DONDI DALL'OROLOGIO, Iacopo

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 41 (1992)

di Tiziana Pesenti

DONDI DALL'OROLOGIO, Iacopo. - Nacque intorno al 1293 dal medico Isacco e da Isabella.

Sul luogo della sua nascita e sull'origine della famiglia permane ancora qualche incertezza, come su vari altri aspetti della sua vita. Sebbene infatti la tesi della patavinità del D. - sostenuta dal Gloria e sancita dall'autorevole adesione dei Lazzarini - sia comunemente accettata, essa tuttavia non risolve i problemi che sorgono se si legge la ricostruzione biografica del Gloria in sinossi con quella dei Bellemo, che sosteneva uno stretto e duraturo legame del D. con Chioggia.

Accantonando le opinioni dei genealogisti antichi e dei primi biografi circa l'origine cremonese o fiorentina della famiglia, Bellemo e Gloria concordarono nel ritenerla oriunda da Bologna, sebbene il Bellemo documentasse anche una larga diffusione del cognome nelle isole veneziane settentrionali fin dal sec. XII. Secondo il Bellemo i Dondi da Bologna emigrarono a Chioggia, secondo il Gloria invece a Padova, dove sarebbe appunto nato il D.: oltre che nel suo epitaffio, che si apre proprio con le parole "Ortus eram Patavi", egli è infatti ritenuto padovano anche dal matematico Prosdocimo Beldomandi (morto nel 1428) ed è denominato "de Padua" in un documento del 1336. Inoltre i Dondi figurano nell'elenco dei cittadini padovani del 1320 e Isacco è denominato anche lui "de Padua" in due documenti del 1330 e 1334. Sennonché nel più antico documento noto, pubblicato dal Bellemo, Isacco non è detto "de Padua": il 26 dicembre 1313 il Maggior Consiglio di Chioggia delibera di chiamare come medico salariato dal Comune il maestro di medicina Paolo da Argenta e in via subordinata, ove egli non accetti, "magister Iacobus de Isaac". Per tradizione il Comune di Chioggia ricercava i suoi medici salariati in Emilia, mai a Padova, e un "Iacobus de Bononia" era già stato ballottato per quell'incarico, ma senza vincerlo, nel 1310. L'ipotesi, avanzata dal Bellemo, che il bolognese fosse proprio il D. appare quanto mai interessante: la condotta gli sarebbe stata allora negata perché era troppo giovane, ma egli sarebbe rimasto a Chioggia ed appena ventenne avrebbe potuto ripresentarsi come concorrente ormai noto - questo spiegherebbe la mancanza di precisazioni circa la sua provenienza - e vincere, sia pure in subordine ad un maestro più autorevole. A favore della tesi del Gloria si può però addurre un'ulteriore prova, significativa perché autobiografica: nella sua opera maggiore, l'Aggregator, il D. si sottoscrive come "artium et medicine doctor magister Iacobus Paduanus e bisogna aggiungere tuttavia che anche suo figlio Giovanni, sebbene nato sicuramente a Chioggia, si sottoscrive sempre come padovano. Se il luogo della nascita rimane dunque incerto tra Padova, Chioggia e Bologna, è evidente comunque che il D. scelse come sua patria Padova.

Il D. iniziò la carriera a Chioggia, dove la condotta ottenuta alla fine del 1313 per la rinuncia di Paolo da Argenta gli fu confermata nel 1323, al salario di 250 lire annue. La sua formazione doveva essere avvenuta alla scuola del padre; e sebbene nell'Aggregator egli si dica "artium et medicine doctor" non sappiamo quando e dove si sia laureato, né egli fa mai riferimento nelle opere a studi o maestri universitari. Prima del 1320 Isacco si trasferì a Padova, nel cui territorio, tra Bovolenta, Candiana e Polverara, aveva acquistato terre per oltre 150 campi (S. Collodo, Una società in trasformazione. Padova tra XI e XV secolo, Padova 1990, p. 239). A Padova morì prima del 28 febbr. 1334.

Nonostante la concorrenza in Chioggia di varie dinastie di medici e maestri di medicina, soprattutto i Medici e i Bonacato Albarisani, il D. riuscì ad affermarsi come professionista e a tenere a sua volta una scuola.

Riprova del suo successo fu il matrimonio, avvenuto intorno al 1327, con Zaccarota di Daniele Centrago, o Centraco, esponente di una delle più antiche e nobili famiglie di Chioggia, assidua nelle gastaldie e nel Maggior Consiglio. Dall'unione nacquero otto figli: Gabriele (circa 1328) e Giovanni (circa 1330) entrambi celebri medici, Isacco (circa 1332-1383), Benedetto (morto nel 1399), Ludovico (1345-ante 1390), Daniele (1347-ante 1383), Maria, che sposò Pietro Quirini, e Lucia (morta ante 1383). Secondo la tradizione di famiglia Gabriele e Giovanni furono avviati all'arte medica nella scuola del padre. A loro si affiancarono allievi provenienti da vari centri veneti: Giovanni da Venezia e Iacopino da Vicenza, futuri medici salariati a Chioggia, Rocco da Belluno e forse anche i clodiensi Giovanni di Matteo Fasolo, Bonfilio fu Pietro Fasolo, Niccolò Manfredi, Niccolò da Chioggia, futuro maestro di arti e medicina a Padova, e Niccolò fu Giustiniano Giustinian.

Il 28 febbr. 1334 (more veneto 1333) il D. ottenne dal doge Francesco Dandolo la cittadinanza veneziana "de intus" o "de XV", prevista per i non veneziani residenti nel dogado da almeno quindici anni, e concessa ai residenti in Chioggia con severità particolare, dato che la cittadina era divenuta il centro dei fuorusciti e banditi politici padovani e fiorentini, tra cui Albertino Mussato e Ubertino da Carrara.

La richiesta del D. muoveva da motivi pratici: come molti altri medici egli aveva investito i guadagni della professione in un'attività imprenditoriale, entrando a far parte nel 1330 di una società per la gestione dei mulini dati a livello dalla Signoria di Venezia nel territorio di Cavarzere nel Foresto della Beba, anticamente Badoera, tra l'Adige e il Brenta. Suoi consoci erano il nobile veneziano Ungarello Nadal, speziale, e il chirurgo clodiense Bonacato Albarisani. Nel 1333 il Nadal cedette la sua quota, della metà del livello, alla moglie Marinuzza o Marinella, provocando l'opposizione degli altri due soci ed una lite che si concluse solo nel 1342 con la vittoria di questi ultimi: appunto allora, a maggior garanzia dei propri interessi, il D. chiese la cittadinanza.

Dopo il 1342 il D. si trasferì a Padova, probabilmente per invito di Ubertino da Carrara che perseguiva in quegli anni una politica di rilancio della facoltà medica.

La scomparsa di Pietro d'Abano, nel 1315, aveva segnato infatti l'inizio di un periodo di decadenza, durante il quale gli unici maestri di qualche rilievo furono Niccolò Santasofia e Giovanni Mondino da Cividale. Nel 1337 Ubertino chiamò da Perugia come suo medico personale, e forse anche come Maestro, nello Studio Gentile da Foligno e per suo consiglio mandò dodici giovani padovani, tra cui Antonio, Uguccione ed Enrigetto Da Rio, a studiare la medicina a Parigi. Secondo il Gloria la venuta a Padova del D. fu decisiva per le sorti dello Studio. L'insegnamento del D. è testimoniato. da un documento del 1370 che lo ricorda come "medicinalis scientie professor eximius" (Gloria, I, p. 372), ma su di esso non si sa nulla. Si può tuttavia ipotizzare che oltre alla medicina egli abbia letto anche l'astrologia, poiché in entrambi i campi lasciò opere destinate forse non solo ai pratici ma anche agli studenti.

Incerta, salvo il termine post quem del 1342, è anche la data del suo trasferimento a Padova. Secondo il Gloria egli vi abitò stabilmente dalla fine del 1343, sicuramente da prima del 1345: nel novembre di quest'anno figura infatti nel ruolo degli aggregati al Collegio dei notai, per i quali la residenza era requisito indispensabile; come altri medici egli vi si iscrisse non per esercitare la professione ma per assicurarsene i privilegi e la tutela. Agli argomenti del Gloria il Bellemo opponeva però un documento padovano del 1349 in cui il D. figura ancora come "medicus de Clugia" privo di residenza in Padova, e in base ad esso ipotizzava che egli avesse lasciato Chioggia solo dopo la peste del 1348.

Ma il vero nodo della tenzone Gloria-Bellemo e il punto più oscuro della biografia del D. sono costituiti dalla sua controversa invenzione di una singolare opera di orologeria. Nel suo epitaffio, che il Gloria dimostrò essere coevo e veritiero nei riferimenti biografici, il D. è ricordato come studioso non solo della medicina ma anche della scienza del cielo e degli astri ("Ars medicina michi celumque et sidera nosse") e gli si attribuisce l'invenzione di un congegno per misurare il tempo e le ore situato al sommo di una torre "Quin procul excelse monitus de vertice turris / Tempus et instabiles numero quod colligis horas / Inventum cognosce meum"). La singolarità di tale "inventum", secondo il Gloria, non poteva consistere nel fatto che esso batteva le ore, poiché orologi a ruote con tale caratteristica si trovavano fin dagli inizi del secolo su campanili e torri di Parigi, Milano e altre città, e ad essi fa riferimento Dante, Par., X, 47-51, e XXIV, 7-10. L'"inventum" del D. consisteva invece nella misura del "tempusc non solo le ore ma anche i giorni, i mesi, le lunazioni e le fasi lunari secondo i corsi annui del Sole e della Luna. Tale orologio corrisponderebbe, sempre secondo il Gloria, a quello che esiste e funziona tuttora a Padova nella torre del Capitaniato, già torre della reggia carrarese, in piazza dei Signori: esso fu terminato nel 1434 su disegno di Novello dall'Orologio. Secondo il Gloria - ma da questo punto in poi la sua appassionata disquisizione procede solo per induzioni ed ipotesi - Novello aveva ricavato il proprio progetto da quello del D., che sarebbe stato perciò l'inventore dell'orologio. Esso andrebbe poi identificato con l'orologio fatto innalzare nel 1344 da Ubertino nella torre d'ingresso della sua reggia: l'episodio è ricordato da due cronisti, Guglielmo Cortusi e Pier Paolo Vergerio, ma nessuno dei due accenna ad altri requisiti oltre al battere le ore. Tuttavia, secondo il Gloria, l'orologio di Ubertino non può essere che l'orologio del D., poiché ambedue sorgono su una torre pubblica, che non poteva essere se non la carrarese, ambedue sono eccezionali, e inoltre un simile orologio non poteva che essere esposto al pubblico e dovuto alla munificenza di un principe. L'orologio archetipo sarebbe infine andato distrutto nel 1390, quando Francesco Novello da Carrara dovette assalire la propria reggia per strapparla all'occupazione di Giangaleazzo Visconti.

All'ingegnosa ricostruzione del Gloria il Bellemo oppose la tesi contraria: nulla, salvo la vaga notizia dell'epitaffio, prova che il D. avesse costruito un orologio; l'invenzione spetta solo a suo figlio Giovanni, che fu il primo e l'unico nella famiglia a realizzare un orologio meraviglioso, l'Astrarium, simile nella parte inferiore al fantomatico orologio del padre. La notizia dell'opera del D. non era che un tardo e confuso riflesso della fama di tale prodigio, tanto è vero che nel Tractatus astrarii Giovanni non fa alcun riferimento a lavori di orologeria del padre.

In difesa della sua tesi il Gloria sfoderò prove documentarie, sia pure indirette, piuttosto convincenti: il soprannome "dall'Orologio", che secondo il Bellemo spettò per primo a Giovanni e poi, di riflesso, anche agli altri membri della famiglia, fu invece assunto dal D. e da tutti i suoi figli prima del 1354-55, mentre l'Astrarium di Giovanni fu completato e reso noto solo molto più tardi, almeno dopo il 1365; in quattro atti notarili coevi esso è applicato sempre al nome del D. e non a quello del figlio; poiché agli orologiai spettava il soprannome "de Relogiis", al plurale, l'uso del singolare attesta che doveva trattarsi di un orologio eccezionale. Sorretta da tali indizi documentari, la tesi del Gloria prevalse e gli storici della scienza e dell'orologeria, dal Thorndike in poi, vi aderirono, sia pure con qualche dubbio. Ad essa si oppongono però ora i risultati della nuova ricerca di Maria Chiara Billanovich sull'orologio quattrocentesco di Novello: in nessuno documento infatti esso è presentato come il rifacimento dell'opera del D., mentre tutto lascia inferire che si tratti di un progetto ex novo.Come a Chioggia coi livelli dei mulini, così anche a Padova il D. si cimentò in iniziative imprenditoriali. Nelle saline di Chioggia si usava talora far evaporare l'acqua per mezzo di uno scaldatore, ed egli osservò che un fenomeno analogo avveniva in natura nella zona termale di Abano. Qui, tra Montagnone e Montegrotto, il D. possedeva un fondo, in località Bagnaroli, e vi avviò con successo esperimenti di estrazione del cloruro di sodio dalle acque dolci. Quando però decise di vendere il prodotto cosi ottenuto, sorse il problema di conciliare l'iniziativa col monopolio della vendita del sale in Terraferma detenuto dai Carraresi. Il D. si difese col trattatello De causa salsedinis aquarum, nel cui proemio accenna ad "aemuli et invidi detractores", e nel 1355 Ottenne dal Carrarese la privativa di estrarre il sale e di venderlo in Padova senza dazio e gabella. La piccola industria doveva essere piuttosto avviata, poiché figli ed eredi chiesero la riconferma dei privilegio nel 1362 e nel 1399, e il fondo con la "stazione" per la vendita ed altri edifici veniva tramandato indiviso. A ricordo della scoperta del padre, Giovanni vi fece costruire una "alba domus", e suo fratello Isacco vi fondò un ospizio per i malati poveri. L'episodio del sale non turbò i rapporti del D. con Francesco il Vecchio: il 21 giugno 1356 egli fu infatti invitato ad assistere alla lettura in Maggior Consiglio di un diploma di Carlo IV sui possessi padovani nel Trevigiano.

A Padova il D. abitò sempre nella contrada del Pozzo Mendoso, poi Pozzo Dipinto. Dei suoi figli rimasero a Chioggia solo Gabriele, che vi continuò la scuola paterna, e forse anche Lucia, che sposò il veneziano Pietro Quirini. Giovanni abitò col padre fino alla sua morte, Isacco e Ludovico esercitarono in Padova la professione di notai, Maria sposò Niccolò Boniacopo da Sanvito, Benedetto fu suocero del medico Guglielmo di Marsilio Santasofia.

Il D. morì a Padova tra il 29 aprile e il 26 maggio 1359 e fu sepolto in un'arca nel muro esterno del Battistero di Padova. La tomba è oggi perduta ma sopravvive il celebre epitaffio, tanto discusso dal Gloria, dal Bellemo e da altri studiosi.

La più importante tra le opere del D. fu l'Aggregator, noto anche coi titoli Promptuarium medicinae ed Enumeratio remediorum simplicium et compositorum, tradito dai manoscritti Vat. lat. 2462, del sec. XIV; Bologna, Collegio di Spagna, ms. 153, datato 1425, e Parigi, Bibl. nat., Lat. 6973 e 6974. Il D. lo ultimò a Padova nel 1355 dopo avervi lavorato per anni ("Opus quidem hoc longis retro temporibus inchoatum" scrive nel proemio) e lo dedicò ai medici principianti, ancora inesperti degli auctores, e al medici anziani, ormai bisognosi di ausili per la memoria: l'opera è infatti un lessico enciclopedico della letteratura farmacologica. Il D. si basa su ventiquattro auctoritates (Serapione, De simplicibus; Dioscoride, De materia medica; Galeno, Tegni e De ingenio sanitatis; Plinio, De naturali historia; Rasis, AdAlmansorem, III; Isaac, De dietis; Haly Abbas, Practica, II; Macer Floridus, Avicenna, Canone, II; Averroè, Colliget, V; Mesue, De consolatione medicinarum; Albucasis; Kiranides; Sesto Placito; Antonio Musa; Tessalo; Apuleio; Platone; Simone da Genova, De synonimis; Lapidarius; Alberto Magno, De mineralibus; Plateario, Circainstans; Antidotarium Nicolai; anonimo, citato da Serapione) e da esse trae un complesso di principi ed indicazioni che organizza in forma di lessico affrontando inoltre in laboriosissime tavole di concordanze i problemi delle discrepanze terminologiche. L'Aggregator si divide in dieci trattati: i primi due e parte del terzo riguardano le virtutes delle medicine "semplici", cioè delle sostanze vegetali, minerali e animali impiegate singolarmente, il terzo elenca le prescrizioni di "semplici" e "composti" per ogni malattia delle singole parti del corpo "a capite usque ad pedes"; il quarto studia l'azione dei farmaci sugli humores; il quinto, sulle febbri e sulle altre "egritudines universales" non comprese nella classificazione "a capite ad pedes"; la cosmesi, la chirurgia e l'azione di veleni e contravveleni sono i temi specialistici dei trattati sesto-ottavo; mentre il nono è dedicato alla veterinaria e a problemi di igiene, alimentazione e merceologia; l'ultimo trattato consiste infine nelle tavole di concordanze.

La struttura dell'opera dimostra da sola quanto essa si differenzi dai precedenti dizionari di semplici, consistenti in descrizioni naturalistico-mediche delle piante e in liste di sinonimi, e quale strumento insostituibile essa dovesse offrire a medici e speziali. La sua fortuna fu pari alla sua utilità. A metà del Quattrocento Michele Savonarola ne attestava la diffusione in Italia e in Germania, notizia pienamente confermata dal fatto che l'Aggregator fu uno dei primissimi incunaboli medici: l'editio princeps fu realizzata a Strasburgo intorno al 1470 da Adolph Rusch e ad essa seguì nel 1481 l'edizione veneziana di Michele Manzolo. Nel 1542 l'opera fu ripresa a Venezia da Tommaso e Giovanni Maria Giunta, eredi di Lucantonio, che nella prefazione ne esaltarono la completezza e l'utilità; la ristampa giuntina del 1576 testimonia che anche in quei decenni continuò ad essere usata. Il settimo trattato, relativo alla chirurgia, fu edito a sé, col titolo Enumeratio remediorum simplicium et compositorumad affectus omnes qui a chirurgo curantur, nella collezione Chirurgia. De chirurgia scriptores optimi quique veteres et recentiores, curata da Corirad Gesner e stampata a Zurigo nel 1555 dai suoi cugini Andreas e Iacobus Gesner (ed. anastatica Bruxelles 1973), cc. 359r-381v, e ripubblicato nel Thesaurus chirurgiae, curato da Peter Offenbach, Francofurti, Nikolaus Hoffmann, 1610.

Non ha invece nulla a che fare con l'Aggregator del D. l'Herbarius illustrato stampato a Magonza da Peter Schóffer nel 1484 e riproposto da vari stampatori veneziani in latino e soprattutto in volgare, coi titolo di Herbolario: l'errata attribuzione dipese dal fatto che lo Schöffer, certo per plagio pubblicitario, volle imporgli il sottotitolo di Aggregator practicus de simplicibus (C. Nissen, Die botanische Buchillustration, I, Stuttgart 1951, pp. 27-29).

Molto importanti furono anche i due nuovi strumenti messi a punto dal D. per l'insegnamento e la pratica dell'astrologia. Egli introdusse per primo a Padova le Tabulae de motibus planetarum o Toletanae attribuite al re di Castiglia Alfonso X il Savio, rimaste sconosciute a Pietro d'Abano, e ne elaborò un adattamento al meridiano di Padova. Nel 1389 l'opera figurava nella biblioteca di Giovanni e nel 1424 fu molto apprezzata dal Beldomandi, che se ne valse nei Canones de motibus corporum supercoelestium giudicandola più corretta ed agevole del modello toletano; in seguito andò perduta. La sua attribuzione al D. fu a lungo controversa: il Savonarola ne avrebbe voluto autore suo figlio Gabriele; il Bellemo, Giovanni. Tuttavia la testimonianza del Beldomandi fu ritenuta probante, e l'opera è oggi data concordemente al D., anche se non si può fare a meno di ricordare che nell'inventario di Giovanni il titolo figura come anonimo e soprattutto che nel Tractatus astrarii Giovanni adotta il meridiano di Padova come riferimento fisso per il computo del giorno naturale, ma non fa affatto riferimento alle tavole del padre: c'è da chiedersi se non ne fosse lui, anziché il D., l'autore. Nelle tavole Ad inveniendum primum ascendens nativitatis, conservate nei manoscritti di Oxford, Bodleian Libr., Canon. misc. 436, anno 1468, ff. 48v-50r, e Vienna, Osterreichische Nationalbibl., Lat. 5208, sec. XV, ff. 43r-44v, il D. provò che l'ascendente al tempo della nascita coincide col domicilio della luna al tempo del concepimento, offrendo così a medici ed astrologi lo strumento per individuare agevolmente quella componente dell'oroscopo.

Accanto all'astrologia, anche la scientia naturalis faceva parte integrante del curriculum del medico. Come la maggior parte dei maestri padovani del primo Trecento, il D. non lasciò commenti ai libri naturali di Aristotele ma preferì affrontare problemi specifici di geografia fisica e di geologia. Pubblicato intorno al 1355 in difesa degli esperimenti di Montagnone, il Tractatus de causa salsedinis aquarum et modo conficiendi sal artificiale ex aquis Thermalibus Euganeis è tradito dal manoscritto di Padova, Bibl. del Seminario, ms. 454, esemplato nel 1505 da Alvise Cinzio Fabrizi, e fu incluso nella collezione giuntina De balneis omnia quae extant apud Graecos, Latinos et Arabas, Venetiis 1553, c. 109rv. Il D. trae la convinzione che le acque saline o sulfuree possano essere purificate dai Meteora e Problemata di Aristotele e da Avicenna, Canone, I, 2. Per le acque naturalmente calde egli descrive un metodo di estrazione del cloruro di sodio in due fasi: in un primo vaso di ferro l'evaporazione decanta le parti sulfuree e sprigiona il vapore acqueo, in un secondo avviene la separazione della parte terrosa, che precipita, dalla salina, che rimane cristallizzata in superficie in condizioni di massima purezza. Poiché i detrattori accusavano il suo sale di provocare l'etisia e il mal della pietra, il D. conclude invece affermando che grazie al suo metodo la parte sulfurea, responsabile dell'etisia, viene completamente eliminata nella prima fase, mentre la parte terrosa, responsabile della litiasi, è minore che nel sale marino. Sebbene efficace, il metodo di estrazione del D. era antieconomico: per ottenere una libbra di sale bisognava infatti lavorare mille libbre d'acqua. Esso fu perciò abbandonato, ma il suo trattatello rimane il primo studio scientifico sulle terme euganee.

Anche il trattato sulla marea, De fluxu atque refluxu maris, prese l'avvio dall'osservazione di un fenomeno naturale locale. Edito da P. Revelli, in Rivista geografica italiana, XIX (1912), pp. 200-283, sembra di poco posteriore al De causa salsedinis e si può quindi datare tra il 1355 e il 1359. Come i vari autori che avevano in precedenza discusso il problema delle maree, il D. si basa sui Meteora e De generatione animalium di Aristotele, sul De diebus criticis di Galeno e sul Liber introductorius di Albumasar. I movimenti del mare sono provocati anzitutto per motum e poi anche per lumen dagli astri, tra i quali hanno influenza preponderante il Sole e la Luna. In rapporto all'orizzonte retto, ossia l'equatore, il giorno solare o naturale si divide in quattro quarte o quadranti, in cui i quattro punti cardinali corrispondono alla minima intensità del fenomeno, i quattro punti intermedi alla massima, poiché il moto delle acque è proporzionale alla habitudo o distanza del Sole e della Luna dai vari punti del cielo. L'irregolarità della marea verso il settimo e il ventiduesimo giorno lunare, chiamata a Venezia e a Chioggia "mar" o "acqua de fele", è provocata dal fatto che la posizione relativa del Sole e della Luna è tale da influenzare le acque in direzioni opposte con uguale intensità. Altre cause perturbatrici delle maree sono la variabilità intrinseca all'acqua, la situazione geo-topografica, l'influenza di Venere e Giove, le condizioni atmosferiche, la latitudine, le correnti marine.

Il De fluxu fu letto nello Studio padovano fino alla metà del Cinquecento: Federico Crisogono da Zara, professore di matematica e astronomia tra il 1495 e il 1498, lo riprese nel suo De occulta causa fluxus et refluxus maris, Giovanni Luigi da Parma nel 1524 e Trifone Gabriele da Padova nel 1544 ne trassero brevi compendi, Ludovico Boccadiferro lo riassunse commentando i Meteora negli Studi di Bologna e Padova e sicuramente esso fu utilizzato anche da Annibale Raimondi, Francesco Patrizi, Kaspar Peucer. Infine la De fluxu ac refluxu maris subtilis et erudita disputatio del medico ed astronomo padovano Federico Delfino, pubblicata postuma a Venezia nel 1559 dall'Accademia veneziana, altro non è che un plagio dell'opera del D., e così pure l'anonima Questio de estu sive de fluxu et refluxu maris per sex horas conservata nel manoscritto di Roma, Bibl. Casanatense, 1508, sec. XVI.

Il D. fu inoltre autore di un'altra originale opera di geografia fisica, purtroppo perduta, la più antica carta topografica dei territorio padovano. Ne dà notizia una cronaca della Biblioteca Marciana compilata nella Cancelleria carrarese sulla base dei documenti relativi alla guerra del 1372-73 tra Padova, alleata con l'Ungheria, e Venezia. Fu proposto un arbitrato e la controversia si accese sulla definizione dei confini verso Cavarzere e Chioggia. Giovanni Dondi, uno degli arbitri, produsse improvvidamente "una carta facta per man de un maistro Jacomo de' Dondi fisico, el qual fo subtilissimo homo in l'arte de pinger", che concorse a confermare le pretese dei Veneziani. Dalla descrizione del cronista si può ipotizzare che la carta, "facta in description con pentura", riguardasse soprattutto l'idrografia.

Mentre Pietro d'Abano considerava la storiografia una falsa scienza, il D. superò tale limitazione cimentandovisi egli stesso. Gli è infatti attribuita con sicurezza una cronachetta conservata in due manoscritti antichi, il Marc. lat. X, 34 (3129) della Bibl. naz. Marciana di Venezia, del sec. XIV-XV, e il ms. 11 della Bibl. del Seminario di Padova, e in vari altri testimoni dei secoli XV-XVII, e in parte edita dal Lazzarini. Riallacciandosi alla leggenda della fondazione di Venezia nell'anno 421, il D. accredita la notizia, forse derivata dal De generatione del cronista padovano Giovanni da Nono, secondo cui la città sorse per decreto dei consoli padovani e fu retta in origine da tre di essi; la narrazione giunge poi fino al sec. XII. Datata dal Lazzarini intorno al 1334, durante il dogado di Francesco Dandolo, la cronachetta può essere una testimonianza dei rapporti che intercorsero a Chioggia tra il D. e il Mussato. Precisi riscontri testuali provano che essa fu utilizzata dai cronisti veneziani Andrea Dandolo e Lorenzo Monaci, ma la sua fortuna fu soprattutto padovana. Dopo l'incendio del palazzo della Ragione del 1420, un ignoto falsario volle infatti trasformare in documento la leggenda della fondazione padovana di Venezia e diede alla cronachetta del D. la forma di notizia del decreto consolare del 421. Il falso fu divulgato da numerose copie in latino e in volgare, e prima del 1509 fu trascritto nel principale registro della Cancelleria civica, il Liber partium Consilii magnificae Comunitatis Paduae, dal cancelliere e storiografo Gian Domenico Spazzarini.

Il D. si cimentò anche in un'altra disciplina allora negletta dai maestri padovani, la grammatica. Lo storiografo ed erudito Bernardino Scardeone attestava infatti, nel 1560, sue expositiones alle Magnae derivationes di Uguccione da Pisa conservate in un manoscritto copiato a Venezia nel 1372. Ritenuta finora perduta, l'opera è invece tradita dai mss. Cambridge, Fitzwilliani Museum LibrarY, 301; Oxford, Bodleian Libr., Canon. misc. 201, esemplato nel 1424 (cfr. A. Marigo, Icodici manoscritti delle Derivationes di Uguccione Pisano, Roma 1936, pp. 22, 27), e Pavia, Bibl. universitaria, Aldini 258, del sec. XV.

Nonostante le origini probabilmente bolognesi e il lungo soggiorno in Chioggia il D. fu il vero protagonista dell'evoluzione della scienza padovana dal magistero di Pietro d'Abano alle più complesse articolazioni disciplinari del primo Umanesimo. Dall'Aponense non derivò teorie particolari bensì la visione generale dell'inscindibile nesso tra medicina e astrologia. In ciò si differenziò da Gentile da Foligno, fedele alla lezione di Taddeo Alderotti nell'approfondimento di una pratica medica meno attenta alle influenze dei corpi celesti. Nei decenni di crisi seguiti alla morte di Pietro d'Abano il D. riuscì a cogliere un nuovo filone di studi, quello delle rielaborazioni medico-lessicali modestamente avviate da Mondino da Cividale, e gli diede dignità col suo Aggregator, opera monumentale e destinata ad oltre due secoli di fortuna. L'Aggregator non fu un'opera originale, e manca di qualsiasi interesse teorico; allo stesso modo furono rielaborazioni e strumenti pratici anche le due serie di tavole astrologiche. Tuttavia queste opere costituirono rilevanti progressi verso una conoscenza scientifica fondata sull'accumulazione dei dati e sull'esattezza delle misurazioni e perciò anche in grado di tradursi nel disegno di una carta geografica e forse nel progetto di un orologio meraviglioso. Nell'ambito della scientia naturalis il D. affrontò temi pressoché ignorati da Pietro d'Abano e dalla scuola padovana: il De causasalsedinis fu il primo studio sulle terine euganee e il De fluxu il più antico trattato sulla marea scritto da un italiano. Allo studio della medicina e dell'astrologia e alle ricerche di fisica terrestre il D. unì però anche due componenti culturali nuove: l'inedito esercizio della cronachistica, ispiratogli forse da contatti col Mussatol e l'interesse per la grammatica, legato probabilmente al lungo tirocinio lessicologico dell'Aggregator. Conciliando la medicina astrologica con l'ars historica e col trivio egli superò le posizioni di Pietro d'Abano e contribuì ad impostare lo stretto legame tra scienza e lettere che caratterizzò la cultura padovana dal primo Umanesimo in poi.

Fonti e Bibl.: M. Savonarole Libellus de magnificis ornamentis regie civitatis Padue, in Rerum Italic. Script., 2. ediz., XXIV, 15, a cura di A. Segarizzi, pp. 38, 40; B. Scardeone, De antiquitate urbis Patavii, Basileae 1560, pp. 206-207; A. Portenari, Della felicità di Padova, Padova 1623, pp. 270, 272; G. Salomonio, Urbis Patavinae inscriptiones, Patavii 1701, p. 26; N. C. Papadopoli, Historia Gymnasii Patavini, II, Venetiis 1726, p. 156; C. Falconet, Dissertation sur Jacques de Dondis, auteur d'une horloge singulière et à cette occasion sur les anciennes horloges, in Mémoires de littérature tirées des registres de l'Académie des inscriptions et belles-lettres, XX (1753), pp. 440-458; I. A. Fabricius, Bibliotheca Latina mediae et infimae aetatis, Patavii 1754, II, p. 60; F. S. Dondi dall'Orologio, Notizie sopra I. e Giovanni Dondi dall'Orologio, in Saggi scientifici e letterari dell'Accademia di Padova, II, Padova 1789, pp. 469-494; Nuovo Diz. istorico, V, Bassano 1796, p. 151; F. M. Colle, Storia scientifico-letteraria dello Studio di Padova, III, Padova 1825, pp. 174-181; G. Vedova, Biografia degli scrittori padovani, I, Padova 1832, pp. 335-338; G. Tiraboschi, Storia della lett. ital., II, Milano 1833, pp. 312-314; S. De Renzi, Storia della medicina ital., II, Napoli 1845, pp. 235-237; A. Valsecchi, Della famiglia Dondi dall'Orologio e specialmente dei due più illustri suoi membri, in Atti dell'Ateneo veneto, s. 3, I (1878), pp. 21-32; G. M. Urbani de Gheltof, Un amico di F. Petrarca, 1318-1389, in Boll. d'arti, industrie, numism. e curiosità veneziane, III (1880-81), pp. 58-71; A. Gloria, L'orologio di I. D. nella Piazza de' Signori in Padova, modello agli orologi più rinomati in Europa, in Atti e mem. della R. Accad. di scienze lettere e arti in Padova, n. s., I (1885), pp. 234-293; V. Bellemo, L'insegnamento e la coltura in Chioggia fino al sec. XV, in Arch. veneto, XXXVI (1888), pp. 47-48; Monumenti della Univ. di Padova (1318-1405), a cura di A. Gloria, I, Padova 1888, pp. 371-375; V. Bellemo, I. e Giovanni de' Dondi dall'Orologio..., Chioggia 1894; A. Gloria, I due orologi meravigliosi inventati da I. e Giovanni Dondi, in Atti del R. Ist. veneto di scienze lettere ed arti, s. 7, VII (1896), 2, pp. 675-736; Id., L'orologio inventato da I. D., ibid., VIII (1897), pp. 1000-1017; F. Sartori, La nobile famiglia Dondi Orologio (per nozze Dondi Orologio-Bellini), Padova 1901; G. Astegiano, La cittadinanza veneta a I. de D., in Riv. di storia delle scienze mediche e naturali, XVI (1925), pp. 317-326; V. Lazzarini, Ilibri, gli argenti, le vesti di Giovanni Dondi, in Boll. del Museo civico di Padova, n. s., I (1925), pp. 11-36 (poi in Id., Scritti di paleografia e diplomatica, Padova 1969, pp. 253-273, part. p. 259 s.); G. Billanovich, Petrarca letterato, I, Lo scrittoio del Petrarca, Roma 1947, p. 346; A. Barzon, Giovanni Dondi, in G. Dondi dall'Orologio, Tractatus astrarii, Città del Vaticano 1960, pp. 3.6; E. Morpurgo, L'Umanesimo padovano, ibid., pp. 19-25; N. G. Siraisi, Arts and sciences at Padua. The "Studium" of Padua before 1350, Toronto 1973, pp. 90-93, 118, 123-129, 161-162; G. Bozzolato, Le opere edite e inedite, le fonti e la bibliografia su I. e Giovanni Dondi dall'Orologio, in Boll. del Centro internaz. A. Beltrame di storia dello spazio e del tempo, II (1984), pp. 75-83, ricco di dati ma altrettanto ricco di errori, inesattezze, anacronismi; C. M. Monti, Per la fortuna della "Questio de prole": i manoscritti, in Italia medioevale e umanistica, XXVIII (1985), p. 75. Per il VI centenario della morte di Giovanni Dondi (mantenendo per essa la data tradizionale ed errata del 1389, nonostante la rettifica di A. Belloni, G. Dondi, Albertino da Salso e le origini dello Studio pavese, in Boll. d. Soc. pavese di storia patr., n.s. XXXIV [1982], pp. 17-47), il Centro internazionale di storia dello spazio e del tempo di Brugine ha organizzato una mostra, presentandola, insieme con alcuni contributi divulgativi sui Dondi, nel Bollettino del Centro, VI (1988), pp. 21-66, che inaugura la nuova serie Scienze e storia, e pubblicandone il catalogo Padua sidus preclarum. I Dondi dall'Orologio e la Padova dei Carraresi, Padova 1989.

Sull'orologio oltre agli studi già citati di Gloria e Bellemo: L. T. Belgrano, Degli antichi orologi pubblici d'Italia, in Arch. stor. italiano, s. 3, VII (1868), pp. 33-38; L. Thorndike, The clocks of I. and Giovanni de' Dondi, in Isis, X (1928), pp. 360-362; C. Gasparotto, La regola dei da Carrara, il palazzo di Ubertino e le nuove stanze dell'Accademia Patavina di scienze lettere ed arti, in Atti dell'Accad. patavina di scienze lett. ed arti, n. s., LXXIX (1966-67), I, pp. 82-83.

Sull'Aggregator: F. H. Garrison, An introduction to the history of medicine, Philadelphia-London 1922, p. 157; A. Benedicenti, Malati, medici e farmacisti, I, Milano 1925, pp. 446-1043; [P.-M.-M.] Laignel Lavastine, Histoire générale de la médecine, de la pharmacie, de l'art dentaire et de l'art vétérinaire, II, Paris 1938, pp. 90, 617- 618; III, Paris 1949, pp. 546-547; L. C. MacKinney, Medieval medical dictionaries and glossaries, in Medieval and historiographical essays in honor of Vames Westfall Thompson, a cura di J. L. Cate-E. N. Anderson, Chicago 1938, p. 249; A. Pazzini, Bio-bibliografia di storia della chirurgia, Roma 1948, p. 55; M. B. Stillwell, The awakening interest in science during the first century of printing, New York 1970, p. 109; L. Demaitre, Scholasticism in compendia of practical medicine 1250-1450, in Manuscripta, XX (1976), p. 85; E. Leclainche, L'arte veterinaria dal Medio Evo alla fine del XVIII secolo, in Storia della medicina, della farmacia, dell'odontoiatria e della veterinaria, V, Bergamo 1982, p. 203.

Sulle tavole astronomiche: G. Favaro, Intorno alla vita ed alle opere di Prosdocimo de' Beldomandi, in Bull. di bibliogr. e di storia delle scienze mat. e fis., XII (1879), pp. 198-200; L. Thorndike, A history of magic and experimental science, III-IV, New York 1943, pp. 199-200; Id., Notes on some astronomical, astrological and mathematical manuscript of the Bibliothique Nationale, Paris, in Journal of the Warburg and Courtauld Institutes, XX (1957), p. 129.

Sul De causa salsedinis: S. Mandruzzato, Dei bagni di Abano, I, Padova 1789, pp. 26-27, 54-55; III, ibid. 1804, pp. 32-34; G. Tanfani, I. D., medico padovano del Trecento, e il suo metodo di estrazione del sale dalle acque termali, in Riv. di storia delle scienze mediche e nat., XVII (1935), pp. 8-23; A. G. Debus, The chemical philosophy. Paracelsian science and medicine in the Sixteenth and Seventeenth Centuries, I, New York 1977, pp. 17-18; G. E. Ferrari, L'opera idrotermale di Gabriele Falloppio: le sue edizioni e la sua fortuna, in Quaderni per la storia dell'Università di Padova, XVIII (1985), p. 20.

Sul De fluxu oltre allo studio del Revelli introduttivo all'edizione dell'opera: R. Almagià, La dottrina della marea nell'antichità classica e nel Medioevo, in Mem. della R. Accad. dei Lincei, classe scienze fisiche, mat. e nat., s. 5, V (1905), p. 139; R. Cessi, Discorsi sopra la laguna di C. Sabbadino, in Antichi scrittori di idraulica veneta, II, 11, Venezia 1930, p. IX; L. Thorndike, Milan manuscripts of Giovanni de' Dondi's astronomical clock and of I. de' discussion of tides, in Archeion, XVIII (1936), pp. 308-317; P. Ventrice, La questione della grandezza della terra e dell'acqua e la dottrina delle maree nel secolo XVI, con riferimenti all'ambiente scientifico veneziano e alcune considerazioni sul metodo, in Cultura, scienze e tecniche nella Venezia del Cinquecento. Atti del Convegno Giovan Battista Benedetti e il suo tempo, Venezia 1987, pp. 425-428.

Sulla carta topografica: V. Lazzarini. Di una carta di I. D. e di altre carte del Padovano nel Quattrocento, in Atti e mem. dell'Accad. di scienze lettere ed arti in Padova, n. s., XLVII (1930-31), pp. 275-281, riedito in Id., Scritti di paleografia, pp. 117-122; P. Sambin, La guerra del 1372-73 tra Venezia e Padova, in Archivio veneto. n. 5, LXXVI-LXXVII (1948), pp. 15-16.

Sulla Cronaca: V. Lazzarini, Il preteso documento della fondazione di Venezia e la cronaca del medico I. D., in Atti dell'Ist. veneto di scienze lett. ed arti, LXXV (1915-16), n. 2, pp. 1263-1281, riedito in Scritti di paleografia... cit., pp. 99-116; E. Franceschini, La Cronachetta di maestro I. D., in Atti del R. Ist. veneto di scienze lett. ed arti, XCIX (1939-40), II, pp. 969-984; A. Carile, Le origini di Venezia nella tradizione storiografica, in Storia della cultura veneta, I, Vicenza 1976, pp. 152-154; Rep. fontium hist. Medii Aevi, IV, pp. 242 s.

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