FORD, John

FORD, John

Enciclopedia del Cinema (2003)
di Fabio Troncarelli

Ford, John

Nome d'arte di Sean Aloysius O' Fearna (O'Feeney o O'Fienne nella grafia anglicizzata), regista cinematografico statunitense, di origine irlandese, nato a Cape Elizabeth (Maine) il 1° febbraio 1894 e morto a Palm Desert (California) il 31 agosto 1973. Autore di una vastissima filmografia, vincitore di numerosi premi Oscar nell'arco della sua lunga carriera, F. è stato, sul piano internazionale, uno dei più amati e rispettati registi statunitensi. Apparentemente legato alle tradizioni, al passato e agli ideali dell'epopea americana e sostanzialmente fedele alla sua identità complessa e contraddittoria di irlandese immigrato, amante degli spazi infiniti, dei luoghi di frontiera, della natura selvaggia, con le sue storie ha raccontato l'odissea avventurosa e difficile di uomini e donne capaci di affrontare ostacoli e difficoltà pur di seguire il proprio destino. A una prima lettura nei suoi film sembrano esaltati soltanto valori come l'individualismo, la famiglia, la libertà, la giustizia, l'orgoglio di appartenere alla nazione americana, ma a uno sguardo più attento vi affiorano spesso aspetti conflittuali e controversi che di quella stessa realtà rappresentata evidenziano problemi e drammatiche contraddizioni.

Figlio di una coppia di irlandesi immigrati negli Stati Uniti, durante l'infanzia e l'adolescenza visse nella vicina Portland, dove il padre era proprietario di un saloon e dove F. si diplomò. Nel 1917 raggiunse a Hollywood il fratello Francis, affermato attore e regista, e svolse ogni tipo di lavoro nella nascente industria cinematografica. Dopo un'oscura e dignitosa carriera come regista del celebre attore western Harry Carey e dopo aver sposato nel 1920 l'aristocratica Mary McBryde Smith, nel 1921 lasciò la Universal Pictures per la Fox Film Corporation, realizzando film di notevole successo, il più importante e famoso dei quali fu The iron horse (1924; Il cavallo d'acciaio), che narra in chiave epica lo sviluppo della ferrovia americana attraverso il West. Dopo l'insucces-so del pur bellissimo Three bad men (1926; I tre furfanti), F. girò molti film apprezzati dal pubblico, prima e dopo l'avvento del sonoro, ispirati a romanzi o commedie di largo consumo, spesso a carattere melodrammatico, come Mother Machree (1928; La canzone della mamma), Hangman's house (1928; La casa del boia), Arrowsmith (1931; Un popolo muore), Air mail (1932; L'aeroporto del deserto). Nella produzione di questo periodo spiccano due capolavori, incentrati su tragiche figure di madri: Four sons (1928; L'ultima gioia) e Pilgrimage (1933; Pellegrinaggio). I motivi espressionistici che affiorano in questi film si fanno ancora più espliciti in altre opere degli anni Trenta, come The lost patrol (1934; La pattuglia sperduta) e soprattutto The informer (1935; Il traditore), tratto dal romanzo di L. O'Flaherty, grazie al quale F. vinse l'Oscar per la regia e Dudley Nichols si aggiudicò quello per la migliore sceneggiatura non originale. La contaminazione tra professionismo hollywoodiano ed Espressionismo tedesco entusiasmò la critica di allora, ma il pubblico, che pure apprezzò gli esperimenti stilistici del regista, fu attratto soprattutto da film più popolari, come per es. la trilogia interpretata dal celebre comico e fantasista Will Rogers: Dr. Bull (1933), Steamboat round the bend (1935) e lo straordinario Judge priest (1934; Il giudice), uno dei film più belli girati da Ford. Nel 1937 il regista riuscì a realizzare un'opera che fondeva mirabilmente reminescenze espressioniste e postespressioniste con esigenze commerciali: The hurricane (Uragano). Il film fu accolto da un grande successo di critica e di pubblico, affascinati da una storia d'amore simile a quella di Tabu (1931; Tabù) di Friedrich W. Murnau e Robert J. Flaherty, ma incastonata in una narrazione dai risvolti 'catastrofici', dove si mescolano sapientemente un acceso romanticismo, mirabili effetti speciali e la splendida colonna sonora, di gusto mahleriano, di Alfred Newman, premiata con un Oscar. Per il regista, ormai maturo, fu fondamentale la possibilità di esprimere pienamente i propri sentimenti senza rinnegare le regole del cinema commerciale. Non a caso, a distanza di due anni, F. riuscì a mettere in scena, dopo una lotta epica e con l'aiuto di amici, un western a basso costo, rifiutato dai più grandi produttori, Stagecoach (1939; Ombre rosse), il cui soggetto era ispirato a un racconto di E. Haycox, Stage to Lordsburg, che si rifaceva a sua volta alla novella Boule de suif di G. de Maupassant. I grandi spazi, perlustrati dalla macchina da presa, e, di contro, il microcosmo rappresentato simbolicamente dalla diligenza, le sequenze di azioni serrate, il senso dell'avventura dispiegati nel film ne hanno fatto uno dei classici più amati nella storia del cinema. Il film ottenne nel 1940 due Oscar (miglior attore non protagonista e migliore colonna sonora), il pubblico andò in delirio e F. lanciò l'attore John Wayne, ancora poco conosciuto ma destinato a un grande futuro. Nello stesso anno di Stagecoach, F. girò, uno dopo l'altro, due capolavori: Young Mr. Lincoln (Alba di gloria) e Drums along the Mohawk (La più grande avventura), il suo primo film a colori. Tali opere segnarono l'inizio del sodalizio con Henry Fonda, attore dotato di una profonda sensibilità e in grado di passare con disinvoltura dall'interpretazione di una grande figura storica come quella di A. Lincoln a quella di un giovane e ingenuo pioniere.All'apice della sua carriera, stimato in patria e all'estero, per es. da maestri come Sergej M. Ejzenštejn, F. era in grado di mettere in scena qualunque soggetto. I produttori gli concessero fiducia e nel 1940 il regista si poté permettere un'opera scandalosa e controcorrente per la quale ottenne nel 1941 un altro Oscar: Grapes of wrath (Furore) dall'omonimo romanzo del 'comunista' J. Steinbeck. Il film narra con piglio epico l'odissea di una famiglia di piccoli contadini, cacciati dalle loro terre dalla logica spietata e brutale del capitalismo, che si accanisce contro di loro con la furia di un uragano, suscitando altrettanta furia nei cuori degli uomini. Pur privilegiando lo studio dei caratteri e le atmosfere liriche rispetto alla violenta invettiva sociale di Steinbeck, F. denunciò egualmente in modo chiarissimo i mali endemici della società americana, mettendo con le spalle al muro lo spettatore e costringendolo a scegliere, se non tra opposte idee politiche, certo tra opposte visioni della società, dell'uomo e del suo destino. Il pubblico reagì con estrema commozione e per molti giovani lo sfortunato protagonista del film, Tom Joad, divenne un modello: il grande cantante americano Woody Guthrie scrisse due canzoni di successo dedicate a questo personaggio e, a distanza di una generazione, la rockstar Bruce Springsteen ne scrisse un'altra, divenuta ancor più popolare delle altre due. F. ottenne quindi nel 1941 un altro successo memorabile con un lavoro molto impegnativo e costoso, How green was my valley (Com'era verde la mia valle), per il quale vinse nel 1942 numerosi Oscar, tra cui quello per il miglior film e per la miglior regia. Si tratta di un grande affresco in cui viene descritta la vita di una comunità di minatori del Galles, contrassegnata dalla miseria, dalla dignità, dagli scioperi, ma anche dalla grettezza e dai pregiudizi. Pur indulgendo ad aspetti melodrammatici e oleografici, l'opera ha un respiro epico e solenne che impressionò il pubblico americano, affascinato dalla rievocazione di un mondo arcaico, fiero, sicuro dei propri valori, proprio nel momento in cui ogni valore sembrava precipitare nell'abisso della Seconda guerra mondiale.

F. partecipò alla guerra a capo di un piccolo gruppo di fotografi, operatori e registi, incaricati di riprendere scene belliche e preparare documentari di propaganda. In questa veste realizzò, con sprezzo del pericolo, lo straordinario The battle of Midway (1942; La battaglia di Midway) che fece conoscere all'America la più grande battaglia e la più grande vittoria statunitense nel Pacifico. Il documentario fu calorosamente appoggiato dal presidente F.D. Roosevelt e ottenne l'Oscar per la regia. L'unità cinematografica di F. partecipò a molte altre imprese militari (tra le quali lo sbarco in Normandia, giugno 1944) e produsse ampio materiale che venne in seguito utilizzato in vario modo dalle forze armate: notevole è la documentazione raccolta dall'équipe in occasione del processo di Norimberga, accumulando spezzoni tratti da documentari e da film nazisti che testimoniavano il coinvolgimento di numerosi accusati nell'istigazione alla violenza, nello sterminio degli ebrei e in quello delle popolazioni civili. Rientrato in patria prima della fine del conflitto, F. girò un film fortemente voluto dagli uffici che curavano la propaganda bellica, e che tuttavia venne poco compreso dal pubblico, ancora notevolmente condizionato dalla guerra: They were expend-able (1945; I sacrificati di Bataan). Il film evidenzia infatti gli aspetti nascosti del conflitto: la delusione, la paura, la morte, la sconfitta, anche se, come affermò il regista Peter Bogdanovich (1978; trad. it. 1990, p. 82), l'intenzione di F. fu anche quella di mettere in scena la "gloria nella sconfitta".Dopo aver girato nel 1946 l'ultimo film con la Fox, My darling Clementine (Sfida infernale), pesantemente manipolato da Darryll F. Zanuck, ma al tempo stesso intriso di umori shakespeariani, F. fondò una casa di produzione indipendente, la Argosy, che gli permise di esprimersi con maggiore libertà e di realizzare i suoi film più famosi, quasi tutti western: Fort Apache (1948; Il massacro di Fort Apache), She wore a yellow ribbon (1949; I cavalieri del Nord-Ovest), Rio Grande (1950; Rio Bravo), Wagonmaster (1950; La carovana dei mormoni). Universalmente stimato, non ebbe timore di mettere a repentaglio la sua reputazione e, durante la 'caccia alle streghe' del senatore J. McCarthy, difese apertamente, nel 1950, i registi Joseph L. Mankiewicz e Frank Capra, accusati di simpatie per il comunismo. Nel 1952 il suo ultimo film con la Argosy, The quiet man (Un uomo tranquillo), gli valse un nuovo Oscar per la regia e un successo commerciale notevolissimo, che venne però rovinato da una lite giudiziaria con Hubert Yates, il quale aveva coprodotto l'opera e si era appropriato indebitamente di parte dei proventi. Inasprito dalla controversia, gravemente colpito da lutti e malattie, il regista entrò in una fase depressiva che sfociò in violenti litigi con i suoi migliori collaboratori, come Henry Fonda o il produttore esecutivo Merion Cooper, e in un intensificarsi dei problemi connessi all'alcolismo. In questa fase girò film poco ispirati, come What price glory? (1952; Uomini alla ventura) o Mogambo (1953), ma anche opere significative, non a caso incentrate su figure di vecchi malinconici ma fieri, come il remake di Judge priest intitolato The sun shines bright (1953; Il sole splende alto) e The long gray line (1955; La lunga linea grigia). Tuttavia, l'esito di questo periodo di crisi e di conflitti fu uno dei suoi western più riusciti, ma-gistralmente interpretato da John Wayne, The searchers (1956; Sentieri selvaggi), in cui F. descrive con notevole finezza psicologica un eroe che gli somiglia: un uomo di mezza età che ha subito terribili traumi ed è ossessionato dal desiderio di rivincita, spinto verso comportamenti aspri e violenti, e che anche dopo il riscatto sarà costretto ad allontanarsi e a errare senza fine, incalzato da un destino implacabile. Un'opera che, nel rapporto tra il protagonista e il giovane cowboy (Jeffrey Hunter) è anche un magnifico viaggio di formazione, dal ritmo lento e dolente. Come il suo eroe anche F., che dal 1953 aveva scelto di vivere al limite del deserto, a Palm Springs, abbandonò le sicurezze del cinema hollywoodiano e si gettò nell'avventura di un'ultima stagione piena di malinconia e di furore. Il regista portò sullo schermo personaggi ambigui, sconfitti, risentiti, elevando al ruolo di eroi individui ai margini dei film americani, come i neri e gli indiani o prestando una diversa attenzione alle figure femminili. Il pubblico e i critici reagirono in modo controverso a quest'ultima fase, ma più di un autorevole studioso, come per es. Andrew Sarris, parlò senza mezzi termini di capolavori per opere come The last Hurrah (1958; L'ultimo urrà), The horse soldiers (1959; Soldati a cavallo), Two rode together (1961; Cavalcarono insieme), The man who shot Liberty Valance (1962; L'uomo che uccise Liberty Valance), straordinaria riflessione sul mito del West e sul rapporto tra storia e leggenda e tra verità e finzione, Cheyenne autumn (1964; Il grande sentiero), Seven women (1966; Missione in Manciuria). Nello stesso periodo in cui girava opere così controcorrente, in una fase di decadenza ma anche di ripensamento del western, F. assunse posizioni politiche contrarie a quelle della maggioranza dell'opinione pubblica nell'era kennediana, difendendo il buon nome dei soldati americani e girando due documentari controversi su militari statunitensi: This is Korea, noto anche come Korea: Battleground of liberty (1959; Corea: campo di battaglia per la libertà) e Chesty (1976; Il borioso). Le sue opinioni politiche a favore dei militari e la sua partecipazione alla preparazione di un documentario propagandistico sulla guerra del Vietnam nel 1972 (Vietnam, Vietnam!) gli alienarono molte simpatie tra gli intellettuali liberali. Queste reazioni furono tuttavia esagerate e influenzate da vicende contingenti: rivisti a distanza i documentari fordiani, dedicati a soldati che fanno il loro dovere e sono travolti dal meccanismo spietato della guerra, confermano il tema fisso del cinema del regista, legato all'identità morale della nazione, all'obbedienza, al dovere inteso come sacrificio, e mostrano addirittura un sottofondo pacifista, anche se conflittuale e confuso. In ogni caso, il favore che F. godette in quegli anni presso ambienti conservatori gli valse il massimo riconoscimento degli Stati Uniti, la Medaglia della libertà che gli fu consegnata dal presidente R. Nixon nel 1973. bibliografia

J. Mitry, John Ford, Paris 1954.

P. Bogdanovich, John Ford, London 1967, ed. ampliata Berkeley-Los Angeles 1978, (trad. it. Il cinema secondo John Ford, Parma 1990).

F. Ferrini, John Ford, Milano 1974.

J. McBride, John Ford, London 1974.

D. Ford, Pappy. The life of John Ford, Englewood Cliffs (NJ) 1979.

L. Anderson, About John Ford, London 1981.

T. Gallagher, John Ford. The man and his films, Berkeley-Los Angeles-London 1986.

J.-L. Leutrat, John Ford. La prisonnière du désert: une tapisserie navajo, Paris 1990 (trad. it. Sentieri selvaggi di John Ford: un arazzo navajo, Recco 1995).

F. Troncarelli, Le maschere della malinconia. John Ford tra Shakespeare e Hollywood, Bari 1994.

S. Eyman, Print the legend. The life and times of John Ford, New York 1999.

J. McBride, Searching for John Ford. A life, New York 2001.

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