BUONDELMONTI, Giuseppe Maria

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 15 (1972)

di Furio Diaz

BUONDELMONTI, Giuseppe Maria. - Nacque a Firenze il 13 sett. 1713 da Francesco Giovacchino e da Maria Teresa Rinuccini, figlia del marchese Folco.

Il padre era cavaliere dell'Ordine di S. Stefano e senatore (nato nel 1689 vivrà a lungo, fino al 1774, e, mortagli nel 1754 la prima moglie, nel 1765 passerà a seconde nozze con Maria Maddalena Antinori, figlia del senatore Vincenzo). Il B. crebbe dunque in una delle principali famiglie dell'aristocrazia fiorentina. L'appartenenza al Senato, se ormai da lungo tempo, sotto il principato mediceo, non costituiva mezzo di partecipazione al potere politico, attribuiva peraltro autorità e prestigio in seno alla gerarchia sociale, influenza nelle vicende della vita civile. Anche i matrimoni dei tre fratelli del B. ribadiscono questa posizione della famiglia ai vertici della élite senatoria fiorentina: Marianna sposò il cavalier Giovanni Alamanni, dell'antica stirpe, Giovanni Gualberto prese in moglie Elisabetta, figlia del senatore Alessandro Strozzi, e Maria Giuseppa andò sposa al marchese Ubaldo Feroni.

La formazione culturale del B. fu quella tipica del figlio di una famiglia patrizia dell'epoca. Egli apprese il greco da Angelo Maria Ricci, il quale in una sua pagina (Dissertationes Homericae habitae in florentino Lyceo ab Angelo Maria Riccio, Firenze 1740, I, p. 223) lo definisce "nobilissimo giovane fornito di acutissimo ingegno e discernimento ed eruditissimo di ampia e solida dottrina". Studiò anche filosofia e matematica col padre scolopio Odoardo Corsini e col celebre Guido Grandi, nonché materie giuridiche con l'avvocato Gaetano Moniglia e con Leopoldo Guadagni. Peraltro, il B. non poté compiere regolarmente i suoi studi: nel 1732 risulta iscritto all'università di Pisa, ma dopo un anno di intensa applicazione dovette ritirarsi a causa della salute cagionevole, e non risulta pervenisse alla laurea. Questo non gl'impedì però di continuare a dedicarsi agli studi giuridici e letterari, che gli procurarono l'ingresso in alcune accademie toscane, fra cui quelle degli Apatisti di Firenze e degli Arcadi di Pisa. Anzi, dopo aver soggiornato dal 1741 al 1743 a Roma, dove assistette nei suoi ultimi giorni lo zio, monsignor Filippo Manente Buondelmonti, vicecamerlengo e governatore della città, e dove frequentò il dotto ambiente della casa dell'ambasciatore imperiale Thun, il B., che era anche stato nominato commendatore gerosolimitano, oltre che a Firenze risiedette per lunghi periodi a Pisa, attratto dal clima più mite e dai contatti con studiosi a lui congeniali, come il marchese Antonio Niccolini, accademico della Crusca, studioso di diritto e di storia ecclesiastica, di tendenze filogianseniste, e il giurista Anton Maria Vannucchi, che appunto in Pisa lo fece entrare nella Colonia Alfea.

Nell'ambito di questa attività letteraria e accademica, il B. compose poesie, che recitava nei consessi di cui era membro, e anche commenti sul Paradiso perduto di Milton, sul Saggio sull'intelletto umano di Locke (Lettere sopra lamisura e il calcolo dei piaceri e dei dolori, s.l. 1749) e su diversi articoli della grande Encyclopédie (per d'Alembert aveva una stima particolarissima), tutti rimasti inediti. Non appartiene invece a lui la traduzione del Riccio rapito di Pope, in genere erroneamente attribuitagli, la quale è dell'abate Andrea Bonducci e nella edizione del 1739 (Il Riccio rapito, "poema eroicomico del sig. Alessandro Pope, tradotto dall'inglese e dedicato all'illustrissima signora Elisabetta Capponi Grifoni", Firenze 1739) reca alle pp. 3-21 una lettera del B. al traduttore, dove si danno giudizi sul poema e si loda la perfezione della traduzione.

Ma l'attività più significativa in seno alla cultura toscana negli anni della reggenza, il B. venne a svolgerla come esponente di quel gruppo di oratori e giuristi i quali, richiamandosi all'insegnamento di Giuseppe Averani, ne svilupparono i motivi in un interesse per le istituzioni politiche, i principi del buon governo, che cercarono di applicare alla situazione del granducato, cui prima l'incertezza della sua destinazione all'estinguersi della dinastia medicea, poi il passaggio sotto la casa di Lorena sembravano schiudere nuove prospettive. E se l'opera di questi scrittori (A. Francesco Pieri, Leopoldo Guadagni, Antonio Niccolini, A. Maria Vannucchi e il B. stesso) prepara più o meno implicitamente quello studio e quella esaltazione del diritto naturale da parte dei Neri e dei Lampredi, che confluiranno nei principi e nella prassi del riformismo leopoldino, il motivo dominante del pensiero politico di questa generazione appare quello di un placido, un po' idillico, orientamento antidispotico, in parte ispirato da una rilettura di Machiavelli in chiave repubblicana, in parte alimentato dal ricordo del pacifico e tollerante governo dell'ultimo Medici, Gian Gastone, in parte, cadute presto le velleità di una restaurazione repubblicana da qualcuno avanzate, volto a influenzare l'atteggiamento della nuova dinastia nel senso del "saggio e pacifico" reggimento indirizzato, per dirla con termine muratoriano, alla "pubblica felicità". Sono questi i temi fondamentali delle tre orazioni funebri pronunziate dal B. intorno agli anni '40: Delle lodi dell'A.R. del Serenissimo Gio. Gastone VII G. D. di Toscana. Orazione funerale detta nelle solenni esequie celebrate in Firenze il di 9 ottobre 1737 (Firenze 1737); Orazione funebre in morte di Elisabetta Carlotta duchessa vedova di Lorena (Firenze 1745); Orazione funerale dell'abate Giuseppe Buondelmonti in lode dell'Augustissimo Imperadore Carlo VI (edita per la prima volta in Nuova collezione di opuscoli e notizie di scienze ed arti, Firenze 1820, I, pp. 133-162).

Specialmente nelle orazioni celebrative di Gian Gastone e di Carlo VI può cogliersi il sottinteso politico di un antidispotismo piuttosto aristocraticamente intonato, mirante soprattutto ad assicurare ai vari ceti della popolazione le loro libertà e a tutti tranquillità e pace. Si spiega così che il tollerante ma corrotto e cinico Gian Gastone divenga per il gentiluomo fiorentino il modello di un saggio principe, il cui governo "al pubblico vantaggio indirizzato" ha teso a dare ai suoi sudditi una "lieta pace", ben diversa dalla pretesa pace dei "governi con arbitrario spirito regolati", che è invece soltanto "una stupida indolenza, una funesta tranquillità, nella quale o gli uni opprimono gli altri senza resistenza, o tutti sono in una continua occulta guerra contro tutti". Molto, indubbiamente, v'è di aulica consuetudine in queste lodi al morto principe di una dinastia tutt'altro - che illustratasi per meriti di governo non dispotico. Ma, a parte le caratteristiche peculiari della figura di Gian Gastone, è evidente l'utilizzazione di certe forme tradizionali per un più sostanzioso contenuto, che più che ai morti s'indirizza, come ammaestramento, ai vivi. Avviene lo stesso, con in più anzi il passaggio dalla coloritura del ricordo quasi nostalgico della cessata dinastia alla scoperta intenzione di porre a esempio per gli esponenti della nuova le virtù attribuite al defunto imperatore, nell'orazione per Carlo VI. Il quale, in realtà, per lo più solo su di un piano estremamente generico, e proprio in via di funebre complimento, giustificava le grandi lodi tributategli dall'oratore. Ma anche l'Asburgo scomparso, del quale ai contemporanei, e specialmente a un uomo colto e attento osservatore come il B., non erano ignoti i limiti di governante piuttosto sbiadito e immobilista, tutto teso agl'intrighi di quell'equilibrio che nelle sue intenzioni doveva soprattutto servire ad assicurare la successione della figlia, può divenire per i suoi successori il rappresentante di un indirizzo di governo che aborre "quella falsa politica, quella perniciosa scienza che insegna ai sovrani l'arte d'essere ingiusti sotto l'ombra delle leggi, scienza detestabile, scienza infelice, che nei Regni ereditari ed assoluti ad altro mai non serve che a render i regi mal sicuri ed odiosi e i loro stati scarsi di popolo, di felicità e di ricchezze...". E al negativo era facile al B., nella sua linea di una monarchia temperata da un preilluministico riguardo per la vita e il benessere dei sudditi, contrapporre il positivo, i punti secondo i quali doveva regolarsi l'auspicato buongoverno: Carlo VI aveva mostrato "che la moltitudine degli abitanti e l'industria loro rendono i grandi Imperi floridi e meno atti ad esser conquistati... che dal traffico interno e dal commercio esterno derivano reciprocamente la popolazione e le ricchezze... che per poco che un Sovrano abbia di quella paterna tenerezza inverso i suoi sudditi, di cui tutti i Sovrani dovrebbero esser ripieni... per poco che egli sia sensibile ai mali del suo popolo, ei deve'riguardarsi dall'esporli alle gravi miserie della guerra senza potenti motivi di difesa...".

È un pacifismo ben diverso da quello "aulico", tutto permeato del contingente motivo di assicurare la concordia fra le monarchie assolute in fase di riaccostamento alle aristocrazie feudali e di irrigidimento conformistico in materia religiosa, che fu caratteristico del primo Seicento. Ormai, dopo Grozio e Pufendorf, sempre più diffuso quest'ultimo attraverso la traduzione francese del Barbeyrac e poi anche grazie alla versione "cattolicizzata" dell'Amici (Firenze 1757, dopo Montesquieu, il pacifismo di questi studiosi toscani di diritto e di politica della metà del Settecento è essenzialmente una conseguenza di tutto un orientamento d'idee, un indirizzo di governo inteso alla pubblica felicità, a salvaguardare il diritto delle genti, a conservare alle monarchie "miste" o almeno temperate dalle leggi il loro "principio" caratterizzante, secondo le indicazioni dell'Espritdes lois. Sono questi motivi e fermenti nuovi che il B., Niccolini, e presto Tanucci, Neri, Lampredi, ecc. portano anche nelle università, e fino nelle accademie finora così angustamente letterarie, staticamente ancorate a forme e temi di discussione retorici e infecondi.

Nel 1751 il B. viene eletto a far parte dell'Accademia della Crusca. Ma egli certo non era il gentiluomo tipico della precedente generazione, del patrizio ignorante e presuntuoso che s'inserisce nella vecchia accademia per vegetarvi in ozioso passatempo. Pur con una certa pigrizia, dovuta in parte alla malferma salute e in parte al gusto umanistico del quieto e un po' sterile raccoglimento nella lettura e nello studio, egli sapeva pensare ed elaborare idee proprie e originali, secondo quel filone di umanitarismo antidispotico e pacifistico che abbiamo già visto ispirare le sue orazioni funebri. Tarderà quattro anni la sua esibizione in seno all'accademia che lo aveva accolto fra i propri membri. Ma la dissertazione che infine, nel 1755, si decise a leggervi, il Ragionamento sul diritto della guerra giusta, era qualcosa nettamente al di là delle normali esercitazioni retoriche o linguistiche che risuonavano nel dotto consesso. Pubblicata l'anno seguente (Ragionamento sul diritto della guerra giusta letto nell'Accademia della Crusca dall'illustrissimo signore Giuseppe Buondelmonti,patrizio fiorentino, Firenze 1756), l'argomentazione del B. apparve subito anche ai contemporanei una appassionata apologia e una coerente esemplificazione delle idee, in materia di rapporti fra i popoli, di Montesquieu.

Il richiamo ai principî del diritto naturale, quali il sociologismo contrattualistico di Montesquieu li era venuti configurando e arricchendo rispetto al giusnaturalismo classico, era evidente fin da quel fondamento di "sociabilità universale", da cui il B. ricavava le regole della convivenza dei popoli: "Che non devesi far male o cagionar danno ad alcuno ingiustamente; e che ciascheduno dee esercitare inverso gli altri, per quanto da lui dipende, i doveri d'umanità; e che gli uomini eseguir debbono senza forza quello a cui si sono obbligati per qualche libera convenzione. La pratica di questi doveri produce quel pacifico e insieme felice stato che pace propriamente si chiama; poiché... pace chiamar non si dee quella trista tranquillità che nasce da una conosciuta impotenza di resistere alla forza ed alla oppressione" (pp. 7-8). Certo, tutta la disquisizione che seguiva sulle differenze fra Grozio e Pufendorf e la stessa critica rivolta al secondo, per avere, distaccandosi da Grozio, seguito Hobbes nell'affermare che, una volta scoppiata la guerra, vige come una tacita convenzione in virtù della quale ognuna delle due parti può ricorrere a qualsiasi mezzo possibile per annientare l'altra, risentiva di vecchie motivazioni giuristiche e moralistiche. In fondo non va mai dimenticato che, anche proprio nel suo entusiasmo un po' pedissequo per Montesquieu, il B., pur se il suo Ragionamento è del 1755, resta nettamente al di qua del senso realistico, sperimentale, attento alla dinamica effettiva delle forze politiche e ideali che l'illuminismo metterà in onore. Ma l'insistere dell'opuscolo sulla "sociabilità naturale" come principio da cui dedurre norme di comportamento sia nei rapporti fra gli Stati, sia all'Interno del singolo Stato, fra principe e sudditi, portava infine ad un'analisi che supera già l'angustia moralistica o giuridica in una spregiudicata denunzia razionalistica dei motivi deteriori che spesso ispirano le azioni dei monarchi assoluti.

Malaticcio per tutta la sua vita, il B. venne a morte prematuramente il 7 febbr. 1757 a Pisa. Fu seppellito nella chiesa di S. Michele in Borgo, dove sussiste una iscrizione in sua memoria.

Anton Filippo Adami, che gli aveva dedicato il I tomo del Saggiodi poesie scelte filosofiche ed eroiche di diversi (Firenze 1753), celebrò il B. con una orazione pronunziata a Firenze nella chiesa della Madonna de' Ricci e poi pubblicata (Elogiostorico del commendatore G. M. B. …, in Annali letterati d'Italia, II, Modena 1762, pp. 484-498). Anche nella pisana Colonia Alfea, di cui era membro, il B. fu commemorato con una solenne cerimonia, tenutasi il 7 maggio 1757, dove si lessero vari componimenti e l'orazione fu tenuta dallo stesso Anton Maria Vannucchi.

Così, nelle manifestazioni che ne compiansero l'immatura morte, il B., anche per il gusto e il tono delle orazioni pronunziatevi, veniva ricondotto in quell'atmosfera di accademie erudite che aveva dominato la cultura toscana nel passaggio dal sec. XVII al XVIII. E per molti versi indubbiamente egli ben vi rientrava. Non aveva peraltro del tutto torto il De Soria, quando ricordava il B. come "il più gran talento tra i Fiorentini viventi", mettendone in rilievo, oltre che la cultura filosofica e la conoscenza delle lingue dotte, le capacità di critica originale e il possesso "delle facoltà che ne dipendono" (Raccoltadi opere inedite del dottor Giovanni Gualberto De Soria..., Livorno 1773, pp. 46-48). Nella crisi di mentalità e d'interessi che grosso modo caratterizza il passaggio dal primo al secondo Settecento in Italia, l'antidispotismo "letterario" della élite colta dell'età di Gian Gastone e il pacifismo della tradizione giusnaturalistica si erano nel B. arricchiti di una convinzione contrattualistica e di un impegno umanitario che preannunciano alcuni motivi dell'illuminismo maturo.

Bibl.: Accademia funebre di accademici componimenti per la morte dell'Ill.mo sig. cav. G. B. …, Pisa 1757; Novelle letterarie di Firenze, XVIII (1757), coll. 146-51; G. M. Mazzucchelli, Gli Scrittori d'Italia, II, 4, Brescia 1763, pp. 237-578; D. Moreni, Bibl. storico-ragionata della Toscana, I, Firenze 1805; A. Vannucci, G.M.B., in E. De Tipaldo, Biografia degli Italiani illustri, V, Venezia 1837, pp. 486-91; P. Berselli Ambri, L'opera di Montesquieu nel Settecento italiano, Firenze 1960, pp. 5, 94 s., 103; E. W. Cochrane, Tradition and Enlightenment in the Tuscan Academies,1690-1800, Roma 1961, pp. 207, 214, 225; M. Rosa, Dispotismo e libertà nel Settecento, Bari 1964, pp. 11-13.

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