PRIMOLI, Giuseppe Napoleone

PRIMOLI, Giuseppe Napoleone

Dizionario Biografico degli Italiani (2016)
di Riccardo D'Anna

PRIMOLI, Giuseppe Napoleone (Gégé). – Nacque a Roma il 2 maggio 1851 da Pietro, conte di Foglia, e da Charlotte Bonaparte, figlia di Carlo Luciano (figlio, a sua volta, di Luciano, fratello dell’imperatore) e di Zenaide Bonaparte (figlia di Giuseppe, re di Napoli e poi di Spagna).

Insieme con i fratelli Napoleone (1855, prematuramente scomparso nel 1882) e Luigi (detto Loulou, 1858-1925), trascorse l’infanzia e gli anni della formazione fino al 1870 nella Parigi del secondo Impero, dove fu educato presso il collège Rollin e dove conobbe alcune personalità dell’epoca (da Mérimée e Sainte-Beuve a Flaubert, ai Goncourt, a Léon Daudet, Charles Gounod, Anatole France, Paul Claudel, Marcel Prévost, Maurice Barrès, Paul Bourget, Sarah Bernhardt, Guy de Maupassant e via enumerando). Prediletto dell’imperatrice Eugenia – di cui fu «compagno nei giorni del lungo esilio inglese» (Angeli, 1938, p. 329) – frequentò il salotto della zia, la principessa Mathilde, «qui attendait toujours avec impatience son cher Gégé» (Spaziani, 1958, p. 114), bibliotecario della quale era Théophile Gautier, da cui Primoli rimase profondamente influenzato.

Ingegno vivissimo, bibliofilo, amante d’arte e di letteratura, critico e lettore – che non si discostò da certo «impressionismo» e pure in grado, per via di filologia affettiva, di costruire una sua petite histoire littéraire per notazioni e frammenti – trascorse la sua vita fra Italia e Francia, due patrie ugualmente amate, stabilendosi in Roma nella residenza di famiglia situata nel palazzo Primoli «all’Orso» che – edificato sul finire del XV secolo – era stato acquistato dal nonno Luigi nel 1820.

In seguito alle ingenti trasformazioni urbanistiche che, tra fine e principio di secolo, investirono la capitale, i giardini del palazzo furono sacrificati per consentire l’apertura di via Zanardelli e piazza Umberto I dirimpetto al ponte sul Tevere e al nuovo palazzo di Giustizia. Primoli ne approfittò per dare forma a una nuova dimora affidando il progetto, nel 1904, all’architetto Raffaello Ojetti (padre di Ugo), violandone tuttavia le intenzioni nel desiderio di preservare aree dell’antico palazzo cui era affettivamente legato e generando così insistiti ritardi nei lavori che si protrassero fino al 1911.

Romano Oltralpe e parigino a Roma, la sua generosità e la sua ospitalità furono proverbiali, cosicché «le plus jovial et le plus spirituel de romains» (Trompeo, 1954, p. 347), cercò sempre, in ogni modo, di prestare aiuto agli amici italiani in Francia e ai francesi che passavano dall’Urbe. Se Parigi parlava al suo spirito, Roma parlava al suo cuore: qui fu soprattutto per il tramite di Enrico Nencioni e Ferdinando Martini che venne introdotto negli ambienti letterari, cosicché – prima di assolvere quei compiti di mediazione che ne fecero un «ambasciatore» culturale franco-italiano – poté stringere legami di consuetudine, fra gli altri, con Gabriele D’Annunzio, Matilde Serao ed Edoardo Scarfoglio, Arrigo Boito, Giuseppe Giacosa, Giovanni Verga, Cesare Pascarella, nonché – da appassionato di teatro – con Eleonora Duse. L’amicizia con l’attrice fu tra le più intense e durevoli, ed è «testimoniata da un numero considerevole di lettere, circa trecento, che vanno […] dal 1882 fino, all’incirca, alla vigilia della prima guerra mondiale» (Spaziani, 1962, p. 32); a lei è inoltre dedicato un «kakemono» – rotoli di carta all’uso giapponese con decorazioni, piccoli brani e raccolta di firme – di cui Primoli fu collezionista entusiasta e perseverante, qual forma d’arte ‘minore’, a testimonianza di serate organizzate in onore di un ospite o di una categoria di artisti (musicisti, poeti e così via).

«Infidèle en amour mais fidèle en amitié» (Spaziani, 1958, p. 120), Primoli fu votato ad avventure passeggere che non comportassero complicazioni sentimentali, e al tempo stesso scevro dall’estetismo erotico e da quella devozione della carne cara a D’Annunzio o a Maupassant.

Se fu il D’Annunzio cronista dei brillanti riti a lodare i ricevimenti di casa Primoli («tra i più simpatici e i più cordiali della nobiltà romana», in La Tribuna, 25 marzo 1886) e a descrivere gli allora in voga presso l’aristocrazia europea tableaux vivants (27 gennaio 1887), fu invece il pittore Giulio Aristide Sartorio, in veste d’artista e protagonista egli stesso (cfr. Vitali, 1968, pp. 182 s.; nonché Roma, Fondazione Primoli, Archivio Fotografico Giuseppe Primoli, cartone n. 100: La marchesa di San Felice, il conte Giuseppe Primoli e Aristide Sartorio mentre provano delle scene da tableaux vivants), a partecipare a quelle serate di «quadri viventi». Una delle quali – probabilmente fondata su ancor vivida memoria, nell’ingenua illusione di una Gesamtkunstwerk in miniatura e di figure fermate fra il nero di due silenzi – Sartorio stesso, qual massimo segno di padronanza nel virtuosistico gioco, aveva romanzato con dovizia di particolari come uno fra gli «avvenimenti mondani» della stagione (cfr. G.A. Sartorio, Romæ Carrus navalis…, Milano 1905, pp. 11-24). Stante che tali serate si tenevano, come attestato dalla corrispondenza tra il pittore e Luigi (conservata in Roma, Museo Napoleonico, Archivio Campello), al villino Primoli di via Sallustiana, dove il fratello di Gégé si era trasferito a far tempo dai copiosi lavori di ristrutturazione intrapresi al «palazzo all’Orso».

Diverso e ben più burrascoso fu il rapporto di Sartorio con Gégé che nel 1890 aveva commissionato al pittore, secondo milieux anglais à la mode di stampo preraffaellita allora in voga, un Trittico delle vergini savie e delle Vergini folli quale dono di nozze per un matrimonio che non ebbe poi luogo.

E di «vergini funeste» – Sfingi, Chimere, Veneri: allegorie di voluttà e tentazione – è colmo l’immaginario decadente e simbolista: da Une saison en enfer di Rimbaud a Pierre Louys, in un’infinita varietà di declinazioni e significanti compendiati, con particolare finezza di sentire e sapienza di tratto, da Mario Praz e Giancarlo Marmori. In dettaglio, già motivo decorativo del Piacere – sicché il caminetto di Andrea Sperelli risulta adorno di un paliotto «raffigurante la Parabola delle vergini sagge e delle vergini folli» (G. D’Annunzio, Il piacere, in Id., Prose di romanzi, I, a cura di A. Andreoli - N. Lorenzini, Milano 1988, p. 233) – e per Huysmans (cfr. L’abisso (Là-bas), Milano 1970, pp. 82 s.), il trittico è una trasposizione moderna in chiave pittorica della parabola evangelica (che ebbe comunque corrispettivo letterario sempre in D’Annunzio: La parabola delle vergini fatue e delle vergini prudenti, in Nuova Antologia, 16 dicembre 1897, pp. 701-709), per il quale posarono alcune fra le più belle e ammirate donne della società romana fra le quali Maria Hardouin di Gallese, moglie di D’Annunzio, che Primoli immortalò con il figlioletto Mario in un ritratto rimasto celebre (Vitali, 1968, p. 41). Il mancato pagamento da parte di Primoli, o comunque insistiti ritardi e fraintendimenti fra committente e artista, causarono la rottura dell’amicizia al principio del 1894. Il quadro – oggi conservato in Roma presso la Galleria comunale d’arte moderna – fu poi venduto per 7000 lire da Sartorio, che restituì l’anticipo versatogli dal conte (per le lettere di Sartorio a Primoli, Roma, Archivio Primoli, inv. 3467-3525).

È ancora D’Annunzio a tratteggiare un ritratto del conte (riferito a Luigi, ma che deve intendersi ‘naturalmente’ esteso a Gégé, giacché fu proprio il fratello a trasmettergli la passione per la fotografia) qual «dilettante […] abilissimo» che ha immortalato l’intera società di Roma, tanto che alcuni ritratti – prosegue D’Annunzio – «per l’eleganza dell’attitudine e per la finezza della riproduzione, sono degni d’un vero artista» (in La Tribuna, 21 febbraio 1888).

A discapito di una vocazione letteraria ‘in minore’, spesso circoscritta al pettegolezzo romano o internazionale – secondo attitudine a un misto di storia e di invenzione e di personalissimo ‘realismo magico’ –, Primoli fu viceversa in grado, come fotografo, di ritrarre quella vita che «andò a cercare e a fissare sull’obbiettivo con uno spirito d’iniziativa, una felicità di taglio, una capacità di veder l’essenziale, che non hanno riscontro nel suo tempo» (Negro, 2014, p. 332).

Primo «senza alcun dubbio dei molti fotografi di livello che abbia avuto Roma» (p. 334), come Ettore Roesler Franz, Gégé fermò nelle sue lastre la «Roma che se ne va», deturpata dal primo grande scempio urbanistico, divenendo, senza trascurarne alcun aspetto, con sensibilità particolare per talune tranches de vie, il cantore della «metropoli paesana» ov’era nato.

Più in generale, alla veduta monumentale e disabitata preferì paesaggi in cui è la presenza dell’uomo ad animarli e a dar loro significato: il «suo vero interesse, il suo “gusto di fotografo” è però altrove», nel saper «trasformare l’immagine in aneddoto», tanto che «le sue fotografie rispecchiano la sua qualità di scrittore memorialista, così attento a registrare fatti e “fatterelli”, battute, comportamenti strani o eccentrici del mondo che lo circonda» (Colesanti, in «Mes petits instantanés», 2015, p. 8). Agli albori della fotografia, Primoli non poteva certo comprendere appieno quanto l’immagine potesse influenzare la percezione che si ha della realtà e tuttavia si tende a rileggere i suoi scatti – e di qui la sua straordinaria ‘modernità’ – nella consapevolezza che vi siano porzioni di quella realtà che non possono essere comprese a prescindere dall’immagine. È il caso di Roma colta sotto la neve al Gianicolo al principio di marzo del 1890 (Vitali, 1968, p. 134), o di un ritratto femminile preso di spalle che rammenta un bozzetto di Giovanni Boldini (p. 161); o ancora: l’Equilibrista tagliato in suggestiva prospettiva dal basso, Buffalo Bill di passaggio per Roma con il suo spettacolo circense (pp. 137, 234) o, come nel caso di un interno del Museo Torlonia (p. 227), nel quale prende forma una capacità evocativa, giocata tutta in chiaroscuro, che denota particolare finezza di sguardo.

I ‘reportage’ di Primoli sono utili per rivelarci i suoi interessi ma, almeno dopo una certa data (l’attività di fotografo comincia nel 1888), ci dicono qualcosa anche delle mete del viaggiatore: l’Egitto nel 1869 e nel 1905, la Spagna nel 1877, Milano nel 1889, prima di raggiungere la Francia, Venezia e Chioggia sul finire di agosto dello stesso anno, Napoli e Venezia nel 1894, Parigi nel 1898, il Mare del Nord nel 1899, di nuovo Venezia nel 1902; oltre ai ritratti, ai diversi volti dell’Urbe e alla Campagna romana, che coglie – fra butteri, personaggi, angoli desolati o lussureggianti, concorsi ippici e cacce alla volpe, o ‘composizioni’ bucolicamente atteggiate di pastori con flauto – con la stessa dedizione con cui fu colta da quei pittori (dal sodalizio dell’In arte libertas fino agli epigoni dei XXV della Campagna romana) che quelle medesime scene dipinsero uscendo dagli studi con il cavalletto piazzato en plein air.

Tappa di rilievo fu senz’altro l’Esposizione universale: sebbene con qualche deviazione che lo condusse fuori città e fino oltremanica, Primoli si trattenne a Parigi, dove rimase particolarmente impressionato dall’appena terminata Tour Eiffel, dal 1° giugno al 20 agosto del 1889 per una manifestazione che con soli trenta padiglioni poté vantare tuttavia un numero straordinario di visitatori (ben trentadue milioni) e che il conte fotografò con la consueta intelligenza della sensibilità.

«Sono soprattutto il Medio e l’Estremo Oriente […] a dominare […] non solo la Cina e l’India, ma il Tonchino, il Siam (l’attuale Thailandia), Giava; e ancora l’Egitto, la Tunisia, l’Algeria. E se l’America è ‘ridotta’ solo alla Bolivia e al Venezuela, largo spazio è dato invece ad alcune attrazioni e ricostruzioni, dalla storia dell’abitazione alla Rue du Caire» (Colesanti, in «Mes petits instantanés», 2015, p. 9).

Scrittore «mancato», a Primoli, fatti salvi «certi suoi sparsi bozzetti e saggi aneddotici, pieni di sapore e di colore, scritti in un francese vispo e cinguettante che fa pensare ai Goncourt» (Trompeo, 1954, p. 347), si deve la pubblicazione di un solo racconto – La route de Rome, apparso nel numero speciale della rivista Carità e lavoro del 1897 – ma anche di diversi abbozzi di romanzo mai portati a termine: da Un prince romain (1874) a Mari de la reine (1894) che doveva svolgersi in parte a Napoli, fino all’autobiografico L’indécis (1896) che pone – almeno virtualmente – il protagonista in quel Baedeker della letteratura contemporanea formato di «inetti a vivere» di varia e diversa estrazione. E, nel medesimo tempo, in quell’esitare che si riverbera a livello esistenziale e che ci restituisce l’autoritratto ultimo di Primoli, segnato da un senso di malinconica dispersione e di gozzaniane «cose che potevano essere e non sono state» che gli furono compagne negli ultimi anni.

Morì a Roma il 13 giugno 1927, e venne sepolto nel cimitero monumentale del Verano.

Nel testamento dettò disposizioni affinché, all’interno di palazzo Primoli, trovasse luogo una fondazione che portasse il suo nome (istituita con Regio decreto 8 marzo 1928, n. 942) con il compito di promuovere relazioni culturali fra Italia e Francia e che, in una parte del pianterreno, con il suo lascito di quadri, mobili, arredi e oggetti, fosse costituito un Museo Napoleonico, a simbolico compendio delle sue origini e delle sue due patrie.

Già D’Annunzio aveva ribattezzato Gégé Primoli «il conte delli autografi», per i «tesori d’inedito» che possedeva (in La Tribuna, 14 dicembre 1887). La Fondazione Primoli vanta un archivio storico e una biblioteca di pregevolissimo valore, per quantità e qualità: oltre ai «kakemono», vi si conservano, fra l’altro, un fondo Stendhal che comprende opere postillate dallo stesso scrittore francese, e il fondo Praz (di circa 20.000 volumi), dal nome del celebre anglista che, trasferitosi all’ultimo piano del palazzo – divenuto poi, dal giugno 1995, casa-museo Mario Praz –, ne fu presidente fra il 1958 e il 1982. L’Archivio fotografico – custodito presso la Fondazione – è composto da circa 12.000 negativi su vetro con gelatina al bromuro d’argento (formato 9×8; 9×12; 18×13), 318 cartoni monotematici, 50 stampe (sparse o su cartone), 866 negativi su pellicola (antichi e moderni), 6 album fotografici d’epoca con 746 immagini.

Il Museo Napoleonico, invece, fu riordinato nel 1927, subito dopo la morte di Primoli, da Diego Angeli che ne fu direttore per un decennio, fino alla morte sopraggiunta nel 1937.

Fonti e Bibl.: Dopo i contributi di Marcello Spaziani, la biografia di Primoli è ora meglio documentata grazie all’accurata, sistematica pubblicazione dei Mémoires: testimonianza preziosa non solo per cogliere «osservazioni finissime su persone, episodi, ambienti della società che frequentava», ma per meglio comprendere i risvolti di una vita interiore intensa e ben più sfaccettata e complessa di quanto le cronache d’epoca e la vulgata giunte fino a noi ci abbiano riportato. Finora è uscito un primo volume, relativo agli anni 1851-1871, per la cura magistrale di Massimo Colesanti e Valeria Petitto (Roma 2012, con bibliografia essenziale su Primoli), cui è rivolto, con l’intera Fondazione Primoli, il sincero, sentito ringraziamento di chi scrive.

Si vedano almeno: D. Angeli, G. P., in Id., I Bonaparte a Roma, Milano 1938, pp. 327-338; P.P. Trompeo, Tra i libri del conte P., in Nuova Antologia, LXXXIX (1954), 1843 (luglio), pp. 347-352; Id., Tra i libri e i ricordi di G. P., in Le vie d’Italia, LXIII (1957), 9, pp. 1131-1136; M. Spaziani, Le comte Joseph-Napoléon P. témoin de son temps (1851-1927), in Annales de la faculté des lettres d’Aix, XXXII (1958), pp. 113-144 (con elenco degli scritti di Primoli pubblicati in vita); Id., Con Gégé P. nella Roma bizantina, Roma 1962; L. Vitali, Un fotografo fin de siècle: il conte P., Torino 1968; G. P.: istantanee e fotostorie della belle époque, a cura di D. Palazzoli, Milano 1979; G. P.: scene di vita quotidiana a Roma dalle fotografie di G. P., a cura di F.C. Crispolti, Roma 1980; Roma tra storia e cronaca dalle fotografie di G. P., a cura di P. Becchetti - C. Pietrangeli e con introduzione di M. Praz, Roma 1981; G. P. fotografo europeo (catal.), a cura di R. Innamorati - E. Valeriani, Roma 1982; Paul Claudel a Roma nel 1915-16: incontri con G. P. e la Duse (catal.), Roma 2005; S. Negro, I Primoli fotografi in Roma, in Id., Roma non basta una vita, Vicenza 2014 (1ª ed., Vicenza 1962), pp. 330-334; E. Sassi, Parigi 1889, con gli occhi di Gégé P., in Corriere della sera (Roma), 14 settembre 2015; M. Masneri, Conte P., paparazzo, in Il Foglio quotidiano, 26 settembre 2015; I. Giaccone, Un antropologo assai improbabile, in Il Manifesto, 8 ottobre 2015; «Mes petits instantanés». Il conte P. fotografa l’Expo - Paris 1889 (catal.), a cura di M. Colesanti et al., Roma 2015 (con bibliografia accurata su Primoli fotografo).

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