GIUSTI, Giusto

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 57 (2001)

di Rita Maria Comanducci

GIUSTI, Giusto. - Nato ad Anghiari, presso Arezzo, da Gemma e da Giovanni di Giusto di Comuccio il 31 dic. 1406, il G. intraprese la carriera notarile iniziando a esercitare all'età di 20 anni quale notaio al seguito dei giusdicenti fiorentini nei territori soggetti al dominio della Repubblica. Al 14 maggio 1427 risale infatti il suo primo rogito, dato in Campi dove si trovava come membro della famiglia del podestà. Successivi incarichi di questo tipo lo condussero a Foiano (1427-28), dove fu presumibilmente uno dei notai del Comune, a Barbialla (1428), a Figline (1428-29), a Tizzano (1431), a Bibbiena (1432) e ad Anghiari (1437), dove fu cancelliere del vicario fiorentino Giovanni di Pagolo Morelli. Nel frattempo, il 2 luglio 1430 aveva sposato Tedalda di Giovanni di Gisbertone d'Anghiari, che gli aveva portato 200 fiorini in dote; nel maggio 1437, dopo la morte senza figli di Tedalda, sposava Cristofana di ser Francesco Bigliaffi, notaio anghiarese, dalla quale avrebbe avuto i primi tre dei suoi 12 figli: Niccolò, Jacopo Felice e Agnolo.

I Giusti erano una delle più importanti famiglie anghiaresi del tempo, appartenenti alla fazione "di dentro", alla quale si contrapponeva quella delle famiglie "di fuori". Secondo il Taglieschi, storico anghiarese del primo Seicento (Annali…, pp. 108, 125), la loro origine sarebbe derivata dalla famiglia padovana dei Buonaviti. Il capostipite del ramo anghiarese sarebbe stato Bonavite, fabbro di Anghiari, il cui nome, sempre secondo il Taglieschi, appare in un rogito di ser Benvenuto Negozanti in data 7 marzo 1272 (Id., Priorista…, p. 224). Nella portata catastale consegnata intorno al 1430 dal padre del G., Giovanni, anch'egli fabbro, il valsente netto della famiglia risultava di 457 fiorini, 12 soldi e 7 denari, tra i più elevati dell'intera comunità. Alla preminenza economica si univa il prestigio politico, testimoniato dai numerosi incarichi detenuti da Giovanni già dal 1392. Tra i creditori elencati nella portata di Giovanni appare il "Chomune d'Anghiari per fornimenti fatti per la ghuerra per difesa del chastello et armadure". La grossa bottega di Giovanni, situata nella piazza del Mercatale, produceva gli strumenti essenziali per una delle più importanti "specializzazioni" locali: l'arte della guerra. Anghiari era infatti terra di fanti e di conestabili: Baldaccio, Gregorio di Vanni, Agnolo Taglia, Leale di Cristoforo erano tutti originari della piccola comunità dell'alta Valtiberina. E Firenze, sempre bisognosa di eserciti al soldo, era la sede naturale dove offrire i propri servigi. Per il giovane notaio G. queste sarebbero state le premesse per un'intensissima e movimentata esistenza, spesa come procuratore di uomini d'armi e come familiare e uomo di fiducia della famiglia Medici - e di signori quali Sigismondo Malatesta - nonché divisa tra il servizio della Repubblica fiorentina e gli uffici ricoperti nella comunità di origine, dove le sostanze accumulate ne avrebbero fatto nel 1467 uno dei quattro cittadini più ricchi e più tassati.

Una delle fonti principali per la conoscenza della vita del G. è costituita da quanto rimane delle sue memorie, pervenuteci in più copie parziali e riassuntive, databili tra il tardo XVI e il XIX secolo. Sono noti al momento cinque diversi manoscritti: Nuove Accessioni 982 (pp. 1-285) e il II.II.127 (cc. 33-140), i due testimoni più autorevoli, entrambi della Bibl. nazionale di Firenze; il II.III.88 (cc. 96-119), della stessa biblioteca; il Manoscritti 161 (fasc. 5), dell'Arch. di Stato di Firenze; e il Fonds lat. 11887 (cc. 273r-274v), della Bibliothèque nationale di Parigi.

Le memorie del G. erano articolate in almeno venti quadernucci, apparentemente perduti, denominati in ordine alfabetico dalla A alla V. Oltre a omettere quasi del tutto le annotazioni a carattere economico e quelle concernenti il cursus honorum del G. nella Comunità di Anghiari - note invece al Taglieschi, che nei suoi scritti attinse largamente a diciassette dei quadernucci, ancora esistenti ad Anghiari ai primi del Seicento -, nessuna delle copie conosciute tramanda il contenuto dei quadernucci A (? - 1436-37), E (1443-45) e I (1453-56). Nonostante tali limiti, quanto rimane delle memorie del G. riveste un grande interesse ai fini dello studio della società fiorentina del Quattrocento. Accanto agli incessanti spostamenti tra Anghiari, Firenze, i vari accampamenti militari e i vari potentati al servizio dei quali intendevano porsi i conestabili di cui curava gli interessi, nelle memorie del G. sono infatti annotati con instancabile regolarità episodi di storia fiorentina e dettagli capaci di rivelarci un mondo e una diffusa e perdurante mentalità, molto più legata alle forme, ai colori e ai rituali del gotico internazionale di tardo Medioevo che non a un innovativo e intellettualizzante Rinascimento, scaturito forse troppo spesso da astrazioni a posteriori. Ne sono esempio i molti passi in cui sono descritti tornei e giostre organizzati in città; banchetti, danze e sacre rappresentazioni allestiti per onorare illustri ospiti in visita o di passaggio per Firenze; corteggi di principesse straniere dirette da un confine all'altro dell'Europa per incontrare i loro sposi; o ancora, descrizioni di cerimonie ed eventi - come la partenza per Roma del giovane Lorenzo e del suo seguito nel settembre del 1471 - avvenuti a una certa ora e in un certo giorno "dissesi […] per punto d'astrologia" (II.II.127, c. 99v).

Dall'aprile 1437, anno con cui si apre il secondo quadernuccio delle sue memorie, fino al 1480, il G. curò incessantemente gli interessi dei moltissimi conestabili e uomini d'arme dei quali fu procuratore, a partire da Agnolo Taglia e Gregorio di Vanni di Anghiari, di lì a poco capitano generale delle fanterie fiorentine, fino a Rodolfo Gonzaga, di cui divenne procuratore nel febbraio del 1480 grazie alla mediazione di Piero del Tovaglia. Gli altri uomini d'arme che si avvalsero dei suoi servigi furono Leale di Cristofano di Anghiari, l'Anghiarino di Anghiari, il conte Pier Nofri di Montedoglio, Giovanfrancesco da Piagnano, Matteo di Antonio di Anghiari, Carlo degli Oddi da Perugia, Francesco di Gherardo Gambacorti, Matteo da Firenze e lo stesso suo figlio Jacopo, divenuto capitano di fanteria ed entrato al servizio di Firenze nell'aprile 1467. Gli anni che precedettero la pace di Lodi (9 apr. 1454) segnarono il periodo più intenso nella vita del G., con continui spostamenti tra Firenze, Anghiari, Rimini e gli accampamenti dei suoi conestabili.

Il G. fu al campo fiorentino presso Lucca con Angelo e Gregorio tra il 1437 e il 1438, e poi in Mugello e in Casentino tra la primavera e l'estate 1440. Fu in Romagna e nelle Marche tra il 1440 e il 1442 con Agnolo Taglia, passato al servizio di Sigismondo Malatesta e poi del conte Francesco Sforza; a Pisa e nel contado bolognese con Gregorio di Vanni tra la fine del 1445 e il luglio 1446, e poi in Romagna sul finire dello stesso anno; ancora con Gregorio a Bologna nell'agosto 1447 e, sempre con lui, nei vari spostamenti compiuti dal campo fiorentino nella Toscana occidentale tra il novembre 1447 e l'autunno 1448.

Spesso la sua partecipazione agli eventi militari si spinse ben oltre la semplice presenza come "cancelliere del soldo". Il 28 maggio 1440, con alcuni degli uomini della compagnia di Agnolo Taglia, il G. cavalcava verso Montagutello e i territori di madonna Anfrosina da Montedoglio, vedova di Carlo Tarlati da Pietramala e alleata dei Milanesi contro Firenze, facendo razzia di bestiame. Tra la fine d'agosto e l'ottobre 1441 prendeva parte alla spedizione organizzata da Agnolo Taglia e dal cognato di questo Alberigo Brancaleoni per strappare a Guidantonio da Montefeltro alcuni castelletti del Montefeltro un tempo appartenuti ai Brancaleoni e che, a seguito dell'accordo di pace tra Sigismondo Malatesta e Guidantonio, il Taglia fu costretto a restituire, cedendo al contempo anche la piccolissima signoria che aveva iniziato a costituire con l'appoggio del Malatesta tra Romagna e Toscana acquistando nel novembre 1439 da Laudadeo da Sarsina, al costo di 4000 ducati veneziani, Castel d'Elci, Senatello e la Faggiola, per intermediazione e per atto rogato dallo stesso Giusti.

I frequenti rapporti intrattenuti come procuratore di conestabili con i principali cittadini fiorentini, e specialmente con Cosimo de' Medici, avevano permesso al G. di costruire un legame di familiarità e fiducia con gli uomini del regime mediceo, che gli valse importanti incarichi, sia informali sia ufficiali. Il 19 ag. 1442, alla notizia del passaggio da Città di Castello di Francesco Piccinino, il vicario di Anghiari lo inviò con 20 fanti anghiaresi alla guardia di Monterchi, che insieme con Valialle e Montagutello era stata sottratta dai Fiorentini a madonna Anfrosina da Montedoglio all'indomani della battaglia di Anghiari (29 giugno 1440). Di lì a poco, il 21 febbr. 1443, la Signoria lo elesse primo vicario fiorentino di Monterchi. Il 16 luglio 1445 venne nominato dagli Otto di guardia ambasciatore del Comune di Firenze a Francesco Piccinino al campo in Lunigiana. Il 28 agosto dello stesso anno venne incaricato da Cosimo de' Medici, appena eletto gonfaloniere, da Neri di Gino Capponi e da Alamanno Salviati, di una non meglio precisata missione segreta a Siena. E ancora, nominato commissario il 5 ott. 1446, ricevette mandato dagli Otto di guardia di Firenze di recarsi ad Anghiari e a Sansepolcro per impedire il passo verso la Lombardia al conte Carlo da Montone, che stava recandosi in aiuto al duca di Milano.

Temendo il G. di non essere più in tempo per ordinare nuove difese, decise di prendere in mano la situazione guidando 50 fanti anghiaresi sull'Alpe di Monteverde, nell'alta Valtiberina toscana, per controllare e guastare i passi, trattenendovisi per alcuni giorni con "far fuochi et dimostrationi assai", inclusa la simulata impiccagione di due famigli del conte catturati dai suoi uomini, per spaventarli e indurli a confessare i piani del loro signore.

Nel febbraio 1450, per richiesta di Gregorio di Vanni, andava da Anghiari a Venezia per negoziare la condotta del suo concittadino a capitano generale delle fanterie veneziane; il 18 febbraio venne ricevuto dal doge e dalla Signoria, ma la condotta non andò in porto. Nel settembre 1452 si recava ad Acquapendente per ordine dei Dieci di balia di Firenze, per tentare di condurre al soldo del Comune Giovanfrancesco da Piagnano. Dopo una lunga opera di mediazione del G. tra il condottiero, i Dieci di balia e Cosimo de' Medici, la condotta fu stipulata nel marzo 1453. Il 30 nov. 1456 fu eletto commissario dagli Ufficiali dell'abbondanza per acquistare grano fuori dal territorio fiorentino e per trasportarlo a Firenze. Il 5 ag. 1458 scriveva per ordine della nuova Signoria di Firenze al conestabile Carlo degli Oddi, che si trovava a Castiglion del Lago, per farlo venire in città con i suoi armati in occasione del parlamento che si sarebbe fatto l'11 agosto "per ridurre il governo della terra in loro, cioè ne' cittadini principali" (II.II.127, c. 74r). Poiché Carlo degli Oddi non era ancora giunto a Firenze all'ora convenuta, fu il G. a guidare in piazza della Signoria gli armati del conestabile. Pochi giorni dopo, insieme con Antonio Morone, si recava a Montedoglio dal conte Prinzivalle per vedere "certi libri di chiesa" che Giovanni di Cosimo de' Medici voleva da lui.

Il 12 ott. 1459 il G. era a Mantova dove, nel palazzo apostolico e in presenza del vescovo d'Orvieto, rogava l'atto con cui Sigismondo Malatesta nominava luogotenenti di tutta la sua signoria i tre figli Roberto, Giovanni e Salvestro. La familiarità tra il G. e il Malatesta datava almeno dal tardo 1439, quando aveva iniziato a negoziare con lui la condotta di Agnolo Taglia e quando Sigismondo aveva favorito la creazione della piccola signoria del conestabile. Nel settembre del 1440, andando a visitare Agnolo che si trovava in campo presso Forlì, il G. aveva portato in regalo al signore di Rimini un paio di naibi a trionfi, che aveva fatto dipingere apposta a Firenze con le insegne del Malatesta. Il 30 giugno dell'anno successivo il Malatesta gli aveva a sua volta donato la possessione di Pantaneto, posta tra Anghiari e Citerna; e più volte, nell'ottobre del 1441, nel giugno del 1442 e nel luglio del 1457, gli aveva offerto di entrare al suo servizio come cancelliere deputato sopra le genti d'arme. Nel giugno del 1457, sentendosi il Malatesta minacciato dalle forze di Jacopo Piccinino, aveva chiesto e ottenuto che il G. gli procurasse alcuni conestabili, e a più riprese, tra la seconda metà del 1457 e gli inizi dell'anno successivo, gli aveva dato incarico di cercare di ottenere aiuti a Firenze, sia informalmente presso Cosimo de' Medici, sia ufficialmente, come suo inviato presso la Signoria.

Tra ottobre e novembre 1463 il G. venne incaricato dalla Signoria e da Cosimo di trattare per il Comune di Firenze l'acquisto di Citerna, situata tra Anghiari e Monterchi e facente parte dei territori del Malatesta, che più volte ne aveva offerto l'acquisto a Firenze, anche tramite il Giusti. Nel novembre 1463 il Malatesta si trovava in guerra col papa e Citerna, come gli altri territori del suo Stato, stava per cadere in mani pontificie. Il G., con gli ampi poteri discrezionali concessigli dalla Signoria, cercò di negoziarne la dedizione a Firenze dietro pagamento di un'ingente somma al Malatesta e al suo capitano residente nella rocca del piccolo Comune. Lo scarso entusiasmo nei confronti del dominio fiorentino da parte di alcuni eminenti membri della comunità locale e l'intenzione di Sigismondo di riservarsi fino all'ultimo la cessione di Citerna al papa per poter avere più ampio margine di trattativa sul versante romagnolo fecero sì che nonostante gli intensi sforzi di mediazione del G. la dedizione non andasse in porto.

La lealtà mostrata più volte dal G. nei confronti della patria d'adozione, non ultimo nel caso di Citerna, e una bilanciatissima politica di rapporti misuratamente inclinanti più a favore di Cosimo che di Luca Pitti, gli valsero la piena fiducia di Piero de' Medici nel momento di massima crisi del suo regime: il 28 ag. 1466, al manifestarsi del conflitto con Luca Pitti, Piero scrisse a Gregorio di Vanni affinché con i suoi armati si recasse insieme col G. al suo soccorso. Il 26 nov. 1467 venne eletto dai Dieci di balia commissario per l'alloggiamento nel Pisano delle truppe del duca di Calabria e di Roberto Sanseverino, intervenuti in soccorso dei Fiorentini contro l'esercito veneziano di B. Colleoni, e il 5 sett. 1468 fu nominato dalla signoria commissario per provvedere al passo delle genti d'arme di Napoleone Orsini, che attraverso il territorio fiorentino si dirigeva in Val d'Orcia. Nel giugno 1469, su richiesta di ser Guido da Cagli, cancelliere del conte d'Urbino Federico da Montefeltro, procurò conestabili per Roberto Malatesta di Rimini, attaccato dalle truppe pontificie. Nell'agosto 1474 fu incaricato da Lorenzo de' Medici e dagli "altri cittadini della pratica" di recarsi a Sansepolcro per condurre al soldo della Repubblica Antonello d'Agorano dal Borgo, condottiero del re di Napoli Ferdinando I, in campo contro Città di Castello; la condotta, però, non andò in porto.

Gli stretti rapporti del G. con la famiglia de' Medici emergono con singolare risalto in un episodio particolare: il 26 apr. 1478, assistendo alla messa in s. Maria del Fiore, il G. fu testimone, e non solo, della congiura dei Pazzi. Appena si rese conto che Giuliano era stato ucciso e che Lorenzo era scampato nella sacrestia, corse a palazzo Medici e, salito nell'armeria, aiutò ad armarsi molti dei sostenitori di Lorenzo che nel frattempo stavano accorrendo. Egli stesso si armò con una corazzina, una celata, un targone e una spada, e rimase di guardia a una delle porte del palazzo fino a pomeriggio inoltrato.

Ad Anghiari il G. ricoprì le massime cariche nel governo della Comunità.

Nel gennaio 1443 i priori lo nominarono ambasciatore a papa Eugenio IV affinché concedesse alla città, come fece, il diritto al fonte battesimale. Nel maggio 1445 e nel luglio 1451 fu capitano della Comunità. Il 28 luglio 1452 rappresentò la sua città natale al battesimo del figlio di Tommaso Redditi, vicario fiorentino d'Anghiari nell'anno precedente, e insieme con Jacopo Acciaiuoli e Guido Bonciani fu uno dei padrini. Nel novembre 1452 fu procuratore della Comunità presso i Dieci di balia per la stipulazione di un compromesso riguardo a liti di confine tra Anghiari e la contessa di Montauto, e più volte lo sarebbe stato ancora per questioni amministrative, fiscali e militari concernenti i rapporti tra Anghiari e Firenze. Tra il 1460 e il 1484 fu inoltre cinque volte priore di Credenza, una volta priore di Comunità, quattro volte paciere, una volta sindaco e tre soprasindaco del vicariato; quattro priore di Fraternita, due "operaio" dell'ospedale di s. Maria e altre due operaio alla fabbrica della nuova badia. Nel 1463 fu tra gli allibratori deputati alla revisione degli estimi; nel 1466 e nel 1472 fu estimatore del contado; fu ragioniere del contado nel 1464, nel 1467 e nel 1471; per due volte fu dei prefetti della parte "di dentro"; fu uno dei riformatori per la parte "di dentro" e, tra il 1465 e 1483, fu eletto per ben sei volte gonfaloniere. Nel giugno del 1469 suo figlio Agnolo presenziò alle nozze di Piero de' Medici e di Clarice Orsini come ambasciatore della Comunità anghiarese.

Rimasto vedovo anche della seconda moglie nel novembre 1448, il G. si sposò per la terza volta il 22 febbr. 1449 con Lisa di Lionardo Buonarroti - sorella del padre di Michelangelo - che gli portò una dote di 300 fiorini, e dalla quale ebbe 9 figli: Agnoletta, Gemma, Bartolomea, Francesca, Piera, Giovanni, Francesco Valentino, Bernardino e Antonio. Dopo la morte di Lisa (13 apr. 1473) il G. si sposò nuovamente l'11 dic. 1477 con Francesca di Alamanno Cavicciuoli di Firenze, che gli portò in dote 170 fiorini. Tra il dicembre 1471 e il gennaio 1472 diede in moglie sua figlia Gemma a Piero di Meo di Petto da Montepulciano con 500 fiorini di dote. Agli inizi del 1474 concluse il matrimonio delle figlie Francesca e Bartolomea con Zaccaria e Guido, figli di ser Giovanbattista di Guido de' Lamberti d'Arezzo, anch'esse con 500 fiorini di suggello di dote ciascuna. Suo figlio Niccolò - rettore dello Studio di Perugia nel giugno del 1471 - sposò la figlia del marchese di Petrella agli inizi del 1481.

Se le relazioni del G. con conestabili e uomini d'arme erano state all'origine della reputazione e del prestigio economico che si era saputo guadagnare, fu dai rapporti con uno di costoro che gli derivarono non pochi problemi. Nel 1471 venne infatti accusato di un ammanco nell'amministrazione delle paghe degli uomini del conte Piernofri di Montedoglio. Il G. chiese allora la nomina di una commissione per indagare sul fatto; ma per sanare la questione fu costretto a vendere parte dei suoi beni e a pagare al conte 3000 fiorini. Non sembra però che l'episodio abbia intaccato la sua credibilità, né a Firenze, dove nell'ottobre dello stesso anno vinse anzi una petizione nel Consiglio del Popolo grazie alla quale veniva liberato dai bandi in cui era incorso a seguito della vicenda del conte, né ad Anghiari, come mostrano i prestigiosi incarichi pubblici che continuò a ricoprire.

Con l'appoggio di Giovanni de' Medici, nell'ottobre 1461 aveva notevolmente ampliato i suoi beni tra Anghiari e Arezzo, ottenendo dai Barbolani di Montauto la possessione del Chiaveretto con l'intera vallata dal Chiaveretto a Montauto.

Nell'unica portata che il G. consegnò per il catasto dei cittadini fiorentini "per obbedire al bando", nel 1469, egli dichiarò di aver sempre pagato "la gravezza" per la comunità di Anghiari, e non per la città di Firenze, e di non aver intenzione di fare altrimenti. Il 10 giugno 1472 il Consiglio dei cento riconobbe la sua cittadinanza anghiarese e approvò la sua petizione per non essere tassato a Firenze. Conseguentemente, egli non consegnò la propria denuncia per il nuovo catasto fiorentino del 1480. Nonostante però la deliberazione del Consiglio dei cento a suo favore, i beni che possedeva a Firenze vennero accatastati d'ufficio a nome dei figli. Fu soltanto dopo una nuova petizione presentata al Consiglio dei cento e una provvisione del 21 giugno 1482 nella quale si ribadiva come sia lui sia i figli "non sint cives neque esse intendent", che il G. ottenne finalmente di essere "liberato dalla civiltà" fiorentina e dai conseguenti oneri fiscali.

L'ultima annotazione nelle memorie del G. risale al 19 genn. 1483, quando ospitò nella sua casa d'Anghiari Giovanni e Paolo di Niccolò Vitelli. L'ultima sua carica nella Comunità anghiarese data invece al marzo del 1484, quando fu eletto priore di credenza per quattro mesi.

Il G. morì presumibilmente ad Anghiari in quello stesso anno e venne sepolto nella chiesa anghiarese di Badia, ai piedi dell'altare che aveva fatto costruire per la propria famiglia e per il quale, nel 1457, aveva commissionato a Firenze, al maestro Giovanni da Rovezzano, una tavola rappresentante s. Nicola vescovo.

Vari passi tratti dalle copie delle memorie del G., e relativi principalmente a descrizioni di feste e cerimonie pubbliche fiorentine, sono pubblicati in: L. Medici, Simposio, a cura di M. Martelli, Firenze 1966, p. 6; F.W. Kent, Palaces, politics and society in fifteenth-century Florence, in I Tatti Studies, II (1987), pp. 64 s.; R. Bessi, Lo spettacolo e la scrittura, in Le temps revient, 'l tempo si rinuova. Feste e spettacoli nella Firenze di Lorenzo il Magnifico, a cura di P. Ventrone, Milano 1992, p. 103; P. Ventrone, Feste e spettacoli nella Firenze di Lorenzo il Magnifico, ibid., p. 50; Id., La giostra "romanza" di Lorenzo del 1469, ibid., p. 167; Id., La giostra "classica" di Giuliano del 1475, ibid., p. 189; A. Zorzi, Rituali di violenza giovanile nelle società urbane del tardo Medioevo, in Infanzie, a cura di O. Niccoli, Firenze 1993, pp. 186, 188, 202; N. Carew-Reid, Les fêtes florentines au temps de Lorenzo il Magnifico, Firenze 1995, pp. 13 s., 20 s., 24, 35, 38 s., 44, 49, 53 s., 74, 77, 101, 105 s., 139 s., 145-147, 150, 155 s., 161, 165, 167, 169 s., 172, 182 s., 191, 245; N. Newbigin, Feste d'Oltrarno. Plays in churches in fifteenth-century Florence, Firenze 1996, pp. 39 s., 133, 138-140, 142-144, 146 s., 646 s., 750; G. Ciappelli, Carnevale e Quaresima, comportamento sociale e cultura a Firenze nel Rinascimento, Roma 1997, pp. 190 s. In chiave totalmente romanzata il G. appare tra i personaggi minori del romanzo storico di C. Brizzi, Principe della Chiesa. Uomo di Stato e pastore d'anime, Roma 1999.

Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Firenze, Catasto, nn. 242, cc. 205-207; 914, c. 477; 1005, c. 160; Mediceo avanti il principato, XVII, n. 377; XXX, n. 636; Provvisioni, nn. 163, c. 49; 173, c. 58v-60v; Signori e Collegi, Condotte e stanziamenti, nn. 4, cc. 21r, 26v, 34v, 35r, 36r, 37v, 38r, 41r, 47v, 48v, 50r, 118v, 119r; 8, cc. 16v, 29v, 31v, 127r; 9, cc. 7v, 11r, 12r, 15r-17r, 18r, 34v, 40v, 42r, 43r, 153v, 156r, 163r; 10, cc. 15r, 17v, 21v, 47r, 52v, 64v, 68v, 74r, 75v; Tratte, n. 915, c. 66r; Notarile Antecosimiano, n. 10017; Anghiari, Arch. stor. comunale, ms. 1627: L. Taglieschi, Priorista di tutte le tratte et elettioni di ufitiali della Comunità della terra di Anghiari…, pp. 15-17, 19, 21 s., 24 s., 27-29, 31 s., 34, 36, 38 s., 41 s., 46-48, 50-54, 56, 58 s., 62, 64 s., 69-71, 73-77, 80 s., 85 s., 94, 99 s., 102, 113 s., 117-119; Sansepolcro, Biblioteca civica, ms. 159: L. Taglieschi, Priorista delle famiglie della terra di Anghiari, pp. 244-252; Arezzo, Biblioteca della città di Arezzo, ms. 18: L. Taglieschi, Delle famiglie della terra d'Anghiari, fasc. 6; Ibid., ms. 19: L. Taglieschi, Alberi genealogici delle famiglie della terra d'Anghiari, cc. 8-9; A. Nannicini, La chiesa della badia camaldolese di S. Bartolomeo in Anghiari, Anghiari 1944, p. 4; G. Franceschini, Citerna, in Bollettino della Deputazione di storia patria per l'Umbria, XLIV (1947), pp. 123-125; G. Staccioli, Ser G. d'Anghiari e i suoi giornali, 1437-1483, tesi di laurea, Università di Firenze, a.a. 1968-69; B. Giorni, Monterchi, Città di Castello 1977, p. 49; L. Taglieschi, Annali della terra d'Anghiari, a cura di D. Finzi - M. Parreschi, Anghiari 1991, pp. 22, 108, 125, 146, 150, 164-167, 173, 177, 179, 181 s., 185 s., 188-206, 209, 211-217; A. Antoniella - A. Moriani, Il vicariato di Anghiari al momento della rilevazione catastale del 1428-29, in La Valtiberina, Lorenzo e i Medici, a cura di G. Renzi, Firenze 1995, p. 224; D. Finzi, Politica medicea e ambiente valtiberino nelle cronache del Taglieschi, ibid., p. 31; M.P. Paoli, A proposito di "composite repubbliche": poteri e giustizia nella Valtiberina al tempo di Lorenzo il Magnifico, ibid., pp. 22, 25; L.A. Waldman, Florence cathedral: The facade competition of 1476, in Source. Notes in the history of art, XVI (1996), pp. 1-6; N. Newbigin, Ser G. d'Anghiari e il suo diario, in Una battaglia nel mito. Anghiari: la battaglia e Leonardo. Atti del Convegno internazionale di studi, Anghiari… 2000, in corso di pubblicazione.

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