CALCAGNINI, Guido

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 16 (1973)

di Lajos Pàsztor

CALCAGNINI, Guido. - Nacque a Ferrara il 25 sett. 1725 dal marchese Cesare e da Caterina Obizzi. Compì i primi studi presso il collegio di S. Carlo a Modena, laureandosi poi a Roma, nell'archiginnasio della Sapienza, inutroque iure il 15 maggio 1747. Nel certificato di laurea (copia in Arch. Segr. Vat., Proc. Dat. 142, f. 22rv) è già detto cameriere segreto di Benedetto XIV. Si stabilì a Roma e seguì la carriera curiale, ricoprendovi le cariche di ponente delle congregazioni del Buon Governo e dell'Immunità ecclesiastica; di votante della Segnatura di giustizia; di relatore sulle relazioni ad limina nella neoistituita Congregazione particolare "super statu ecclesiarum"; divenne inoltre avvocato concistoriale e referendario delle due Segnature. Nel 1764, poiché Clemente XIII intendeva nominarlo nunzio presso il re di Napoli, nel giro di pochi giorni il C. venne promosso al suddiaconato (11 novembre) e diaconato (30 novembre), ordinato sacerdote (21 dicembre); infine fu provvisto dell'arcivescovato di Tarso in partibus infidelium (4 febbr. 1765).

Nominato nunzio il 3 maggio 1765, egli giunse a Napoli nel giugno successivo. Restò in carica per un decennio, durante un periodo in cui la situazione ecclesiastica era notevolmente critica nel Regno. I rapporti con la Santa Sede erano regolati dal concordato. concluso il 2 giugno 1741, ma il deciso anticurialismo del ministro Bernardo Tanucci inferì una serie di colpi ai privilegi della Chiesa.

L'arrivo del nuovo nunzio coincise con i preparativi di un ricorso dei vescovi del Regno al re, che doveva essere presentato a quest'ultimo al raggiungimento della sua maggiore età (12 genn. 1767). In esso si vollero esporre gli attentati commessi dal Consiglio di reggenza contro le libertà ecclesiastiche e chiedere maggior rispetto dei diritti del clero per il futuro. Nel favorire la preparazione di questo documento il C. dovette tenere in considerazione tre esigenze: appianare i contrasti sorti tra i vescovi in merito al ricorso (l'episcopato del Regno si divideva, infatti, in un gruppo fedele alla corte e in un altro più strettamente legato alla Santa Sede); sostenere le mire di coloro che cercavano un rimedio alla mancata libertà del clero; evitare di compromettere sia l'autorità della Santa Sede, sia il rispetto dovuto al re e al governo. Compito delicato, che il C. cercò di assolvere manifestando un atteggiamento moderato, che conservò anche dopo che il re, assunte ormai nelle proprie mani le redini del governo, lasciò in realtà sopravvivere l'impostazione della politica ecclesiastica tanucciana. è lo stesso C. a caratterizzare l'immutata situazione, scrivendo al segretario di Stato che "si continuerà a vivere sullo stesso piede di prima: la reggenza non vi è più, ma è succeduto il Consiglio di Stato e quelli medesimi signori che componevano la prima, mutato nome di reggente in consigliere, interverranno nel secondo" (Arch. Segr. Vat., Segreteria di Stato, Napoli, vol. 289, f. 15).

I problemi principali che il C. si trovò a fronteggiare durante la sua nunziatura riguardavano i vari tentativi di limitare l'autorità dei vescovi; di restringere la giurisdizione ecclesiastica; di subordinare al consenso della corte le nuove fondazioni, ecclesiastiche e l'attività di quelle già esistenti (e non solo in campo patrimoniale, ma anche per quanto concerneva il numero del clero e la possibilità di ricorrere in appello a Roma); di abolire la giurisdizione giudiziaria del nunzio. Il maggior rilievo tra tutte le questioni lo assunse l'espulsione dal Regno dei gesuiti, su cui le relazioni del 1767 del nunzio costituiscono una delle fonti immediate di maggior valore (cfr. particolarmente ibid., vol. 290).

Durante la sua permanenza a Napoli, il C. si rivelò spettatore più che partecipe delle vicende. Le sue relazioni espongono le situazioni e gli avvenimenti senza proporre una linea d'azione o una scelta politica. Anche per quanto riguarda il valore delle sue informazioni dev'essere tenuto conto del fatto che il C. evita, in generale, di utilizzare testimonianze indirette - e, tanto meno, voci o pettegolezzi -, e tale sua riservatezza non sempre permette di valersi delle sue relazioni quali fonti esaurienti della situazione ecclesiastica napoletana. Tutto ciò spiega d'altronde come durante il conclave di Venezia egli potesse risultare assolutamente ignoto alla corte austriaca, malgrado il decennio da lui trascorso a Napoli, in un periodo in cui Vienna dimostrava un particolare interesse per le vicende del Regno.

Salito al soglio pontificio, Pio VI lo richiamò da Napoli, conferendogli, prima (8 apr. 1775) la carica di maestro di camera, e poi (1776) la diocesi di Osimo e Cingoli. Nello stesso concistoro del 20 maggio 1776, in cui avvenne la collazione delle diocesi, il C. fu creato anche cardinale prete (Arch. Segr. Vat., Archivio concistoriale, Acta Camerarii, vol. 30, ff. 140rv, 145), e il 15 luglio ebbe il titolo di S. Maria in Traspontina (ibid., f. 153). Annoverato tra i membri delle congregazioni dei Vescovi e Regolari, Immunità ecclesiastica, Cerimoniale, Indulgenze e Reliquie, il C. lasciò Roma, facendo il solenne ingresso ad Osimo il 14 ag. 1776; si dedicò da allora in poi allo svolgimento di una fervida attività vescovile.

Egli tornò ad assumere un ruolo di particolare rilievo durante il conclave di Venezia, di cui ad un certo momento divenne uno dei protagonisti. Nel corso della ricerca di un compromesso, nel clima di tensione creatosi in seguito al contrasto fra la volontà del gruppo di cardinali favorevoli all'elezione del Bellisomi e il desiderio di Vienna di appoggiare la candidatura Mattei - con precisione tra il 3 e il 10 marzo 1800 -, il C., infatti, divenne uno dei papabili. La sua candidatura, presentata dal "partito" Bellisomi, decadde per l'opposizione del cardinale Herzan, portavoce dell'Impero, il quale, pur riconoscendogli il merito di una vita esemplare e di grande pietà, non lo ritenne uomo adatto ai tempi. Il Consalvi nelle sue Memorie sul conclave lo definì: "uomo, niente pieghevole (benché polito e cortese), incapace di ogni dissimulazione, soverchiamente misurato fino alla noia (sebbene di una probità sommamente esemplare) e di un carattere niente fatto per la corte e per i cortigiani, quantunque fosse stato nunzio presso la corte di Napoli e maestro di Camera nei principii del pontefice Pio VI…".

Il C., tornato da Venezia, si ritirò di nuovo ad Osimo, ove morì il 27 ag. 1807.

Fonti e Bibl.: Arch. Segr. Vat., Proc. Dat. 142, ff. 17r-18v; Ibid., Segr. Stato, Napoli, voll. 275-293, 371-377, 422-423 (1765-1775); L. Pásztor, E. Consalvi, prosegretario del conclave di Venezia, in Arch. della Soc. rom. di storia patria, LXXXIII (1960), pp. 180-183; Id., Le "Memorie sul conclave tenuto in Venezia" di E. Consalvi, in Arch. Hist. Pontificiae, III (1965), p. 287; J. Carafa, De professoribus Gymnasii Romani, Romae 1751, p. 555; P. Compagnoni-F. Vecchietti, Mem. istorico-critiche della Chiesa e de' vescovi di Osimo, IV, Roma 1783, pp. 539-552; L. Ughi, Diz. stor. degli uomini illustri ferraresi, I, Ferrara 1804, p. 107; F. Scaduto, Stato e Chiesa nelle Due Sicilie dai Normanni ai giorni nostri, Palermo 1887, p. 279; G. M. Monti, Due grandi riformatori del Seitecento: A. Genovese e G. M. Galanti, Firenze 1926, pp. 7-9; E. Viviani Della Robbia, B. Tanucci ed il suo più importante carteggio, Firenze 1942, I, pp. 106, 151; II, p. 329; L. Marini, P. Giannone e il giannonismo a Napoli nel Settecento, Bari 1950, p. 136; A. Savioli, Ildecennio diplomatico (1765-1775) e l'ingresso in Fusignano del cardinale G. C., in Fusignano al S. P. Giovanni XXIII, Faenza 1960, pp. 75-82; R. Mincuzzi, Bernardo Tanucci ministro di Ferdinando di Borbone (1759-1776), Bari 1967, ad Indicem; G. Moroni, Diz. di erudiz. storico-ecclesiastica, VI, p. 234 e ad Indicem; V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, II, p. 242; R. Ritzler-P. Sefrin, Hierarchia catholica, VI, Patavii 1958, pp. 31, 109, 394.

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