ISABELLA Del Balzo, regina di Napoli

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 62 (2004)

di Salvatore Fodale

ISABELLA Del Balzo, regina di Napoli. - Nacque il 24 giugno 1465 a Minervino, nel cui castello fu allevata, da Pirro Del Balzo, principe di Altamura, e Maria Donata Orsini, figlia di Gabriele duca di Venosa; fu l'unica sopravvissuta di tre gemelli. Dall'unione erano nati prima di lei Isotta Ginevra, sposa del gran siniscalco Pietro de Guevara marchese del Vasto, Antonia, sposa di Giovan Francesco Gonzaga, fratello del marchese di Mantova Federico I, e Federico, conte della Cerra e marito di Costanza d'Avalos. A I. fu dato il nome della regina napoletana Isabella Chiaramonte, moglie di Ferdinando I d'Aragona, morta pochi mesi prima della sua nascita e sorella della nonna paterna.

La prima parte della vita di I. è raccontata, con dovizia di particolari minuti, da Ruggero de Pacienza di Nardò, nel poema in ottave intitolato Lo Balzino. Nel 1483 fu promessa in sposa a Francesco d'Aragona, il più giovane dei figli legittimi del re di Napoli Ferdinando I, che si trovava allora in Ungheria presso il cognato Mattia Corvino. Il matrimonio non poté però realizzarsi, perché il principe morì il 26 ott. 1486, dopo essere tornato nel Regno e avere guidato in Puglia la repressione contro la ribellione del futuro suocero. Pirro Del Balzo era infatti entrato a far parte della congiura dei baroni contro re Ferdinando e il 4 luglio 1487 fu arrestato e rinchiuso in Castelnuovo a Napoli, dove sarebbe morto qualche anno dopo, pare annegato in mare il 25 dic. 1490. Secondo le previsioni del contratto matrimoniale, I. fu data in sposa a un altro figlio del re, Federico d'Aragona, il quale, nato nel 1451, era di dieci anni maggiore di età di Francesco, e già vedovo di Anna di Savoia, nipote del re di Francia Luigi XI.

Il matrimonio assicurava il controllo da parte della Corona napoletana di tutti i territori appartenuti al ribelle Pirro Del Balzo. Tutti i beni feudali posseduti dal padre e a lui confiscati per effetto della ribellione, che comprendevano il ducato d'Andria, e quelli della madre defunta, a lui apportati per via matrimoniale - tra cui era il ducato di Venosa - passarono infatti a I., benché, anche dopo la morte del fratello Federico, non fosse comunque lei la maggiore tra i figli superstiti.

Federico d'Aragona mandò a richiedere I. in sposa a Montepeloso, dove dimorava, tramite Diego Vela. Il matrimonio fu celebrato ad Andria dall'arcivescovo di Trani Giovanni Attaldi il 28 nov. 1487 e fu accompagnato da un grande convito nel palazzo di famiglia. La sposa ricevette in dono dalla regina Giovanna d'Aragona, seconda moglie del re Ferdinando, l'abito nuziale che aveva indossato per il suo matrimonio. Dopo nove mesi, nacque nel 1488 un figlio maschio, Ferdinando (o Ferrandino), cui seguirono due figlie femmine, Isabella e Giulia, e successivamente altri due maschi, Alfonso nel 1499 e Cesare nel 1501.

Dopo il matrimonio I. rimase in Puglia, con il titolo di principessa d'Altamura e duchessa d'Andria e di Venosa. Ad Andria ricevette il suocero re Ferdinando e il cognato Alfonso d'Aragona, duca di Calabria. Dopo la morte del primo (25 genn. 1494) e la successione al trono del secondo, tramite il cavaliere di Rodi fra Leonardo Prato I. fu sollecitata dal marito -che era stato al comando della flotta napoletana e di fronte all'avanzata delle truppe del re di Francia Carlo VIII si era rifugiato con la corte a Ischia- a riparare nel castello di Bari con i figli. Partì da Andria il 24 febbr. 1495, lo stesso giorno dell'abdicazione di Alfonso II in favore del figlio Ferdinando II, con il quale rimase lo zio Federico, marito di Isabella. Questa, accompagnata anche da una sorella naturale, Medea Del Balzo, dopo una sosta di due giorni a Bisceglie si imbarcò nottetempo per il castello di Bari. Manteneva intanto una corrispondenza con il marito, il quale, oltre a trasmetterle l'autorizzazione ottenuta nel corso delle trattative con Carlo VIII a continuare a riscuotere i redditi delle sue terre, le avrebbe inviato segretamente anche alcune lettere dirette alle città pugliesi, per sollecitarle a resistere contro i Francesi, ma le missive sarebbero state scoperte per il tradimento dello scrivano, sicché la concessione le fu revocata.

Poiché la corte d'Ischia aveva autorizzato alla resa il castellano di Bari Bernardino Poderico, il cui fratello Giovanni Antonio era stato arrestato a Napoli e condannato a morte dai Francesi, I. si trasferì a Brindisi, dove il 1° maggio fu accolta da Cesare d'Aragona e dal viceré Francesco Pandone, e sarebbe riuscita a rappacificare i partigiani di entrambi. La flotta veneziana, al comando di Antonio Grimani, diretta a Monopoli, si mise intanto a sua disposizione. Si stabilì quindi con i figli nel castello di Otranto, dove il 9 giugno poté riunirsi brevemente con il marito. Questi la lasciò due giorni dopo per riprendere la guerra, affidandola a Bertrando Del Balzo, suo fratello naturale, che a Ischia era stato liberato dalla prigionia. Trionfalmente accompagnata e accolta dagli abitanti, con i quali da tempo era in relazione, I. si trasferì a Lecce con i figli, passando per Galatina.

Il 12 ott. 1496, mentre era a Carpignano in visita alle sue terre, le giunse da Bernardino Del Balzo notizia della morte del re Ferdinando II, avvenuta cinque giorni prima, e dell'imminente proclamazione di Federico come suo successore. Ritornata immediatamente a Lecce, prese il lutto per il re defunto, mentre nuove notizie le giungevano direttamente dal marito, divenuto re, il quale l'informava che a Napoli il figlio Ferdinando era stato acclamato duca di Calabria. Ormai regina, I. restò comunque a Lecce, finché l'11 maggio 1497 fu dal re inviato a scortarla a Napoli Galeotto Carafa, accompagnato dalla moglie Vittoria, cugina di I. e figlia del duca di Sora.

Fu un viaggio trionfale che durò diciassette giorni per arrivare fino a Barletta, dove avrebbe dovuto aver luogo l'incoronazione, come era avvenuto nel 1459 per Ferdinando I. La regina fu accompagnata alla partenza dal vescovo di Lecce Antonio Ricci, mentre anche quello di Nardò si unì più avanti al suo seguito. Ai festeggiamenti popolari si aggiungeva la presenza dei prelati locali, che l'accoglievano con l'ostensione delle reliquie. Pernottò a Campi, San Pancrazio, Grottaglie, Taranto, dove rimase due giorni, Massafra, Castellaneta, Gioia, Acquaviva, Bitonto, dove si fermò un giorno nella residenza vescovile, Giovinazzo, Bisceglie, Andria, dove rimase altri due giorni. L'11 giugno entrò a Barletta per la porta di S. Leonardo. Dopo avere fatto ingresso nella chiesa del S. Sepolcro, si stabilì nel castello, dove rimase fino al 23 settembre e dove venne a trovarla la cugina sua omonima, moglie del despota di Serbia, ma attese invano l'arrivo del re per l'incoronazione.

Attraverso Canosa, Cerignola, Foggia, Troia, Casalbore, riprese allora il viaggio in direzione di Napoli. Ad Apice fu raggiunta dal cognato Ferdinando d'Aragona, inviato dal re per accompagnarla. Proseguì per Montesarchio e Arienzo, dove ricevette una lettera con la quale Federico la informò che era dovuto fuggire il 2 ottobre da Napoli, perché la città gli si era ribellata a opera del principe di Salerno, Antonello Sanseverino. I. riparò dunque alla Cerra, dove rimase otto giorni in attesa delle notizie che il re le inviò da Sarno, dove si era rifugiato. Il 15 ottobre ripartì per Napoli, dove entrò con il duca di Calabria, e fu accolta a porta Capuana. Dopo una prima notte in quel castello, si trasferì in Castelnuovo, dove già risiedevano le due regine, madre e figlia, entrambe di nome Giovanna, vedove rispettivamente di Ferdinando I e di Ferdinando II. Scoppiata un'epidemia di peste, I. si separò da loro e tornò nel castello di Capuana. A Napoli aveva ricevuto il 2 novembre la visita della sorella Antonia, giunta da Mantova con i figli Dorotea e Federico Gonzaga. Il 13 febbr. 1498 si riunì finalmente con Federico, al suo ingresso a Napoli, e da quella riunione nacque un quarto figlio, Alfonso, che I. diede alla luce l'anno successivo.

In seguito, I. accompagnò nell'esilio Federico, il quale, dopo essersi nuovamente rifugiato ai primi d'agosto 1501 nell'isola d'Ischia, attraverso Genova e Marsiglia raggiunse la Francia e alla fine di quell'anno era alla corte di Luigi XII, il quale, in cambio della sua rinuncia a ogni diritto sul trono di Napoli, gli concesse la Contea del Maine, dove Federico si insediò nel marzo 1503. Con sé I. portò in Francia i giovani figli, l'ultimo dei quali, Cesare, nacque proprio nel 1501. Rimasta vedova nel 1504, continuò a vivere a Tours tra molte difficoltà economiche. A metà settembre 1503 aveva avuto luogo anche l'incendio della residenza in cui abitava. Per superare le difficoltà e provvedere al mantenimento di quattro dei cinque figli, giacché il primogenito Ferdinando era tenuto prigioniero in Spagna, fu costretta a continuare la vendita, iniziata dal marito, di una parte della ricca biblioteca di famiglia.

Era a Tours ancora nel dicembre 1504. Successivamente si ritirò presso gli Estensi, suoi parenti perché la cognata Eleonora d'Aragona aveva sposato Ercole d'Este. Visse a Ferrara nel palazzo che apparterrà ai marchesi Gavassini, sempre in difficili condizioni economiche. Nel 1512 ottenne una sovvenzione dagli olivetani. Durante il carnevale del 1513 corse pericolo di morte. Negli anni seguenti le morirono i due figli più giovani: Alfonso nel 1515 e Cesare nel 1520. Nel 1526 chiese e ottenne dal papa Clemente VII aiuti per le due figlie superstiti.

I. morì a Ferrara nel 1533 dopo una lunga agonia, che durò diciotto giorni; fu sepolta nella chiesa del monastero di S. Caterina.

Nell'aprile dello stesso anno la figlia Giulia avrebbe dovuto unirsi in matrimonio con Giorgio Paleologo, marchese del Monferrato, ma l'anziano sposo, ultimo discendente della famiglia, morì il giorno prima delle nozze. Giulia e la sorella Isabella si trasferirono presso il fratello Ferdinando - unito in matrimonio con Germaine de Foix, vedova di Ferdinando il Cattolico - a Valencia, dove moriranno.

Il susseguirsi nella vita d'I. di disgrazie personali e familiari è stato ripetutamente sottolineato, sia nella storiografia, sia nella letteratura, e ha determinato l'attribuzione a lei, come anche al marito Federico d'Aragona, di una sorta di primato nelle sventure. Baldassarre Castiglione volle indicarla nel Cortigiano (III, 36) come esempio di donna e di regina che virilmente sopportò la miseria e i ripetuti colpi di una fortuna avversa.

Fonti e Bibl.: Rogeri de Pacienza, Lo Balzino, in Id., Opere, a cura di M. Marti, Lecce 1977; B. Castiglione, Il libro del cortegiano, a cura di A. Quondam, Milano 1981, p. 306; B. Croce, I. D.B. regina di Napoli in un inedito poema, in Archivio storico per le provincie napoletane, XXII (1897), pp. 632-701; F. Carabellese, Andrea da Passano e la famiglia d'I. D.B. d'Aragona, ibid., XXIV (1899), pp. 428-443; S. Panareo, I. D.B. in Terra d'Otranto, Trani 1906; B. Croce, Storie e leggende napoletane, Milano 1990, pp. 179-208; Storia di Lecce dai Bizantini agli Aragonesi, a cura di B. Vetere, Bari 1993, pp. 11, 74, 148, 338, 509 s., 546-551, 618, 660.

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