BENTIVOGLIO, Guido

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 8 (1966)

di Alberto Merola

BENTIVOGLIO, Guido. - Nacque a Ferrara da Comelio e da Isabella Bendidio il 4 ott. 1577. Visse i suoi primi anni nella città natale, educato alla raffinatezza usuale nei giovani dell'aristocrazia estense. Nel 1594 si recò a Padova: "perché io potessi in quella università così celebre applicarmi con tanto maggior profitto agli studi e rendermi poi tanto più abile a seguitare la professione ecclesiastica" (Memorie, p. 5). E che per lui si prevedesse una brillante carriera ecclesiastica non fu mai messo in dubbio fin dall'inizio, né da parte sua né da quella dei suoi familiari: una prova di tale ambizione, che aveva i suoi presupposti nella cospicua nobiltà del casato e nelle notevoli qualità intellettuali del B., fu il suo atteggiamento sempre premurosamente sollec:ìto verso l'ambiente della corte romana e del pontefice. A Padova il B. studiò dapprima con Antonio Riccoboni, presso il quale alloggiò nei primi dué anni; quindi, nel "pigliar casa", cioè andando a vivere in un appartamento privato, chiamò con sé come istitutore Carlo Salice, "buon legista, buon filosofo ben introdotto ancora in teologia, ma ben versato particolarmente nelle altre più amene e culte lettere" (Memorie, p. 6).

La giovinezza del B., prima a Padova e poi a Roma, ove si recò nel 1600, fu tutta dedita a una vasta preparazione culturale e erudita; ciò è facile constatare ove si pensi agli uomini che per amicizia e rispetto, o perché scelti come insegnanti e privati istitutori, frequentò fino al 1607, quando partì per la sua nunziatura in Fiandra.

A Padova, in compagnia dell'amico Cornaro, il B. frequentò il Galilei che per loro "aveva esplicata in privato la sfera", e più tardi a Roma ebbe come maestro di geografia il Boccalini, convinto come era che la geografia è quella scienza "sanza il cui lume sempre si cammina al buio ne' libri storici" (Memorie, p. 97): e i libri storici esercitavano un significativo interesse sul giovane B.: "Fin d'allora io godeva con sommo piacere di trovarmi a quelle tante e si varie scene di casi umani che dall'istoria si rappresentano; dall'istoria, dico, la quale unendo le memorie sepolte con le più vive, e i secoli più lontani co' i più vicini a guisa di scola publica in mille efficaci modi ammaestra i prencipi, ammaestra i privati, e fa specialmente conoscere quanto uguale e giusta con tutti sia l'alta mano di Dio, e quanto più fra le miserie che fra le felicità ondeggi l'uomo in questo sì naufragante commune Egeo della vita mortale. Non potrei esprimere insomma ilpiacere e profitto insieme, che io provava ne' libri istorici, come se fin da quel tempo nel barlume di quell'età il natural mio genio mi facesse antivedere l'impiego delle due nunziature... un presagio a me medesimo de' parti istorici..." (Memorie, pp. 6-7). A Roma fu in particolare "intrinsechezza" anche con i cardinali Antoniano, Baronio e Bellarmino.

Da Padova il B. dovette ritornare a Ferrara quando, nel 1598, si verificò la crisi della successione nella città estense Alfonso II era morto senza lasciare diretti eredi, e il pontefice Clemente VIII aveva deciso di annettere la città, feudo ecclesiastico, ai domini della Chiesa contro le pretese e i desideri di Cesare d'Este, cugino di Alfonso, che ne rivendicava il possesso. In tale circostanza un fratello dei B., Ippolito, che aveva avuto lunga e onorevole carriera militare negli eserciti del duca d'Alba, durante la conquista del Portogallo (1585), e in Fiandra, sotto Alessandro Famese, fu incaricato dal duca Cesare della difesa di Lugo contro l'assalto delle truppe pontificie. Risoltasi, come è noto, la questione con la vittoria di Pietro Aldobrandini, cardinale nipote e comandante dell'esercito papale, il B., temendo che la partecipazione della sua famiglia alla guerra potesse in qualche modo compromettere la sua carriera ecclesiastica cui con tanto impegno e ambizione si stava dedicando, si trasferì da Ferrara a Faenza per ottenere dal legato di Romagna, il cardinale Bandini, di essere presentato all'Aldobrandini al fine di scusarsi a nome del fratello Ippolito. Scuse che furono bene accolte e dal cardinale nipote, che gli promise favori per quando, terminati gli studi, si fosse recato a Roma, e successivamente dal pontefice stesso che il B. poté ossequiare a Ravenna. Clemente VIII lo spronò a prepararsi alla carriera intrapresa, anche tenuto presente che "i Ferraresi per l'avvenire avrebbono potuto aspettare più facili e maggiori avanzamenti nelle dignità ecclesiastiche" (Memorie, p. 55). Intanto lo ammetteva nel numero dei suoi camerieri segreti e lo aspettava a Roma dove avrebbe svolto tale mansione. Conseguita nell'estate del '600 la laurea in utroque iure, il B., messi in ordine i suoi affari patrimoniali a Ferrara. si trasferì a Roma, non senza approfittare della sosta che lungo il viaggio fece a Firenze, per andare a render visita al granduca Ferdinando I, l'ex cardinale, che gli fu prodigo di consigli per la sua futura vita di Curia.

In qualità di cameriere segreto il B. seppe conciliarsi quelle simpatie dalle quali doveva venir fuori l'atteso e a lungo richiesto incarico: gli fu concessa la nunziatura in Fiandra, ufficio che cominciò ad assolvere con grande abilità e zelo immediatamente dopo l'arrivo a Bruxelles (9 ag. 1607), sfatando i dubbi e le incertezze che potevano essere motivati dalla sua giovane età. La sua attività diplomatica durò quattordici anni (fino al 1615fu nunzio in Fiandra, quindi, dal 1616al 1621, fu nominato nunzio a Parigi), vale a dire per tutti gli anni del pontificato di Paolo V e del governo del cardinal nipote Borghese Caffarelli. Di quest'ultimo il B. fu un collaboratore intelligente e fedele, accettando le direttive di massima che il cardinale gli comunicava.

Il B. ritenne, almeno nei primi tempi, la nunziatura di Bruxelles come un incarico non di primaria importanza nella gerarchia diplomatica vaticana; trattò quindi per ottenere (specialmente attraverso le sollecitazioni di un suo fratello, Enzo, ambasciatore ferrarese a Roma) altre nunziature: aspirava a quella di Madrid e si parlava anche di un probabile incarico per lui a Praga. Egli non rinuncerà tuttavia a Bruxelles, conscio che la sua funzione s'inseriva in uno dei principali nodi della politica europea e di quella della Chiesa in quel momento. Il 24 genn. 1615 scriveva al fratello Enzo: "V. S. sa che sito è questo. Francia, Inghilterra, le Provincie Unite, e la Germania lo circondano da ogni parte, e le cose di Spagna hanno la lor maggiore relatione con queste di Fiandra, e queste con quelle di Spagna. Onde questa è senza dubbio una delle più belle scuole di negotij del mondo" (cfr. R. Belvederi, G.B. e la politica..., p. 59). D'altro canto, oltre che degli affari fiamminghi, il B. doveva o incarico del papa, ccuparsi, per espresso anche degli interessi cattolici in Inghilterra, Scozia e Irlanda, in Danimarca e in Norvegia. E questa estensione di giurisdizione dové essere effettiva per il B. quando si ricordi la sua Breve relazione di Danimarca (pubblicata dal Du Puy nel 1629) o la Relazione d'Inghilterra del 1609 (pubblicata nelle Relazioni del card. B., Milano 1806, pp. 203-217) 0 l'interesse per gli affari irlandesi e scozzesi che emerge dalle sue lettere diplomatiche.

Il B. arrivò a Bruxelles quando era in atto una trattativa di pace fra cattolici e protestanti, e la sua attività fu tutta occupata perché, nel favorire la pacificazione (che era anche la volontà di Roma), non andassero perduti i privilegi cattolici nella parte del paese ancora soggetta alla Spagna. Egli avrebbe dovuto appoggiare l'azione dell'irresoluto arciduca Alberto d'asburgo, stretto fra le pressioni di Filippo III e la resistenza delle Provincie Unite, sorrette dalla politica di Enrico IV. La tregua dei Dodici anni (o d'anversa, del 9 apr. 1609) ebbe l'appoggio del nunzio, che arrivò a polemizzare con l'ambasciatore di Spagna, sempre sospettoso di una persecuzione anticattolica.

D'altro canto, non si era ancora quietato questo tratto del fronte europeo che un'altra crisi si apriva per la successione (dopo il 25 marzo 1609) nel ducato di Jülich-Kleve. Con la morte del duca Giovanni Guglielmo, che non lasciava altri eredi che la vedova, si fecero avanti come pretendenti al feudo alcuni principi tedeschi e in primo luogo il principe elettore Giovanni Sigismondo di Brandeburgo. Nonostante la decisione dell'imperatore Rodolfo II di procrastinare ogni soluzione, con la segreta speranza di potere in seguito dare il ducato ad un principe cattolico senza provocare reazioni troppo vivaci tra i principi tedeschi protestanti, Giovanni Sigismondo, con l'aiuto del conte palatino Filippo Luigi di Neuburg, occupò il ducato appoggiato dall'Inghilterra, dall'Olanda e soprattutto da Enrico IV. Quest'ultimo spinse la crisi al punto di rottura quando il principe di Condé fuggì a Bruxelles il 29 nov. 1609 insieme con la giovane moglie, perseguitata, ma non senza suo compiacimento, dalle insistenti offerte d'amore del re di Francia. Quando Enrico IV intimò all'arciduca Alberto di non concedere ospitalità al Condé, si oppose un rifiuto reciso. Tutti (e il B. ne era estremamente preoccupato nei suoi messaggi a Roma) prevedevano una guerra generale europea quando, com'è noto, il 14 maggio 1610, Enrico IV fu assassinato. Il B. darà più tardi della crisi un quadro estremamente vivace: la Relazione della fuga di Francia d'Henrico di Borbone prencipe di Condé... fatta dal Sign.re Card. B. quando era Nuntio di Francia è certo tra i suoi scritti più notevoli per qualità narrativa e per l'acutezza e rapidità con cui viene sciolto il groviglio degli avvenimenti: si veda soprattutto come dall'episodio della rottura tra il Condé e Enrico IV il B. cerchi di spiegare i rapporti tra il sovrano assolutista e l'aristocrazia che non demorde dalle sue "réactions seigneuriales".

Ma il B. non limitò la sua opera alle questioni internazionali e diplomatico-politiche. Fece, al contrario, ogni sforzo per rafforzare quella che appariva in quegli ultimi anni come una rifioritura del cattolicesimo fiammingo nella parte ancora soggetta all'autorità spagnola. Tenne rapporti (e ne incoraggiò lo sviluppo) con le due grandi università, quella di Douai e quella di Lovanio (dove fino alla morte aveva insegnato Giusto Lipsio, dei quale il B. volle che alla fama scientifica fosse unito negli elogi il ricordo della pietà cattolica).

Soprattutto il B. sollecitò l'episcopato a procedere all'applicazione delle norme della riforma cattolica con una serie di sinodi ai quali volle partecipare: quelli di Malines, Paud e Ypres, nel 1609; di Anversa, nel 1610, di Herzogenburg, nel 1612. A Malines, tra l'altro, fu deciso, su sua proposta, di sostituire il catechismo del Canisio, che sembrava al nunzio adatto all'insegnamento in Germania (soprattutto per la polemica antiluterana che lo informava) piuttosto che in Fiandra, dove era semmai necessaria una "difesa dell'anime" dal calvinismo. E infatti in quello stesso anno (1609) it gesuita Makeblyde dava alle stampe il catechismo fiammingo: catechismo che il B. fece adottare dal sinodo di Anversa dell'anno successivo con una importante decisione: l'obbligo, per i fanciulli tra i sei e i quindici anni, di frequentare le lezioni di catechismo, che, secondo l'esempio delle "scuole domenicali" di Carlo Borromeo, il B. volle che s'istituissero in tutte le parrocchie.

Terminata nel 1615 la nunziatura in Fiandra, il B. tornò a Roma. Ripartì nell'autunno dell'anno successivo per andare nunzio a Parigi, dove arrivò il 15 dicembre 1616. Se in Fiandra i "negotij" erano consistiti fondamentalmente nell'evitare rischi di guerra e nel tutelare la più che incerta tregua d'armi, in Francia egli dovette, da un lato, tutelare le posizioni romane nei riguardi delle scosse gallicane che agitavano la Chiesa francese, dall'altro inserirsi, senza impaniarsi, nella difficile crisi di governo che si era sviluppata durante la reggenza di Maria de' Medici. La posizione del nunzio fu di estrema cautela perché la politica spagnola in Italia (specie durante la questione valtellinese del 1620) non obbligasse la Francia a intervenire, pregiudicando definitivamente la "pace d'Italia". A questo si aggiungeva la costante preoccupazione, comunicata a Roma, per le tendenze della Francia a diventare, con Richelieu, l'asse della politica antimperiale. Nonostante le nuove difficoltà della situazione internazionale, il B. cercò (come gli suggerivano le istruzioni del Borghese) di ottenere la sempre sperata intesa tra Francia e Spagna.

Sviluppò poi (attraverso un'abbondante pubblicistica del clero e dei laici, che egli incoraggiò apertamente) la polemica contro gli scritti e la propaganda ugonotta e gallicana. Anche se è curioso notare, a questo punto, che in un primo tempo il B. fu molto favorevolmente impressionato dalle tesi dell'Arnauld sulla frequens communio.Ma questo derivò probabilmente dalle scarse simpatie che egli aveva per i gesuiti (seppure fu poi, dal 1617, in grande amicizia con il gesuita Arnoux che era diventato confessore di Luigi XIII), come dimostrò anche nell'appoggio spesso concesso alla Sorbonne.

Due momenti sono forse i più notevoli della nunziatura francese del Bentivoglio. Il primo fu quando si presentò all'assemblea dei "notables" che si tenne a Rouen dal 4 dic. 1617. Il re temeva che da tale assemblea, dominata dalle idee del Parlamento di Parigi, potessero essere avanzate richieste analoghe a quelle fatte dal terzo stato agli Stati generali del 1614: una legge generale fondamentale dello Stato, che intaccasse quindi il potere reale. Invece, in seguito a una richiesta dei rappresentanti del re di vietare ai sudditi francesi di avere rapporti con i rappresentanti scopo soprattutto di di sovrani stranieri (allo scopo soprattutto di evitare ulteriormente i rapporti tra i principi protestanti e gli aristocratici ugonotti), il pericolo maggiore si presentò per il nunzio. L'assemblea infatti propose di accettare la proibizione aggiungendo al divieto anche quello dei rapporti col rappresentante del pontefice. La protesta del B. e le minacciate rappresaglie diplomatiche fecero rientrare tale emendamento.

L'altro momento fu quando, nell'ottobre 1620, il B. ottenne da Luigi XIII l'antica promessa di Enrico IV di unire alla corona di Francia quella dei Béarn e della Navarra (applicando in tal modo l'editto di Nantes e ottenendo quindi la restituzione dei beni ecclesiastici degli Ugonotti). Non solo il B. ottenne che tale promessa fosse rispettata. ma restò immobile nella richiesta della restituzione dei beni. Cose che il re dovette fare con l'uso della forza e, non bastando questa, dovette risarcire gli Ugonotti della confisca con beni del tesoro reale.

Nel gennaio del 1621 il B. ricevette la notizia della sua nomina a cardinale. Recatosi a Roma per l'imposizione del galero (ottenuto non senza i buoni uffici del re di Francia), dové prestare ossequio al nuovo pontefice Gregorio XV. Dal nuovo papa, così come dal suo successore Urbano VIII, il B. non fu più utilizzato come nunzio, ma trattenuto a Roma. Egli tornava in Curia preceduto dalla fama di abile politico, consigliere di sovrani, difensore acceso degli interessi cattolici e romani. Nella vita di Curia il B. continuò a occuparsi di affari internazionali, almeno nei primi tempi. Ebbe per un certo periodo la funzione di presidente, dal 1628 al 1635, della Congregazione del S. Uffizio. In seguito divenne più saltuaria la sua attività politica e preminente invece quella di letterato e scrittore, di protettore e amico di artisti: del Testi, per esempio, e del Marino, per quanto il suo mecenatismo fu sempre limitato dall'assottigliarsi dei patrimonio, già gravemente intaccato dalle spese per le nunziature.

Il definitivo soggiorno romano è quello in cui il B. si dedicò agli interessi che già aveva coltivato in gioventù, meditando gli avvenimenti che aveva affrontato come diplomatico, rifondendo le osservazioni e notizie che già aveva steso nelle sue lettere, note e relazioni diplomatiche.

Nel 1629, infatti, uscivano in Anversa, a cura di Ericio Puteano (Henry Du Puy), due volumi di Relazioni del card. Bentivoglio. Dei due volumi il primo conteneva la Relazione delle Provincie Unite di Fiandra, fatta dal card. B. in tempo della sua nunziatura appresso i serenissimi arciduchi Alberto e Anna Isabella infanta di Spagna, sua moglie, la Relazione di Fiandra..., la Breve relazione di Danimarca... al cardinale Scipione Borghese, la Breve relazione degli Ugonotti di Francia;ilsecondo: la Relazione della fuga di Francia d'Henrico... Condè e la Relazione della mossa d'arme che seguì in Fiandra l'anno MDCXIV.

Pochi anni dopo questa prima edizione delle Relazioni cominciava a uscire, dal 1632, a Colonia, Della guerra di Fiandra (l'opera completa fu finita di stampare nel 1639), che doveva, secondo le intenzioni dell'autore, completare il quadro della situazione fiamminga tracciato nelle Relazioni, offrendo la narrazione degli avvenimenti che si erano svolti in quella regione dal 1559, inizio della rivolta, al 1609.

Enorme fu la fortuna dell'opera, fondata sulle fonti diplomatiche che il B. aveva raccolto copiosamente, condita di massime morali e sorretta da una robusta eloquenza, tesa a rivelare gli intrighi che dietro le passioni religiose, politiche e le contese economiche avevano "finalmente" determinato il corso degli avvenimenti. Dal giudizio di G. Ciampoli (Lettere, Bologna 1679, p. 17)a quello di A. Mascardi (Dell'arte istorica, III, Venezia 1636, p. 296: "concedasi fra gli antichi più celebri un luogo eccellente ad un moderno, che illustra il nostro secolo con l'esercizio d'una pronta e generosa eloquenza") il pregio dell'opera fu fatto consistere tutto nell'eloquenza e nella capacità pittorica, rivelatrice di arcana imperii e d'imperscrutabili divine volontà: giudizio che è, ancora, quello del Fueter (Storia della storiogr. moderna, Napoli 1944, pp. 154 ss.), anche se con segno negativo. Indice di tale fortuna oratoria fu il libro, stampato a Colonia nel 1640, Raccolta delle Orazioni e degli Elogi che si contengono nell'Istoria di Fiandra, dove si estraevano i discorsi pronunciati dagli eroi della storia del B. come un esempio "sublime di ottima eloquenza politica e di virtù morale".

Degli stessi avvenimenti tratta, com'è noto, il De bello Belgico decades duae di Famiano Strada, la cui seconda decade uscì soltanto nel 1647, ma la prima parte era già stampata prima dell'opera del B., nel 1632. Il libro dette luogo a un'aspra e lunga critica del B. cui non erano estranee "gelosie di autore" e insofferenze per le tesi gesuitiche, oltre che per la scarsa eleganza letteraria denunciata dallo Strada.

L'ultimo scritto del B., edito quando l'autore era ormai morto da tre anni, consiste nelle Memorie, stampate contemporaneamente in due diverse edizioni, una ad Amsterdam, l'altra a Venezia.

Solo in parte la forma della narrazione è autobiografica; peraltro le Memorie registrano un tentativo di storia diplomatica, che si arresta al 1601, al trattato, cioè, di Lione tra Francia e Savoia. I capitoli che conservano forse maggiore interesse sono quelli iniziali in cui il B. tenta una ricostruzione della sua formazione intellettuale e una descrizione della corte romana ai tempi della sua giovinezza.

Quando, nell'estate del 1644, s'aprì il lungo conclave per la successione di Urbano VIII, il vecchio e malandato B., decano del sacro collegio, cardinale prenestino, fu per un momento, sostenuto dalla Francia, tra i papabili. Nella difficile situazione che si era creata, le sue forze vennero meno: egli morì il 7 settembre 1644; il suo cadavere venne sepolto nella chiesa di San Silvestro al Quirinale.

Opere: Alle prime edizioni che si sono già indicate vanno aggiunte le seguenti: per le Relationi:Colonia 1630 (ristampa dell'edizione dell'anno precedente); e ancora: Colonia 1631, Venezia 1636, Parigi 1645; sempre Parigi, per Giovanni Jost, 1648; Roma, per il Mascardi, 1647; ancora Roma, per Filippo de Rossi, 1654; Bologna 1655, Venezia 1687, Londra 1764; Parigi, per Didot, 1807; Parigi, a cura del Biagioli, 1819; Napoli 1832. A tali edizioni vanno aggiunte quelle comprese nelle edizioni generali delle sue opere: Opere storiche del cardinal B., Società tipografica de' classici italiani, I, Milano 1806; Milano 1826; Torino 1827; Milano 1833.

Della guerra di Fiandra, dopo l'edizione princeps (Colonia 1632), veniva ristampata, con l'aggiunta del IX e X libro a Colonia dal 1633 al 1639, a Venezia nel 1637, appresso F. Baba, a Colonia e a Venezia nel 1640, ancora a Venezia nel 1674, e infine nelle edizioni ottocentesche delle opere del B. sopracitate.

Delle Memorie, dopole due edizioni del 1647 a Venezia e ad Amsterdam, ne usciva un'edizione a Venezia nel 1648, quindi una a Milano nel 1864, che è una ristampa con correzioni e varianti dell'edizione del 1648 di Amsterdam. Per la collezione "Gli Scrittori d'Italia" C. Panigada ha curato una edizione di Memorie e lettere, Bari 1934.

Fonti e Bibl.: È da tenere presente che numerose lettere del B., diplomatiche o personali, sono state pubblicate (senza tener conto di quelle conservate manoscritte nella Biblioteca e nell'Archivio Vaticani e nella Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara, sulle quali cfr. R. Belvederi, G. Bentivoglio e la politica europea del suo tempo, 1607-1621, Padova 1962): fu stampata nel 1631a Colonia la Raccolta di lettere scritte dal cardinal B. in tempo delle sue nunziature di Fiandra e di Francia, insieme con le Relationi, ristampata poi nel 1636, 1647, 1654, 1655, 1687, ecc., e nelle edizioni ottocentesche, Milano 1806-7, ibid. 1826, Torino 1829, Milano 1833. Dopo queste edizioni, che risalivano tutte all'editio princeps secentesca, nel 1852, secondo il frontespizio, ma in realtà nel 1853, a cura di L. Scarabelli, uscirono due volumi di Lettere diplomatiche di G. B., Torino 1852, che furono riedite dal De Stefani (La nunziatura del cardinale G. B. Lettere a Scipione Borghese cardinal nipote e segretario di stato di Paolo V, Firenze 1865). Nell'edizione delle Memorie, Milano 1864, a cura di C. Morbio, il volume III contiene cinquantotto lettere inedite. Oltre alla citata edizione dei Panigada, R. Belvederi ha pubblicato G. B. diplomatico, Ferrara 1947-48, due volumi di carteggi del Bentivoglio.

Per la bibliografia, oltre alla nota finale del Panigada, vedi dei Belvederi, G. B. diplomatico, e G. B. e la politica europea del suo tempo, che dà tutti i riferimenti bibliografici e archivistici generali e specifici sul Bentivoglio.

Tralasciando le opere generali (Ranke, Pastor, ecc.) e i repertori, si indicano: D. Scaglia, Giudizio sopra l'historia dell'em. signor card. Bentivoglio…, Napoli s.d. (ma 1638);Bonifacio da Luri, Elogio di Guido II Bentivoglio d'Aragona, cardinale, Venezia 1748; V. Cafaro, Il cardinale G. B., la sua vita e l'opera, Pozzuoli 1925;R. di Tucci, Il cardinale G. B. e i suoi rapporti con la Repubblica di Genova, Genova 1934;R. Belvederi, Dell'elezione di un re dei Romani nel carteggio inedito dei cardinale G. B. (1609-1614), in Rendic. dell'Acc. naz.dei Lincei, classe scienze morali, storiche e filos., s. 8, VI (195 1), pp. 145 ss.; A. Nicodemi, A. Manzoni e i cardinali B., Antoniano e Borromeo, Teramo 1957. Per la documentazione della nunziatura in Fiandra cfr. J. D. M. Comelissen, Romeinsche bronnen voor den Kerklijken Toestand der Nederlanden onder de Apostolische Vicarissen 1592-1727, I, 1592-1651, Gravenhage 1932.

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