Valadier ‹valadi̯é›, Giuseppe. - Architetto (Roma 1762 - ivi 1839). Complessa figura di progettista di singoli edifici e sistemazioni urbane, ma anche di attento restauratore di monumenti antichi, V. si staglia sullo sfondo delle vicende storiche di Roma, dal papato di Pio VI alla Restaurazione. Studioso dell'opera del Palladio e delle contemporanee esperienze francesi, si segnalò come uno dei massimi architetti neoclassici (a Roma: facciata di S. Pantaleo, 1806; sistemazione di piazza del Popolo e del Pincio, 1824).
Vita Nato da genitori romani (i suoi avi erano emigrati dalla Francia in Roma nel 1714), fece il suo apprendistato di orafo nella bottega del padre Luigi e ne continuò l'attività fino al 1827. Seguì, tuttavia, la sua precoce vocazione di architetto, che lo avrebbe portato ad operare essenzialmente a Roma: nel 1781, fu nominato architetto dei Sacri palazzi (1781) e architetto camerale (1786); dal 1810 fu tra i direttori dei lavori pubblici di beneficenza, per terminare la sua carriera con l'insegnamento all'Accademia di S. Luca (1821-37).
OpereLa sua prima opera importante fu la ricostruzione, con C. Morigia, del duomo di Urbino (1789); a Roma redasse un interessante progetto per palazzo Braschi (1788-90), lavorò alla villa del principe Poniatowski (1800-17), restaurò ponte Milvio (1805), costruì le facciate di S. Pantaleo (1806) e di S. Rocco (1834). Le sue qualità e il suo ingegno si rivelano in pieno nella sistemazione di piazza del Popolo e del Pincio con la geniale invenzione del prospetto della collina a terrazze graduate: realizzata tra il 1816 e il 1824, fu preceduta da una lunga elaborazione, dai primi progetti del 1793 e 1805 a quelli del 1810-11, al definitivo del 1815. V. ideò anche molti progetti relativi ad altre zone della città: sistemazione a giardino del territorio tra la via Flaminia e il Tevere, da ponte Milvio al porto di Ripetta; piazza rotonda con porticati e logge intorno alla Colonna Traiana; strade di circonvallazione all'esterno e all'interno delle Mura Aureliane, ecc. Per Pio VII costruì a Cesena la chiesa di S. Cristina (1814-25) e lavorò con B. Thorvaldsen alla sua tomba in S. Pietro (1724-31). Nell'ultimo periodo si dedicò prevalentemente a restauri di monumenti (Arco di Tito, 1819-21; tempio della Fortuna Virile, 1829-35) e ), pubblicando le sue lezioni come L'architettura pratica dettata nella scuola e cattedra dell'insigne Accademia di S. Luca (1828-39). Tra le sue altre pubblicazioni si ricordano: Raccolta di diverse invenzioni (1796); Progetti architettonici (1807); Della basilica di S. Paolo sulla via Ostiense (1823); Opere di architettura e ornamento (1833).
Camporése ‹-se›, Giuseppe. - Architetto (Roma 1763 - ivi 1822), figlio e allievo di Pietro il Vecchio, fu, con G. Valadier, il più significativo esponente del primo neoclassicismo a Roma. Cominciò la sua attività collaborando con il padre al completa
Rubbiani, Alfonso. - Restauratore di monumenti (Bologna 1848 - ivi 1913). Restaurò i principali edifici bolognesi, da S. Francesco al palazzo di re Enzo, dalla Mercanzia al palazzo del Podestà, mirando a ripristinarne l'aspetto primitivo; restaurò in
Cagnòla, Luigi. - Architetto (Milano 1762 - Inverigo 1833), uno dei maggiori rappresentanti del gusto neoclassico a Milano. Si accostò all'architettura come dilettante, rilevando a Roma gli antichi monumenti e studiando a Venezia il Palladio. A Milan
Ostia Agglomerato urbano costituito dai due centri distinti, propriamente denominati OstiaO. Antica (10.185 ab. nel 2008) e OstiaLido di O. (88.620 ab. nel 2008), nel Comune di Roma. Il primo include la zona archeologica con i resti della città port