genere, economia di

Dizionario di Economia e Finanza (2012)

di Laura Pagani

genere, economia di  Branca dell’economia che studia le problematiche legate al genere. Storicamente il g. non ha rappresentato un tema centrale dell’analisi economica; tuttavia, a partire dagli ultimi decenni del 20° sec., gli economisti hanno mostrato un interesse crescente per questo argomento, anche a seguito dei forti cambiamenti avvenuti in termini di aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro nella maggior parte dei Paesi industrializzati, con conseguenti profonde modificazioni sia dei rapporti tra uomo e donna sia dell’organizzazione stessa della società. Come risultato, si è pervenuti a una migliore conoscenza della natura delle differenze di g. e della mancanza di parità nel comportamento, nel trattamento e nelle performance economiche.

La disuguaglianza di genere nella teoria economica. Il contributo della moderna teoria neoclassica è stato quello di fornire un’analisi più rigorosa della divisione dei ruoli all’interno della famiglia, delle decisioni di offerta di lavoro femminile e delle cause delle disuguaglianze nei risultati economici. La new economics of the household, elaborata inizialmente da G.S. Becker (➔), ha spiegato le disparità di g. attraverso i vantaggi comparati (➔ vantaggio) che le donne avrebbero nella produzione domestica, i quali portano a una divisione di ruoli all’interno della famiglia tale che gli uomini lavorano per il mercato, mentre le donne si specializzano nel lavoro domestico. Questa divisione di ruoli darebbe ragione delle minori retribuzioni delle donne rispetto agli uomini con i loro minori investimenti nel capitale umano spendibile sul mercato del lavoro e con le loro più frequenti interruzioni nella partecipazione alla forza lavoro. Si noti, tuttavia, che in molti Paesi come l’Italia oggi non c’è più alcuna differenza di g. nel livello e nella qualità degli studi. Inoltre, la divisione dei ruoli può essere svantaggiosa per la donna in quanto ne riduce il potere contrattuale all’interno della famiglia a causa della dipendenza economica e amplifica le conseguenze economiche di una eventuale interruzione del rapporto. La specializzazione domestica è inoltre dannosa per le donne che attribuiscono valore alla carriera lavorativa e ciò dovrebbe essere confrontato con i vantaggi della specializzazione produttiva, che si riducono in termini relativi anche a seguito del miglioramento delle opportunità aperte alle donne sul mercato del lavoro, particolarmente nelle società postindustriali. La partecipazione femminile al mercato del lavoro aumenta inoltre la stabilità del reddito familiare. Il vantaggio comparato delle donne nella produzione domestica potrebbe infine essere l’effetto della discriminazione, che riduce il guadagno relativo delle donne rispetto a quello degli uomini. A causa della insoddisfazione nei confronti della teoria tradizionale, per spiegare le differenti performance di uomini e donne l’economia di g. si è riferita anche a diversi modelli che hanno cercato di analizzare gli effetti di comportamenti discriminatori (➔ discriminazione) sul successo economico relativo dei diversi gruppi di individui. Filoni dell’economia di g. si sono dunque concentrati su temi quali la discriminazione di g. e la segregazione occupazionale orizzontale e verticale (➔ segregazione) nel mercato del lavoro.

La teoria della womenomics. ‘Womenomics’ è un neologismo coniato da «The Economist» nel 2006 per definire la teoria economica che motiva l’esigenza di una maggiore integrazione delle donne nell’economia (gender equality) in base non solo a principi di equità, ma anche e soprattutto di efficienza economica, in quanto un maggior apporto alla produzione da parte delle donne favorirebbe la crescita dell’economia mondiale. Infatti, data l’attuale parità di genere nella distribuzione del capitale umano, è proprio la teoria neoclassica della produttività marginale decrescente a dimostrare che nella popolazione lavorativa, tanto in media quanto nelle posizioni apicali, converrebbe avere il 50% di lavoratori e il 50% di lavoratrici, per massimizzare il PIL: ordinando, infatti, le due popolazioni, maschile e femminile, in ordine decrescente di produttività il 51° uomo è meno produttivo della 49ª donna. In Italia, invece, in media, su 100 posti di lavoro le donne ne hanno 36, gli uomini 64.

Laura Pagani