BONCOMPAGNI LUDOVISI, Ignazio

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 11 (1969)

di Umberto Coldagelli

BONCOMPAGNI LUDOVISI, Ignazio. - Secondo figlio maschio di Gaetano, principe di Piombino e duca di Sora, e di Laura Chigi, nacque in Roma l'8 giugno 1743. La sua condizione di cadetto lo destinò alla carriera ecclesiastica, nella quale del resto le tradizionali fortune della sua famiglia in Curia, sin dai tempi di Gregorio XIII, gli garantivano successi ed onori. Benedetto XIV, infatti, sin dal maggio del 1754, gli conferì tutti i benefici del patronato che i Boncompagni Ludovisi esercitavano nelle diocesi di Aquino e di Sora, essendo vacanti in quell'anno per la rinunzia ad essi del loro titolare, il cardinale Pier Luigi Carafa. Il 27 apr. 1763, poi, con una bolla di Clemente XIII, il B. otteneva l'archimandritato del monastero di S. Adriano, nella diocesi calabrese di Rossano, e l'abbazia di S. Maria di Giosafat, nella diocesi di Cosenza. A quest'ultima data il B. era già da tempo a Roma, dove seguiva i corsi di diritto: si addottorò nel 1765. Il 12 dic. 1765 assunse la carica di cameriere segreto del pontefice e pochi mesi dopo quella di referendario delle due segnature. Clemente XIII, tuttavia, ritenne ben presto il B. più adatto ad assolvere ad incarichi diretti di governo che ad esercitare uffici subalterni di Curia e già il 19 nov. 1766 lo nominava vicelegato di Bologna, la città di origine dei Boncompagni, i quali vi conservavano ancora un seggio ereditario in Senato, in quel momento appartenente al padre del Boncompagni. Ancora maggiore importanza ebbe la nomina, nel 1767, a delegato apostolico della commissione per le acque nelle tre Legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna: il B. non aveva che ventiquattro anni, ma il papa non esitava ad attribuirgli, con facoltà indipendenti da quelle dei tre cardinali legati, la direzione di una attività che costituiva tradizionalmente una delle maggiori preoccupazioni per l'amministrazione dello Stato pontificio.

Il problema della sistemazione del corso e delle foci del Po, infatti, era ancora assai lontano da una soddisfacente soluzione, sebbene negli ultimi anni il governo pontificio avesse investito somme ingenti nei lavori relativi. La responsabilità diretta delle opere, al momento in cui il giovane delegato apostolico assunse la carica, era affidata al gesuita A. Lecchi: il B. ritenne di poter individuare in lui il principale responsabile dei ritardi e degli sperperi che si erano verificati nei lavori, e chiese insistentemente al governo romano che il gesuita fosse sostituito; ottenne quanto chiedeva presentando nel febbraio del 1772 una dettagliata relazione alla speciale commissione cardinalizia delegata da Clemente XIV all'esame della questione. L'episodio, tuttavia, andò assai al di là del suo specifico significato: nel clima di ardenti polemiche intorno alla Compagnia di Gesù, che caratterizzò il pontificato, i fautori dei gesuiti videro, nella proposta di esonero del Lecchi e nell'approvazione di essa da parte della commissione cardinalizia e del papa, un atto di ostilità verso l'intera Compagnia.

In difesa del Lecchi insorsero alcuni influenti personaggi della corte romana, tra i quali soprattutto il cardinale A. Albani; i gesuiti ed i loro partigiani moltiplicarono contro il B. i libelli, le calunnie, le irrisioni, mentre per conto loro gli avversari della Compagnia sapevano sfruttare sapientemente l'occasione. Certo questa polemica dovette avere la sua importanza nel determinare e definire gli orientamenti riformistici del giovane prelato, così come lo avvicinò ad alcune delle maggiori personalità antigesuitiche della corte, tra le quali il cardinale di Bernis, rappresentante presso il papa del re di Francia, ed il diplomatico spagnolo J. N. de Azara. E d'altra parte il B. in questa circostanza si guadagnò potenti inimicizie, che non si attenuarono col tempo e che in seguito pesarono sulla sua azione politica.

Allontanato il Lecchi, i lavori furono affidati all'ingegnere G. A. Boldrini, con il quale la sistemazione idraulica del comprensorio padano raggiunse risultati soddisfacenti, anche se non definitivi, allorché furono riaperti alle acque gli alvei, già abbandonati dal fiume, di Volano e di Primaro. Quanta importanza il B. attribuisse a quest'opera risulta chiaramente dal fatto che egli non volle rinunziare alla sua direzione, neanche quando fu chiamato a cariche di maggiore responsabilità. Persino quando Pio VI lo chiamò alla direzione della Segreteria di stato il B. richiese di essere confermato alla presidenza della Commissione delle acque delle tre Legazioni, il che ottenne con un breve pontificio del 26 ag. 1785. Circa un milione di scudi romani fu investito nella sistemazione del Po durante il ventennio della direzione del B.: i contemporanei non mancarono di rilevare l'enormità della cifra e in particolare si attribuì a questo investimento la prima ragione della impopolare riforma fiscale sostenuta poi dal B.; ma le conseguenze economiche della bonifica padana furono assai rilevanti e il B. non ebbe torto di compiacersene: una stima contemporanea, forse non del tutto attendibile, ma certamente indicativa, calcolava all'8% dell'intera superficie produttiva della Legazione bolognese le terre poste a coltura al termine dei lavori.

La bonifica padana veniva così a situarsi tra le più importanti iniziative del tentativo di espansione economica dello Stato ecclesiastico intrapreso da Pio VI ed era il primo terreno nel quale si esercitava la collaborazione tra papa Braschi ed il B., ispiratore ed esecutore poi di uno dei più significativi episodi del pontificato riformatore, il "piano di riforma della pubblica economia di Bologna".

Pio VI, sin dagli inizi del suo pontificato, aveva mostrato di approvare l'opera del B. nelle tre Legazioni, tributandogli il più alto riconoscimento: il 17 luglio 1775 lo elesse infatti in pectore alla porpora cardinalizia e lo proclamò cardinale diacono nel concistoro del 13 novembre successivo. Il B. assunse dapprima il titolo di S. Maria in Porticu (18 dic. 1775), e lo cambiò poi con quelli di S. Maria ad Martyres (29 genn. 1787) e di S. Maria in Via Lata (30 marzo 1789). Lo stesso pontefice, poi, con un breve del 23 dic. 1777, lo creò legato a latere della provincia di Bologna. L'uno e l'altro provvedimento avevano il significato di una precisa scelta politica, intendevano esprimere cioè l'assunzione nel più ampio quadro della nuova iniziativa politica pontificia di un operato che non aveva mancato di suscitare le più aspre reazioni, dal momento che si tentò di riversare sui proprietari terrieri del comprensorio padano il risarcimento degli ingenti capitali investiti nella bonifica, oltre che degli interessi. La bonifica padana si poneva così non più soltanto come un rilevante programma di opere pubbliche, ma soprattutto come un aspetto specifico del più generale problema del risanamento finanziario e della riforma politica della Legazione bolognese.

La designazione del B. alla carica di legato di Bologna assumeva dunque il significato di una garanzia non soltanto per l'estensione a quella provincia del generale piano di riforma dello Stato ecclesiastico che il pontefice aveva in animo, ma anche per la determinazione e la soluzione dei problemi politici che lo speciale ordinamento costituzionale di Bologna poneva anche in sede finanziaria.

Ogni iniziativa politica centrale, e il B. ne aveva fatto diretta esperienza durante la realizzazione della bonifica padana, trovava infatti limiti fortissimi negli interessi della locale proprietà terriera, i quali sostanziavano di un contenuto di infiniti privilegi e di tenaci orientamenti tradizionalisti il secolare istituto dell'autonomia cittadina. Gli interessi prevalentemente urbani ed agrari che si esprimevano nel Senato bolognese, la cui autorità di governo continuava ad essere in effetti non minore di quella del legato pontificio, si rafforzavano per di più, nelle circostanze in cui il B. si trovò ad operare, dell'alleanza e del sostegno dell'infinito stuolo degli esenti dal fisco, dai cavalieri dei vari ordini equestri ai luoghi pii, dai santuari ai funzionari di Curia, dai conventi alle famiglie cardinalizie, dai titolari di commende e benefici agli Ordini religiosi: ai quali tutti si aggiungevano le corporazioni di mestiere, tenacemente avvinte ai propri monopoli produttivi e commerciali. Contro costoro, come contro l'aristocrazia agraria e senatoria, la minaccia dei nuovi orientamenti finanziari e politici di Pio VI e del suo legato apparve subito esplicita, determinando così un fronte di forze praticamente insuperabile per le limitate risorse dell'azione riformatrice.

Da una prima indagine della situazione amministrativa della legazione già nel 1779 il B. poteva ricavare l'indicazione della necessità di un immediato intervento risanatore, risultando ascendente a circa cinque milioni di scudi romani il passivo del bilancio della provincia. Questo pesante deficit si faceva risalire dal legato apostolico, oltre che alle recenti, dispendiosissime opere pubbliche, agli onerosi contributi della provincia alla Camera apostolica e ai danni provocati dalla guerra nel territorio bolognese nei decenni precedenti, a ben precise ragioni politiche e sociali, sulle quali appunto doveva accentrarsi l'interesse del riformatore e che egli compendiava nei due aspetti essenziali di un sistema fiscale assai lontano dal ricercare il suo fondamento nell'effettiva distribuzione della ricchezza, incline cioè ad una prassi di imposte indirette piuttosto che a rivolgersi "alla prima sorgente di ogni produzione", alla terra; e di un sistema di privilegi e di massicce esenzioni che rendevano di fatto inoperante o almeno infruttuosa qualunque pur rigorosa iniziativa fiscale. E in una Notificazione pubblicatain Bologna il 16 agosto 1780 il B. definiva esplicitamente la natura dell'auspicato intervento, in termini tali che non potevano non allarmare l'aristocrazia senatoria bolognese: la Notificazione preannunziava infatti l'introduzione di una imposta fondiaria unificata come voce fondamentale di un nuovo sistema fiscale, proposta ripresa e meglio definita poco dopo con un Chirografo di Nostro SignorePapa Pio VIcol quale si ordina e stabilisce il regolamento dellapubblica economia di Bologna..., Bologna 1780; questo documento pontificio era in realtà non solo ispirato, ma addirittura dettato dal cardinale legato di Bologna, il quale, "in pagine che per l'acutezza dell'analisi critica stanno al livello delle cose migliori del nostro movimento riformatore" (R. Zangheri, La proprietàterriera, p. 6), riproponeva la diagnosi della situazione finanziaria della Legazione e più articolatamente ne induceva l'esigenza di un riordinamento della fiscalità basato principalmente sul "terratico universale", su un'imposta fondiaria, cioè, che non prevedeva l'esenzione di alcuno, "sebbene privilegiato e privilegiatissimo". Di conseguenza il chirografo ordinava come indispensabile condizione preliminare della riforma "un esattissimo catastro con l'opera di periti agrimensori e agricoltori e con la misura effettiva e reale di tutte le terre". Le reazioni dei Bolognesi alla pubblicazione di questo documento furono subito, e non senza ragioni, estremamente ostili, inaugurando una opposizione al riformismo pontificio che per il momento si espresse in una miriade di libelli, di petizioni, di polemiche, di attacchi personali al legato, ma che negli anni seguenti non si sarebbe astenuta da torbidi e rivolte. La proposta del B. era infatti tale da scavalcare largamente i limiti della riforma proposta da Pio VI nel 1777, dalla quale, con altre, la Legazione di Bologna era stata esclusa. L'iniziativa del pontefice era stata allora ridotta in termini assai più timidi dal prevalere di considerazioni di opportunità politica e finanziaria, che si manifestarono soprattutto nel modo di affrontare sia il problema fondamentale delle esenzioni fiscali sia quello dei rilievi catastali. Da una parte, infatti, il catasto ordinato da Pio VI il 15 dic. 1777 si fondava non sui rilievi in loco dei periti, ma sulle dichiarazioni giurate dei proprietari: il pontefice si era deciso in questo senso per risparmiare le ingenti spese che l'altra soluzione, estesa a tutto il territorio dello Stato, avrebbe comportato; ma il risultato era stato "un catasto di menzogne", a giudizio unanime dei contemporanei (Zangheri, ibid., p. 45); d'altra parte il principio dell'universalità dell'imposta fondiaria era stato tradito col confermare l'esenzione dei patrimoni ecclesiastici, provvedimento questo dettato dalla preoccupazione che l'estensione ad essi di una imposta permanente avrebbe indotto gli Stati esteri, sulla base di questo autorevole esempio, ad una analoga misura. Col chirografo del 25 ott. 1780 queste preoccupazioni venivano abbandonate; accettando dal B. la proposta di un "terratico universale" basato sulla stima diretta dei terreni, Pio VI faceva ben altro che approvare una indispensabile misura fiscale: egli sceglieva una prospettiva di radicale rinnovamento politico e sociale dello Stato ecclesiastico, togliendo l'azione pontificia dalle secche della conservazione e allineandola, o almeno tentando di allinearla, all'iniziative prese dai principi riformatori europei.Che il pontefice ed il suo legato sapessero perfettamente di dover affrontare una tenace resistenza da parte dell'aristocrazia senatoria bolognese e dei suoi alleati appare evidente dalla pubblicazione, poco dopo il primo, il 7 nov. 1780, di un secondo Chirografo che, togliendo il controllo delle finanze e della truppa cittadina al Senato, tentava di liquidare di fatto ogni residuo delle antiche libertà comunali; il pontefice e il B. scendevano così in campo aperto contro ogni possibile opposizione al loro progetto di riforma e nello stesso tempo, coerentemente all'ispirazione centralistica di ogni tentativo riformatore, procedevano a dissolvere l'ultimo importante residuo di reggimento politico decentrato all'interno dello Stato ecclesiastico.

Fu allora un grave errore di valutazione, da parte dell'aristocrazia senatoria colpita dal piano pontificio, o fu forse soltanto un espediente tattico e in ogni caso come tale prevedibilmente destinato al fallimento, dissociare il pontefice dalla responsabilità del progetto, attribuendola per intero, inizialmente, al solo Boncompagni. I Bolognesi mostrarono cioè di credere che il legato avesse informato in maniera tendenziosa il pontefice sulla situazione finanziaria della provincia e sulle cause del pauroso deficit, costringendo così il governo romano a deliberare avventatamente "una universale rivoluzione di ogni sistema antico, l'annichilimento o lesione di molte prerogative e distinzioni, tanto pubbliche quanto di molti corpi e particolari, e la costernazione di ogni ceto di persone", come scriveva un anonimo libellista (Zangheri, ibid., p. 12). Che in realtà non esistesse alcuna possibilità che il pontefice, sconfessando il legato e se stesso, retrocedesse dalle posizioni assunte nei due chirografi, si rivelò ben presto al Senato bolognese attaverso le pessimistiche relazioni che in proposito inviava da Roma l'ambasciatore dalla città a Pio VI, G. Gozzadini; e ancora più evidentemente apparve dalle ulteriori deliberazioni del pontefice, il quale si affrettò a rendere pubblico il suo costante consenso col legato rinnovandone per un altro triennio la carica con un breve del 3 genn. 1781 e autorizzandolo ad arruolare tre compagnie di soldati a presidio della legazione di Bologna.

Non per questo, tuttavia, gli oppositori rinunziarono a contrastare l'opera del legato, moltiplicando le obiezioni di natura tecnica e politica al catasto ed alla riforma fiscale ad un punto tale che il B. si vide costretto a riproporre pubblicamente le ragioni dell'iniziativa, il che fece con lo scritto anonimo Le riflessionisopra i chirografidi N. S. Papa Pio VIde' 25 ottobre e 7 novembre1780 risguardanti la pubblica economiadi Bologna esaminate (pubblicato con la falsa data del 1781, in realtà edito a Lucca nel 1783), che va ricordato, prescindendo dalla ripresa polemica degli argomenti controil vecchio sistema fiscale e a sostegno del nuovo, soprattutto come una affermazione, tra le più nette del pensiero riformatore nello Stato della Chiesa, di principi di chiaro sapore fisiocratico (anche se nei limiti di una mera interpretazione fiscale della dottrina), là dove si vanta il terratico come "la prima contribuzione, perché si porta alla prima sorgente d'ogni produzione, che alla vita serve e alla società".

Ma non erano certamente le polemiche dottrinarie, le obiezioni tecniche e giuridiche a fermare la realizzazione del catasto, il quale, al contrario procedeva speditamente, affidato alla direzione di uno specialista, Giuseppe Cartoni (dal quale pure, oltre che dal B., prese poi nome l'iniziativa), che già aveva partecipato alla realizzazione del catasto milanese, e seguito assiduamente in ogni sua fase dal B., che ne mantenne la sovrintendenza, analogamente a quanto fece per la sistemazione idraulica del comprensorio padano, anche quando fu chiamato a dirigere la Segreteria di stato. Il B. poté vedere realizzato il catasto, che considerò sempre la propria massima realizzazione politica e lo specchio migliore di una illuminata iniziativa riformatrice, in un breve volgere di anni. Non così la riforma fiscale che ne derivava, impedita, oltre che dalle resistenze dell'aristocrazia agraria e degli altri gruppi bolognesi che da essa sarebbero stati colpiti, anche dall'attenuarsi dell'impulso riformatore del pontificato di Pio VI e dalle vicende politiche di fine secolo da cui esso venne travolto. Tuttavia l'opera del B. trovò un postumo coronamento proprio durante l'invasione francese dello Stato ecclesiastico, allorché i Bolognesi tripudianti per la riacquistata autonomia cittadina, regalata loro dai conquistatori, si videro imposte le contribuzioni di guerra proprio sulla base dell'odiato catasto del Boncompagni.

L'esecuzione del catasto, in ogni modo, aveva messo in evidenza il legato come una delle personalità politiche di maggior rilievo della Chiesa, come uno dei consiglieri più accorti e preparati di Pio VI, il quale lo interpellava anche sui problemi dell'amministrazione centrale dello Stato, e in particolare in materia finanziaria e monetaria: così nel 1783, allorché il B. sconsigliò, e fu ascoltato, una riforma monetaria, già sul punto di essere ordinata dal pontefice, la quale a suo parere avrebbe avuto negativi risultati sia nei riguardi delle "entrate de' sudditi che sono fisse", sia nei riguardi dell'erario. Notevoli erano le sue relazioni con personalità politiche straniere: la sua lucida e decisa azione riformista gli aveva guadagnato la stima dello stesso imperatore Giuseppe II; era gradito ai rappresentanti francese e spagnolo a Roma sin dal tempo della sua polemica con i gesuiti; era originario del Regno di Napoli, dove godeva di numerosi benefici ecclesiastici e come fratello del principe di Piombino, gentiluomo di camera di Ferdinando IV di Borbone, e della duchessa di Termoli, dama di corte della regina Maria Carolina, poteva contare su influenti amicizie. Tutti questi requisiti lo designavano a responsabilità politiche ben maggiori che quella di governatore di una provincia, sia pure importante come quella di Bologna. Così quando, nel febbraio 1785, morì il segretario di Stato, il cardinale L. O. Pallavicini, il B. fu innalzato da Pio VI alla massima carica esecutiva dello Stato ecclesiastico, anteposto ad altre autorevoli candidature, quali quelle dei cardinali Giuseppe Garampi, Giovanni Andrea Archetti, Giuseppe Doria Pamphili.

Il B. prese possesso della carica nell'agosto successivo, abbandonando Bologna il 17 di quel mese. "Una parte della città lo ricolma d'imprecazioni e gli augura il viaggio a rompicollo - scriveva un contemporaneo - una diversa parte riempie le muraglie di sonetti e canzoni, esaltando il suo governo, applaudendo alla promozione ed augurandosi nella nuova carica un secolo d'oro" (Piscitelli, I. B. L., p. 275). In realtà nella nuova carica il B. incontrerà minori motivi di compiacimento che in quella di legato di Bologna.

I massimi problemi che la Chiesa si trovava ad affrontare al momento dell'assunzione del B. alla Segreteria di stato erano quelli determinati dalla sempre più decisa politica regalista delle potenze. Certo Pio VI doveva avere attribuito una grande importanza alle buone relazioni del B. con le principali corti cattoliche per anteporlo a prelati di così vasta esperienza diplomatica come il Garampi, che era stato nunzio a Vienna, come l'Archetti, che aveva ricoperto la stessa carica alla corte di Polonia, come il Doria Pamphili, già nunzio in Francia. E probabilmente lo stesso B. sopravvalutò le proprie amicizie, come dimostrò la sfortunata trattativa per il concordato con la corte di Napoli, che fu la prima importante questione di politica internazionale che nella nuova carica si trovò ad affrontare.

Arrivare a un accordo con la corte napoletana era di estrema importanza per la Curia, dopo che decenni di politica regalista del Tanucci e del successore di lui, marchese della Sambuca, avevano portato ad un vero saccheggio delle prerogative, dei benefici, delle rendite e dei privilegi ecclesiastici nel Regno. Soprattutto preoccupava la S. Sede il fatto che circa quaranta sedi episcopali fossero rimaste prive del loro titolare dopo che il papa aveva rinunziato alle relative nomine come replica alla pretesa napoletana di attribuirne la convalida al re. Fu quindi accolto con estremo interesse l'invito fatto pervenire alla Curia da parte del successore del Sambuca, il marchese D. Caracciolo, di aprire la trattative per un concordato che risolvesse le principali questioni pendenti. Non c'è dubbio che anche il Caracciolo, benché animato da spiriti anticuriali, attribuisse grande importanza ad un accordo col pontefice, dal momento che non si pensava a Napoli alla possibilità di radicalizzare il contrasto sino allo scisma e quindi si avvertisse l'esigenza di risolvere con un compromesso almeno la questione della nomina dei vescovi. Da parte di Pio VI e del B. si accolse quindi di buon grado l'invito e si inviò a Napoli come negoziatore monsignor Lorenzo Caleppi. Ma subito questi si trovò di fronte ad una nuova iniziativa napoletana che sembrò precludere sin dal principio ogni possibilità di accordo. Pochi giorni dopo l'arrivo a Napoli dell'inviato romano, il 28 giugno 1786, il Caracciolo sottoscriveva un dispaccio nel quale definiva "un abuso ed un'usurpazione dell'Eminente Dignità Episcopale... nata ne' tempi oscuri e lacrimevoli della Chiesa, contradetta mai sempre da PP. e da Concilj" la subordinazione del clero regolare del Regno ai generali degli Ordini ed ai capitoli all'estero (Schipa, Nel regno di Ferdinando IV di Borbone, p. 210). Così il ministro napoletano voleva sgombrare il campo delle trattattive con l'inviato pontificio da una questione sulla quale non si intendeva in alcun modo far concessioni, tanto più che già maturava una proposta assai più drastica, quella della soppressione dei conventi, cosa sulla quale in effetti si ebbe una deliberazione della Giunta napoletana degli abusi il 30 luglio successivo. La risposta di Pio VI di fronte a questo atteggiamento del ministro napoletano avrebbe voluto essere definitiva: richiamare il Caleppi e chiudere il tentativo di accordo. Fu il B. ad evitare questa rottura, convincendo il papa a tentare di far revocare il provvedimento scrivendo direttamente a Ferdinando IV; egli stesso, poi, si rivolse al Caracciolo per esortarlo ad un atteggiamento più moderato, che non pregiudicasse ogni possibilità di proseguire nelle trattative. Il tentativo ebbe un provvisorio successo: Ferdinando IV dispose infatti, in risposta alla lettera del pontefice, di sospendere sia il decreto del Caracciolo sia quello della Giunta degli abusi ed i negoziati poterono essere ripresi: senza risultati soddisfacenti, tuttavia, tanto che il B. pensò di ricorrere all'inusitato tentativo di un viaggio personale a Napoli per trattare direttamente con Ferdinando IV, con la regina, con il Caracciolo e con l'Acton. La visita del segretario di Stato alla corte napoletana ebbe effettivamente luogo con l'approvazione di Pio VI, sebbene il Caleppi l'avesse sconsigliata; in forma non ufficiale, tuttavia, e sotto il pretesto di un periodo di vacanza che il cardinale intendeva trascorrere a Napoli "per sollievo e per salute" (Schipa, ibid., p. 231 n.). Il segretario di Stato si trattenne a Napoli dal 17 ott. al 4 nov. 1787 ed ebbe incontri con la regina, con il re e, più numerosi, con l'Acton: senza risultati, però, ché Ferdinando IV si mostrò non disposto a cedere sulle questioni fondamentali. Il B. dovette così tornare a Roma prendendo atto del totale fallimento della sua missione, anche se le trattative continuavano ad opera del Caleppi.

Non maggiori soddisfazioni il B. doveva ottenere dalle sempre più difficili relazioni con la Toscana. Il periodo del suo segretariato coincise con alcuni provvedimenti che confermavano l'intenzione del granduca di dare attuazione organizzativa ai deliberati del sinodo di Pistoia: nel novembre del 1787, infatti, Leopoldo I incaricò Scipione de' Ricci di preparare un progetto di legge per la riforma della Chiesa toscana, il 2 ottobre dell'anno seguente approvò le prescrizioni disciplinari del sinodo pistoiese e poco dopo deliberò la soppressione della giurisdizione della nunziatura limitando le prerogative del rappresentante del pontefice ai soli aspetti diplomatici. Contro quest'ultima misura il B, protestò energicamente alla corte toscana, inducendo Pio VI a proibire alla dataria la concessione per il granducato di dispense che non fossero state approvate dal nunzio pontificio, senza che questa rivalsa però ottenesse alcun risultato.

Un ulteriore insuccesso diplomatico il B. conseguì nell'episodio dell'espulsione del nunzio a Bruxelles A. F. Zondadari, decisa da Giuseppe II in seguito ai gravi incidenti insorti tra gli studenti dell'università di Lovanio. Invano il B. cercò di difendere il nunzio dall'accusa di aver provocato i disordini presso l'ambasciatore imperiale a Roma, cardinale Herzan: non ottenne dall'imperatore nemmeno la revoca della chiusura della nunziatura di Bruxelles, deliberata insieme con l'espulsione dello Zondadari.

Così in politica estera il B. non sperimentò che insuccessi. Il Pastor, che dà del suo segretariato un giudizio sbrigativamente negativo, mostra di credere che tali insuccessi dipendessero sostanzialmente dalla mancanza di esperienza politica del Boncompagni. Certo è che questi non seppe operare nei rapporti con le potenze con la stessa larghezza di idee, la stessa spregiudicatezza, lo stesso rigore nell'analisi della situazione politica che aveva distinto il suo periodo di governo bolognese e aveva fatto del giovane cardinale l'esponente più avanzato del rinnovamento dello Stato ecclesiastico proposto da Pio VI. Una valutazione adeguata delle personali responsabilità del B. deve però tener conto delle obiettive difficoltà che la Chiesa doveva affrontare nella tenace difesa della sua giurisdizione contro il sempre pìù deciso orientamento regalista degli Stati europei, una situazione nella quale né i predecessori del B. nella segreteria di Stato né i suoi successori ottennero sostanzialmente risultati migliori di quelli conseguiti da lui.

Del resto anche la politica interna aveva riservato gravi sconfitte al B.: così nel 1786, allorché si oppose inutilmente alla modificazione dei rapporti di cambio delle monete pontificie con quelle estere stabilite dalla tariffa del 1778; prevalse, contro la sua, l'influenza sul pontefice del cardinale tesoriere Fabrizio Ruffo, la cui autorità limitò sempre più fortemente, negli anni successivi, quella del segretario di Stato.

In effetti cresceva l'ostilità contro il B.: tutte le inimicizie che egli si era procurato in Curia al tempo della polemica col Lecchi, tutto lo scontento che egli aveva provocato nei circoli ecclesiastici con il suo spregiudicato attacco ai privilegi patrimoniali del clero, riaffioravano, si rafforzavano, si organizzavano ad ogni insuccesso del segretario di Stato e trovavano autorevole rappresentanza nel Ruffa e nello stesso cardinal nepote, il segretario dei Brevi Romualdo Onesti-Braschi. L'antica fiducia di Pio VI era palesemente scossa dal seguito di insuccessi del B.; il definitivo fallimento delle trattative con la corte napoletana, sancito alla fine del 1788 dall'espulsione dal Regno dell'internunzio Servanzi, riaprì le deplorazioni per la condotta diplomatica del segretario di Stato in quella circostanza. Né giovava al B. l'appoggio che gli confermavano l'Azara e il cardinale di Bernis, ché anzi queste amicizie rafforzavano l'ostilità contro il segretario di Stato da parte dei gruppi più conservatori della corte pontificia. Il B. fu costretto a prendere atto della impossibilità di proseguire nella sua azione e presentò ripetutamente le dimissioni al pontefice. Pio VI dapprima le respinse, probabilmente in omaggio alle passate benemerenze del legato bolognese, ma era ormai così grande la sua sfiducia che nel settembre del 1789 pubblicò, a istanza del Ruffo, un editto in materia doganale in pieno contrasto con le opinioni del B. e non lo interpellò nemmeno. Era in effetti il licenziamento e quando il B. il 30 settembre presentò nuovamente le dimissioni, il papa le accolse, sostituendolo con il vecchio cardinale F. S. Zelada.

Al momento del congedo il B. volle ricordare al papa, e forse anche a se stesso in un momento di tanta umiliazione politica, l'opera sua fondamentale, quella in nome della quale poteva ancora sentirsi superiore al ceto politico tuttora dominante nella corte romana. In un bilancio che "riecheggia il famoso Compte rendu au Roi del Necker" (Dal Pane, p. 85), il B. riesaminava le ragioni, l'importanza, il successo, gli ostacoli superati, le opposizioni vinte nella realizzazione del "terratico" bolognese. Il volume, che ha il titolo Alla Santità di Nostro Signore Papa PioVI. La publica economia di Bologna secondoi chirografi dellaSantità Suadelli 25 ottobre e 7 novembre 1780, non reca indicazioni tipografiche, ma fu stampato nel 1789 dal Remondini a Bassano ed è pertanto conosciuto col nome di "stampe bassanesi". Certo il fatto che il B. attribuisca al pontefice il merito principale della realizzazione del catasto non è soltanto dovuto alla modestia dell'autore: vi traspare abbastanza chiaramente la consapevolezza del B. che la maggior parte delle difficoltà incontrate in corte si dovevano proprio a quell'iniziativa, che troppi interessi aveva colpito, troppi privilegi radicati nelle consuetudini aveva scalzato; pare di leggervi, insomma, una dignitosa protesta verso l'incomprensione di chi non aveva ricordato abbastanza i meriti acquisiti in un'opera tra le maggiori del pontificato. E nello stesso tempo è evidente la soddisfazione dell'opera tra tanti ostacoli finalmente compiuta: "Alla Santità Vostra era sommamente a cuore il terratico: il terratico è compito...". Ma il significato delle "stampe bassanesi" va assai al di là di questi motivi contingenti di polemica o di compiacimento, va al di là addirittura dell'episodio, pur rilevante, al quale l'autore fa riferimento; è un documento del punto più avanzato al quale poteva spingersi una iniziativa politica ispirata dall'ideologia riformistica, pur tecnicamente preparata e libera dall'ossequio vincolante alle tradizioni, quando non tenesse conto delle forze reali delle quali poteva disporre: è, insomma, più il documento di un fallimento, pur nei suoi rilevanti risultati tecnici, che di una conquista. Il catasto in definitiva non comportava necessariamente la riforma fiscale e politica: e di fatto non la comportò. L'ostilità dell'aristocrazia fondiaria, in questo come in tutti gli altri episodi di riformismo settecentesco, fu decisiva. In questo senso il giudizio dell'anonimo cronista bolognese sul B. può essere accolto nella valutazione storica, al di là delle sue specifiche motivazioni: "Sarebbe stato ottimo governante e possedeva al sommo grado l'arte di regnare, se si fosse mostrato meno amante de' nuovi progetti e dell'avvilimento della nobiltà" (Piscitelli, I.B. L., p. 286).

Allontanatosi dalla corte e ritiratosi a Bagni di Lucca, il B. vi morì poco dopo, ancora giovane, il 9 ag. 1790. Fu seppellito nella chiesa romana di S. Ignazio.

Da Pio VI aveva ricevuto numerose cariche minori e molti benefici. Eletto al cardinalato, aveva ricoperto le cariche di prefetto della Consulta, delle Congregazioni di Avignone e di Loreto; con una bolla del 24 nov. 1778 aveva ottenuto, in premio della sua attività come delegato per i lavori idraulici nel comprensorio padano, l'abbazia di S. Bartolomeo (o S. Nicolò de' Bartoli) nella diocesi di Ferrara, e con altro documento pontificio del 2 genn. 1785 gli fu conferita l'abbazia di S. Sofia nella diocesi di Benevento. Fu protettore del Collegio Germanico e dell'Ordine dei cappuccini (breve del 29 nov. 1785), presidente del capitolo del medesimo Ordine cappuccino (breve del 18 apr. 1789).

L'archivio della famiglia, ora nell'Archivio Segreto Vaticano, e la Biblioteca Apostolica Vaticana conservano numerosi trattati manoscritti del B., di teologia, di filosofia e di diritto, oltre ad una versione italiana di tre libri del De Officiis di Cicerone.

Fonti e Bibl.: L'Arch. Segr. Vat. e l'archivio della famiglia conservano naturalmente un ricchissimo materiale documentario relativo sia alla biografia privata gia all'attività politica del B., materiale ancora, peraltro, assai poco utilizzato, ad eccezione di quello relativo alla legazione bolognese ed ai rapporti con la corte di Napoli. Tra le numerose fonti a stampa vanno ricordati G. Gorani, Mémoires secretset critiques, Paris 1793, II, pp. 210-214; J. De La Lande, Voyage en Italie, II, Genève 1790, p. 113. Per la controversia intorno al progetto di riforma fiscale, cfr. V. Fiorini, Catal. illustrativo dei libri,doc. ed ogg.esposti dalle provincedell'Emilia e delle Romagnenel Tempiodel Risorg. ital., II, 1, Bologna 1897, pp. 79-115. La polemica contro il catasto continuò anche dopo la morte del B.: cfr. Equivoci soprala pubblicaeconomia di Bologna dellestampe bassanesi 1789 manifestati inalcune lettere familiari, s.l. 1790; (G. Pistorini), Allegazione di fatto e di ragionesopra il terratico, Roma 1791. Sul tema del catasto bolognese e del piano di riforma esiste una letteratura storiografica abbastanza ampia: R. Zangheri, La proprietà terrierae le origini del Risorg.nel Bolognese, I, 1789-1804, Bologna 1961, passim (fondamentale); Id., Per lo studio dell'agricolturabolognese nel '700, in Studi in onoredi A. Sapori, II, Milano 1957, p. 1257; Id., Prime ricerche sulla distribuzionedella proprietà fondiarianella pianura bolognese(1789-1835), Bologna 1957, passim; L. Dal Pane, Lo Stato pontif.e il movimento riformatore del Settecento, Milano 1959, passim. Prevalentemente dedicato all'attività del B. a Bologna è il profilo biografico di E. Piscitelli, I. B. L. segretario di Stato di Pio VI, in Studi Romani, VII (1959), pp. 275-286. Dello stesso autore vedi anche La riforma di PioVI e gli scrittorieconomici romani, Milano 1958, passim. Da tener presenti: G. Ungarelli, Il generale Bonaparte in Bologna, Bologna 1911, p. 7 e n.; L. Frati, Il Settecento a Bologna, Milano 1923, p. 80.; G. L. Masetti Zannini, Il card. I. B. L.e gli idraulici bolognesi..., in Boll. d. Museo del Risorg. di Bologna, IX (1964), pp. 39-79. Sull'attività del B. nella segreteria di Stato non molto si ricava dai brevi cenni che ne dà L. v. Pastor, Storia dei papi, XVI, Roma 19341 2, p. 167; 3, passim. Vedi anche, tra i contemporanei, J-F. Bourgoing, Mémoires historiqueset philosophiquessur Pie VIet son Pontificat,jusqu'à saretraite en Toscane, Paris s.d. (ma 1799), II, passim; F. Becattini, Storia di Pio VI, Venezia 1801, passim; G. B. Tavanti, Fasti del S. P. Pio VI con note critiche, Italia 1804, II, p. 55. È soprattutto da tener presente relativamente alle trattative napoletane per il concordato I. Rinieri, Della rovina di una monarchia, Torino 1901, passim. Sullo stesso aspetto della politica del B. cfr. inoltre F. I. Sentis, Die "Monarchia Sicula". Eine historisch-kanonistischeUntersuchung, Freiburg 1869, pp. 20 ss.; F. Scaduto, Stato eChiesa nelle Due Siciliedai Normanni ai tempi nostri, Palermo 1887, passim; M. Schipa, Un ministro napoletano nel sec. XVIII, Napoli 1897, passim; Id., Nel regno di Ferdinando IV diBorbone, Firenze 1938, passim; B. Peluso, Doc. intorno alle relazioni fraStato e Chiesa nelle Due Sicilie, III, Napoli 1898, passim; G. Nuzzo, La politica estera della monarchia napoletanaalla fine delsec. XVIII, in Nuova Antologia, 16 luglio 1930, pp. 130-142; Id., Stato e Chiesa nel tramonto del riformismonapoletano, in Arch.stor.per le prov. napol., LIX (1934), pp. 96-118. Ancora utili per qualche notizia biografica i genealogisti P. Litta, Le fam. celebriital.,s.v. Boncompagni di Bologna, tav. III; P. E. Visconti, Storia di Roma. Famiglie nobili, III, pp. 836-841.

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