MICHELI, Guglielmo

MICHELI, Guglielmo

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 74 (2010)
di Laura Mocci

MICHELI, Guglielmo. – Nacque a Livorno il 12 ott. 1866 da Leopoldo, tipografo e litografo, e da Isola Giusti «di buona famiglia livornese» (Somaré, 1940, p. 7).

La naturale propensione per il disegno portò il M. ad avvicinarsi alla pittura che cominciò a studiare presso il pittore accademico Natale Betti per poi passare, dal 1883 al 1887, alla scuola Michoniana di ornato e d’architettura di Livorno.

La borsa di studio della Fondazione Michelangelo Bastoni, vinta dal M. nel 1886, segnò il suo destino. Le 600 lire annue gli diedero la possibilità di trasferirsi a Firenze per iscriversi all’Accademia di belle arti e frequentare la Scuola libera del nudo diretta da G. Fattori.

Fu, questo, un periodo particolarmente intenso e significativo per il M., segnato nel 1888 dal matrimonio con Guglielmina Paganucci, nipote dello scultore livornese Giovanni, celebrato contro il volere della famiglia per l’ancora incerta condizione economica del giovane.

Il M. a Firenze «studiava con assiduità, con fervore, preso da un’idea dell’arte e da un senso della vita profondamente serii» (Somaré, 1940, p. 8). Furono queste qualità, unitamente al buon carattere, a renderlo particolarmente caro a Giovanni Fattori.

Dalla corrispondenza intercorsa fra i due tra il 1890 e il 1908, anno della morte di Fattori, traspaiono la predilezione e il favore particolare del maestro per il giovane allievo, elementi che, con il passare del tempo, trasformarono il rapporto in una profonda e sentita amicizia, matura al momento del ritorno a Livorno del Micheli.

Compagni del M. a Firenze furono Plinio Nomellini, Mario Puccini, Francesco Fanelli, Ferruccio Pagni e Giuseppe Pellizza da Volpedo; quest’ultimo, il 30 dic. 1896, lo descriverà come incorruttibile da «diverse tendenze artistiche, poiché ess[o] ha basi solide nelle qualità del cuore» (Servolini, 1929, p. 81 n. 4).

Al 1889 risale il primo ritratto della moglie a mezzo busto, di tre quarti, mentre si volta e fissa lo spettatore con grandi occhi tristi in un volto lungo dalla bocca serrata. Si tratta di uno studio per il ritratto a figura intera realizzato l’anno dopo. Entrambe le opere, così come i Cacciatori in tombolo (Livorno, Museo civico G. Fattori) del 1889 o Estate ai bagni Pancaldi (Ibid., Galleria d’arte Athena) e Campagna toscana (collezione privata) del 1890, sono meditazioni sugli insegnamenti fattoriani dai quali il M. non riusciva ancora a prendere le distanze. A questo stesso periodo risalgono alcune «tavole di animali [che] potrebbero esser firmate dal maestro […], e quadretti con motivi di selvaggina» (Servolini, 1929, p. 76), elementi ancora, secondo P. Winspeare (1999, p. 77), «di una lingua senza sintassi, ridotta a pura citazione vernacolare». Tra il 1891 e il 1894 il M. partecipò alla Promotrice di Firenze e all’inizio degli anni Novanta vengono riportate le due tavolette Preghiera e Ragazza seduta (Livorno, Museo civico G. Fattori) il cui tema, raffigurante una figura femminile di spalle rivolta di tre quarti, è trattato con un generico naturalismo.

La nascita del figlio Alberto il 24 dic. 1890, quella successiva della figlia Gina Maria, l’aumento delle responsabilità familiari orientarono il M. verso l’insegnamento. Ottenuta l’abilitazione per la disciplina del disegno nelle scuole tecniche e normali nel 1893, il M. ebbe il primo incarico l’anno successivo all’istituto tecnico di Livorno, insegnamento che terrà fino al 1906.

Nel 1892 il M. partecipò all’Esposizione nazionale di belle arti a Roma, dove tornerà nel 1895 per l’Esposizione della Società amatori e cultori (Conti, 2004, p. 186). Nel 1893, all’Esposizione della Società di belle arti a Firenze, il M. presentò il dipinto La stradina (Livorno, collezione Cassa di risparmio) ove pennellate veloci lasciano intravedere un interesse per la pittura d’Oltralpe.

Nello studio del M., allestito nella serra in fondo al giardino della propria abitazione, tra borgo S. Jacopo e borgo Cappuccini, passarono in questi anni Manlio Martinelli, Gino Romiti, Emilio Panico, Oscar Ghiglia, Giulio Cesare Vinzio, Raffaele Gambogi, Antonio Anthony de Witt, Benvenuto Benvenuti, Adriano Baracchini-Caputi, Eugenio Caprini, Renato Natali, Amedeo Modigliani e Llewelyn Lloyd.

È grazie ai ricordi di Lloyd (1951, p. 26), che nel 1899 lo ritrasse nel suo studio, che conosciamo il metodo del M. il quale, uscendo la mattina per andare a lavorare, lasciava gli allievi soli, con il modello in posa e la raccomandazione di dedicarsi «quando si disegnava, alla “forma” e soprattutto ai volumi e agli spazi; quando si dipingeva […] ai toni, ai rapporti». Quando tornava, la sera, il M. faceva i suoi commenti senza mai intervenire direttamente sulle opere.

Sono questi gli anni in cui il M. realizzò dipinti quali Nel porto o Porto di Livorno (1895; Livorno, Museo civico G. Fattori) in cui la sintesi di sentimento, disegno e forma lo consacra come pittore di marine.

Capace di cogliere i toni delle «miriadi di superfici concave e convesse […], che storgono, spezzano, aggrovigliano l’immagine riflessa» (Lloyd, 1951, p. 29), il M. riprese il tema nel poco più tardo Nel porto di Livorno in cui, alla cura del dettaglio dei velieri di poppa, aggiunse con un tratto più libero la nota intima del gruppo familiare sulla barca a remi in primo piano. Grazie a questi dipinti e al più tardo Veliero della ruota in darsena che Fattori dirà «io ho insegnato a Micheli a far cavalli; ma Memo [così lo chiamava il maestro] ha insegnato a me a far marine» (ibid., p. 30). Ancora all’opera di Fattori fanno riferimento i dipinti del 1896 tra cui Alberi d’inverno (Livorno, Bottega d’arte di E. Angiolini), La figlia del pittore (collezione privata) e Paesaggio livornese (Ibid., Museo civico G. Fattori) del 1900.

Le incalzanti responsabilità familiari imposero al M. la ricerca di ulteriori impieghi, tanto che Fattori, il 31 genn. 1900, scrisse una lettera raccomandandolo «come insegnante di pittura e disegno in qualsiasi Istituto italiano» (Somaré, 1940, p. 3). Tra il 1901 e il 1903 il M. espose alla Promotrice fiorentina e nel 1904 fu membro della giuria all’Esposizione di Londra e fece parte della commissione per l’assegnazione della borsa di studio della Fondazione Banti (Servolini, 1929, p. 74).

Al 1906 risale la partecipazione del M. all’Esposizione nazionale a Milano cui seguì, tra le altre, quella alla mostra Donatelliana nel 1909 nella quale il M. fu premiato con medaglia d’oro per un dipinto con una marina e per un disegno (ibid., p. 74). Nel 1906, con l’assegnazione della cattedra alla scuola tecnica di Aqui, ebbe inizio un lungo periodo di trasferimenti in tutta Italia.

Il soggiorno ad Aqui, cominciato nell’autunno di quell’anno, fu segnato dalla prematura morte del figlio sedicenne Alberto avvenuta nel gennaio del 1907 per polmonite. L’episodio colpì duramente il M. che trovò la forza di superarlo solo grazie agli affetti e all’impegno assiduo nel lavoro.

Dopo il Piemonte il M. fu trasferito in Sardegna, alla scuola tecnica di Iglesias. A questo periodo risale Paesaggio sardo in cui, con una tecnica bozzettistica caratterizzata da pennellate veloci, egli rimane fedele al suo intento naturalistico.

Chiesto e ottenuto il trasferimento a Cortona, il M. vinse il concorso generale per gli istituti tecnici, incarico che lo portò prima a Sassari, poi a Caltanissetta, a Bari, a Pisa, a Siracusa e, al termine della carriera, ad Arezzo. Qui, al liceo scientifico F. Redi ebbe tra gli allievi Amintore Fanfani, che nel 1966, a Livorno, avrebbe inaugurato il busto del M. per il centenario della nascita (Conti, 2004, p. 186).

L’interesse e la passione per l’insegnamento lo portarono a pubblicare cartelle di disegni a serie per uso scolastico sui temi dell’ornato, del chiaroscuro, della figura, editi a Livorno per i tipi di Meucci e dalla scuola labronica di arti e mestieri.

Tra il 1910 e il 1920 vengono datate opere come Carro rosso, in cui l’accentuato frontalismo è risolto con maestria in un verticalismo prospettico sostenuto da campiture di colore costruttive e sintetiche, e Coppia di buoi bianchi (entrambe: Livorno, Museo civico G. Fattori) probabile pendant del dipinto precedente, in cui la trama pittorica a larghe pennellate spezzate, ravvisabile anche in Bambine sulla spiaggia, nello stesso museo, lo avvicina alle ricerche che in quegli anni portavano avanti gli allievi Ghiglia e Lloyd. Il colore costruttivo contenuto dalla linea nera del disegno si ritrova nella tavoletta Bindolo e nell’immagine di Buttero, di chiara ascendenza fattoriana.

Databile al secondo decennio del Novecento è l’Autoritratto donato dalla figlia al Museo civico G. Fattori di Livorno, in cui il M. si ritrasse in una smorfia scherzosa, con la pipa in bocca, il cappello di tre quarti.

Appassionato acquerellista, il M. si dedicò anche all’incisione, tra i cui esemplari si ricordano le acqueforti Livorno: canale del Calabrone (Ratta, 1929, tav. 25), Alberi secchi, Veliero nel porto labronico, Canale con barca, Stradina, Campagna livornese (Servolini, 1955, p. 534) e all’illustrazione di libri per la casa editrice Belforte di Livorno, per cui realizzò, tra l’altro, le tavole per Gambalesta di L. Capuana, Pierino e le sue bestie di E. Levi, e per la quale illustrò i libri della collezione «Elena». Il M. collaborò inoltre con l’editore musicale livornese Ferrigni e Cremonini e realizzò serie di cartoline, calendari, manifesti e diplomi.

Nel marzo del 1925, ad Arezzo, morì la moglie Guglielmina; trasferitosi a Livorno dalla figlia, il M. morì il 7 sett. 1926.

Nel 1950 la figlia Gina Maria donò le opere rimaste di sua proprietà al Comune di Livorno.

Fonti e Bibl.: Mostra retrospettiva di G. M. a Bottega d’arte, in Bollettino di Bottega d’arte, VI (1927), 1, pp. 4-6; C. Ratta, Acquafortisti italiani, III, Bologna 1929, tav. 25; L. Servolini, G. M., in Liburni Civitas, II (1929), 2, pp. 71-81; E. Somaré, G. M., Milano 1940; D. Durbè, Lettere inedite di Giovanni Fattori, in Paesaggio, I (1946), 3-4, pp. 169-176; L. Lloyd, Tempi andati, Firenze 1951, pp. 15-31; A. Santini, Le marine di M. facevano gola a Fattori, in Il Tirreno, 13 genn. 1951, p. 3; G. Bizzarrini, G. M. nei ricordi di un amico, ibid., 26 ag. 1953; G. Romiti, Omaggio al pittore M., ibid., 13 sett. 1957, p. 5; Mostra retrospettiva del pittore G. M. (1866-1926) (catal.), Livorno 1957; L. Castelli, G. M., in Rivista di Livorno, VII (1957), 6, pp. 343-350; G. M. 1866-1966 (catal.), Livorno 1966; S. Bietoletti, La stradina …, in La pittura a Livorno tra le due guerre nella raccolta della Fondazione Cassa di risparmi (catal.), a cura di E. Spalletti - S. Bietoletti, Livorno 1997, p. 26; M.P. Winspeare, Il nucleo del postmacchiaioli nelle collezioni civiche, in Museo civico Giovanni Fattori. L’Ottocento, Livorno 1999, pp. 77 s.; A. Conti, in La scuola di M. da Modigliani a Lloyd (catal.), a cura di F. Sborgi, Marina di Pietrasanta 2004, pp. 185 s.; L. Servolini, Dizionario illustrato degli incisori italiani moderni e contemporanei, Milano 1955, pp. 532-534; A.M. Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori, disegnatori e incisori italiani, III, Milano 1962, p. 1176; Dizionario enciclopedico Bolaffi, Torino 1975, p. 379.

L. Mocci

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