KRESILAS

    Enciclopedia dell' Arte Antica (1961)

di P. Orlandini

KRESILAS (Κρησίλας, Cresilas). - Scultore e bronzista greco nativo di Cidonia in Creta. Attivo soprattutto in Atene, fu uno dei principali rappresentanti della corrente attica post-fidiaca, nell'ambito della quale mantenne una posizione indipendente e originale. La cronologia di K. coincide col pieno fiorire dell'età di Pericle, fra il 440 e il 430 a. C. Nato probabilmente intorno al 480 in Creta, da famiglia forse originaria di Egina. Dalla patria d'origine K. può essere passato ad Argo dove fu allievo di Dorotheos (v. e cfr. iscrizione a Delfi, qui n. 5) col quale dovette lavorare a Delfi e a Hermione. Dopo un periodo di attività ateniese, dovette avvenire la competizione con Fidia e Phradmon, per l'Amazzone di Efeso. Cinque iscrizioni con la firma dell'artista ci permettono un inquadramento cronologico più esteso, fra il 450 e il 420 circa a. C. In queste iscrizioni sono usati costantemente il dialetto e la grafia proprî del dedicante (o del committente) e del loro paese di origine. Di K. sono ricordate le seguenti opere: 1) Plinio (Nat. hist., xxxiv, 74) menziona una statua-ritratto dell'"olimpio Pericle" che, in questa effigie, appariva veramente degno del soprannome. Sicuramente questa statua va identificata con quella vista da Pausania (i, 25, 1) sull'Acropoli e della quale non viene citato l'autore. Difficilmente invece puo riferirsi a questa statua di Pericle il frammento di iscrizione proveniente dall'Acropoli (I. G., i, Suppl., 403 a, p. 154, Ed. mm., i, 528) e integrato, di solito, come [Περ]ικλέος [Κρησ]ίλας ἐποίη[σεν], tanto più che, secondo un'ipotesi del Raubitschek (Jahreshefte, xxxi, 1938, Beibl., 41, 42, xiv), tale frammento va unito a quello I. G., Ed. min., 635 (fot. in Hesperia, 1933, p. 483) con dedica ad Atena di due personaggi (Peikon, e ... ?) con relativo patronimico: appunto al patronimico del secondo personaggio apparterrebbe la terminazione .... ικλέος. In conclusione più che alla base del Pericle dobbiamo pensare a un donario privato, opera di Kresilas. 2) Plinio (Nat. hist., xxxiv, 74) ricorda, fra le opere di K., la statua di "un uomo ferito, in atto di venir meno, nel quale si può capire quanto ancora gli resti di vita". Quest'opera viene comunemente identificata con la statua bronzea di Diitrephes "trafitto dalle frecce" vista da Pausania (i, 23, 3) nei Propilei e della quale si è ritrovata sull'Acropoli la base con dedica di Hermolykos figlio di Diitrephes e la firma di K. (I. G., i, 402; Loewy, I. G. B., 46). L'accostamento non può ritenersi molto sicuro. In ogni caso il personaggio rappresentato non era certo né il Diitrephes iunior, né il Diitrephes senior, come generalmente si crede, bensì, come notava il Lippold, un guerriero generico, simboleggiante il nemico vinto e trafitto ad opera di un Diitrephes, il cui figlio Hermolykos del demo di Skambonidai dedicò la statua quale ἀπαρχή, come attesta l'iscrizione citata. 3) Ancora sull'Acropoli si è ritrovata la base, in marmo pentelico, del donario di un certo Pyres, figlio di Polymnestos, a Pallade Tritogenia, opera di K. (I. G., i, 403; Loewy, I. G. B., 47 - cfr. Anth. Palat., xiii, 13). 4) Un'altra base con la firma di K. in dialetto dorico è stata ritrovata a Hermione, nell'Argolide; sosteneva un donario di un certo Alexias a Demetra Ctonia: la base presenta quattro fori per perni metallici. Secondo il Peek (Ath. Mitt., 1934, p. 45) l'ex voto era un cavallo, ma la disposizione dei fori e le caratteristiche del culto di Demetra Ctonia a Hermione fanno pensare piuttosto a una mucca in bronzo (cfr. Orlandini, in Arch. Class., iii, 1951. Per l'iscrizione, cfr. anche I. G., iv, 683; Loewy, I. G. B., 45). 5) Una firma in alfabeto ionico è stata ritrovata a Delfi (Bull. Corr. Hell., 1899, p. 378). 6) Un'altra firma in caratteri ellenistici è stata ritrovata a Pergamo su un frammento di base (cfr. Ath. Mitt., 1908, p. 418, n. 60). Si tratta di un'opera originale di K. trasportata a Pergamo ed eretta su nuova base o si tratta di una copia pergamena? 7) Per il tempio di Artemide in Efeso K. plasmò la statua di un'amazzone ferita (Plin., Nat. hist., xxxiv, 75) in concorrenza, secondo la tradizione, con Fidia, Policleto e Phradmon (Plin., Nat. hist., xxxiv, 53). L'Amazzone di K. avrebbe ottenuto il terzo posto dopo quelle di Policleto e Fidia. 8) Secondo Plinio (Nat. hist., xxxiv, 75), se è esatta la correzione proposta da alcuni del nome Cresilaus che appare nel passo pliniano in Cresilas, K. fu autore anche della statua di un doriforo.

Il ritratto di Pericle celebrato da Plinio ci è conservato in 5 copie (Vaticano, Roma - Barracco, British Museum, Berlino, Monaco) fra le quali la migliore è forse quella vaticana, mentre la copia del British Museum conserva l'originaria inclinazione verso sinistra, in armonia con il ritmo complessivo della statua originaria, nella quale Pericle era, probabilmente, raffigurato stante, appoggiato alla lancia. La tipologia del ritratto è quella dello stratega con elmo corinzio, che si estende per tutto il V sec. a. C. e ancora nel IV. Rispetto ad altre statue iconiche di strateghi, all'aguzzo profilo arcaico del cosiddetto Milziade di Monaco e alla severità un po' atona del cosiddetto Cimone (Gliptoteca di Monaco) da un lato, e agli incipienti contrasti chiaroscurali e al pàthos del cosiddetto Ificrate del Museo dei Conservatori (Roma) dall'altro, il Pericle di K. rappresenta un punto di classico equilibrio, di elevata serenità concettuale e formale. Il prevalere di elementi curvilinei, la fermezza e purezza disegnativa delle labbra, del naso, del taglio degli occhi, la perfetta "simmetria bilaterale", concorrono a creare un effetto di intima e profonda armonia formale e spirituale, di altissima idealizzazione del personaggio rappresentato. Questo processo di idealizzazione era già stato avvertito dagli antichi, poiché Plinio (Nat. hist., xxxiv, 74) definisce "mirabile" l'arte di K. ... quod nobiles viros nobiliores fecit. Unico elemento caratteristico (non realistico) potrebbe essere la forma allungata del cranio visibile attraverso i fori dell'elmo (cfr. Plut., Pericl., 3): ma la mancanza di tale particolare nella copia del British Museum ci autorizza a supporlo un'aggiunta a posteriori del copista. D'altro canto la lieve inclinazione del capo verso sinistra conferisce all'espressione del volto un senso di raccolta e umana dolcezza che è, forse, l'elemento di maggior novità nell'arte di Kresilas. Ma l'opera che meglio caratterizza quest'arte e l'Amazzone ferita di cui al n. 7, identificabile, nonostante la compatta opposizione del Picard, Schuchhardt, Poulsen e Lippold, con il tipo cosiddetto Capitolino dalla copia meglio conservata, quella firmata dal copista Sosikles. L'Amazzone del tipo Lansdowne-Sciarra che i citati studiosi vorrebbero riportare a K., presenta invece caratteri puramente policletei. Nella Amazzone Capitolina il restauro del braccio destro è errato. L'amazzone poggiava sulla gamba sinistra e portava la mano sinistra a scoprire la ferita del petto verso cui inclinava anche la testa. La gamba destra era flessa e la mano destra levata stringeva la lancia cui l'amazzone si appoggiava. Una squisita replica della testa è nello stesso museo nella Sala degli Orti Mecenaziani. È chiaro che nell'Amazzone Capitolina il tono fondamentale è dato dalla evidentissima duplice ferita in pieno petto e questo ci riporta al tipo di K., la cui caratteristica era appunto quella di rappresentare un'amazzone vulnerata, laddove il tipo Lansdowne-Sciarra si impone per l'astratta euritmia e non certo per l'invisibile, e perfino dubbia, ferita. L'Amazzone Lansdowne-Sciarra poi, nella sua astratta purezza formale, nel suo superamento del soggetto, risponde perfettamente alla visione di Policleto, mentre il tipo capitolino, con il suo accentuato contenutismo, se ne distacca completamente. Nell'Amazzone, come già nel Pericle, il divino ideale di un Fidia trascolora in una concezione velata di malinconia, di pietà, di raccolta umanità. L'influsso policleteo nella ponderazione e nella testa rimane assolutamente esteriore. K., infatti, più che ad un accordo ritmico ha mirato a una concentrazione delle parti e del moto verso la sorgente dell'umana sofferenza dell'amazzone. A questo concorrono lo stanco, e non dinamico, ritmo di appoggio, la mano sinistra dalla linea che si spezza al polso, l'inclinarsi doloroso della bellissima testa. È interessante notare che l'Amazzone di K. fu giudicata dagli antichi inferiore a quella di Policleto. Una opinione diffusa è quella di riconoscere il Vulneratus deficiens ricordato da Plinio in un bronzetto da Bavai del museo di St. Germain-en-Laye; ma il bronzetto in questione raffigura non un guerriero, ma un'amazzone (Picard) e non è che un "pasticcio" gallo-romano genericamente ispirato alle Amazzoni di Efeso, se pure non sia un'abile falsificazione moderna (Becatti). È stato anche proposto di riconoscere il vulneratus nel Protesilaos (v. deinomenes). Fra gli altri tentativi di attribuzione merita maggior considerazione quello della celebre Atena di Velletri. Da respingere invece quello dell'Anacreonte della Gliptoteca Ny Carlsberg di Copenaghen, del cosiddetto Diomede Monaco-Cuma, piuttosto della cerchia policleta, ecc.

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(P. Orlandini)

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