LADISLAO d'Angiò Durazzo, re di Sicilia

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 63 (2004)

di Andreas Kiesewetter

LADISLAO d'Angiò Durazzo, re di Sicilia. - Secondogenito e primo figlio maschio (la sorella Giovanna era nata nel 1371) di Carlo, successivamente re Carlo III, d'Angiò Durazzo e di Margherita di Durazzo, sua consorte e cugina, L. nacque il 15 febbr. 1377 a Napoli.

L'imposizione del nome di uno dei santi nazionali ungheresi si spiega con il fatto che Carlo e Margherita avevano fino a quel momento trascorso gran parte della loro vita alla corte di Luigi I il Grande in Ungheria e si sentivano dunque appartenenti più all'ambito culturale ungherese che a quello dell'Italia meridionale o francese.

L. trascorse i primi anni con la madre alla corte reale di Napoli dove, dall'ottobre 1378, il clima politico fu offuscato dal grande scisma d'Occidente e dal conflitto all'interno della dinastia angioina, poiché la regina Giovanna I d'Angiò si schierò con l'antipapa Clemente VII, mentre Carlo di Durazzo, rimasto in Ungheria, riconobbe il papa romano Urbano VI. L'intervento di Carlo in Italia dall'agosto 1379 indusse Margherita, che temeva di essere utilizzata da Giovanna I come ostaggio contro il proprio consorte, a fuggire insieme con il piccolo L. nel suo castello di Morcone nel Sannio. Solo dopo la conquista del Regno da parte di Carlo III, incoronato a Roma da papa Urbano VI il 2 giugno 1381, anche Margherita poté, l'11 sett. 1381, trasferirsi a Napoli con i figli. In occasione di un Parlamento generale a Napoli, L., ancora minorenne, fu investito da Carlo III, il 5 nov. 1381, del Ducato di Calabria, ed elevato a presuntivo successore al trono.

Mentre Carlo III affrontava il pretendente francese alla corona di Napoli Luigi I d'Angiò e il papa Urbano VI, negli anni 1383-85 L. rimase con sua madre a Napoli. Dopo la fuga di Urbano VI dal Regno nell'agosto 1385 e all'assassinio a Buda di Carlo III, il 24 o il 27 febbr. 1386 (poco dopo l'incoronazione a re d'Ungheria), Margherita si trovò in una situazione disperata, in quanto le finanze pubbliche erano esaurite e Urbano VI non mostrava alcuna disponibilità. Inoltre era incombente il pericolo di un nuovo intervento francese nel Regno, perché il 28 maggio 1385, dopo la morte di Luigi I, Clemente VII aveva investito del Regno di Napoli, il figlio di questo, Luigi II, quasi coetaneo di Ladislao. Inoltre, dato che nel Regno prendeva sempre più terreno la ribellione della nobiltà, fomentata sia da Urbano VI sia da Luigi II, l'autorità della reggente Margherita fu presto limitata de facto ad alcune zone di Napoli. Il papa, nella primavera del 1387, respinse la richiesta della reggente di incoronare re L. e giunse a esortare a una "crociata" contro l'usurpatore Ladislao.

Nonostante il rifiuto da parte del pontefice di riconoscerlo come re, dal 7 marzo 1387 L. cominciò a intitolarsi ufficialmente rex Hungarie, Ierusalem et Sicilie, per affermare la legittimità del suo regno, anche senza un'ufficiale investitura del papa. Margherita e i suoi figli, a causa di alcuni disordini scoppiati a Napoli, furono costretti, ancora nel marzo 1387, ad allontanarsi dal territorio cittadino e a spostare la loro sede a Castel dell'Ovo, situato al di fuori delle mura urbane. Il vero beneficiario di questa situazione anarchica fu Ottone di Brunswick (vedovo di Giovanna I) che, a capo di un esercito angioino, il 10 luglio poté prendere possesso della capitale del Regno, per cui Margherita, l'8 o il 13 luglio, si imbarcò con i figli per Gaeta, città ancora fedele a lei e a Ladislao. Da qui, nonostante la situazione disperata, organizzò la resistenza contro gli Angioini.

Nel settembre 1389 fu siglato il contratto matrimoniale tra L. e Costanza, figlia di Manfredi Chiaramonte, conte di Modica e signore quasi illimitato della Sicilia. Questo matrimonio, celebrato solo il 15 ag. 1390, doveva assicurare a Margherita, incalzata da tutte le parti, e ai suoi figli l'appoggio dei Chiaramonte.

La morte di Urbano VI, avvenuta il 15 ott. 1389, risultò un evento decisivo nella vita di L., perché liberò il re minorenne da un inflessibile e ostinato avversario e pose fine all'innaturale opposizione tra il pontefice romano e i Durazzo.

Il papa Bonifacio IX (il napoletano Pietro Tomacelli), eletto il 2 nov. 1389, consapevole che la lotta per il trono fosse decisiva anche per la fine dello scisma, seguì da subito un'altra linea rispetto al suo predecessore: il 18 dic. 1389 L. fu riconosciuto re di Napoli, ma gli fu fermamente proibito di realizzare l'unione del suo Regno con quello tedesco e di assumere il dominio in Toscana e in Lombardia. Negli anni successivi il pontefice, che sostenne ripetutamente L. con truppe e denaro, si dimostrò il più importante appoggio del re.

All'inizio del 1390 l'arcivescovo titolare di Arles, di obbedienza romana, Raimondo, evidentemente pagato dagli Angioini francesi e dal loro seguito, tentò di avvelenare Ladislao. L'attentato fallì, ma, almeno secondo quanto afferma S. Ammirato (p. 620), il re fu da allora affetto da balbuzie e in seguito si manifestarono altre conseguenze del tentato avvelenamento, che lo costringevano a periodi di riposo. Il 29 maggio 1390, dopo aver prestato il giuramento di vassallaggio per il Regno, L. fu infine incoronato re dal cardinal legato Angelo Acciaiuoli.

Sebbene il 14 agosto Luigi II fosse entrato a Napoli con molti rinforzi, ne conseguì solo una lunga guerra di logoramento di quasi nove anni. L., che dal luglio 1393, in seguito alla deposizione della reggenza da parte di Margherita, aveva assunto in pieno il governo, nonostante mutevoli successi, riuscì con una tenace guerriglia a guadagnare terreno e in seguito a limitare il potere del duca d'Angiò alla città di Napoli e alla Terra d'Otranto.

Negli anni 1392-93 L. intrattenne episodici contatti con il sultano turco Bāyazīd I, che diedero luogo alla proposta di unione matrimoniale tra il re e una figlia di Bāyazīd I, dopo che Bonifacio IX, nel 1393, aveva annullato il matrimonio di L. con Costanza Chiaramonte.

Soprattutto dal 1398 la vittoria definitiva su Luigi II era solo una questione di tempo, in quanto sia Carlo VI di Francia sia il duca d'Angiò avevano negato obbedienza al nuovo papa avignonese Benedetto XIII (rispettivamente il 27 luglio e il 30 nov. 1398) e Luigi II non poteva così più contare sulle finanze pontificie per il proseguimento della guerra.

Effettivamente Napoli doveva cadere nelle mani di L. come un frutto maturo, in quanto Luigi II aveva lasciato la città già alla fine del 1398 per mettersi in marcia verso la Puglia, dove disponeva di un considerevole gruppo di sostenitori e soprattutto sperava di ottenere l'appoggio del già allora più potente feudatario del Regno, Raimondo Del Balzo Orsini, il quale aveva creato de facto una signoria indipendente, comprendente un'ampia parte della Puglia. Il duca d'Angiò, però, si ingannava, perché Raimondo aderì poco dopo alla fazione durazzesca. L., contando sul generoso sostegno finanziario di Bonifacio IX, si affrettò a metà marzo verso la Puglia fino a giungere, l'8 maggio, sotto le mura di Taranto dove si era asserragliato Luigi II. La città capitolò il 18 giugno e aprì le sue porte all'Orsini, investito nel frattempo da L. del principato di Taranto. Luigi II si imbarcò per la Provenza, mentre L., abbandonato l'assedio di Taranto poco prima della capitolazione della città, si recò in Campania per assediare Napoli, che cadde il 9 luglio.

L. revocò i privilegi della città di Napoli in materia di amministrazione municipale, che sua madre aveva dovuto concedere nel 1387, ma astutamente rinunciò alla vendetta contro i sostenitori di Luigi II, soprattutto i Sanseverino, i cui feudi furono confermati o risarciti con altri beni. Questa decisione dovette alla lunga influire negativamente, poiché le risorse demaniali furono in questo modo ulteriormente assottigliate: proprio il costante, acuto stato di necessità finanziaria della Corona rimase il "marchio" del governo di Ladislao.

Anche nei confronti del papa, suo signore feudale, L. si mostrò grato per il sostegno ricevuto: Giovanello Tomacelli, fratello del pontefice, il 15 sett. 1399 fu innalzato alla dignità di conte di Sora e poté istituire una signoria familiare su Montecassino.

Nella prima metà del 1400, L. costrinse alla sottomissione Onorato Caetani, conte di Fondi e, dopo la morte di Onorato, la sua erede Jacobella, che ancora riconoscevano Benedetto XIII; nei mesi successivi represse le ultime ribellioni contro il suo dominio in alcuni territori dell'Abruzzo e della Puglia.

Nella seconda metà del 1401, L. negoziò il matrimonio con Maria di Lusignano, sorella del re Giano di Cipro, che avrebbe dovuto portare in dote 130.000 ducati, di cui soltanto 46.000 furono pagati. Il 12 febbr. 1402 la principessa cipriota arrivò a Napoli e poco dopo furono celebrate le nozze.

Dopo la quasi totale sottomissione del Regno, L. sperava di ottenere la corona di S. Stefano, poiché, anche dopo l'assassinio di suo padre, in Ungheria i Durazzo disponevano ancora di un considerevole numero di sostenitori e il dominio di Sigismondo di Lussemburgo, che nel 1385 aveva sposato Maria d'Angiò, figlia di Luigi I, era impopolare presso una parte della nobiltà magiara.

Decisiva per un possibile successo in Ungheria fu la normalizzazione dei rapporti con la Repubblica di Venezia, dopo l'occupazione veneziana, nel 1386, dell'isola di Corfù, appartenente al Regno di Napoli. Benché non avesse mai riconosciuto questa conquista, L. decise infine di essere conciliante e il 16 ag. 1402 fu concluso un trattato con cui, in cambio di 30.000 ducati, egli cedeva alla Serenissima i suoi diritti sull'isola: era stata così assicurata la neutralità di Venezia. Risultò vantaggioso anche il fatto che i rapporti tra Bonifacio IX e Sigismondo fossero tesi, poiché il papa aveva riconosciuto come re dei Tedeschi Roberto del Palatinato e non Venceslao, fratello di Sigismondo. Sebbene il papa fosse scettico sull'impresa ungherese, destinò comunque a L. una decima nel Regno per il suo finanziamento.

Dopo che i seguaci di L. si erano schierati in Dalmazia, Croazia e Bosnia sotto la guida di Detre Bebek e di Janos Kanizsai, arcivescovo di Esztergom e arcicancelliere, all'inizio di luglio 1403 si mise in viaggio il re, insieme con il cardinale Angelo Acciaiuoli, da Manfredonia a Zara, dove arrivò il 19 luglio. Due giorni dopo ricevette dai suoi fedeli in Dalmazia l'omaggio e il giuramento di fedeltà, ma gran parte della popolazione rimase fedele a Sigismondo.

Rinunciando ad azioni militari, L. compì un passo avventato che gli avrebbe definitivamente precluso ogni possibilità di riconoscimento come re d'Ungheria perché ferì profondamente il tradizionalismo del popolo magiaro. Il 5 agosto a Zara si fece incoronare re dall'arcivescovo di Esztergom con una corona consacrata dal cardinal legato proprio per questa occasione: un atto che suscitò solo scherno e derisione, poiché l'incoronazione era stata eseguita dal giusto coronator, ma non con la corona di S. Stefano, né nel luogo adibito, Albareale (Székesfehérvár). Sebbene L. nelle settimane successive avesse ricoperto ufficialmente di privilegi i suoi sostenitori per incrementare il proprio seguito, la sua posizione fu minacciata anche a Zara, per le tensioni tra la popolazione e le truppe del re. Alla fine di ottobre L. ritornò perciò in Puglia, ma poté mantenere ancora alcune città in Dalmazia, come Zara. Il sogno di un Regno dei Durazzo in Ungheria era definitivamente svanito.

Gli anni 1403 e 1404 rappresentano la cesura decisiva nel regno di Ladislao. Se fino a quel momento si era dovuto concentrare soprattutto sulla lotta contro Luigi II d'Angiò e poco dopo s'era abbandonato all'illusione della corona reale ungherese, ora rinunciava ai piani nel bacino orientale del Mediterraneo e si concentrava sul compimento e sul rafforzamento del dominio nel Regno e in Italia.

Tale linea d'azione era motivata anche dal fatto che, dopo l'improvvisa morte di Gian Galeazzo Visconti, il 3 sett. 1402, si era creato un vuoto di potere, poiché si era dissolta la vasta signoria del duca di Milano.

Nel corso del 1404 L. spezzò il potere di due delle più significative famiglie del Regno: prima di Nicola Ruffo, marchese di Crotone, che dominava gran parte della Calabria, e poi di Giovanni Antonio di Marzano, duca di Sessa, e dello zio di questo, Goffredo, gran camerario del Regno e duca di Alife. I ricchi feudi dei Ruffo e dei Marzano furono in parte concessi a sostenitori di L. e in parte incorporati al dominio della Corona; L. poté così ampliare considerevolmente i beni pubblici e la sua base finanziaria.

In questo contesto risultò come un colpo di fortuna la morte del suo pluriennale benefattore e protettore Bonifacio IX, il 1° ott. 1404. L'avvenimento aprì la seconda fase del governo di L., in cui fu da lui perseguita una politica aggressiva nei confronti dello Stato pontificio che, dopo la sostanziale rinuncia al trono ungherese, diventò il naturale scopo delle aspirazioni espansionistiche di Ladislao. Quando, dopo la morte del papa, scoppiarono disordini a Roma e i Colonna chiesero a L. di intervenire, il re si affrettò verso la città, dove arrivò il 19 ott. 1404 - due giorni dopo l'elezione del nuovo papa Innocenzo VII (Cosmato Migliorati) - e fu accolto con entusiasmo dal popolo.

L. sfruttò subito le tensioni tra il neoeletto pontefice e i Romani per imporre, il 27 ottobre, un trattato che riconosceva loro una più ampia partecipazione all'amministrazione comunale e assegnava a lui stesso un ruolo di arbitro nelle future controversie tra il papa e il Comune. Inoltre il re si fece affidare anche ampi poteri per l'amministrazione delle province meridionali dello Stato pontificio. Infine Innocenzo VII si dovette impegnare a porre termine allo scisma. Nell'arco di un mese il rapporto tra il papa e il suo vassallo era cambiato completamente e il protetto era diventato il protettore.

Dopo il suo ritorno nel Regno, L. continuò a infrangere la potenza delle influenti famiglie nobili, i cui ripetuti tradimenti e voltafaccia erano stati un non irrilevante motivo della lotta per il trono. Soprattutto egli si accinse a dare il colpo finale ai Sanseverino che, fino al 1399, erano stati i più significativi sostenitori di Luigi II e poi si erano sottomessi a L. ottenendo numerosi benefici.

Nonostante questo, la famiglia rimaneva una minaccia per L., perché avrebbe subito sfruttato ogni debolezza del potere centrale per incrementare i suoi possedimenti. Poiché nella prima metà del 1405 alcuni dei Sanseverino ripresero i contatti con Luigi II, che progettava una nuova invasione, quasi tutti i suoi componenti furono arrestati e giustiziati o costretti alla fuga dal Regno, e i loro considerevoli beni inglobati nel dominio della Corona o smembrati e dati di nuovo in feudo.

La dura condotta del re contro i Sanseverino richiamò sulla scena anche il principe di Taranto e conte di Lecce Raimondo Del Balzo Orsini. Occasione del suo ritorno furono i nuovi disordini scoppiati a Roma nell'agosto 1405, che portarono a un conflitto tra Innocenzo VII e il re, poiché alcuni baroni romani offrirono a L. la signoria sulla città, mentre il papa gli vietò di immischiarsi nelle vicende romane e, il 18 giugno 1406, lo depose come re.

Il principe di Taranto, già all'inizio del 1406 invitato alla ribellione da Innocenzo VI con altri feudatari, prese apertamente posizione contro L. ma, ancor prima che si giungesse a un conflitto aperto, Raimondo morì improvvisamente il 17 genn. 1406. La vedova Maria d'Enghien, titolare della contea di Lecce, portata in dote al marito, continuò l'opposizione e, nella primavera del 1406, difese Taranto con successo contro l'assedio di L., durato più di due mesi. Sebbene Innocenzo VII e il re, già il 28 luglio 1406, avessero concluso di nuovo la pace e L. fosse stato nominato dal papa, il 13 agosto, vexillifer e defensor della Chiesa romana, Maria d'Enghien non si arrese.

La morte di Innocenzo VII (6 nov. 1406) e l'elezione di Angelo Correr come suo successore, con il nome di Gregorio XII (30 novembre), sembrarono aprire la strada alla fine dello scisma, perché il nuovo papa romano mostrò innanzitutto la sua disponibilità a un incontro con il papa avignonese Benedetto XIII. Risolutamente contrario a questo abboccamento fu soprattutto L., che temeva la rinuncia di entrambi i pontefici e il riconoscimento, da parte di un nuovo papa, del suo rivale Luigi II come re di Napoli. Inoltre L. poteva solo trarre vantaggio dal perpetuarsi dello scisma, per costringere il papa romano a richiedere il suo appoggio.

A metà aprile del 1407 L. si diresse nuovamente contro Taranto, ancora presidiata da Maria d'Enghien.

Invece di iniziare l'assedio, il re cercò di vincere la feudataria ribelle, questa volta percorrendo la via diplomatica: essendo morta sua moglie Maria di Lusignano il 4 sett. 1404, L. propose il matrimonio a Maria d'Enghien, offerta accolta dalla contessa di Lecce. Già il 23 aprile furono celebrate le nozze, in seguito alle quali la nuova regina di Napoli fece il famoso "guadagno di Maria di Vrenna", perché L., dopo il ritorno a Napoli e fino alla sua morte, la trattò più come una prigioniera di Stato che come una moglie. In ogni caso il re portò così di nuovo la Terra d'Otranto sotto completo controllo, poiché il principato di Taranto fu incorporato nel Demanio pubblico e la contea di Lecce fu amministrata da funzionari reali.

La debole personalità di Gregorio XII offrì inoltre a L. la possibilità di riprendere la sua spregiudicata politica di espansione nello Stato pontificio che, nel 1405, aveva dovuto interrompere per il conflitto con Innocenzo VII. Sebbene il 17 (o il 18) giugno 1407 fosse fallito il tentativo di impossessarsi di Roma, nell'agosto dello stesso anno L. conquistò Ascoli Piceno e Fermo. In un primo momento Gregorio XII gli ordinò di restituire le due città, ma nell'agosto 1407, su pressione del Collegio cardinalizio e di una legazione francese arrivata a Roma in luglio, dovette recarsi in Toscana in vista di un incontro a Savona con Benedetto XIII, per trattare la fine dello scisma.

I legati francesi tentarono di sfruttare le tensioni e i conflitti a Roma per allacciare contatti con l'amministrazione comunale e assumerne il controllo in nome di Carlo VI di Francia. Paolo Orsini, capitano delle milizie pontificie a causa della carestia che aveva colpito la città, si mostrò pronto a riconoscere Benedetto XIII in cambio dell'aiuto francese. Un trionfo della fazione d'Oltralpe e del papa avignonese a Roma poteva avere per L. conseguenze drammatiche, per cui egli, il 27 marzo 1408, si mise in marcia con un grande esercito da Napoli e il 16 aprile cominciò l'assedio di Ostia. L'Orsini, consapevole di non poter contare sull'appoggio francese, il 21 aprile concluse un trattato con il re e gli aprì le porte, in cambio di 28.000 fiorini; il 25 aprile L. fece il suo ingresso a Roma senza spargimento di sangue.

Gregorio XII seguì da Lucca questi avvenimenti con soddisfazione, perché l'assedio di Roma era un appropriato pretesto per disdire l'incontro con Benedetto XIII. In seguito a quell'intervento di L. anche Perugia offrì la sua sottomissione e il 19 giugno 1408 - un giorno prima della sua partenza per Napoli - il re accettò l'offerta della signoria sulla città umbra e il mese successivo le sue truppe poterono occupare quasi l'intero Patrimonium Petri in Tuscia e l'Umbria.

Gregorio XII, che per il suo ostinato rifiuto di incontrare Benedetto XIII, nel maggio, era stato abbandonato da gran parte del suo Collegio cardinalizio, dovette fare buon viso a cattivo gioco; suo nipote Paolo Correr concluse a Napoli, presumibilmente nell'ottobre 1408, un accordo con L., con il quale gli cedeva l'amministrazione dello Stato pontificio o almeno di una grande parte di questo, per 20.000 fiorini. Tale situazione doveva naturalmente provocare sospetti a Firenze, la tradizionale alleata dei Durazzo dal tempo di Carlo III, poiché l'espansione del re di Napoli in Toscana era da temere anche a causa dell'alleanza siglata in precedenza da L. con il signore di Lucca Paolo Guinigi (22 giugno). Firenze chiese perciò ripetutamente al sovrano angioino la rinuncia al dominio su Perugia e la sua approvazione per un concilio a Pisa, che doveva finalmente porre termine allo scisma. Ma L. non era disposto a far cadere Gregorio XII, dimostratosi un condiscendente strumento nelle sue mani, e a permettere l'elezione di un nuovo papa.

L. aveva tentato di accattivarsi la Repubblica di Venezia, offrendole nel giugno 1408 una formale alleanza, respinta però dal Senato veneziano che volle evitare il coinvolgimento nel conflitto. Poco dopo i procuratori di L. proposero alla Serenissima la vendita di Zara e dei possedimenti in Dalmazia. Sebbene Venezia fosse molto interessata, le trattative si prolungarono per oltre un anno perché non si giunse a un accordo sul prezzo. Solo il 9 luglio 1409 si poté concludere un trattato, che stabiliva la cessione per 100.000 ducati.

Dopo che nel 1408 Carlo VI di Francia aveva rifiutato l'obbedienza a Benedetto XIII, il 25 marzo 1409 poté riunirsi a Pisa un concilio, composto dai cardinali che avevano lasciato entrambi i papi. Dal momento che anche Firenze aveva negato l'obbedienza a Gregorio XII e aveva trattato un'alleanza con Luigi II d'Angiò, la rottura tra L. e Firenze fu inevitabile.

L., che già all'inizio di marzo si era in fretta spostato da Napoli a Roma, reagì subito e il 2 (o il 3) aprile si mise in marcia verso Montefiascone. A metà di aprile si fermò con l'esercito presso Siena, ma rinunciò all'assedio dopo il fallimento di un complotto dei suoi alleati che volevano consegnargli la città. Allo stesso modo fallì una cospirazione ad Arezzo, come anche, a maggio, non ebbe successo l'assedio della città. Il re poté dunque prendere soltanto Valiano e Cortona, mentre la sua flotta già in aprile aveva occupato l'Elba e Talamone.

All'irruzione di L. in Toscana, Firenze e Siena conclusero un'alleanza con il duca d'Angiò due giorni dopo che i cardinali riuniti a Pisa avevano eletto come nuovo papa, il 26 giugno, Pietro Filargo (Alessandro V). Poco dopo il suo arrivo a Pisa, il 25 luglio, Luigi fu incoronato re di Napoli dal pontefice e nominato gonfaloniere della Chiesa romana, mentre il 1° nov. 1409 iniziò contro L. un processo canonico. La lotta per il trono napoletano divampava un'altra volta ed entrava in una nuova fase.

All'inizio dell'estate 1409 L. dovette combattere soprattutto contro Braccio da Montone (Andrea Fortebracci) che aspirava alla signoria su Perugia e organizzava la resistenza in Umbria. Dopo un'inutile occupazione di Montepulciano, il re tornò a Napoli per preparare la difesa dello Stato pontificio, poiché si prevedeva l'attacco di Luigi II, del cardinal legato Baldassarre Cossa, che conduceva le truppe pontificie in nome di Alessandro V, e dei condottieri al servizio di Firenze. A settembre Luigi II e i suoi alleati marciarono su Roma senza incontrare alcuna resistenza di rilievo, perché molti capitani di guerra di L., come Paolo Orsini, cambiarono di nuovo parte. Già il 1° ott. 1409 le forze armate alleate presero il Vaticano e il Borgo, ma solo il 3 genn. 1410 riuscirono a occupare anche Trastevere, dove si era ritirato l'esercito napoletano.

In questa critica situazione il re decise di concludere una pace separata, prontamente accettata, con Firenze, che aveva sopportato il grosso delle spese per la spedizione ed era interessata a concludere le operazioni militari, tanto più che Luigi II era rientrato in Francia e non era prevedibile se e quando avrebbe fatto ritorno in Italia. Mentre erano ancora in corso le trattative tra Firenze e L., all'inizio di maggio Luigi II d'Angiò si mise in marcia da Tolone, di nuovo alla volta di Pisa, mentre le navi da carico presero il largo da Marsiglia solo il 13 maggio e dovettero navigare direttamente verso Ostia. Poco prima dell'arrivo di Luigi II, il 3 maggio, Alessandro V morì e il 17 maggio B. Cossa, che prese il nome di Giovanni XXIII, fu eletto suo successore. Poiché il neoeletto concesse senza esitazione il suo pieno appoggio al duca d'Angiò, anche Firenze si decise per la continuazione della guerra. Il re si trovò così di nuovo di fronte a una potente coalizione, ma la sua flotta, rafforzata da navi genovesi, riuscì a catturare o ad affondare alla Meloria quasi tutte le navi da trasporto di Luigi II (16 o 17 maggio 1410): 4000 uomini affogarono o furono presi; il tesoro e l'intero armamento del duca, del valore di 600.000 ducati, caddero nelle mani di Ladislao. La grave sconfitta subita dal duca d'Angiò portò a un nuovo orientamento della politica fiorentina, perché la possibilità di una campagna militare contro L. sembrò allontanarsi e a Firenze divennero forti i timori che il re di Napoli potesse riprendere la sua politica aggressiva. L. riuscì infatti a provocare la dissoluzione della coalizione nemica e a concludere con Firenze, il 7 genn. 1411, una pace separata che obbligava la città alla neutralità nella contesa con Luigi II, poiché restituì Cortona, Pierle e Mercatale. Nello stesso tempo Firenze, all'inizio del 1411, si offrì anche di mediare una pace tra L. e Giovanni XXIII. Il re dovette perciò ufficialmente negare obbedienza a Gregorio XII, che dal novembre 1409 risiedeva a Gaeta per volontà dello stesso L., mentre Giovanni XXIII aveva tolto il suo appoggio a Luigi II d'Angiò.

Questi, nell'autunno 1410, ancora una volta mise insieme un esercito per conquistare il Regno. L. non aveva evidentemente creduto il suo rivale capace di un'offensiva, per cui fu sorpreso della sua comparsa a Roma il 4 apr. 1411. All'ultimo momento, con una mediazione fiorentina e veneziana, cercò di arrivare ancora a un accordo con Giovanni XXIII, che però rifiutò ogni tentativo di rappacificazione, sentendosi sicuro della vittoria perché, oltre che su Braccio da Montone, poteva contare anche sull'esperto condottiero Muzio Attendolo Sforza.

Il 28 apr. 1411 Luigi II, a capo di un imponente esercito, lasciò Roma, mentre L. riuniva rapidamente le truppe e le lanciava verso Nord per sbarrare la strada all'Angiò presso Roccasecca. Qui il 19 maggio si giunse a una battaglia sulle rive del Liri dove l'esercito angioino ottenne una schiacciante vittoria grazie alla superiore guida dello Sforza. Il campo dei nemici e numerosi prigionieri caddero nelle mani degli Angioini mentre le schiere di L. si ritirarono precipitosamente verso Sud. Luigi II, contro il consiglio dello Sforza, non inseguì il nemico contando su una fuga di L. verso Napoli o credendo di aver già vinto la battaglia per il Regno. L. poté così raccogliere le truppe nella fortificata San Germano e occupare una nuova linea di difesa. Quando il duca d'Angiò, dopo alcune settimane, raggiunse le postazioni del suo rivale, non gli fu possibile sfondare la difesa di L., e tornò scoraggiato a Roma.

Con la sua esitazione Luigi II aveva perso una straordinaria occasione per ottenere una svolta decisiva in suo favore: ne era consapevole e già il 3 agosto si imbarcò da Ostia per la Provenza, chiudendo definitivamente la guerra per il Regno di Napoli. Sebbene dopo il ritiro del suo più importante alleato non vi fosse più alcuna speranza per Giovanni XXIII di domare L. con la forza, il papa non era disposto a concludere la pace con il re di Napoli. Giovanni XXIII ripose invece le sue speranze in Sigismondo di Lussemburgo, che il 21 luglio 1411 era stato eletto re dei Romani e che già nel 1410 aveva mostrato la sua disponibilità a riconoscere Giovanni XXIII e a cooperare con lui. Il pontefice perciò scomunicò ancora una volta il re di Napoli (11 ag. 1411) e lo depose come re, mentre L. alla fine del 1411 represse la ribellione di alcuni nobili nel Regno, passati di nuovo in primavera con il pretendente francese.

Nel 1412 Giovanni XXIII subì però gravi contraccolpi, poiché L. guadagnava di nuovo terreno nello Stato pontificio. Carlo Malatesta, che da gennaio 1411 era al servizio di L., occupò parte della Marca di Ancona, ma soprattutto, il 19 maggio 1412 lo Sforza cambiò parte e si schierò con L., per via della sua rivalità con Paolo Orsini. Considerato che al momento né L., né Giovanni XXIII possedevano i mezzi sufficienti per decidere a loro favore l'esito della guerra e che il conflitto già da tre anni stava consumando le loro risorse finanziarie, i due alla fine di maggio erano pronti a concludere la pace, che avrebbe concesso loro almeno una pausa. Grazie alla mediazione fiorentina, il 17 giugno L. e il delegato pontificio, il cardinale Rinaldo Brancaccio, conclusero presso San Felice Circeo un accordo, annunciato a Roma e a Napoli solo in ottobre.

L. promise di riconoscere come legittimo pontefice Giovanni XXIII, che tolse il suo appoggio a Luigi II. Al re fu confermato il dominio su Perugia, Terracina, Ceprano, Ascoli Piceno, Benevento e San Felice Circeo almeno in forma di vicariati della Curia romana. L. fu dispensato dal censo feudale di 8000 once d'oro per dieci anni e gli furono liquidati, come neoeletto gonfaloniere della Chiesa, 75.000 fiorini, mentre il papa doveva retribuire anche lo Sforza, che sarebbe rimasto al servizio del re per due anni con una condotta di 125.000 fiorini a carico della Camera apostolica.

A prima vista si trattava davvero di un successo diplomatico di L., poiché gli si fecero sperare agevolazioni territoriali ed economiche, in cambio del riconoscimento di Giovanni XXIII; si diffuse perciò la voce secondo la quale il re si sarebbe lasciato conquistare dalle promesse finanziarie del papa. Per Giovanni XXIII si trattava invece probabilmente solo di una manovra tattica per guadagnare tempo e per cercare, dopo la caduta di Luigi II d'Angiò, un nuovo alleato, tanto più che egli non poteva e non voleva affatto adempiere agli enormi impegni finanziari contratti. Simili dovrebbero essere state le riflessioni del re di Napoli che, soprattutto dopo che lo Sforza era entrato definitivamente al suo servizio, aspettava solo il momento buono per occupare di nuovo lo Stato pontificio. Il 16 ott. 1412 L. riconobbe Giovanni XXIII come legittimo papa e gli prestò omaggio per il Regno e per i vicariati delle diverse città affidategli. Gregorio XII fu costretto a lasciare Gaeta il 31 ottobre e a cercare riparo a Rimini.

In realtà la pace tra il papa e L. si rivelò fragile. L., nonostante le rassicurazioni del papa, temeva soprattutto un intervento di Sigismondo in Italia, al quale inutilmente presentò, nell'estate 1412 tramite una mediazione fiorentina, un'offerta di pace. Nello stesso tempo il re di Napoli conduceva trattative con Venezia per un'alleanza contro il re dei Romani, trovandosi la Repubblica di Venezia dal 1409 in aperto conflitto con Sigismondo, che non aveva riconosciuto la vendita da parte di L. di Zara e delle altre località dalmate e ne chiedeva la restituzione. Sebbene dal 1411 Sigismondo avesse cercato di mettere militarmente in ginocchio Venezia, la Serenissima reagì anche questa volta in modo discreto e il 28 apr. 1413 respinse definitivamente l'offerta di L., poiché il 17 aprile aveva concluso con Sigismondo un armistizio di cinque anni sulla base dello status quo; nei conflitti successivi Venezia conservò una stretta neutralità.

Già verso la fine del 1412 si giunse a una sempre più stretta cooperazione tra Sigismondo e Giovanni XXIII; il papa si impegnò a mediare la pace tra Venezia e il futuro imperatore, mentre i suoi rapporti con L. erano di nuovo tesi, perché Giovanni XXIII non adempiva agli impegni finanziari sottoscritti al Circeo; inoltre, dall'estate 1412, cercò di rafforzare la sua autorità nello Stato pontificio anche nei confronti dei sostenitori del re di Napoli. Dato che pure Firenze, nel marzo 1413, si mostrò disponibile a trattare con Sigismondo, L. ottenne l'atteso pretesto per una nuova invasione nello Stato pontificio, tanto più che lo Sforza era riuscito a chiudere ogni possibilità di manovra e a immobilizzare nelle Marche Paolo Orsini.

Il papa e Firenze non si aspettavano evidentemente questa reazione del re e furono tanto sorpresi del suo attacco che, ancora in maggio, mostrarono la loro disponibilità a fare altre concessioni, certo solo con lo scopo di guadagnare tempo, ma L., a metà maggio 1413, mise di nuovo in marcia il suo esercito verso Nord, mentre la flotta bloccava dal 31 maggio la foce del Tevere. La notte dell'8 giugno le truppe napoletane espugnarono di nuovo Roma e la occuparono, e il re inserì subito suoi sottomessi nell'amministrazione di questa città e di quelle vicine. Il papa fuggì e, l'8 novembre, si stabilì a Bologna, mentre stavolta la soldatesca, a differenza di quanto accadde nel 1408, saccheggiò e devastò Roma.

Quasi tutte le città del Lazio settentrionale e dell'Umbria, come Tuscania, Acquapendente, Montefiascone e Viterbo, capitolata il 25 giugno, si sottomisero a Ladislao. Solo Orvieto, Todi e alcune altre piccole località rifiutarono di riconoscere la sua sovranità. Sebbene L., il 1° luglio 1413, fosse tornato a Napoli e avesse incaricato Angelo Broglio (Tartaglia di Lavello) e Ottino de Cariis delle operazioni contro Orvieto e Todi, a Firenze si temeva un attacco di L. o dei suoi capitani in Toscana. Firenze mise in atto quindi una febbrile attività diplomatica per respingere un attacco del re e pregò Sigismondo di arrivare a Bologna con un esercito. Il re dei Romani non aveva però a disposizione le truppe necessarie e quindi sfruttò le trattative con i legati pontifici, avvenute a Como e a Lodi nell'ottobre e novembre 1413, soprattutto per ottenere il consenso al concilio generale che il 1° nov. 1414 doveva riunirsi a Costanza.

Poiché un possibile concilio in territorio imperiale sotto il controllo di Sigismondo rappresentava una seria minaccia per L., il re alla fine del 1413 avviò, accanto allo sforzo militare, anche una vivace attività diplomatica con Genova, Siena e il re d'Aragona Ferdinando I e si mostrò disponibile a riconoscere papa Benedetto XIII; fallì però il suo tentativo di prendere al servizio, accanto allo Sforza, anche Braccio da Montone. L. sfruttò l'inverno 1413-14 per utilizzare nuove fonti finanziarie, rafforzare l'esercito e organizzare l'amministrazione dello Stato pontificio.

Alla fine di febbraio 1414 L. si mise di nuovo in marcia da Napoli e l'8 marzo arrivò a Roma, dove, il 14 marzo, commise il famoso sacrilegio, quando, a S. Giovanni in Laterano, si fece mostrare le teste di s. Pietro e di s. Paolo, equestre stando. Il 25 aprile L. lasciò Roma per conquistare le località del Lazio settentrionale e dell'Umbria che ancora resistevano e costringerle alla capitolazione. Il 4 maggio sottomise anche Orvieto, mentre Paolo Orsini - che fino a quel momento aveva garantito con Braccio da Montone la difesa delle località dello Stato pontificio ancora sotto il controllo del papa - passò di nuovo dalla parte di Ladislao. Sebbene l'assedio di Todi (fine maggio - inizio giugno) non avesse avuto successo, Firenze si allarmò quando anche la flotta napoletana cominciò a operare davanti alle coste toscane e fallì un nuovo tentativo di ottenere il diretto intervento di Sigismondo (maggio 1414) nell'Italia centrale o almeno per l'invio delle sue truppe. Firenze presentò perciò una proposta di pace e, il 22 giugno ad Assisi, si poté concludere un accordo tra i legati fiorentini e il re, perché questi voleva anzitutto portare a compimento la conquista dello Stato pontificio ma non disponeva delle forze necessarie per un diretto attacco a Firenze o per l'occupazione della Toscana.

Firenze riconobbe tutte le conquiste del re nel Lazio, in Umbria e nelle Marche e il suo dominio sopra gran parte dello Stato pontificio. La conclusione della pace fu quindi per L. un ultimo grande successo diplomatico, sebbene il sovrano fosse sicuramente consapevole che per i Fiorentini si trattava solo di una mossa tattica e che Firenze - in caso di un cambiamento dei rapporti di forze per un possibile intervento di Sigismondo nell'Italia centrale - avrebbe probabilmente revocato le concessioni. Giovanni XXIII, considerando la mutata situazione e non avendo speranza nell'intervento del re dei Romani, mostrò disponibilità a riconciliarsi con L. e a riconoscere le sue conquiste nella forma di un vicariato, tanto più che egli aveva poco interesse per un concilio in Germania, che sarebbe stato sotto il controllo imperiale e che avrebbe deliberato la sua destituzione.

Proprio quando l'intero Stato pontificio, escluse Todi e Bologna, era già sotto il controllo del re e un secondo trionfo diplomatico, che avrebbe finalmente legalizzato la sua conquista, sembrava vicino, L. fu colpito, all'inizio o a metà luglio 1414, da una grave febbre; fu quindi costretto a interrompere l'assedio - di nuovo intrapreso - a Todi e a tornare a Roma, dove arrivò il 30 luglio. Già segnato dalla morte, proseguì lo stesso giorno il viaggio in nave. Il 2 agosto arrivò a Napoli, dove morì la mattina del 6 ag. 1414.

L'improvvisa e inaspettata scomparsa del re diede subito adito alla diceria che egli sarebbe stato avvelenato per volontà di Firenze, che con la morte di L. veniva liberata da una pericolosa minaccia. Recenti studi di storia della medicina (Sorrentino) hanno però dimostrato in modo convincente che L. fu vittima di una sfrenata vita sessuale: era già noto ai suoi tempi che egli cambiava continuamente le sue amanti, anche se Maria Guindazzo rimase a lungo la sua favorita. L. morì perciò per un'infezione dell'apparato genitale, probabilmente un ascesso prostatico, senza lasciare discendenza legittima (gli succedette la sorella maggiore, la regina Giovanna II). Fu seppellito a Napoli in S. Giovanni in Carbonara, dove Marco e Andrea d'Onofrio da Firenze, su incarico di Giovanna, costruirono una tomba monumentale, completata solo nel 1428.

Il continuo impegno di L. nell'attività militare impedì la realizzazione di riforme fondamentali nell'amministrazione del Regno. Unica importante innovazione introdotta in ambito amministrativo fu la creazione della carica di viceré (vicemregens) nelle singole regioni del Regno. Alla carica, istituita nel 1392 in una fase critica della lotta per il trono, erano attribuite competenze straordinarie, militari e amministrative. I viceré avevano competenze sostanzialmente maggiori dei giustizieri del Regno - che erano loro subordinati - e di regola presiedevano a tutta l'amministrazione finanziaria. Significativa innovazione all'interno della Cancelleria fu il fatto che L., dal 1396, cominciò a confermare sempre più mandati e privilegi di propria mano, con la formula "per manus nostri predicti Regis Ladizlay"; questo dato dimostra che egli partecipò attivamente agli affari del governo e dell'amministrazione e che controllò anche il lavoro della Cancelleria.

Un giudizio conclusivo su L. come sovrano è difficile, perché la sua fu una classica opera incompiuta e il re morì in modo del tutto inatteso. A. Cutolo, autore di una fondamentale, sebbene in alcuni punti superata, monografia su L., giudica positivamente il suo governo e giunge alla conclusione che la sua politica sarebbe stata orientata solo alla difesa del Regno. L'opinione non può essere condivisa, perché L., almeno nella seconda fase del suo governo, perseguì una politica espansionistica aggressiva e volle estendere i confini del suo dominio fino all'Italia centrale. Non esiste invece alcuna seria prova per supposizioni (da ultimo Girgensohn, 1998) secondo le quali il re avrebbe aspirato alla dignità imperiale. Alcune fonti menzionano in realtà presunte ambizioni di L., ma si tratta quasi esclusivamente di fonti fiorentine o italiane (per es. Giovanni di Pagolo Morelli, p. 326; Giacomo de Delayto, col. 1088) che riferiscono solo personali timori e congetture o semplicemente dicerie. Non è tramandata invece volontà del genere riferibile a L. o alla sua immediata cerchia, e il re era certo abbastanza realista per riconoscere che un "Impero napoletano" non potesse realizzarsi. Non molto diversamente si può dire dell'affermazione secondo la quale egli si sarebbe proposto la conquista di tutta l'Italia, informazione reperita in alcune fonti tarde o redatte molto lontano dalla corte napoletana (per es. Bonincontri, col. 106), ma ripresa anche da studi più recenti. A queste intenzioni si sarebbero contrapposte difficoltà insuperabili, come la decisiva opposizione di Firenze, dei Comuni e delle signorie nell'Italia centrale e settentrionale e non ultimo di Sigismondo, che non avrebbero passivamente accettato un'eccessiva espansione della sfera di potere di Ladislao. Inoltre il re non disponeva di mezzi finanziari per realizzare tali grandiose campagne militari e progetti di così ampia portata. Gli studi più recenti hanno in parte giudicato in modo essenzialmente critico L. e gli hanno rimproverato il dispotismo, espresso soprattutto nell'annientamento dei più potenti vassalli del Regno, come i Sanseverino e Raimondo Del Balzo Orsini. Tale giudizio riconosce che costoro avevano sfruttato a proprio esclusivo vantaggio la lotta per il trono tra i Durazzo e gli Angioini francesi al fine di ampliare il loro potere con posizioni opportunistiche, ottenendo in tal modo nuovi possedimenti e feudi. Se L., dopo la vittoria su Luigi II nel 1399, voleva rafforzare veramente il suo regno, non avrebbe avuto altra scelta che eliminare questa continua minaccia, perché le potenti famiglie nobili avrebbero sfruttato ogni occasione e il minimo segno di debolezza per ribellarsi di nuovo. Allo stesso modo la vittoria del re nella lotta contro Luigi II d'Angiò è stata ripetutamente attribuita alla totale incapacità del suo avversario. Il duca d'Angiò era sicuramente tutt'altro che un importante generale, ma il più recente lavoro su di lui, che si occupa soltanto del suo dominio nei possedimenti francesi (M.-R. Reynaud, Les temps des princes. Louis II et Louis III d'Anjou-Provence 1384-1434, Lyon 2000), riesamina il giudizio sul duca e lo mostra come politico capace e avveduto amministratore. Se quindi Luigi II possedette qualità di sovrano, allora anche la vittoria di L. nella lotta per il trono è da ricondurre non soltanto al fallimento del suo rivale per la corona di Napoli, ma anche alle sue stesse capacità.

Considerazioni diverse vanno fatte invece riguardo ai successi di L. nello Stato pontificio, chiaramente favoriti da circostanze esterne. I pontefici successivi a Bonifacio IX furono piuttosto insignificanti e deboli e in occasione del concilio di Pisa i papi delle due obbedienze tentarono entrambi di prendere il controllo dello Stato della Chiesa. La conseguenza fu una crescente erosione dell'autorità pontificia, per cui ampie parti dello Stato toccarono a L. nel 1408-09 e nel 1413-14. L'occupazione di gran parte del Lazio e dell'Umbria non ebbe così bisogno di grandi sforzi militari, poté essere compiuta quasi senza battaglie e con eserciti relativamente piccoli. Le fonti più tarde attribuiscono all'esercito forze impressionanti, di 12.000-15.000 cavalieri, ma si tratta di esagerazioni, perché L. non disponeva dei mezzi finanziari necessari. La doppia conquista di Roma, inoltre, non deve ingannare: una volta (1408) la città cadde nelle sue mani senza combattimenti, mentre nel 1413 era quasi totalmente sguarnita di truppe; sintomatico è il fatto che nel 1414 L. non riuscì a prendere una città militarmente insignificante come Todi. Inoltre, soprattutto nella seconda metà del 1409, il dominio del re in queste zone era piuttosto effimero, tanto da crollare alla prima reazione degli avversari. Molte delle città gli si sottomisero evidentemente solo perché non vedevano alternativa e L. era l'unico che poteva garantire pace e ordine, per cui è improbabile che L. avrebbe potuto consolidare il suo dominio nello Stato pontificio dopo il 1414. Aperta deve rimanere anche la questione dell'intenzione di L. di unire a lungo termine di questi territori con il Regno.

Sebbene non fosse proprio un geniale comandante (perse miseramente l'unica grande battaglia campale che combatté, nel 1411 a Roccasecca), L. fu sotto molti aspetti un "re condottiero" e i territori da lui governati (soprattutto quelli occupati nello Stato pontificio ma, con qualche riserva, anche il Regno) alla fine non erano diversi da una signoria improntata sulla sua persona. La durata delle sue conquiste poteva dunque dipendere solo da lui o da un successore capace di procedere sul suo cammino e di consolidare la sua opera. La sorella Giovanna non poté in nessun modo corrispondere a tali esigenze.

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