INGHIRAMI, Tommaso, detto Fedra

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 62 (2004)

di Stefano Benedetti

INGHIRAMI, Tommaso, detto Fedra. - Nacque a Volterra negli ultimi mesi del 1470 da Paolo di Antonio, di una ricca famiglia patrizia discendente dagli Ingram, di origine germanica, e da Lucrezia Barlettani.

Il padre era stato favorito da Lorenzo de' Medici nello sfruttamento dell'allume su territori di giurisdizione del Comune, e proprio a causa di tale privilegio fu assassinato nel tumulto popolare del 22 febbr. 1472; la sua casa fu saccheggiata e i beni familiari posti sotto confisca. Lo zio Giovanni condusse dunque a Firenze, sotto la protezione di Lorenzo de' Medici, il piccolo I., insieme con il fratello Nello e la madre. Fu su suggerimento di Lorenzo, presto accortosi delle doti intellettuali del giovane protetto, che l'I. si trasferì nel 1483 a Roma presso due zii monsignori, Antonio Inghirami, segretario e cubicolario di Sisto IV, e Niccolò Lisci, poi vicelegato di Avignone. Ricevette anche protezione, almeno fino al 1497, dal vescovo di Cesena Pietro Vicentino e dal conterraneo Iacopo Gherardi, segretario apostolico. I rapporti con quest'ultimo sono documentati da frequenti scambi epistolari (la gran parte delle lettere dell'I., insieme con 24 carmi e 8 orazioni, sono tradite dal ms. 5885 [LIII.4.8] della Biblioteca Guarnacci di Volterra; ne trasse copia fedele Pierluigi Galletti nel Vat. lat. 7928 della Biblioteca apost. Vaticana).

Messosi da subito in luce per la sua attitudine allo studio, l'I. si formò presso l'Accademia Romana sotto la guida di Pomponio Leto, alla cui scuola conobbe Alessandro Farnese, destinato a rimanergli amico, e partecipò, secondo il costume inaugurato dai pomponiani, alla messa in scena di commedie in latino.

Da una di queste, la rappresentazione dell'Hippolytus di Seneca nell'aprile 1486, diretta da Sulpizio da Veroli e promossa dal cardinale Raffaele Riario davanti al suo palazzo presso Campo dei Fiori, gli derivò il soprannome con cui fu universalmente noto (nella lettera a Iodoco Gaverio da Basilea del 1° marzo 1523, Erasmo dice di averlo appreso direttamente dal Riario). Un nome attestato in entrambe le varianti Phaedrus e Phaedra (quest'ultima forse allusiva anche all'orientamento sessuale dell'I., di cui si trovano accenni nelle lettere di Mario Maffei a J. Sadoleto del 18 febbr. 1507, in Biblioteca apost. Vaticana, Barb. lat., 2517, c. 46, e di Agostino Vespucci a N. Machiavelli del 16 luglio 1501) e che sovente i discendenti dell'I. usarono assumere. Interpretando infatti il ruolo di Fedra, il sedicenne I., secondo la più tarda notizia di Curzio Inghirami (1645), al crollo accidentale di una macchina di scena avrebbe salvato la rappresentazione grazie alla pronta improvvisazione di versi latini. Alle notevoli doti di attore dell'I. rimandano peraltro già testimonianze coeve, come il passo del De cardinalatu in cui Paolo Cortesi ne sottolinea la giovanile disposizione "ad absolutam ethologiam", subito aggiungendo, tuttavia, come l'I. più che nel teatro ricercasse maggiore gloria nell'eloquenza.

È infatti come poeta e oratore in latino che egli si affermò negli anni seguenti, così da ricevere, il 14 marzo 1497, da Innsbruck, per decreto di Massimiliano I, il diploma di conte palatino e poeta laureato con facoltà di fregiarsi dell'aquila imperiale. Nel 1494 assistette ai rivolgimenti politici seguiti alla calata di Carlo VIII (ne riferisce una sua lettera al Gherardi dell'ottobre 1494, Vat. lat., 3912, cc. 79r-80r) e all'indomani di quegli eventi possono farsi risalire i due carmi Roma e Mars alloquitur Romanos (traditi dal codice volterrano; il primo edito in Rugiadi, pp. 117-124).

I due carmi, l'uno attraverso la prosopopea di Roma, l'altro in forma di allocuzione ai Romani viventi, tratteggiano un quadro fosco della decadenza morale e civile dell'Urbe umiliata dai Francesi e abbandonata a se stessa. Un quadro in sintonia con la coeva apostrofe rivolta all'I. da Michele Ferno, in una lettera presente nell'edizione degli Opera di Giovanni Antonio Campano, dove, rivolgendosi al Leto e all'I., il Ferno raffigura il presente di una Roma in rovina ed esorta l'I. quale maggiore allievo del Leto alla difesa della cultura umanistica.

Nella Roma di Alessandro VI l'I. avviò la sua carriera curiale, durante la quale tuttavia non prese mai gli ordini sacerdotali. Forse già dall'aprile 1493 diacono della Cappella pontificia (Burckard, I, pp. 414-416), nell'estate 1496 partecipò, con la delegazione di quattordici scriptores, alla missione del cardinale Bernardino Carvajal, nunzio pontificio a Meda presso l'imperatore Massimiliano I. Dell'ambasceria l'I. offre una cronaca in alcune lettere al Gherardi da Milano (Vat. lat., 3912, cc. 106r-110v), ove si lamenta del protrarsi della trasferta anche dopo il rientro dell'imperatore in Germania alla fine del 1496, quando ormai egli non percepiva quasi più proventi, necessari al mantenimento proprio e del fratello Nello, ed era del tutto impossibilitato agli studi. Ma l'I. era sicuramente rientrato a Roma il 1° nov. 1497, quando declamò "cum magna omnium laude" l'orazione per la messa di Ognissanti in S. Pietro alla presenza del papa.

Sono questi gli anni in cui si accresce la sua fama di oratore, se già per le celebrazioni tomiste del 1495 egli aveva pronunziato a S. Maria sopra Minerva un Panegyricus in memoriam divi Thomae Aquinatis (Romae, E. Silber, s.d. [ma 1495]), mentre il 16 genn. 1498 gli fu affidata l'orazione funebre per l'infante Giovanni, figlio di Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia, nella solenne messa di suffragio in S. Giacomo degli Spagnuoli alla presenza del papa Alessandro VI e di undici cardinali, diplomatici imperiali e spagnoli (De obitu Iohannis Hispaniae principis oratio, ibid., 1498, unica altra orazione a stampa vivente l'Inghirami). Dinanzi a papa Giulio II l'I. pronunciò un'orazione In laudem Ferdinandi Hispaniarum regis Catholici ob Bugiae Regnum in Africa captum (1510; in Anecdota litteraria ex mss. codicibus eruta, a cura di P.L. Galletti, Roma 1773, II, pp. 129-162).

Nel contempo si andavano stringendo i legami dell'I. con letterati di spicco dell'intellettualità romana (tra di essi, oltre ai volterrani Raffaele e Mario Maffei, al quale fu maggiormente legato, Camillo Porzio), in riunioni che in seguito si sarebbero svolte anche negli "orti di Fedra", ovvero nella sua vigna sul Palatino (è altresì attestata la residenza dell'I. nel rione Regola, nei pressi di via Giulia, cfr. Burckard, II, p. 444 n. 3). L'I. e Porzio saranno anche ricordati nella lettera del Sadoleto al Colocci da Carpentras del 1529, mentre dei doni galanti offerti dall'I., Sadoleto e Capella alla cortigiana Imperia, parla un epigramma di Filippo Beroaldo il Giovane.

Nel 1498 era venuto a mancare Pomponio Leto, al cui insegnamento di retorica nell'Accademia Romana l'I. subentrò raccogliendone l'eredità, secondo quanto suffragato dal dialogo di Pietro Bembo De Virgilii Culice et Terentii fabulis liber, composto nel 1503 e ambientato negli ultimi anni di vita di Ermolao Barbaro (1490-93), ove l'I. figura come colui che avrebbe riferito al Bembo i colloqui avvenuti fra i due grandi maestri, dunque emblematicamente rappresentando l'anello di congiunzione fra le due generazioni dell'umanesimo romano tra Quattro e Cinquecento. Per la venuta a Roma del Barbaro quale oratore della Serenissima nel 1491 l'I. aveva del resto già composto un carme In adventu Hermolai Barbari (edito in Pescetti, 1932, pp. 75-77).

Rilevanti sono gli scambi intercorsi tra l'I. e il Bembo, in procinto di trasferirsi a Roma: il 17 ott. 1502 il Bembo da Venezia chiede all'I. il codice di Plauto con le correzioni di Poggio, mentre fa riferimento alla copia di Terenzio da lui tratta per l'I.; in due lettere da Urbino del 1507 accosta l'I. al Sadoleto e al Porzio; ancora, lo menziona accanto al Navagero e allo Strozzi nel carme Ad Sempronium, databile al 1502-03, mentre nella revisione il Bembo avrebbe sostituito al nome dell'I. quello di J. Sannazzaro. Un rapporto legato anche ai non trascurabili interessi filologici dell'I., documentati da cospicui testimoni: il codice di commedie plautine su cui trascrisse le correzioni di Poggio e riportò proprie congetture (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Laur. plut., 36.36); un codice di Sallustio (Vat. lat., 10679); un codice, anch'esso postillato, dell'Apocolocyntosis (Vat. lat., 4498); un ampio commento, probabilmente legato all'attività didattica, In Poeticam Horatii (Vat. lat., 2742).

Lo stesso insegnamento di retorica nell'Accademia non doveva andare dissociato dalla costante attenzione alle pratiche teatrali, giusta il legato del magistero pomponiano, se in un dispaccio del 27 marzo 1501 Matteo Canale, agente a Roma del duca di Ferrara, informava che il re di Napoli "ha invitato Fedria comico cum la sua schola per rapresentare comedie et egloghe ale noze de la Regina iovene et Duca di Calabria" (ove "schola" sarà da riferirsi non a una stabile compagnia teatrale, ma agli allievi dell'Accademia). Non è attestata invece la sua presenza alle più celebri nozze di Lucrezia Borgia con Alfonso II d'Este del 17 dic. 1501, per le quali egli compose tuttavia un Epitalamium di imitazione catulliana (edito in Pescetti, 1932, pp. 77-83).

Nel gennaio 1503, ancora sotto il pontificato di Alessandro VI, l'I. fu nominato canonico lateranense, quindi partecipò ai conclavi per l'elezione di Pio III e di Giulio II, al seguito del cardinale Ludovico Podocataro. Nel marzo del 1504 Giulio II nominò l'I. segretario del Sacro Collegio e ai Brevi "ad principes". Il venerdì santo (5 aprile) di quell'anno pronunciò nella cappella Sistina, al cospetto di Giulio II e del Collegio dei cardinali, l'orazione De morte Christi Domini Deique nostri deque eius tormentis (nel ms. autografo 7352.B della Bibliothèque nationale di Parigi; orazione a torto identificata con il discorso sulla Passione di Cristo ascoltato nel 1509 da Erasmo, che sarebbe stato all'origine polemica del Ciceronianus). Altre elaborate orazioni funebri vennero declamate dall'I. in questi anni, il 7 ott. 1504 a S. Maria del Popolo per il cardinale Ludovico Podocataro, il 1° marzo 1505 a S. Maria in Aracoeli, per il vescovo di Cesena Pietro Vicentino (edite in Anecdota litteraria…, I, pp. 289-333; III, pp. 191-244); il 5 nov. 1505, infine, pronunziò l'orazione funebre per il cardinale Ascanio Sforza, tediosamente protrattasi per oltre due ore.

L'astro dell'I. toccò dunque il suo culmine sotto il pontificato giuliano, se nel 1505 egli venne "praepositum" alla Biblioteca Vaticana (così in una lettera del 19 dic. 1505 di Scipione Forteguerri Carteromaco da Roma ad Aldo Manuzio a Venezia); divenendo ufficialmente prefetto, con breve del 17 luglio 1510, dopo la morte del predecessore Giuliano Maffei. Da Giulio II ottenne inoltre altri benefici minori, venne nominato prefetto dell'Archivio di Castel Sant'Angelo, quindi, nel gennaio 1508, ottenne un canonicato in S. Pietro (Roma, Biblioteca Angelica, Mss., 1589). Al pontificato di Giulio II, che in punto di morte avrebbe affidato all'I. l'orazione funebre, la Pro Iulio II pont. max. funebris oratio declamata in S. Pietro il 21 febbr. 1513 (edita in Orationes duae…, pp. 77-112), risalgono ancora l'orazione funebre per il nipote del papa Galeotto Franciotti Della Rovere, cardinale di S. Pietro in Vincoli, morto l'11 sett. 1508 (ibid., pp. 56-76) e il panegirico De recuperanda Bononia, per la riconquista papale di Bologna del 1507. Comunque tutte le testimonianze di questi anni documentano l'adesione ideologica incondizionata dell'I. all'azione del pontefice.

Del mai intermesso magistero "comico" dell'I. si ha ulteriore testimonianza nella partecipazione, nel novembre 1512, alla scena allegorica allestita nei giardini del Belvedere per la cerimonia rituale di incoronazione di Vincenzo Pimpinella e Francesco Maria Grapaldo, porgendo egli al papa le corone d'alloro per i poeti. Insieme con il primo, peraltro, l'I. era menzionato nei Nuptiali di Marco Antonio Altieri, che ricorda "el Blosio, Pimpinella, Phedra et Casanova" come giovani dediti alle muse; nel De poetis urbanis di Francesco Arsilli, invece, riferibile agli stessi anni, il nome di Fedra è abbinato a quello del poeta Fabio Vigili quali "maxima romani lumina gymnasii".

Le responsabilità di apparatore scenico furono particolarmente rilevanti nell'occasione delle feste romane del 13 e 14 sett. 1513 per il conferimento della cittadinanza a Giuliano e Lorenzo de' Medici da parte del nuovo pontefice Leone X, alla cui elezione, l'11 marzo di quell'anno, l'I. aveva presenziato in qualità di segretario del conclave. Mentre Camillo Porzio si occupò delle rappresentazioni allegoriche, l'I., "prefetto dei giochi", diresse la messinscena del Poenulus plautino tenuta sul Campidoglio il secondo giorno dei festeggiamenti e ispirata a criteri rappresentativi di fedeltà storica al teatro antico. Secondo Paride Grassi, egli fu ideatore dei quadri e secondo Paolo Palliolo pure autore di elegantissimi costumi "ad imitatione delli antiqui". Un evento festivo di straordinario successo, che Leone X volle si replicasse il 18 settembre nel palazzo apostolico, e di cui ancora nel 1527 Paolo Giovio nel De viris litteris illustribus avrebbe rievocato con nostalgia proprio la recita del Poenulus, poche pagine dopo aver esaltato il Porzio e l'I. quali "praeclara Academiae Romanae lumina" (l'I. sarebbe stato anche citato in testa alla "dotta compagnia" di Alessandro Farnese, precedendo il Porzio, il Capella e altri, nella rassegna ariostesca del Furioso, XLVI, 13, 3).

Per il carnevale nel 1514 l'I. curò il programma iconografico del corteo di diciotto carri per la festa di Agone, allegoricamente "ordinati" a raffigurare le virtù della rinascente età dell'oro, secondo quanto riferisce una nota dell'amico Evangelista Fausto Maddaleni de' Capodiferro (Vat. lat., 3351, c. 171v; il codice contiene inoltre poesie del Maddaleni all'I., cc. 44r, 59v, 64r; nonché una nota di prestito di otto libri greci chiesti dall'I., tra cui un "Platone ad stampa", e un "Terentio antiquo grande in pergamena", c. 188).

Nei primi mesi del pontificato mediceo l'influente posizione dell'I., che dall'aprile 1513 partecipò come segretario al concilio Lateranense, dovette pure avere un qualche peso nella concessione da parte della Repubblica di Firenze di privilegi ed esenzioni per Volterra (così in un decreto datato 5 ott. 1513), e ne recherebbe testimonianza una lunga orazione con annessa ode saffica di ringraziamento (nel ms. Ott. lat., 2413, cc. 96r-107v della Biblioteca apost. Vaticana), in origine scritta per Lorenzo de' Medici e poi rimaneggiata per Leone X, in cui l'I. esordiva celebrando la riconquistata libertà dei Volterrani.

Sempre agli anni della maturità, forse già in corrispondenza della nomina a prefetto della Vaticana nel 1510, si deve fare risalire il celebre ritratto di Raffaello (conservato in Palazzo Pitti a Firenze; l'altra versione, di attribuzione più controversa, presso il Gardner Museum di Boston). L'onore di così illustre raffigurazione dovrà indurre a rinvenirvi più che un semplice tributo da parte di Raffaello all'I., che non soltanto fu in rapporti con l'artista a partire dal 1510, ma forse vi collaborò come consulente per il programma iconografico delle Stanze. Tra le altre testimonianze iconografiche è da annoverare quella, non sicura, del personaggio in abito di antico oratore incluso da Raffaello nel cartone e nell'arazzo della Predica di s. Paolo all'Areopago (conservati rispettivamente al Victoria and Albert Museum di Londra e nella Pinacoteca Vaticana; figura identificata con l'I. da Küntzle, mentre Shearman vi ha riconosciuto Leone X). Ma certamente è l'I. l'uomo investito da un carro nei pressi dell'Arco di Tito, ritratto nell'anonima tavola votiva di S. Giovanni in Laterano, che appunto egli intese donare per essersi salvato da quell'incidente (secondo la didascalia "T. Phaedrus tanto periculo ereptus"). Queste raffigurazioni, in forme più idealizzate il ritratto raffaellesco, in versione più realistica l'ex voto, ci mostrano un uomo di pingue corporatura (aspetto caratterizzante la facies dell'I., stando anche agli epigrammi di Angelo Colocci Ad Leonem de Phedri corpulentia e In Phedrum corpulentum), dal vistoso strabismo divergente, con mani grasse e curate, recanti un libro o in atto di scrivere, secondo un'iconografia destinata a divenire emblematica del prelato umanista della Roma rinascimentale.

È in questi ultimi anni di vita, nel contesto del ciceronianismo ormai trionfante nella Roma di Leone X, che definitivamente rifulge la fama di chi Erasmo avrebbe rievocato anni dopo come "dictus sui seculi Cicero", colui che all'imitazione ciceroniana era stato fedele per tutta la sua carriera di oratore nonché di maestro di eloquenza presso lo Studium Urbis.

Non per caso a Phaedrus è intitolato il primo libro del De laudibus philosophiae di Iacopo Sadoleto, dove appunto l'I. è impegnato a difendere il primato della retorica contro la filosofia, nella conversazione ambientata nella villa suburbana di Iacopo Galli. Già nel trattatello In rhetoricam enarrationes (Ott. lat., 1485, cc. 1-32; una copia più tarda nel Vat. lat., 3370, cc. 181-200) l'I. aveva assunto in toto il modello ciceroniano sia nella prospettiva di una teoria retorica unificante, sia nei termini di un'esemplarità pedagogica e politica disponibile a essere assunta nelle pratiche oratorie istituzionali dell'umanesimo curiale. E appare significativo che la sua ultima orazione nota celebrasse proprio l'Arpinate, se la Laudatio M.T. Ciceronis destinata ai "viri doctissimi" dell'Accademia Romana (in D'Ascia, pp. 488-501) è da identificarsi con l'"Apologia Ciceronis in obtrectatores" che l'allievo Aulo Giano Parrasio diceva di aver ascoltato in casa dell'I., poco prima che questi si ammalasse di febbre.

Si tratta del "morbus anniversarius" di cui parla lo stesso I. in una lettera del 21 giugno 1516 al nipote Paolo, quando ormai la sua attività in Curia andava diradandosi (al 4 maggio risale l'ultima presenza al concilio Lateranense), e che l'avrebbe portato a morire il 5 sett. 1516.

Alle circostanze della morte riporta una notizia di Pierio Valeriano (G.P. Dalle Fosse) nel De infelicitate litteratorum circa l'incidente di cui l'I. fu vittima, allorché cadendo da una mula finì sotto le ruote di un carro trainato da bufali carico di sacchi di grano (ne reca memoria la tavola votiva in Laterano sopra citata, che tuttavia è da datarsi entro il 1508 poiché l'I. vi figura ancora in abito di canonico lateranense, facendo così escludere che l'incidente sia stato all'origine del decesso). Oltre agli epigrammi citati del Colocci, ne celebrò la morte un carme di Filippo Beroaldo il Giovane (che gli subentrò come prefetto alla Vaticana il 16 settembre), mentre fu forse Sadoleto a stilarne l'epitaffio.

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