RIVETTE, Jacques

RIVETTE, Jacques

Enciclopedia del Cinema (2004)
di Ugo G. Caruso

Rivette, Jacques

Regista e critico cinematografico francese, nato a Rouen il 1° marzo 1928. Cineasta originale e raffinato, è unanimemente considerato, tra i registi storici della Nouvelle vague, il più fedele allo spirito sperimentale che animava originariamente il movimento. Nel 1991 con La belle noiseuse (La bella scontrosa) ha vinto il Gran premio speciale della Giuria al Festival di Cannes.

Cresciuto in una famiglia borghese, approdò a Parigi nel dopoguerra per iscriversi alla Sorbonne. In un clima di grande effervescenza sociale e culturale, iniziò a frequentare assiduamente le sale cinematografiche e tentò senza fortuna l'esame di ammissione all'IDHEC. Ebbe però occasione di fare incontri fondamentali per la sua formazione, come quelli con Jean Gruault e Suzanne Schiffman (che successivamente sarebbero diventati i suoi sceneggiatori abituali insieme a Pascal Bonitzer) e con un gruppo di giovani cinefili entusiasti composto da Eric Rohmer, François Truffaut, Jean-Luc Godard e Claude Chabrol: insieme avrebbero frequentato la Cinémathèque française di Henri Langlois e si sarebbero riuniti intorno ad André Bazin.Iniziò a scrivere nel 1950 su "La gazette du cinéma" e, dal 1952, sui "Cahiers du cinéma", segnalandosi per la critica più radicale al cosiddetto cinéma de papa (v. cahiers du cinéma). Nel 1963, non senza polemiche, su-bentrò a Rohmer come caporedattore della rivista e per due anni ne spostò la linea dallo specifico cinematografico a un contesto culturale e artistico più vasto, attraverso memorabili conversazioni con C. Lévi-Strauss, R. Barthes e P. Boulez. Nei suoi numerosi saggi, in cui viene privilegiato un tono intimo, quasi diaristico, mise a punto significative argomentazioni teoriche sulla politique des auteurs, anticipando le linee direttrici della sua poetica di cineasta. In quegli stessi anni, infatti, alternò alla critica militante le prime esperienze pratiche come assistente di Jean Renoir, Jacques Becker e Jean Mitry e collaborando anche ai primi cortometraggi degli altri registi della Nouvelle vague.

Esordì nel 1956 con il cortometraggio Le coup du berger di cui, sin dall'intreccio, si coglie la discendenza dalla grande tradizione letteraria e teatrale libertina francese. Nel 1958 iniziò a girare il suo primo lungometraggio, Paris nous appartient (Parigi ci appartiene), annunciato da Truffaut come l'esordio più smagliante dai tempi di Jean Vigo, quasi una sorta di manifesto generazionale. Ma proprio la carica di forte innovatività linguistica rese le vicende produttive del film così travagliate da ritardarne l'uscita (venne distribuito in modo limitato solo nel 1961) al punto da sottrargli la primogenitura nella filmografia del movimento. Ambiziosa sin dal titolo e indirettamente influenzata dall'atmosfera dei fatti d'Algeria, l'opera comunque contiene già molti elementi del futuro cinema rivettiano: l'ambientazione parigina, una compagnia di teatranti alle prese con le difficoltà di una messa in scena, un complotto invisibile e le ossessioni di chi se ne sente vittima.

Dopo qualche anno di forzata inattività, nel 1965 R. trasferì sullo schermo una pièce, tratta da un romanzo di D. Diderot, da lui stesso diretta con successo a teatro, ma La religieuse (successivamente La religieuse de Diderot) rimase impigliata nelle maglie della censura e scatenò una violenta polemica culminata in una lettera aperta di Godard rivolta all'allora ministro gollista della cultura, lo scrittore A. Malraux. Il film poté uscire in Francia e all'estero solo nel 1967 con il nuovo titolo Suzanne Simonin, la religieuse de Denis Diderot (Susanna Simonin, la religiosa). L'opera successiva, dal titolo L'amour fou (1969) si presentò in tutta la sua radicalità espressiva a partire dalla durata, quattro ore e mezzo, nel corso delle quali le vicende di una coppia di artisti fissano un nuovo punto limite nella contrapposizione tra teatro e vita. Ancora più estremo fu il film seguente Out one: noli me tangere, lungo dodici ore e quaranta, proiettato nel settembre del 1971 nella Maison de la culture di Le Havre, poi ridotto a 255 minuti e presentato come Out one: spectre (1974). Affascinante, labirintico e frammentario, il film, ispirato molto liberamente alla Histoire des treize di H. de Balzac, propone ancora una volta il tema del teatro e del complotto in una storia in cui si intrecciano le vicende di una troupe di attori. Sempre il teatro, come dimensione altra dalla vita ma a essa speculare, è stato nuovamente al centro di alcuni dei più felici esiti della filmografia di R., da L'amour par terre (1984; L'amore in pezzi) a La bande des quatre (1989; Una recita a quattro), fino a Va savoir (2001; Chi lo sa?).Nel corso della sua carriera R. ha prediletto un percorso creativo consistente nel pensare il film durante le riprese, assecondando con una sceneggiatura agile e flessibile un'ispirazione mutevole che trova continui spunti nell'interazione degli attori o, ancora meglio, delle attrici; basti pensare alle diverse coppie femminili protagoniste di Céline et Julie vont en bateau (1974), Le pont du Nord (1980), Haut, bas, fragile (1995; Alto, basso, fragile). Il regista ha anche mostrato una diversa vena, più scabra, asciutta, quasi bressoniana, in Hurlevent (1985), rilettura e ritrasposizione del romanzo di E. Brönte, piuttosto che remake del film di William Wyler Wuthering heights (1939) e ancora di più nel monumentale Jeanne la Pucelle (1993), diviso in due parti, Les batailles e Les prisons, entrambe fortemente ridotte nella versione italiana (Giovanna d'Arco ‒ Parte I: le battaglie e Giovanna d'Arco ‒ Parte II: le prigioni). Neppure La belle noiseuse, da molti considerato il suo lavoro più riuscito e il suo esito commercialmente più fortunato in Italia, è sfuggito a una versione ridotta, da lui stesso curata e reintitolata La belle noiseuse ‒ Divertimento (1991) che conserva comunque tutta l'ambiguità del discorso su arte e vita del film di partenza (ispirato a Le chef-d'œuvre inconnu di Balzac). D'altronde gran parte dei lavori di R. rimangono ancora inediti in Italia, compresi Merry go round (1981) e Secret défense (1998), sorta di rilettura contemporanea in chiave noir del mito di Elettra. Con Histoire de Marie et Julien, nel 2003 R. ha rimesso mano a un vecchio progetto incompiuto, comprendente quattro film ispirati alla mitologia celtica. Della tetralogia facevano già parte Duelle (1976) e Noroît (1976), mentre il terzo, appunto Histoire de Marie et Julien, avrebbe avuto per protagonisti Leslie Caron e Albert Finney, se le riprese non si fossero interrotte dopo soli due giorni per un forfait dell'esausto regista.

Schivo e appartato, refrattario ai festival e alle anteprime mondane, R. è arrivato dopo mezzo secolo a realizzare un cinema lontano da quello praticato dai compagni della prima ora, con la sola eccezione forse di Rohmer. La sua opera appare come una lunga suite musicale imperniata su un tema centrale, il rapporto tra verità e finzione, che viene esplorato con grande rigore stilistico, ma anche con brio e leggerezza, grazie a un gruppo di attori abituali. Restando pervicacemente estraneo alla grande industria, R. si è riservato una libertà espressiva assoluta, ancorché indispensabile per quell'instancabile lavoro di sperimentazione che fa del suo cinema un esempio, difficilmente eguagliabile, di utopia artistica realizzata. bibliografia

Il cinema di Jacques Rivette, a cura di A. Aprà, Quaderno informativo della 10a Mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro 1974, 62.

J. Monaco, The new wave. Truffaut, Godard, Chabrol, Rohmer, Rivette, Oxford-New York 1976.

A proposito di Jacques Rivette, in "Filmcritica" 1990, 403, nr. monografico.

Centre culturel français de Turin, Museo nazionale del cinema di Torino, Jacques Rivette: la règle du jeu, s.l. 1996.

Festival internazionale cinema giovani, Nouvelle vague, a cura di R. Turigliatto, Torino 1985, passim.

S. Daney, Persévérance. Entretien avec Serge Toubiana, Paris 1994 (trad. it. Lo sguardo ostinato, Firenze 1995, passim).

G. De Pascale, Jacques Rivette, Milano 2002.

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