MONICO, Jacopo

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 75 (2011)

di Michele Gottardi

MONICO, Jacopo. – Nacque a Riese, nel Trevigiano, il 26 giugno 1778, da Adamo e da Angela Cavallini.

Dopo aver ricevuto la prima educazione dal parroco di Altivole, nel 1789 il M. entrò nel seminario di Treviso, dove si mise in luce ancor prima di ottenere l’ordinazione sacerdotale, incaricato già nel 1791 dell’insegnamento di retorica, cui unì, negli stessi anni, quelli di storia universale e di lingue classiche.

Fu proprio grazie all’insegnamento di retorica se in quegli anni il M. poté organizzare in seminario alcune accademie, come confermano i componimenti poetici raccolti nel primo volume delle sue Opere sacre e letterarie.

Si tratta di componimenti di impronta neoclassica, ispirati al modello letterario in voga nei primi decenni dell’Ottocento, non privo di contaminazioni con il Romanticismo: così a fianco di Feste attiche, Feste romane e I filosofi greci, trovarono posto L’amore o I poeti italiani e soprattutto Gli uccelli e I sistemi filosofici sul globo terracqueo nei quali si manifesta il romantico amore per la natura, manifestazione dello Provvidenza divina. Negli anni seguenti, anche in quelli dell’esercizio episcopale, il M. continuò a comporre molte poesie e ben 133 sonetti, poi confluiti insieme con le prose e le traduzioni (dall’Eneide così come dai classici della tradizione agiografica) nel secondo e terzo volume delle Opere.

Nel 1818 ricevette la cura della parrocchia di S. Pietro d’Asolo, dove la famiglia aveva una proprietà ed egli stesso si recava a villeggiare. Se infatti come insegnante il M. si era fatto apprezzare per l’erudizione e la dottrina impartita, come parroco fece altresì emergere doti pastorali che manifestò nell’impiego quotidiano e nella predicazione, anche nelle altre parrocchie della diocesi, continuando sempre, nel contempo, a fornire un’importante produzione letteraria. Nel suo primo discorso ai fedeli il M. ricordava come il parroco fosse «un uomo mandato da Dio nel mezzo di un popolo per predicare la sua legge, per estirpare i vizi e per promuovere le cristiane virtù», annunciando di dare «tutto me stesso» nella pastorale quotidiana (Opere, IV, pp. 79, 87), parole che già preludevano alla nomina a vescovo. La proposta dell’imperatore Francesco I di destinarlo alla sede di Ceneda (Vittorio Veneto) fu avanzata, su suggerimento del patriarca di Venezia J.L. Pyrker, sin dal febbraio del 1822 e accolta da Pio VII il 16 maggio successivo: consacrato il 9 novembre, il M. fece il suo ingresso solenne a Ceneda il 23.

Nella Lettera pastorale a tutto il clero e popolo della città e diocesi di Ceneda (poi in Opere, V, pp. 29-48) il M. si soffermava soprattutto sull’importanza dell’obbedienza, «perciò esser io in dovere di ubbidire alla volontà del Monarca nella stessa guisa che a quella di Dio», sulla necessità da parte degli ecclesiastici di una vita frugale e modesta, tutta dedita alla «paterna carità» e all’insegnamento, alla cura dei fanciulli e degli infermi, «non con sublimi parlari, né colle forme di persuadere suggerite dall’umana sapienza, ma colle ingenue espressioni dell’animo e della virtù», chiedendo l’assistenza di tutti i fedeli nella cura di una diocesi che si estendeva dalle Alpi all’Adriatico. Ceneda era allora una cittadina di circa 5000 abitanti, ma era molto alto il numero delle cure (114) e degli abitanti della diocesi (115.000), anche per la recente (1818) aggiunta di alcune parrocchie ch'erano state sottratte alle diocesi di Udine e Venezia. Nel breve periodo di permanenza nella sede vescovile, il M. riuscì a compiere una visita pastorale (settembre 1825 - novembre 1826), raccomandando – anche per non turbare la povertà endemica dei parrocchiani – che, mantenendo decoro e addobbi adeguati, si evitassero sprechi e inutili lussi. In particolare dispose che si desse attenzione al nuovo registro dello stato delle anime, onde tracciare e conservare la storia civile e religiosa delle famiglie, e all’insegnamento della dottrina cristiana da impartire alla «gioventù d’ambo i sessi» (Indizione della sacra visita pastorale…, ibid., pp. 6-8), cercando di uniformare l’uso dei testi per il catechismo. Si dedicò anche al restauro della cattedrale, del seminario e del castello vescovile, lavori terminati poi dai suoi successori. Alla cura della diocesi il M. unì sempre la sua attività di letterato e cultore degli studi classici: fu anche per questo che, il 15 ottobre 1822, fu chiamato a Possagno a recitare l’orazione funebre davanti alle spoglie di A. Canova, lì traslato per la sepoltura (ibid., IV, pp. 341-375).

Dopo quasi cinque anni passati alla guida della diocesi di Ceneda, il M. fu nominato alla cattedra di S. Marco, diventando patriarca di Venezia in seguito al trasferimento del cardinale Pyrker presso la sede ungherese di Erlau. Era stato ancora una volta quest’ultimo, suo mentore ed estimatore, a indicarlo quale successore già nel 1825, ottenendo, il 9 apr. 1827, l'avallo di Leone XII e la conferma dell’imperatore Francesco I.

Giungendo l’8 sett. 1827 nell’antica e prestigiosa sede, il M. era già noto come buon letterato e bravo pastore, abile nella predicazione, ubbidiente alle gerarchie ecclesiastiche e civili: lo confermava anche una nota del governo austriaco al viceré Ranieri che lo definiva «degno prelato […] di esimie qualità di mente e di cuore», giustificando così la decisione di sollevarlo da alcuni debiti verso l’erario.

La sua prima pastorale, redatta in un dotto e solenne latino di gusto ciceroniano, inviata da Ceneda alla vigilia del suo ingresso, tesseva gli elogi del clero veneziano, del capitolo e del seminario marciano e delle glorie del passato, idealmente portate a conforto della situazione depressa dell’economia e del tenore della vita nell’ex-capitale. Fin da subito dette un'impronta al rilancio dell’attività e della vita diocesana, sulla linea della ricostituzione delle strutture ecclesiastiche già avviata dai predecessori, F.M. Milesi e Pyrker: riaprì numerose chiese chiuse in precedenza per degrado e incuria, nonché numerose sedi di congregazioni e diversi ordini religiosi dispersi dalla caduta della Serenissima e nella successiva età napoleonica.

Tra le sue prime preoccupazioni ci fu la visita pastorale che il M. indisse il 6 luglio 1829, con l’intento evidente di verificare lo stato della diocesi nelle sue istituzioni più alte come nelle parrocchie. La concluse un paio d’anni dopo, salvo promuoverne una seconda dal 1836 al 1840 e addirittura una terza, cosa assai rara nell’attività di un patriarca, tra il 1842 e il 1845. Tale dinamismo pastorale era determinato in lui dalla volontà di rilancio della Chiesa veneziana, e si manifestò concretamente con le molte chiese «ripulite, ampliate, rafforzate, abbellite», con un clero diocesano più attivo e con un maggiore coinvolgimento dei fedeli.

Non mancarono i rilievi a carattere morale, intesi a colpire il dilagare di «vanità scandalose che bandiscono il pudore e la modestia, non solo dalle famiglie, ma anche dalle piazze e dalle pubbliche vie e […] dalle stesse case di Dio, un certo spirito di indipendenza, che sembra nascere e crescere co’ nostri giovani e che li rende intolleranti di ogni disciplina […], certe massime empie, che tendono a sovvertire ogni base di religione e di società, che attaccano i dogmi della fede non meno dell’onestà del costume». Più di tutto il patriarca era colpito da «quel fatale indifferentismo che è la peste più ria del nostro secolo», forse conseguenza della decadenza economica e politica della città e della regione, ma che aveva contagiato soprattutto i più poveri e bisognosi, privati della naturale solidarietà cristiana (ibid., VI, pp. 213-228: Omelia recitata nella Metropolitana di S. Marco…). Particolare attenzione il M. rivolse alle parrocchie limitrofe che provenivano dalle cessate diocesi di Torcello e Caorle e che si trovavano in grave stato di depressione economica e morale: per questo cercò di sostenerle materialmente e spiritualmente, inviandovi parroci di vaglia. Inoltre, per assistere i molti poveri, i ricoveri e gli orfanotrofi, utilizzò anche i conventi soppressi e, per migliorare la formazione del clero, rilanciò il seminario. Infine provvide all’aggiornamento dei sacerdoti e dei laici adulti; definitiva affermazione ottennero alcuni ordini, come i padri Cavanis, dediti all’insegnamento, sostenuto anche nei livelli più elementari, attraverso le scuole parrocchiali.

Le posizioni del M., sia spirituali sia ecclesiali, furono improntate sempre in senso tradizionale, in una chiave di intransigenza che apparve più marcata dopo la drammatica conclusione dell’esperienza della Repubblica di D. Manin. Ma già in precedenza, la sua formazione nel seminario di Treviso e la vicinanza agli insegnamenti di papa Gregorio XVI (il bellunese Mauro Cappellari che il M. sentì particolarmente vicino anche per l’origine veneta e la lunga permanenza tra i camaldolesi di Murano) avevano maturato in lui una mentalità conservatrice che mostrava al pari del papa diffidenza nei confronti del mondo moderno, rifiutava il liberalismo nello stesso modo radicale con cui polemizzava verso la libertà di stampa, condannava l’indifferenza religiosa e difendeva il potere temporale e il principio di autorità (cfr. la predica pasquale Della vera libertà, in ibid., V, pp. 361-373). Il tema del progresso e delle più recenti, a suo dire erronee, accezioni, fu spesso al centro di omelie in cui contrappose lo sviluppo del mondo ai «meravigliosi progressi» della Chiesa, che ora si volevano negati, riportati a quelli «delle scienze, delle arti, del commercio, della libertà, di tutto in somma, che costituisce la prosperità vera degli stati e delle nazioni», cui la Chiesa però non si era mai opposta (Intorno al progresso, omelia di Pentecoste, 26 magio 1844, ibid., pp. 475-487). Sovente si soffermò sul principio dell’autorità papale (Della suprema autorità della Chiesa¸ festa di s. Pietro 29 giugno 1843, dedicata, come tutte le omelie delle feste dei ss. Pietro e Paolo, alla difesa del potere temporale e dell’autorità pontificia: ibid., pp. 545-557), condannando gli estremismi, il razionalismo e il fideismo sulla base della Qui pluribus, la prima enciclica di Pio IX ancora intrisa della dottrina di Gregorio XVI, anche perché redatta dal card. L. Lambruschini (ibid., VII, pp. 487-502). Una posizione che divenne ancora più evidente nel 1850 – e cui non fu estranea la drammatica conclusione dell’esperienza maniniana – quando il M., rivolgendosi al clero veneziano a conclusione degli esercizi spirituali, lo spronò a non tentare mediazioni impossibili: «no, tra il cattolicesimo e il liberalismo, inteso nel senso dei moderni riformatori, non può né potrà mai esservi accordo, più che tra l’arca e Dagone, tra Cristo e Belial, tra la luce e le tenebre. È dunque necessario dichiararsi per l’uno o per l’altro» (Allocuzione tenuta al suo clero…, p. 7). Una dichiarazione che può essere considerata alla base della nascita dell’intransigentismo cattolico che in Veneto avrebbe trovato vasta eco.

A fianco della sua attività pastorale, il M. ne ebbe anche una di rappresentanza ecclesiale, soprattutto dopo la sua promozione a cardinale (20 luglio 1833, col titolo dei Ss. Nereo e Achilleo), come quando commemorò in S. Marco il defunto imperatore Francesco I (12 marzo 1835, in Opere, VI, pp. 299-318) o quando partecipò, il 6 sett. 1838 a Milano, all’investitura, con la corona ferrea, del successore Ferdinando I, ricevendolo poi a Venezia il 27 settembre con un Te Deum; o quando dedicò orazioni e monumenti al pontefice Gregorio XVI, tra il 1841 e il ’45 (ibid., pp. 195-211 e 229-244).

Fu durante il biennio 1848-49 che l’azione del M. sollevò dubbi, alternandosi tra un’iniziale devozione all’Austria, vista come strenuo baluardo di difesa della religione, una successiva adesione all’esperienza liberale, considerata legittima l’aspirazione all’Unità italiana, e un ulteriore distacco dall’esperienza di Manin, quando, dopo la sconfitta di Carlo Alberto e la decisione di resistere all’Austria a ogni costo, il governo provvisorio si schierò su posizioni giurisdizionaliste che provocarono l’opposizione della Curia; sino al riconoscimento della restaurazione asburgica, attuata dopo la resa della Repubblica, a fine agosto 1849.

Certamente la necessità di salvaguardare l’ordine e la pace dei fedeli, soprattutto di quelli più moderati, lo spinsero a scrivere all’imperatore Ferdinando, nella primavera del 1847, escludendo che le agitazioni fossero solo «momentaneo esaltamento» e sostenendo invece che fossero frutto di «desideri che già esistevano», conseguenza di «spiriti alquanto indocili […] e intolleranti dei precetti della religione e della morale», ma anche di altri «in parte anche maggiore, mossi da desideri di miglioramenti legittimi». Quando, il 22 marzo 1848, il governo austriaco firmò la resa e il nuovo governo provvisorio chiese al patriarca di benedire le bandiere e far cantare il Te Deum, il M. acconsentì (25 marzo) con la motivazione che occorreva celebrare la mancata e inutile carneficina.

Spesso, nel prosieguo, il M. invitò a sostenere, «chi col consiglio, chi col denaro, chi con le armi la causa comune», come appare nel proclama del 28 aprile al clero e al popolo, incitando anche a contribuire generosamente alle collette pubbliche promosse dal governo e organizzate dagli stessi parroci, molti dei quali schierati con la causa italiana. Quando tuttavia le richieste di Manin e dei suoi ministri si fecero più pressanti, con la richiesta di donare l’argenteria e gli arredi sacri delle chiese, o più dichiaratamente laiche, il patriarca iniziò a prenderne le distanze. In particolare a colpire il M. fu la nomina di un greco ortodosso, E. de Tipaldo, a ispettore delle scuole elementari, e di un ebreo a segretario del ministero del Culto; non minore turbamento gli causarono le disposizioni sui matrimoni misti, il controllo governativo sulle funzioni religiose, l’obbligo dell’addestramento militare per i chierici e soprattutto la revisione dei testi di religione usati nelle scuole pubbliche. Ma furono le posizioni contro il potere temporale e sulla stampa, in particolare quelle del foglio satirico «Sior Antonio Rioba», alimentate anche da alcuni religiosi come il barnabita U. Bassi, cappellano dei volontari pontifici, a suscitare l’opposizione del M. che intervenne invano presso le autorità per frenare la libertà di stampa. Non ottenendo risposta, il 2 dic.1848, dopo l’attacco del foglio del 28 novembre, il M. proibì ai fedeli la vendita e la lettura del giornale, scatenando a sua volta una prima reazione dei più radicali che cercarono di dar l’assalto a palazzo Querini, dov’era provvisoriamente ospite e da dove riuscì a rifugiarsi nella vicina chiesa di S. Maria Formosa. Un fatto più grave contribuì a rendere definitivo il giudizio negativo verso l’esperienza democratica veneziana: dopo la firma del M. al manifesto che, per salvare una città ormai stremata dall’assedio, dalla fame e dal colera, chiedeva la resa a Manin e al governo, l’opinione pubblica vide in lui il promotore dell’iniziativa e diede nuovamente l’assalto, il 3 ag.1849, a palazzo Querini; anche grazie all’intervento di N. Tommaseo e J. Bernardi, riuscì pure stavolta a scappare, rifugiandosi in gondola nell’isola di S. Lazzaro degli Armeni.

Dopo la resa del 23 agosto e il ritorno degli austriaci il 27, il M. fece cantare un altro Te Deum in basilica il 30, cui opportunamente non partecipò. Nei mesi successivi si recò più volte a Trieste e a Vienna per perorare la causa di alcuni «preti patrioti», che egli cercò di mantenere presso di sé o di richiamare dall’esilio, e più in generale per rendere omaggio e intercedere presso il nuovo imperatore Francesco Giuseppe, o il feldmaresciallo Radetzky, perché la repressione fosse più blanda, ribadendo sempre la netta opposizione al liberalismo e rifiutando drasticamente la linea di compromesso cara al cattolicesimo liberale.

Agli inizi del 1850 il M. si insediò nel nuovo patriarcato, a lato della basilica di S. Marco: qui morì il 25 apr. 1851, dopo il malore che lo aveva colpito il 20 aprile mentre pronunciava una predica.

Gli scritti del M. sono raccolti nelle Opere sacre e letterarie, I-VII, Venezia 1864-72 (i primi tre volumi contengono quelle letterarie, gli altri le sacre); si vedano, inoltre, Indizione della sacra visita pastorale per la città e diocesi di Ceneda, ibid. 1825; Allocuzione tenuta al suo clero nella chiusa degli esercizi ecclesiastici dell’anno 1850, Verona 1861.

Fonti e Bibl.: La documentazione delle visite pastorali e le carte del patriarca M. sono conservate in Venezia, Arch. della Curia patriarcale, Patriarchi, b. 1, f. I: Patriarcato e Governo Provvisorio (1848-49), Clero diocesano 1800-1899; il giudizio del governo austriaco in Arch. di Stato di Venezia, Presidio di Governo, Serie IX, f. 11/51 (31 ag. 1834); A mons. J. M. ne l’occasione che da la sede vescovile di Ceneda passa alla patriarcale di Venezia, Ceneda 1827; Le visite pastorali di J. M. nella diocesi di Venezia, a cura di B. Bertoli - S. Tramontin, Vicenza 1976 (alle introduzioni si rimanda anche per più ampia descrizione delle fonti archivistiche e ulteriore bibliografia); V. Marchesi, Storia documentata della rivoluzione e della difesa di Venezia negli anni 1848-49, tratta da fonti italiane ed austriache, Venezia 1913 (v. la lettera a Ferdinando I, pp. 503 s.); A. Pilot, L’assalto al palazzo del patriarca card. M. a Venezia nell’agosto 1849, in Rass. stor. del Risorgimento, XII (1924), pp. 121-127; A. Niero, I patriarchi di Venezia. Da Lorenzo Giustiniani ai nostri giorni, Venezia 1961, pp. 173-178; P. Pecorari, Motivi d’intransigentismo nel pensiero del patriarca di Venezia J. M. durante il biennio 1848-1849, in Arch. veneto, s. 5, XCIII (1971), pp. 41-64; A. Zorzi, Venezia austriaca. 1798-1866, Roma-Bari 1985, pp. 296-302 e passim; Contributi alla storia della Chiesa veneziana, VII: La Chiesa veneziana dal tramonto della Serenissima al 1848, a cura di M. Leonardi, Venezia 1986 (cfr. in particolare i saggi di S. Tramontin, Sguardo d’insieme su novant’anni di storia, pp. 25-60; Patriarca e clero veneziano nel 1848-1849, pp. 111-136; B. Bertoli, La Chiesa veneziana nel clima della Restaurazione, pp. 79-110); G. Miccoli, Note su alcuni documenti riguardanti la politica austriaca e gli orientamenti del clero veneto all’indomani del biennio rivoluzionario, in Studi veneti offerti a Gaetano Cozzi, Venezia 1992, pp. 409-417; F. Agostini, Istituzioni ecclesiastiche e potere politico in area veneta (1754-1866), Venezia 2002, ad ind.; G. Vian, La Chiesa cattolica e le altre Chiese cristiane, in Storia di Venezia, IX, L’Ottocento e il Novecento, vol. 1, a cura di M. Isnenghi - S. Woolf, Roma 2002, pp. 654 s.; E. Cecchinato, La rivoluzione restaurata. Il 1848-1849 tra memoria e oblio, Padova 2003, pp. 401 s.; P. Ginsborg, Daniele Manin e la rivoluzione veneziana, Torino 2007, passim.

Invia articolo Chiudi