cardinale nel 1727.

Nell'estate 1724 il governo portoghese rinnovò le pressioni sul nuovo papa Benedetto XIII. Questi fu intransigente fino a rischiare la rottura, minacciando il ritiro del nunzio prima che venisse espulso. In seguito, nel settembre 1725, il papa si lasciò sfuggire la promessa che se il Bichi avesse lasciato Lisbona per andare a Roma a discolparsi avrebbe ricevuto il cardinalato.

Per il momento non se ne fece nulla, date l'intransigenza di Giovanni V e l'aperta ostilità del Sacro Collegio nei riguardi del Bichi, appoggiato dal solo cardinale portoghese G. Pereyra. I ministri portoghesi pretendevano che la promessa avesse valore di trattato e il papa trasmise ad una commissione cardinalizia (E Zondadari, P.M. Corradini, C. Origo, A. Pipia) l'incarico di occuparsi del caso. Intanto ci si accordò di non procedere ad alcuna nuova promozione di cardinali prima di aver risolto la questione. Nonostante questo, il 26 genn. 1728, Benedetto XIII pensò di elevare al cardinalato monsignor F. Fini, tenuto in pectore dal 9 dic. 1726, ormai in punto di morte. Il governo portoghese, pur informato dei motivi dell'atto, lo prese come pretesto della rottura definitiva con la S. Sede. Il 20 marzo l'ambasciatore portoghese lasciò Roma e il 24 il F., mentre stava in ritiro per la settimana santa, ricevette l'ordine di lasciare il paese entro cinque giorni. Al F. non restò che mostrarsi rassegnato a cedere alla forza, protestando ancora di non riconoscere a nessun re l'autorità di espellere un nunzio papale ed intrecciando col segretario di Stato portoghese Diego de Mendoza un'ultima polemica epistolare sulle censure ecclesiastiche nelle quali cadeva chi si macchiava di un'azione così esecranda. Il 1° aprile comunque il F. partì in direzione di Badajoz, città spagnola ai confini con il Portogallo. Il 5 luglio le relazioni tra Portogallo e S. Sede furono troncate ufficialmente. Il F. però si considerò nunzio anche fuori dai confini del paese: pur tra le notevoli difficoltà provocate dalla distanza, e grazie anche all'aiuto del Motta, riuscì sempre a spedire i suoi rapporti sulla situazione in Portogallo.

Infine nel 1730 il nuovo papa Clemente XII, preoccupato delle condizioni in cui si trovava la Chiesa portoghese - dove tutte le attività dei tribunali ecclesiastici erano state sospese, a parte quelle del tribunale della Crociata, tenuto in vita perché il Regno vi introitava una tassa, e dell'Inquisizione, usata contro l'ebraismo -, decise di cedere. A questa data anche il Bichi era stato allontanato dal Portogallo, e il nuovo nunzio Gaetano Cavalieri sarebbe arrivato a Lisbona solo nel 1732, trovando la nunziatura chiusa.

Il 20 sett. 1730 comunque il F. terminò la sua missione di nunzio. Tornato a Roma, in attesa di nuovi incarichi, fu nominato vescovo di Aversa da Clemente XII, con la famiglia del quale - i Corsini - aveva buone relazioni. Prese possesso della diocesi per procura il 26 dicembre, restando però a Roma nell'entourage del potente cardinale nipote di Clemente XII, Neri Corsini. Il 24 sett. 1731, nello stesso concistoro che elevò alla porpora il Bichi, il F. fu nominato cardinale ed il 19 novembre ebbe il titolo di S. Tommaso in Parione.

Il 16 sett. 1733 morì improvvisamente il segretario di Stato A. Banchieri ed il papa, su interessato consiglio del nipote, diede in ottobre questa carica proprio al F., al posto del più quotato, ma meno legato a Neri Corsini, cardinale D. Rivera.

Il F. tornò subito a Roma, rinunciando però alla diocesi di Aversa solo il 25 sett. 1734, riservandosene una pensione annua di 500 scudi e continuando ad amministrarla fino all'anno successivo, quando fu nominato un nuovo vescovo. Intanto, però, Carlo di Borbone, entrato in Aversa il 10 apr. 1734, si risentiva per non avervi trovato il vescovo a riceverlo.

Gli anni in cui il F. tenne la segreteria di Stato furono particolarmente tristi nella storia dello Stato della Chiesa. Certo il F. ebbe la responsabilità di molte compromissioni ed insuccessi, ma la sua adesione al partito del cardinal nepote era sincera, come pure la sua devozione alla Sede apostolica. E, poiché aveva acquisito un'indubbia esperienza in campo internazionale e godeva anche fama di neutralità rispetto alle potenze, appare logico che il suo nome fosse preferito a quello di altri meno in linea con la politica, e l'equilibrio dei poteri, del vertice della Chiesa in quel momento.

Ancor prima della sua ascesa alla segreteria di Stato il F. era stato coinvolto nelle riunioni che si tennero subito dopo la notizia della morte dell'ultimo duca di Parma, Antonio Farnese, avvenuta nel gennaio 1731, e negli ultimi vani tentativi di Clemente XII di farsi riconoscere dalle potenze la sovranità sul Ducato padano. Ma la successione a Parma toccò a Carlo di Borbone (ottobre 1732), senza l'investitura che pure la Spagna aveva richiesto per lui alla S. Sede, la quale dovette contentarsi di conservare il territorio di Castro e Ronciglione. Nel 1734 però Carlo di Borbone alla testa di un esercito spagnolo conquistò il Regno di Napoli tra le vane proteste papali motivate dal lento, continuo e dannosissimo passaggio di truppe spagnole attraverso il territorio della Chiesa. Il F. cercò di governare la situazione attraverso molteplici contatti con le autorità delle città obbligate ad alloggiare e rifornire gli Spagnoli, e da questi ridotte allo stremo.

Il coinvolgimento nelle conseguenze della guerra di successione polacca crebbe sempre più. Alla fine del 1735 il F. denunciò agli inviati di Filippo V e di Carlo VI il fatto che entrambi gli eserciti, spagnolo ed imperiale, svernassero nello Stato della Chiesa, e si sentì rispondere da G.E. von Harrach, ambasciatore imperiale, che la colpa era del cardinale A. Mosca, che aveva rifiutato di rifornire le truppe, le quali dovevano pur prendersi i viveri di cui necessitavano. La situazione divenne insostenibile al principio dell'anno successivo, quando gli Spagnoli cominciarono a fare arruolamenti forzati per il loro esercito nella stessa Roma, dove in marzo scoppiò una sanguinosa rivolta antispagnola, che provocò la rottura delle relazioni diplomatiche.

Solo a dicembre si poterono aprire le trattative fra la S. Sede, rappresentata dai cardinali Corsini, Gentili e G. Spinelli, e il potente ambasciatore di Spagna cardinale Troiano Acquaviva d'Aragona. Il F., lasciato in secondo piano in una congregazione cardinalizia incaricata di occuparsi delle controversie pendenti, non sapeva che l'Acquaviva - convinto di avere dalla sua parte anche il Corsini e lo stesso segretario di Stato - aveva corrotto gli impiegati della segreteria di Stato, che gli passavano persino i messaggi cifrati. Quando la discussione affrontò il tema di un vero e proprio concordato con la Spagna, il F. entrò direttamente in campo assumendo un ruolo da protagonista. Dopoché, ad agosto, il papa aveva acconsentito alla richiesta di Madrid di introdurre un'imposta quinquennale sul clero spagnolo, a settembre il testo del concordato giunse a compimento. Il giorno 26 il F. e l'Acquaviva, in qualità di ministri plenipotenziari, ebbero ancora un'animata discussione di due ore prima di decidersi a firmarlo.

Composto di ventisei articoli, il documento dava soddisfazione alla S. Sede in materia di riapertura della relazioni diplomatiche, diritti del nunzio, bolle papali, matrimoni, applicazione dei decreti tridentini; allo Stato spagnolo a proposito della limitazione del diritto d'asilo, della partecipazione del clero ai carichi dello Stato, della riduzione degli aggravi dei benefici con pensioni imposte dalla S. Sede. Il 18 ottobre e il 26 nov. 1737 Filippo V e Clemente XII ratificarono il concordato.

Molto più complesse e più lunghe di queste saranno invece le trattative per il concordato con Carlo di Borbone, che aveva anche lui rotto le relazioni contemporaneamente alla Spagna. Il 12 maggio 1738 comunque questo re ricevette dal papa l'investitura, considerata però una pura formalità, mentre aveva già ottenuto la dispensa per il matrimonio con la giovanissima Maria Amalia di Sassonia. Con il Regno di Sardegna non fu possibile arrivare ad un modus vivendi, se non più tardi, al tempo di Benedetto XIV. Inascoltato rimase anche un tentativo di Clemente XII di mediazione (1739) tra la Corsica e Genova. Il Portogallo pretese e ottenne nel 1737 l'elezione dell'arcivescovo di Lisbona a patriarca con dignità cardinalizia, ma, se non altro, difese i diritti della S. Sede su Castro e Ronciglione. Tese rimasero anche le relazioni con l'Impero, in urto con Roma per l'investitura di Carlo di Borbone, e poi magro fu il risultato della raccolta di fondi nelle diocesi per concorrere alle spese della guerra contro i Turchi in Ungheria.

Anche dal punto di vista economico i risultati furono mediocri: la proibizione di importare tessuti venne sostituita da un dazio di entrata (il che giovò al commercio veneto), il porto di Ancona fu migliorato nelle attrezzature, ma il deficit dello Stato peggiorava in continuazione.

Il 14 genn. 1739 il F. firmò l'editto di Clemente XII che proibiva le associazioni di "Francs Massons, liberi muratori o altro", rifacendosi alla bolla In eminenti dell'anno precedente. Ma, sempre nel 1739, fu coinvolto nella disgraziata vicenda di San Marino. Il 26 settembre Clemente XII diede i pieni poteri al cardinale G. Alberoni, legato di Romagna, e il 17 ottobre, con l'aiuto di alcuni sanmarinesi disposti a passare sotto la S. Sede, la Repubblica fu occupata senza spargimento di sangue. Il F. difese apertamente l'Alberoni ma, non avendo in precedenza preparata l'impresa sul piano diplomatico, vide ben presto tutte le potenze europee schierarsi contro la S. Sede. Anche all'interno del S. Collegio pochi erano disposti a sostenere l'Alberoni, sicché, nel tentativo di salvare la faccia, il papa, il Corsini ed il F. incaricarono il 21 dicembre il governatore di Perugia, commissario apostolico delegato a San Marino, monsignor E. Enriquez, di sondare i veri desideri dei sanmarinesi. Il 5 febbr. 1740 San Marino riacquistò la sua libertà.

Sfruttando l'abilità dell'Alberoni, il Corsini e il F. avevano cercato di profittare di un'occasione per ridare un prestigio alla S. Sede. Fallita l'operazione per debolezza ed ingenuità, ne rovesciarono la responsabilità sulle spalle del cardinale legato, che si difese denunciando apertamente i legami tra papa Clemente e suo nipote e pubblicando i documenti della segreteria di Stato che lo riguardavano.

Il F., nel lunghissimo conclave seguito alla morte (6 febbr. 1740) di Clemente XII, giocò un ruolo di primo piano e, in aprile, il Corsini cominciò ad indicarlo tra i papabili del suo gruppo. Il 25 giugno girarono voci che davano per certa la sua nomina (pur essendo il cardinale P. Aldrovandi il favorito del Corsini), ma tutto questo produsse solo l'irrigidimento della fazione opposta di A. Albani, che impedì risolutamente l'elezione di qualsiasi cardinale vicino al Corsini, come era appunto il Firrao.

Con il nuovo papa, Benedetto XIV, egli lasciò la segreteria di Stato e cambiò il suo titolo cardinalizio con quello di S. Croce in Gerusalemme (29 ag. 1740).

Nel 1744 il F. fece pubblicare un articolo sulla Gazzetta di Mantova, in replica agli attacchi dell'Alberoni, in cui accusava questo cardinale di abuso di potere contestandone il diritto di pubblicare le lettere della segreteria di Stato.

Nello stesso anno il F. si ammalò e morì a Roma il 24 ott. 1744.

Il 26 del mese si celebrarono i suoi funerali nella chiesa di S. Agostino. Alla sera la salma fu trasportata nella basilica di S. Croce in Gerusalemme.

Fonti e Bibl.: Arch. segr. Vaticano, Segreteria di Stato, Svizzera, nn. 112-115; Ibid., Portogallo, nn. 7787, 85a (contenente il manoscritto delle "Memorie o sia Diario di Mr. Livizzani di quanto e occorso nelle pendenze della Corte di Portogallo colla S. Sede dal 1728 al 1740", pp. 2-323), 86a, 86b, 86c, 86d, 86e (questi ultimi cinque volumi contengono la raccolta delle copie di lettere scritte dal F. alla segreteria di Stato dal 1717 al 1730, comprendendo quindi anche il periodo trascorso in Svizzera); Ibid., Lettere di cardinali, 91, ff. 497-518; 91a, ff. 2-566; 91b, ff. 2495; Ibid., Lettere di principi, 228(I), ff. 304-884; 228(II), ff. 1008-1154; 229, ff. 50-939; Ibid., Lettere di particolari, 145-148; 214-216; Diario ordinario di Roma, 31 ott. 1744, pp. 3-10; M. Guarnacci, Vitac et res gestae pontificum Romanorum et S. R. E. cardinalium, II, Romae 1751, coll. 629-632 (con un'incisione di P. Nelli e R. Pozzi); L. Cardella, Mem. stor. de' cardinali della S. Romana Chiesa, VIII, Roma 1794, p. 252; G. Parente, Origini e vicende ecclesiastiche della città di Aversa, II, Napoli 1858, pp. 663-665; F. De Almeida, Historia da Igreja em Portugal, III, 2, Coimbra 1915, pp. 49 s., 92-103, 696; L. von Pastor, Storia dei papi …, XV, Roma 1962, ad Indicem; XVI, 1, ibid. 1933, pp. 9, 13 s.; R. Ritzler - P. Sefrin, Hierarchia catholica…, V, Patavii 1952, p. 287; VI, ibid. 1958, p. 6; L. Marini, Il Mezzogiorno d'Italia di fronte a Vienna e a Roma: 1707-1734, in Annuario dell'Ist. stor. ital. per l'età moderna e contemporanea, V (1953), pp. 4, 19 s.; L.-P. Raybaud, Papauté et pouvoir temporel sous les pontificats de Clément XII et Benoit XIV: 1730-1758, Paris 1963, pp. 34, 97, 104-108, 115, 126; G. Troisi, Nuove fonti sui tumulti romani del 1736, in Studi romani, XX (1972), p. 343; G. Moroni, Diz. di erud. stor. eccles., XXV, p. 72.

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