ESTE, Ippolito d'

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 43 (1993)

di Lucy Byatt

ESTE, Ippolito d'. - Nacque a Ferrara il 25 ag. 1509. Figlio cadetto di Lucrezia Borgia e di Alfonso I, duca di Ferrara, Reggio e Modena e nipote del papa Alessandro VI, fu destinato alla carriera ecclesiastica e battezzato col nome dello zio, il ricco cardinale Ippolito. Nel 1519 ricevette gli ordini minori e fu avviato alla carriera vescovile, quando suo zio gli cedette l'arcivescovato di Milano, pur riservandosi le rendite fino alla morte, avvenuta nel 1520. Dopo la morte di sua madre (23 giugno 1519), l'E. si diede prevalentemente alla caccia, alla danza e alle altre attività più in voga alla corte di Ferrara. Fu con ogni probabilità estraneo agli intrighi politici che condussero alla riconquista di Modena e Reggio da parte degli Este e all'interdetto pontificio su Ferrara, ma la città fu giudicata una residenza poco adatta per un giovane prelato e il 2 ott. 1521 l'E. fu inviato a Rovigo, da cui avrebbe fatto ritorno a Ferrara solo dopo la sospensione dell'interdetto sulla città. Fino al 1525 ebbe come precettori Celio Calcagnini e Fulvio Pellegrino Morato; lasciò poi Ferrara per compiere gli studi all'università di Padova.

Nel 1526, in seguito alla sconfitta di Francesco I a Pavia, il duca Alfonso si alleò con l'imperatore contro la Francia e il papa. Reggio e Rubbiera furono rioccupate dagli Este durante il conclave e nel 1527 fu conquistata anche Modena. Ma Ferrara non poteva affrontare da sola il papa e il duca si risolse ad entrare nella Lega di Cognac contro Carlo V. In cambio della sua alleanza, Alfonso I chiese fra l'altro un cappello cardinalizio per l'E. e il matrimonio tra il suo primogenito Ercole e Renata di Valois. Solo questa seconda promessa fu mantenuta.

Il matrimonio di Ercole d'Este con Renata fu per l'E. la prima occasione di rapporti con la corte francese. Francesco I, con una lettera datata 27 febbr. 1528, lo autorizzò a detenere benefici in Francia. L'Eresse il governo di Ferrara mentre il duca presenziava alle nozze e nel novembre organizzò le celebrazioni per l'arrivo degli sposi, che furono splendide quanto il banchetto offerto dall'E. il 20 maggio dell'anno seguente in onore di suo fratello e di sua cognata.

Uno dei primi provvedimenti presi dal duca Alfonso, su ispirazione dell'E., fu la nomina di quest'ultimo a vescovo di Modena, contro il candidato pontificio, Giovanni Morone. Nel 1529 il pontefice Clemente VII minacciò di porre sotto sequestro le entrate dell'arcivescovato di Milano se l'E. non avesse riconosciuto il Morone come legittimo vescovo. Nel 1532 l'E. fu costretto a cedere, ma conservò una pensione di 400 scudi d'oro.

Tra il 1529 e il 1530 la tensione tra il Ducato di Ferrara e il papa crebbe ancora. Solo in extremis il duca Alfonso ottenne un salvacondotto per recarsi a Bologna all'incoronazione imperiale. Da Bologna Carlo V si recò prima a Modena e poi a Mantova, dove ricevette Alfonso e l'Este. Quest'incontro fu decisivo per l'assegnazione dei territori contesi.

Nel 1531, quando nacque il primo figlio di Ercole e Renata, l'E. lo tenne a battesimo in rappresentanza di Francesco I. Diverse volte si apprestò a recarsi alla corte di Francia, ma ogni volta gli sviluppi politici gli impedirono di assentarsi dal Ducato. Dopo la morte di Alfonso (31 ott. 1534) Ercole II divenne duca di Ferrara. Nel luglio dell'anno successivo il cardinale J. du Bellay invitò l'E. a fare la tanto attesa vìsita in Francìa; il 13 agosto seguì l'annuncio che il re di Francia gli conferiva un'abbazia con una rendita di 3.000 ducati l'anno. Il 19 settembre Ercole partì da Ferrara per risolvere la questione dell'investitura di Carpi. In sua assenza, l'E. fu convinto a recarsi in Francia insieme con Renata, ma questa partenza, che avrebbe seriamente compromesso la posizione politica di Ercole, fu impedita dalla morte del duca di Milano, Francesco II Sforza, avvenuta il 10 novembre. L'E. partì per la Francia solo il 13 marzo 1536, accompagnato da Antonio Romel e da altre 130 persone. In sua assenza, crebbe l'influenza protestante a Ferrara, dove si fermò, nella primavera del 1536, lo stesso Calvino.

L'E. trascorse in Francia tre anni, dal 1536 al 1539, iniziando a crearsi quella reputazione di mecenate che lo avrebbe più tardi reso celebre. Nel 1537 ospitò Benvenuto Cellini, che avrebbe goduto della sua protezione per diversi anni; nel 1539, diventato cardinale, sarebbe intervenuto a perorarne la liberazione da Castel Sant'Angelo, dove l'artista era stato rinchiuso sotto l'accusa di aver rubato dei gioielli dal Tesoro pontificio. Uno dei più eminenti frequentatori della casa dell'E. a Parigi, in questo periodo, fu Luigi Alamanni, che fu assunto come segretario nel 1537 e sarebbe rimasto in Francia fino al 1543; anche dopo tale data l'Alamanni avrebbe mantenuto i contatti con il cardinale, concedendogli anche un prestito senza interessi di 1.100 scudi d'oro, che l'E. avrebbe terminato dì restituìre nel 1550. In questi annì l'E. condusse alla corte di Francia una vita piacevole, partecipando a tornei cavallereschi, balli in maschera e banchetti e divenendo il favorito di molte dame di corte.

L'E. ricevette da Francesco I molti pingui benefici. Nel giugno del 1536 fu nominato amministratore di un'abbazia che garantiva una rendita di 4.000 scudi. Si disse che fosse stato nominato arcivescovo di Lione e amministratore dell'abbazia di S. Medardo a Soissons, ma l'arcidiocesi gli fu conferita solo nel 1539. Comunque, per quanto gradite potessero essergli le rendite annuali di questi benefici, l'E. continuava a rincorrere il cappello cardinalizio. In una lettera al cardinale A. Farnese, datata 23 ott. 1536, il nunzio F. Ferrero affermava che, pur di giungere al cardinalato, l'E. era disposto a pagare qualsiasi prezzo, anche superiore alla somma, già promessa, di 12.000 ducati.

Nel concistoro del 22 dic. 1536 Paolo III si era riservato due nomine in pectore. Se si tiene conto delle forti raccomandazioni del re di Francia, si può supporre che uno dei due posti fosse destinato all'E., ma tale mossa fu impedita dai suoi rivali, il Du Bellay e Pio da Carpi, che sottolinearono le conseguenze di questa scelta per il problema, ancora insoluto, di Ferrara e dei territori contesi. Il 20 nov. 1537 Ercole informava l'E. di aver promesso 20.000 scudi in cambio dell'ambito cappello rosso. Nel giugno dell'anno successivo l'E. accompagnò Francesco 1 all'incontro con il pontefice a Villeneuf; del seguito imperiale faceva parte suo fratello minore, Francesco.

Infine, nel concistoro segreto del 20 dic. 1538, l'E. fu fatto cardinale diacono di S. Maria in Aquiro su richiesta personale di Francesco I. La nomina fu resa pubblica il 5 marzo 1539, dopo la conclusione formale della pace con Ferrara. Il 6 agosto l'E. tornò a Ferrara per festeggiare l'elezione; il 26 ottobre giunse a Roma. Il giorno dopo ricevette il pileus; la cerimonia di aperitio oris si svolse il 10 novembre. Il primo beneficio ricevuto dall'E. dopo la promozione fu la diocesi di Lione, cedutagli il 29 ottobre dal cardinale di Lorena. Per tutto il lustro successivo l'E. accumulò benefici in Francia, tra cui la pingue abbazia di StPierre de Jumièges (nella diocesi di Rouen), di cui divenne amministratore nel 1541. Analogamente, il 26 apr. 1542 il cardinale Luigi Borbone gli cedette in administrationem la sede di Tréguier.

La permanenza dell'E. a Roma fu di breve durata. Nel gennaio del 1540, accompagnato dall'Alamanni, fece una breve visita a Napoli, prima di partire per Ferrara, Padova e Parigi. Per la sua amicizia con Francesco I era uno degli italiani più influenti in Francia. Nel marzo il cardinale G. Contarini gli scrisse chiedendogli di perorare un intervento del re presso i Turchi, che tenevano in ostaggio il suo fratellastro. L'intercessione dovette avere successo, a giudicare da una nuova lettera scrittagli nello stesso anno dal Contarini, che si riprometteva dall'E. non solo contatti politici, ma anche un sostegno alla riforma ecclesiastica.

Il 24 apr. 1540 G. Cortese scriveva al Contarini riferendogli del suo incontro con l'E., descritto come "persona al giuditio mio molto riservato" ma con "ottima voluntà, una indole grande, e mente sincerissima" (Regesten und Briefe..., p. 124). La riforma dei conventì femminili nelle diocesi di Milano e Lione, avviata nel dicembre del 1540, poteva essere la prova di questa "voluntà". Il Contarini restò in contatto epistolare con l'E. e nel 1541 scrisse per fargli sapere che il papa aveva deciso d'inviarlo alla Dìeta dì Ratisbona.

Entro l'estate del 1540 l'E. raggiunse Parigi. La sua influenza alla corte di Francia era già grande, ma sarebbe stata ancora maggiore se fossero andate in porto le nozze di sua nipote, Anna d'Este, con il duca di Aumale (il futuro duca di Guisa). Sebbene questo progetto fosse stato formulato fin dall'agosto del 1540, non fu realizzato che nove anni dopo. L'E. ebbe una parte importante anche nei piani di matrimonio tra Vittoria Farnese, nipote di Paolo III, e un principe francese. La trattativa fallì e Vittoria Farnese sposò il duca di Urbino Guidobaldo II il 27 giugno 1547. Tuttavia, lo stesso anno l'E. riuscì a soddisfare le ambizioni diplomatiche pontificie, svolgendo una mediazione determinante per il matrimonio tra Orazio Farnese e Diana di Francia, duchessa d'Angoulême.

L'E. fu un appassionato protettore dell'architettura. A Ferrara aveva fatto ridecorare e, in parte, ricostruire i palazzi di Belfiore, avuti in eredità da suo padre, e S. Francesco. In Francia commissionò a Sebastiano Serlio un piccolo ma lussuoso palazzo a Fontainebleau, ultimato nel 1546; gli arazzi furono intessuti su cartoni di Giulio Romano e gli affreschi furono opera del Primaticcio e di Niccolò Abbati. Esso fu teatro di molti banchetti offerti alla corte francese. L'E. continuò a partecipare alle danze e ai passatempi di corte e godette i favori di madame d'Etampes, amante del re.

Le vicende politiche passarono in primo piano nel 1543-44. Francesco I inviò l'E. come suo emissario alla Serenissima e a Roma, per ottenerne l'appoggio contro l'imperatore. Nel maggio del 1544 l'E. giunse a Venezia ma, nonostante il persuasivo discorso preparatogli da Bartolomeo Cavalcanti, la missione fallì. Giunto a Roma il 9 giugno, fu ricevuto con grandi onori e ospitato nel palazzo della Cancelleria. Tuttavia neanche qui la sua ricerca di alleati ebbe successo; come commentò Paolo Giovio in una lettera a Cosimo de' Medici: "Dicono domanda aiuto a Santo Pietro, come ha fatto a Santo Marco, qui duo volunt esse neutrales" (Desjardins, pp. 49 s.).

Il 31 marzo 1547 la morte di Francesco I privò l'E. di un amico e di un potente protettore. Fece svolgere il 15 maggio a Ferrara una cerimonia funebre per procura; per l'occasione, Girolamo da Carpi, Vincenzo Pigna e altri artisti decorarono la chiesa di S. Francesco. L'orazione di Bartolomeo Ricci fu pubblicata e donata dall'E. alla corte francese. Una cerimonia simile si svolse per suo ordine nel duomo di Milano.

Tra gli amici intimi del defunto re, l'E. fu uno dei pochi che seppero conservare il favore del successore, Enrico 11, come indicava, il 27 apr. 1548, la sua nomina a protettore della Francia, in luogo del cardinale A. Trivulzio, deceduto il 30 marzo. La rendita stimata di questo beneficio era di 12.000 lire tornesi l'anno. Poco dopo l'E. fu fatto vescovo di Autun in administrationem e il 26 novembre cedette la sede di Tréguier a Giovenale Orsini.

Nonostante il favore dimostratogli da Enrico II e il forte appoggio dei Guisa, nel 1549 l'E. si trasferì dalla Francia a Roma, dove acquistò da Camillo Orsini il palazzo di Monte Giordano. Girolamo da Carpi entrò al suo servizio nell'agosto del 1549. Nello stesso anno si unì al suo seguito anche un altro noto personaggio, Pirro Ligorio, assunto come "antiquario", che nello stesso anno dipinse un fregio nell'atrio maggiore del palazzo di Monte Giordano; sarebbe rimasto con l'E. fino al 1555.

Nel conclave successivo alla morte di Paolo III l'E. fu uno dei principali esponenti della corrente filofrancese a Roma e occupò una posizione di primo piano nella lista dei "papabili". Fu questo il primo di sei conclavi durante i quali le sue crescenti ambizioni di ascendere al soglio pontificio andarono deluse. Egli non esitò a far uso della sua ricchezza e influenza personale per ottenere appoggì e nel 1549-50 fu tra i primi ad approfittare della sospensione delle norme sull'isolamento dei cardinali e sul numero dei loro conclavisti. Ma tutto fu inutile; nel gennaio del 1550 l'E., vedendo che la sua posizione si era fatta insostenibile, diede il suo appoggio al candidato di compromesso, Del Monte, che fu eletto all'unanimità.

La nomina dell'E. a governatore di Tivoli fu un favore personale di Giulio III, che onorò così il sostegno ricevuto durante il conclave. Probabilmente l'E. aveva già pronti i piani per la costruzione di una grande villa fuori Roma, poiché i lavori iniziaroner immediatamente. Il 9 sett. 1550 fece il suo ingresso trionfale a Tivoli, dove si trattenne fino al 28 ottobre.

La dovizia di antichità a Tivoli e dintorni era già nota: P. Ligorio avviò gli scavi a villa Adriana, recuperando nel 1550 almeno tre statue, una delle quali fu inviata a Ferrara al duca Ercole. La nuova villa, che aveva il suo centro sul monastero annesso alla chiesa di S. Maria Maggiore, si riallacciava al suo precedente classico. A ottobre il maestro di casa dell'E., il vescovo Piero Ghinuzzi, acquistò i giardini e le vigne nella valle sottostante il monastero. Questo acquisto, insieme con gli altri effettuati dal Ligorio, condusse a una serie di dispute con i residenti. Ma l'E. non poté dedicare tutto il tempo che avrebbe voluto a questo nuovo, affascinante progetto e mancò da Tivoli fino al 1560, a parte una breve visita nell'estate del 1555.

Nell'estate del 1549 erano state celebrate le nozze tra Anna d'Este e il duca di Aumale, che garantivano all'E. il totale sostegno della potente famiglia dei Guisa. L'E. doveva anche rafforzare la sua posizione a Roma; corsero voci che avesse pagato una sostanziosa rendita a Girolamo Dandini, da poco nominato segretario di Stato. Inoltre, fece in modo da ottenere degli appartamenti nel palazzo vaticano, per poter curare gli interessi francesi.

Nello stesso periodo l'E. partecipò a un complesso scambio di benefici, il cui scopo non è del tutto chiaro, ma era probabilmente più politico che non di riforma religiosa. Il 19 marzo 1550 l'E. lasciò l'arcidiocesi di Milano a Giovanni Angelo Arcimboldi, vescovo di Novara, riservandosi due terzi delle rendite, la collazione dei benefici, il regressus e l'amministrazione della Chiesa di Novara. Dopo la morte del cardinale di Lorena, il 27 giugno l'E. fu nominato vescovo di Narbonne dal re di Francia in persona. Lo stesso giorno cedette la diocesi di Autun. Ma già il 22 apr. 1551 scambiava la sede di Narbonne con quella di Auch, fino allora tenuta dal cardinale Fr. de Tournon, che si riservava una pensione annuale di 10.000 tornesi e il regressus. L'11 maggio l'E. cedeva al de Tournon la diocesi di Lione, mantenendo il regressus.

Dopo la partenza dell'E. dalla Francia, nel 1549, la tensione tra questa e l'Impero era aumentata costantemente, sfociando in aperta ostilità per via della questione di Parma e Piacenza. L'E. partì da Roma nel giugno del 1551, poche settimane prima della definitiva rottura tra la Francia e Roma. In seguito gli Spagnoli occuparono Brescello, che l'E. aveva ricevuto in testamento da suo padre, ma l'abbazia fu ricuperata nel 1552. Subito dopo la temporanea cessazione della guerra di Parma e Piacenza (aprile 1552), le tensioni si concentrarono sulla questione di Siena. Il 1518 luglio 1552 i principali rappresentanti degli interessi francesi (tra cui, oltre all'E., l'ambasciatore francese a Venezia, Odet de Selves, Paolo di Thermes ed il cardinale Tournon) s'incontrarono a Chioggia per discutere le possibili linee d'azione (cfr. Arch. di Stato di Firenze, Mediceo, 1865, ff. 87-99: Informationi sull'Ill.mo Cardinal di Ferrara sopra le cose di Siena e della dieta di Chioggia). Il 13 agosto il cardinal F. Mignanelli fu inviato dal papa a Siena. Nonostante l'assistenza di Claudio Tolomei nel formulare il progetto di riforma del governo, la missione fallì e il Mignanelli fu richiamato a Roma il 14 ottobre.

Per quasi due anni l'E. fu a Siena come vicario del re di Francia. Il 22 ott. 1552 partì da Ferrara e giunse a Siena il 10 novembre, dopo una tappa a Firenze, dove fu ricevuto da Cosimo I. La sosta a Firenze e l'entità del seguito insospettirono i Senesi. L'E. prese come consiglieri Bartolomeo Cavalcanti e l'avvocato fiorentino Silve stro Aldobrandini. I loro tentativi di riforma del governo ebbero almeno in parte successo, ripristinando l'equilibrio politico tra le opposte fazioni dei noveschi e dei popolari.

Nell'autunno del 1552 crebbe il pericolo di guerra: le voci su un intervento del viceré di Napoli suggerirono la fortificazione di Siena e la costruzione della fortezza di porta Camollia. Il 10 genn. 1553 don Pedro de Toledo, con l'assenso papale, mosse il suo esercito da Napoli in direzione Nord; in febbraio le forze spagnole tennero consiglio a Firenze. L'avvicinamento di Cosimo de' Medici agli Spagnoli condusse al ritiro da Siena dell'ambasciatore fiorentino, nonostante i tentativi di riconciliazione compiuti dall'E. (Arch. di Stato di Firenze, Mediceo del principato, 3721, f. 479, 12 febbr. 1553). I Francesi reagirono incaricando Piero Strozzi e L. Lanssac di cercare appoggi in Italia. Preoccupato per la crescente tensione seguita alla morte di don Pedro (10 marzo), Giulio III inviò degli emissari a Firenze e Siena, per giungere alla pace. Inoltre, il 9 giugno il pontefice incontrò a Viterbo i rappresentanti senesi, il cardinale du Bellay e il Lanssac, ma tutti i progetti di riconciliazione furono bloccati dall'E., che il 16 giugno ricevette la notizia della ritirata imperiale, provocata dal timore di un'offensiva turca. Il 24 giugno tornò a Siena, dove si stava festeggiando la vittoria.

La notizia della presa di Porto Ercole da parte dei Turchi fu salutata con gioia dai Francesi e il 17 agosto il Thermes mosse da Siena per conquistare l'Elba e la Corsica. La partenza del Thermes lasciava all'E. tutta la conduzione degli affari a Siena, ma egli non sfruttò Pienamente l'opportunità offerta dal pericolo turco: invece di attaccare immediatamente Firenze, proseguì la politica di riconciliazione, appoggiata dai Guisa. Questa condotta si può spiegare con due fattori: il duca di Ferrara, fratello dell'E., aveva bisogno dell'appoggio papale e imperiale; inoltre lo stesso E., in vista di futuri conclavi, doveva cercare di non alienarsi nessuna delle fazioni rivali e di non apparire troppo legato alla Francia.

La nomina di Piero Strozzi a vicario generale del re di Francia a Siena segnò il successo della fazione favorevole alla guerra in Toscana e fu favorita dal cardinale du Bellay e dal connestabile Anne de Montmorency, entrambi rivali dell'Este. La missione dello Strozzi aveva lo scopo dichiarato di "allegerire per quanto era possibile il cardinal di Ferrara dal peso degli affari"; dopo una visita a Roma nel novembre, il 2 genn. 1554 lo Strozzi giunse a Siena.

Tra lo Strozzi e l'E. si manifestarono subìto dissaporì e questa situazione si rivelò disastrosa quando le truppe medicee lanciarono un'offensiva a sorpresa nella notte del 26-27 gennaio. L'E. fu colto del tutto alla sprovvista: la città era indifesa. Il 16 febbraio Enrico II chiarì i rispettivi ruoli dell'E. e dello Strozzi: il primo avrebbe dovuto occuparsi degli aspetti amministrativi e politici, il secondo di tutte le questioni militari. Ma la responsabilità dell'E. era puramente nominale: in realtà, tutte le principali decisioni venivano prese dallo Strozzi. L'8 maggio 1554 l'E. sì dimise formalmente da governatore di Siena e l'8 giugno fu scortato a Buonconvento, poiché Cosimo de' Medici gli aveva rifiutato un salvacondotto. Nonostante le ingiunzioni papali, non si recò a Roma, adducendo a motivo la calura, poco confacente alla sua salute, e si diresse invece a Ferrara. L'emissario fiorentino A. Serristori attribuì questo suo atteggiamento al disaccordo col cardinal du Bellay (cfr. lettera del Lanssac al Montmorency, 18 maggio 1554, Correspondance Politique..., p. 417). Il 2 agosto i Fiorentini sconfissero lo Strozzi e i Senesi nella battaglia di Marciano. L'E. approfittò dell'occasione per riproporre la sua politica di pacificazione. In effetti, nonostante l'evidente fallimento della sua missione a Siena, i Francesi continuavano a fare affidamento sulla sua abilità diplomatica. Il 18 settembre il suo segretario, Niqueto, riferiva che il protettore stava per essere inviato a Roma come plenipotenziario del re di Francia. L'E. giunse a Roma il 7 dicembre.

Nel conclave seguito alla morte di Giulio III (aprile 1555) l'E. fu nuovamente uno dei papabili. Ancora una volta usò ogni mezzo per influenzare i suoi sostenitori; i Carafa lo paragonarono a Simon Mago. Durante il breve pontificato di Marcello II l'E. non interruppe nemmeno la sua campagna elettorale. Il conclave fu riaperto il 15 maggio, ma ancora una volta l'E. fallì: la sua posizione fu indebolita sia dai rivali francesi sia dai Farnese e dal partito imperiale. Dopo l'elezione di Paolo IV, il 23 maggio, l'E. cadde in disgrazia. Il 5 settembre fu accusato di simonia, sia prima sia dopo il conclave, e di condurre "una vita licenziosa e dissoluta"; gli fu vietato di tornare a Roma e gli fu revocato il governatorato di Tivoli.

Il Ligorio non seguì il suo protettore in esilio e nel 1557 entrò nella corte papale. Durante questo periodo fu al servizio dell'E.I nel palazzo romano di Monte Giordano, anche Bernardo Tasso, raggiunto in ottobre dal figlio Torquato. Nel 1556 lo scoppio della guerra lo costrinse a lasciare Roma. Dal 559 anche M. Muret fu al seguito dell'Este.

Gli Este persero anche l'arcivescovato di Milano. Dopo la morte di G. A. Arcimboldi (6 apr. 1555), l'E. avocò il titolo in base al regressus, ma il 16 dicembre lo cedette nuovamente a Filippo Archinti, riservandosì parte delle rendite, la collazione dei benefici e il regressus. Ma il 21 giugno 1558, dopo la morte dell'Archinti, finì per cedere anche quest'ultimo diritto al cardinale G. A. de' Medici. L'arcidiocesi milanese era stata sua fin dal 1519 e di suo zio Ippolito (I) fin dal 1495.

Il 10 luglio 1559 morì Enrico II; gli successe il minorenne Francesco II. Il mese successivo (18 ag.) morì anche Paolo IV e l'E. poté finalmente tornare a Roma, dove giunse il 30 agosto. Paolo IV aveva fatto tutto il possibile per sbarrargli la strada verso il pontificato. Inoltre, nel 1557-1558, il papa aveva lanciato moniti contro la simonia. Ma questa volta l'E. era deciso a realizzare la propria ambizione, confidando nel potente appoggio dei Guisa. Senza perdere tempo, si mise in cerca di appoggi e ottenne promesse di voto dai Carafa e dai cardinali fiorentini. Ma neanche questa volta la sua posizione di vantaggio politico gli valse il pontificato: il 25 dicembre il cardinale de' Medici divenne papa Pio IV. L'E. riebbe il 20 maggio 1560 il governatorato di Tivoli e fu riammesso alla Curia.

Il 26 apr. 1560 fu nominato legato presso il Patrimonio di S. Pietro per la durata di due anni. Quest'incarico accrebbe ulteriormente la sua influenza e il suo reddito. Inoltre, entrò a far parte di una commissione "per la riforma dei costumi", insieme con i cardinali Tournon, Carpi, Morone, Madruzzo, Farnese, Santafiora e Carlo Borromeo. Per tutto il 1560 risiedette a Roma, dov'era dunque il 7 giugno, quando i cardinali Carlo e Aurelio Carafa e il duca di Paliano, loro fratello, furono improvvisamente arrestati. Il 20 dicembre l'E. fu chiamato come testimone al processo contro Carlo Carafa (Arch. di Stato di Roma, Tribunale criminale del Governatore, Processi sec. XVI, LVI, f. 104 r).

Il suo prestigio di inecenate era ormai saldamente affermato. Dopo la morte del cardinal du Bellay aveva acquistato diversi pezzi da aggiungere alle sue collezioni del palazzo di Monte Giordano e del Quirinale, dove nel 1550 aveva preso in affitto la vigna Carafa sul Monte Cavallo, nel luogo dove sarebbe poi sorto il palazzo pontificio; il 30 dic. 1560 ottenne anche il terreno noto come "La Bertina", dopo la bancarotta del proprietario; nel 1566 l'affitto fu rinnovato per altri otto anni. L'E. continuò a coltivare i suoi interessi archeologici: nel 1561 riprese gli scavi della chiesa di S. Erasmo, nei pressi di S. Stefano Rotondo; scavi furono condotti anche sul Palatino (1566), a Quintiliolo (1567) e a Labico (1568).

Nel 1561 Luigi d'Este divenne cardinale, all'età di ventitré anni. Poco adatto per carattere alla carriera ecclesiastica, ben presto si scontrò violentemente con l'E., suo zio. I dissapori tra i due durarono fino a qualche anno prima della morte dell'Este.

Già dieci anni prima l'E. aveva avuto una parte di rilievo nella questione del concilio tridentino, cercando invano di convincere Enrico II ad appoggiarne la convocazione. A dicembre, di fronte alla minaccia sempre più prossima di un concilio nazionale francese, Pio IV inviò alla corte di Francia l'ex segretario dell'E., Niquet, abate di St.-Gildas au Bois, con la bolla di convocazione del concilio generale. Nel dicembre del 1560 la morte di Francesco II e la successione di Carlo IX, anch'egli minorenne, segnarono il sopravvento della regina madre, Caterina de' Medici, sulla fazione dei Guisa. Il 2 giugno 1561 l'E. fu nominato legato a latere in Francia.

La missione mirava a salvaguardare gli interessi della Chiesa cattolica in quel paese, a conquistare. al cattolicesimo il re di Navarra e a impedire che Caterina de' Medici facesse ulteriori concessioni agli ugonotti. L'E. aveva anche istruzioni di avvicinare il legato inglese nel tentativo di persuadere Elisabetta I a tornare alla Chiesa cattolica e ad avviare trattative con Maria Stuarda. Il 2 luglio, dopo aver ricevuto la croce e l'anello dal papa, partì da Roma accompagnato da 600 uomini a cavallo e, dietro sua personale richiesta, da Jacques Lainez, generale della Compagnia di Gesù e noto teologo. Al suo seguito era anche M. Muret. Il lungo viaggio in piena estate destò alcune apprensioni per la salute cagionevole dell'E., ma il 19 settembre questi arrivò in buone condizioni a Saint-Germaine-en-Laye. Gli Stati generali riconobbero il suo ruolo solo dopo molte insistenze da parte di Caterina de' Medici. Il 14 novembre il Niquet tornò a Roma per riferire sulla situazione francese.

L'atteggiamento moderato dell'E. durante la missione fu criticato da molti, soprattutto quando egli accettò l'invito di jeanne d'Albret e Caterina de' Medici ad ascoltare il sermone di un noto predicatore calvinista. La difesa dell'E. fu pubblicata in due lettere, indirizzate al vescovo di Caserta in data 2 e 29 genn. 1561 (Lettere de' principi, Venezia 1577, III, f. 256). A lui è parzialmente attribuibile la pubblica professione di fede cattolica del re di Navarra, Antonio di Borbone. Tuttavia egli non riuscì a distogliere Caterina de' Medici dalla sua politica di conciliazione verso gli ugonotti, culminata nell'.editto che concesse loro completa libertà di culto fuori delle città. Nel febbraio del 1562 il cardinale S. Hosius esortò l'E. a raddoppiare i suoi sforzi affinché la Francia partecipasse al concilio riapertosi il 18 gennaio; ma il massacro di Vassy e lo scoppio della guerra civile, in marzo, resero sempre più remota questa possibilità. Nonostante ciò, l'E. espresse le sue proposte di riforma in una lettera all'Hosius, giunta a Trento intorno al 20 aprile. Il processo inquisitorio contro il cardinale di Châtillon, Odet, fratello dell'ammiraglio Gaspard de Coligny, iniziò a maggio, ma l'E. esitò volutamente ad attuare la volontà del papa: la sentenza fu emessa solo nel marzo dell'anno seguente. Nel maggio del 1562 un'abbazia di Blois appartenente all'E. fu data alle fiamme dagli ugonotti, forse per rappresaglia contro il ruolo da lui avuto nel processo. La sua posizione si faceva sempre più difficile: il 30 settembre Caterina de' Medici scrisse al papa chiedendogli di richiamare l'E. a Roma. A dicembre la sconfitta subita dagli ugonotti a Dreux aprì la strada a nuove trattative, ma ogni ottimismo fu sepolto dalla morte del re di Navarra, nel novembre del 1562, e dall'assassinio del duca di Guisa, il 18 febbr. 1563; il partito cattolico restava senza capi. Caterina de' Medici fu perciò costretta a fare concessioni, firmando l'editto di Amboise (19 marzo), che segnò il fallimento della missione dell'Este. Quest'ultimo, ormai privo della potente protezione dei Guisa, si trovava in posizione vulnerabile e il 22 aprile lasciò la Francìa. A maggio, prima dì partire da Ferrara, incontrò il cardinale di Guisa e il 26 giugno giunse a Roma, dopo essere passato per Firenze.

Una volta a Roma, l'E. effettuò un nuovo scambio di benefici. Nell'aprile dell'anno precedente, in seguito alla morte del cardinal Tournon, aveva riottenuto la diocesi di Lione, insieme all'abbazia di St-Martin-d'Ainay. L'8 ott. 1563 il cardinale F. Pisani gli restituì la sede di Nanterre, che l'E. conservò fino alla morte. Lo stesso giorno l'E. cedette al nipote Luigi la sede di Auch, insieme a una pensione di 1.000 ducati proelecto. Scambiò poi Lione con Arles, cui avrebbe definitivamente rinunciato nel 1567. La maggior parte di questi scambi riguardava benefici francesi, ma la registrazione dei benefici italiani dei cardinali, datata 1571, recava a suo nome la pieve di Bondeno, la prepositura di Pomposa, il priorato di S. Agnese e la prepositura di S. Benedetto di Mantova.

Il riaccendersi della minaccia turca, nel 1565, spinse Pio IV a formare una commissione di cardinali, che comprendeva, oltre all'E., il Morone, il Farnese e il Mula; a dicembre, quando Malta fu minacciata, l'E. intervenne di persona, in veste di "mandatario dei Cavalieri di Malta", fornendo garanzia per un prestito di 10.000 ducati a beneficio dell'Ordine. In dicembre, dopo la morte di Pio IV, le sue speranze risorsero; egli non risparmiò sforzi in vista della tiara papale, scandalizzando con le sue manovre il Collegio dei cardinali e tutta Roma. Ma nonostante la morte del rivale R. Pio di Carpi, la sua candidatura naufragò per l'opposizione del partito spagnolo. Decisivo fu anche il mancato appoggio di Carlo Borromeo. Il 7 genn. 1566 Michele Ghislieri divenne papa Pio V.

Per tutto il pontificato di Pio V (morto nel 1572) l'E. restò in disparte dalla vita pubblica e curiale, concentrando energie e mezzi nel miglioramento e completamento della sua villa di Tivoli e delle sue collezioni artistiche romane. Ottenne l'autorizzazione a scambiare diverse statue della sua collezione con pezzi scelti dei Vaticano, che in tale occasione vennero trasferiti dal Belvedere a Monte Cavallo. Inoltre, il Ligorio cadde in disgrazia presso il nuovo pontefice e tornò al servizio dell'E. con un incarico ad hoc. L'anno successivo l'E. appoggiò la sua assunzione presso la corte ferrarese come "antiquario ducale". Anche Umberto Foglietta fu al suo servizio in questi anni. La collezione di sculture fu accresciuta mediante acquisti dalla famiglia Chigi e mediante nuovi scavi, come quelli effettuati nel 1570 presso la vigna Ronconi.

Il mecenatismo dell'E. ebbe grande importanza anche per la musica dell'epoca. Giovanni Pierluigi da Palestrina entrò al suo servizio il 1° ag. 1567 per restarvi fino al marzo del 1571, ma fin dal 1564 aveva organizzato le esecuzioni musicali estive a villa d'Este. Anche Nicola Vicentino, musicista giunto da Ferrara negli anni Quaranta, lavorò presso l'E., fino al 1563, quando divenne maestro di cappella nel duomo di Vicenza.

Le ambizioni dell'E. sulla tiara pontificia furono ancora una volta frustrate alla morte di Pio V. Ma la sua candidatura era ormai soltanto un sogno senile. Caterina de' Medici diede specifiche istruzioni al suo ambasciatore a Roma affinché tutti gli elettori francesi votassero per il candidato Medici, pur fingendo di appoggiare l'Este.

Nel settembre del 1572 il nuovo pontefice Gregorio XIII si recò in visita a villa d'Este, dove era stata ultimata in suo onore la fontana del Dragone.

L'E. morì a Roma il 1° dic. 1572 e fu sepolto a Tivoli nella chiesa di S. Maria Maggiore.

Le orazioni funebri furono tenute da Ercole Cato (Orazione fatta nelle esequie del card. I. d'E., Ferrara 1587) e dal Muret. Nel testamento (Seni, pp. 237-44) l'E. lasciava villa d'Este al cardinale più anziano della sua famiglia o, in sua mancanza, al decano del Collegio cardinalizio; nominava inoltre suoi eredi universali Luigi ed Alfonso d'Este, con l'unica specificazione che al primo dovevano andare tutte le ricchezze immobili. L'E. aveva una figlia illegittima, Renea, che sposò nel 1553 Lodovico Pico conte della Mìrandola e morì il 29 nov. 1555.

Tra le opere dedicate all'E. si ricordano: C. Calcagnini, De salute ac recta valetudine commentario e Paraphrasis trium librorum meteorum Aristotelis; M. Mureto, Variae lectionis; P. Ligorio, Primo libro delle antichità; Id., Trattato dell'antichità di Tivoli, et della villa Adriana; Id., Descrittione della superba et magnificentissima Villa Tiburtina Hadriana ... ; V. Cartari, Imagini de i Dei de gli antichi; L. Gaurico, Trattato d'Astrologia iudiciaria sopra le natività degli huomini e donne... (dedicato all'E. da Claudio Artu da Lione); P. Giovio, La vita di Alfonso d'Este duca di Ferrara... (dedicato all'E. e ai fratelli Ercole e Francesco); P. Manuzio, Antiquitatem ... ; G. Fabrinus, Della interpretazione ... Le lettere di G. Contarini furono dedicate all'E. dal tipografo A. M. Faroso: Epistolae duae ad Paulum III P. M., Firenze 1558; D. Barbaro dedicò all'E. Idieci libri di M. Vitruvio tradutti et commentati.

Fonti e Bibl.: Un'ampia raccolta di documenti relativi all'E. nell'Archivio Estense di Modena (cfr. Archivio di Stato di Modena, Archivio segreto Estense, Sezione "Casa e Stato", Inventario, Roma 1953, ad Indicem). Cfr. inoltre Lettere di principi..., III, Venezia 1577, ff. 256v-258v; Documenti di storia ital. copiati su gli originali autentici e per lo più autografi esistenti in Parigi, a cura di G. Molini, I, Firenze 1836, p. 87; II, ibid. 1837, pp. 382 s.; Mémoires de François de Lorraine, duc d'Aumale et de Guise, 1547-1561, in Collection Michaud, VI, Paris 1854, ad Indicem; Documenti circa la vita e le gesta di s. Carlo Borromeo, a cura di A. Sala, III, Milano 1861, pp. 104-226; A. Desjardins, Négociations diplomatiques de la France avec la Toscane, III, Paris 1865, ad Indicem; Lettere di Bartolomeo Cavalcanti tratte dagli originali che si conservano nell'Archivio governativo di Parma, a cura di A. Ronchini, Bologna 1869, ad Indicem; Lettres de Catherine de Médicis, a cura di H. de la Ferrière, I (1533-1563), Paris 1880, ad Indicem; Regesten und Briefe des Cardinals G. Contarini (1483-1542), a cura di F. Dittrich, Braunsberg 1881, pp. 122 ss., 134, 139, 141, 249; Correspondance politique de M. De Lanssac 1548-1557, a cura di C. Sauzé de Lhoumeau, I, Poitiers 1904, ad Indicem; Nonciatures de France. Nonciatures de Paul IV, a cura di R. Ancel, I, Paris 1909, ad Indicem; A. E. Hewett, An assessment of the Italian benefices held by the cardinals for the Turkish war of 1571, in English Historical Review, XXX (1915), p. 493; Acta Nuntiaturae Gallicael I: Correspondances des nonces en France: Carpi et Ferrerio 1535-1540, a cura di J. Lestocquoy, Rome-Paris 1961, ad Indicem.

Cfr. inoltre: A. Libanori, Ferrara d'oro imbrunito ... che contiene le vite degli cardinali, Ferrara 1665, pp. 5 s., 42, 107 s.; A. Ciaconius, Vitae et res gestae pontif. Romanorum et S. R. E. cardinalium, III, Romae 1677, coll. 650 ss.; A. Frizzi, Memorie per la storia di Ferrara, Ferrara 1781, pp. 282, 331, 336 s., 383, 403; G. Campori, Notizie inedite delle relazioni tra il cardinale I. d'E. e Benvenuto Cellini, in Memorie d. Accad. di scienze, lettere ed arti in Modena, 1862, pp. 1-12; A. Venturi, Ricerche di antiquità per Monte Giordano, Monte Cavallo e Tivoli nel sec. XVI, in Arch. stor. dell'arte, III (1890), pp. 196-206; R. Lanciani, Storia degli scavi di Roma e notizie intorno le collezioni romane di antichità, I, Roma 1902, p. 114; II, ibid. 1903, ad Indicem; III, ibid. 1908, pp. 65, 69; IV, ibid. 1913, pp. 7, 93; F. S. Seni, La villa d'Este in Tivoli, Roma 1902, pp. 237-244; J. Susta, Die Rdmische Curie und das Concil von Trient unter Pius IV., I, Wien 1904, ad Indicem; A. Serafini, Girolamo da Carpi. Pittore e architetto ferrarese, Roma 1915, passim; V. Pacifici, I. d'E. cardinale di Ferrara, Roma 1920; G. Bertoni, I. d'E., cardinale di Ferrara, in Riv. stor. ital., XLI (1924), pp. 349-366; L. Suttina, Commedie, feste e giuochi a Roma e a Ferrara presso il cardinale I. d'E. nel carnevale degli anni 1540 e 1547, in Giorn. stor. della lett. ital., X (1932), pp. 279-284; G. Prunai, L'arrivo a Siena del cardinal di Ferrara, in Bull. senese di storia patria, n.s., VI (1935), pp. 165 s.; L. von Pastor, Storia dei papi, V-IX, Roma 1924-1929, ad Indices; J. Tricou, Un archevéque de Lyon au XVIe siècle..., in Revue des études ital., n.s., V (1958), pp. 147-166; C. Marcora, I. II arcivescovo di Milano, in Mem. stor. della diocesi di Milano, VI, Mìlano 1959, pp. 305-521; D. Coffin, The Villa D'Este at Tivoli, Princeton 1960, ad Indicem; R. Cantagalli, La guerra di Siena (1552-1559), Siena 1962, passim; R. Belvederi, in Dict. D'hist. et de géogr. ecclés., XV, Paris 1963, coll. 1050 s.; Pirro Ligorios Roman antiquities, a cura di E. Mandowsky - C. Mitchell, London 1963, pp. 2-5, 36, 40, 46; H. Lutz, Kardinal I. d'E. (1509-1572). Biographische Skizze eines weltlichen Kirchenfürsten, in Reformata reformanda. Fesigabe für H. Jedin, I, Münster 1965, pp. 508-530; L. Chiappini, GliEstensi, Varese 1967, pp. 266-271; H. D. Wojtyska, Cardinal Hosius legate to the Council of Trent, Roma 1967, pp. 84, 88, 118, 181; R. D'Amat, in Dict. de biogr. franç., XIII, Paris 1975, coll. 76 ss.; G, Moroni, Diz. di erudiz. storico-ecclesiastico, XXII, p. 105; G. van Gulik - C. Eubel, Hierarchia catholica medii et recentioris aevi, III, Monasterii 1923, ad Indicem.

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