LAMBERTO, re d'Italia, imperatore

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 63 (2004)

di Tommaso Di Carpegna Falconieri

LAMBERTO, re d'Italia, imperatore. - Figlio di Guido di Spoleto e di Ageltrude di Benevento, nacque verso l'880, forse a San Rufino "a Campu de Rota", cella dell'abbazia di S. Vincenzo al Volturno (ma l'atto che trasmette tale notizia è un falso grossolano: cfr. I diplomi di Guido e Lamberto, 1906, pp. 60 s.). L. fu associato dal padre come re d'Italia e consacrato a Pavia nel maggio 891. L'anno successivo, il 30 aprile, fu incoronato imperatore insieme con suo padre da papa Formoso, durante un sinodo celebrato a Ravenna.

In quell'occasione i due imperatori strinsero un patto con il pontefice, confermando alla Chiesa romana tutte le donazioni elargite da Pipino e dai suoi successori. Il giovanissimo imperatore, come si evince dal diploma emanato il giorno successivo (ibid., pp. 34-36), era, almeno da un punto di vista formale, rivestito delle stesse prerogative del padre, al fianco del quale era dunque posto in grado di uguaglianza. Ma questo atto è l'unico nel quale Guido e L. si trovino insieme: in seguito, finché Guido rimase in vita, L. non figurò nei diplomi.

Solo pochi giorni dopo la morte di Guido (novembre 894), Berengario del Friuli, ritenendo di poter facilmente avere la meglio sul giovane erede del suo avversario, occupò la capitale del Regno, Pavia. Ma L., benché adolescente, aveva il forte sostegno della madre Ageltrude che, vivente Guido, aveva portato il titolo di "consors Regni". Inoltre i vassalli italiani di suo padre, con in testa il marchese di Toscana, non lo avevano abbandonato. Berengario, reputando la sua posizione insostenibile, fu costretto ad abbandonare Pavia, ripresa da L. già nel gennaio 895.

In quel periodo papa Formoso, che intratteneva una corrispondenza con Folco di Reims, consanguineo di L., si dichiarò contro Arnolfo e Berengario scrivendo all'arcivescovo, cui stava molto a cuore la dinastia dei Guidoni, di volere aver cura paterna di L., di volerlo trattare come un figlio carissimo e mantenere con lui un'inviolabile concordia (Flodoardus, p. 376). Pochi mesi dopo, però, il papa mutava di nuovo avviso, preoccupato dagli sviluppi delle operazioni militari condotte da Guido (IV) di Spoleto nel Meridione d'Italia per conto di L. e di sua madre. Benevento, occupata dai Bizantini nell'891, era stata infatti ripresa dai Franchi di Spoleto nell'agosto 895. Formoso vedeva, in questa azione condotta per conto di L., il rinnovarsi della politica tradizionale dei duchi di Spoleto, contrapposta agli interessi pontifici nel Mezzogiorno e pericolosa per la morsa in cui poteva stringere Roma. Per questo, nel settembre 895 gli ambasciatori del papa giunsero da Arnolfo di Carinzia, figlio naturale di Carlomanno di Baviera, pressandolo perché scendesse ancora a Roma per difendere la Chiesa. Il re di Germania - che ambiva alla corona imperiale già dall'887, quando era stato il principale responsabile della deposizione di Carlo il Grosso, e che già nell'894 aveva tentato inutilmente di giungere fino a Roma - si mosse in ottobre e percorse la penisola alla testa di un forte esercito, composto soprattutto di Franchi e Alamanni, con il quale occupò Pavia in dicembre, per poi attraversare rapidamente il Po e gli Appennini. La discesa di Arnolfo provocò il rovesciamento delle alleanze stabilite da Guido.

Mentre Berengario rimaneva nemico di entrambi i concorrenti, Maginfredo conte di Milano si ribellò a L., e ottenne da Arnolfo il governo dell'Italia cispadana a occidente dell'Adda; nello stesso tempo, la parte orientale era affidata a Valfredo conte di Verona, che in tal modo si impadroniva anche della Marca del Friuli, appartenente a Berengario. Poco dopo, anche Adalberto di Toscana e Ildebrando degli Aldobrandeschi aderivano al re di Germania. Mentre l'esercito di Arnolfo avanzava lentamente, ostacolato dalle piogge torrenziali e dallo straripare dei fiumi, L. continuava ad arretrare senza ingaggiare battaglia campale. Non potendo fermare Arnolfo, L. si ridusse al sicuro a Spoleto, mentre il suo antagonista giungeva sotto le porte di Roma il 21 febbr. 896. Dopo avere combattuto contro i difensori comandati da Ageltrude, asserragliatasi nella Città Leonina, Arnolfo riuscì a entrare e a ricevere, il 22 febbraio, la corona imperiale in S. Pietro per mano di papa Formoso.

Era la prima volta che il medesimo pontefice consacrava e incoronava due imperatori contrapposti. Quel giorno Arnolfo convocò il popolo a S. Paolo, impose il giuramento di fedeltà e fece promettere ai Romani che non avrebbero mai aiutato L. o sua madre (nel frattempo fuggita) e mai avrebbero consegnato loro la città. Dopo una permanenza di due settimane, Arnolfo partì alla volta di Spoleto, per sferrare l'assalto finale al suo nemico. Ma, quando già si trovava in cammino con l'esercito, fu colto da un colpo apoplettico che lo ridusse su una lettiga. La cosa veniva talmente a proposito, da destare il sospetto che il male fosse stato causato dal veleno fattogli somministrare da Ageltrude. Arnolfo tornò precipitosamente in Germania senza incontrare ostacoli, ma lasciò L. e Berengario padroni del campo.

L. rientrò subito a Pavia e, ottenuto nuovamente il controllo dell'Italia settentrionale, annullò gli atti di Arnolfo e giudicò alcuni traditori, tra i quali Maginfredo di Milano, che fu decapitato. Anche Berengario, però, si era affrettato a recuperare il dominio su Verona e sulla Marca del Friuli. Tra ottobre e novembre dell'896 i due contendenti al trono italico si incontrarono sul Ticino nei pressi di Pavia e si accordarono sulla spartizione del territorio del Regno. La tregua tra i due, conclusa soprattutto per la consapevolezza di avere un nemico comune, confermava all'incirca lo stato di fatto dell'889, assegnando a Berengario il territorio tra il Po e l'Adda (con l'aggiunta, rispetto alla situazione precedente, della città di Bergamo), mentre L. avrebbe avuto la rimanente parte dell'Italia. Forse in quell'occasione, per meglio sancire l'accordo, si preparò anche il matrimonio tra L. e Gisella figlia di Berengario (Fasoli, p. 40). Nel rievocare la presenza contemporanea di questi due sovrani, Liutprando (p. 27) espresse il famoso giudizio secondo il quale gli Italiani vogliono sempre avere due signori, in modo da poterli tenere entrambi sotto controllo con il timore l'uno dell'altro.

Al principio dell'897 L., avendo le spalle coperte a Settentrione dall'accordo con Berengario, poté tornare a Roma - insieme con la madre Ageltrude e con il nipote Guido (IV) di Spoleto -, dove fu acclamato nuovamente imperatore, come si evince da una lettera del 23 genn. 897 datata con l'anno d'impero di L. (Jaffé, n. 3514). Stefano VI, secondo successore di Formoso, che era morto il 4 apr. 896, fece riesumare il corpo del suo predecessore e lo sottopose a un macabro processo.

Il corpo del papa fu vestito dei paramenti pontificali, portato nella sala del sinodo e interrogato, mentre un diacono rispondeva al suo posto. Ingiuriato e accusato di nefandezze, Formoso fu condannato e la sua elezione dichiarata nulla. Il cadavere fu spogliato, mutilato di tre dita della mano destra, trascinato per la città e infine gettato nel Tevere.

L'iniziativa del sinodo ad cadaver - questo il nome tradizionalmente dato all'evento - è stata spesso attribuita a L. e ad Ageltrude, che si sarebbero in tal modo vendicati del tradimento di Formoso.

Anche se è fuori di dubbio che né l'imperatore, né l'imperatrice madre impedirono la celebrazione del sinodo, al quale forse persino presenziarono, e benché sia evidente che la condanna di Formoso e del suo operato tornava loro utile, in quanto comportava l'invalidità della consacrazione imperiale di Arnolfo, alcuni studi, introdotti da Lapôtre e proseguiti da Arnaldi, hanno ravvisato come l'accadimento, così grave ed epocale nella storia del Papato altomedievale, vada riferito soprattutto alla lotta tra le fazioni cittadine di Roma. Ne seguì la lunga e complessa questione formosiana che vide, nelle prime fasi, la morte per strangolamento di Stefano VI in seguito a un tumulto provocato dai fautori di Formoso, quindi l'elezione dei papi Romano e Teodoro II che governarono solo qualche mese. Nel gennaio 898 il neoeletto Giovanni IX volle risolvere la gravissima questione, e anche per questo cercò l'appoggio di L., con il quale tentò di mettere in piedi una salda alleanza, dalla quale entrambi si attendevano il consolidamento del loro potere.

Il papa riunì immediatamente a Roma due concili, nei quali furono cassati gli atti del sinodo del cadavere e Formoso fu riabilitato. Pochi giorni dopo L. convocò una Dieta a Ravenna (febbraio 898), cui prese parte il papa con circa settanta vescovi provenienti dall'Italia centrosettentrionale. Durante l'incontro fu rinnovato il patto che Guido e L. avevano stabilito con il pontefice nell'892, e definito in dieci capitoli numerosi problemi pendenti, tra i quali la legittimazione imperiale di L., ottenuta convalidando la sua incoronazione, la delegittimazione di Arnolfo, la cui incoronazione si disse imposta dalla violenza barbarica, la legittimazione dell'elezione di Giovanni IX, la condanna del suo concorrente, l'antipapa Sergio III, e la soluzione della questione formosiana, ottenuta convalidando le ordinazioni e i sacramenti impartiti da Formoso. Con un importante recupero della Constitutio Romana di Lotario dell'824, si sancì la non validità dell'elezione pontificia in assenza dei messi imperiali. L. dimostrava con questo atto di voler governare con determinazione sui poteri locali, in accordo con il papa e in continuità con l'ispirazione paterna della "Renovatio Regni Francorum". Ma il successo politico ebbe durata brevissima. Il marchese di Toscana Adalberto, il suo più potente vassallo, già si era mostrato poco fedele assecondando Arnolfo; in seguito, nell'inverno 896, aveva stretto buoni rapporti con Berengario e poi aveva osteggiato l'elezione di Giovanni IX. Ribellatosi apertamente a L., alla fine dell'estate tentò un colpo di mano per impadronirsi di Pavia. L., avvertito del pericolo imminente mentre si trovava a caccia a Marengo, riuscì a prenderlo di sorpresa presso Borgo San Donnino e lo condusse prigioniero a Pavia perché fosse giudicato. Questo secondo successo aumentò ancora il prestigio di L. che, ormai in pace con il papa e con Berengario, poteva sperare di governare senza troppe difficoltà il Regno d'Italia.

La morte, provocata da una caduta da cavallo, lo colse a Marengo il 15 ott. 898, durante una partita di caccia al cinghiale.

Si disse che fosse stato ucciso da Ugo, figlio di Maginfredo di Milano, per vendicare l'esecuzione del padre; ma la notizia, tramandata anche da Liutprando (p. 31), è da accogliersi con riserva. La fine inattesa di L. aprì un ampio spazio di manovra a Berengario, che neanche venti giorni dopo era già insediato a Pavia.

Con L., forse sepolto a Varfio (Piacenza), ebbe fine il potere dei Guidoni (detti anche Lambertingi) di Spoleto, una delle più potenti dinastie italiane del IX secolo. Sovrano avvenente e sagace, condivise la sorte poetica degli eroi morti giovani e fu pianto in un epitaffio che era stato scolpito sulla sua tomba (Poetae Latini Medii Aevi, IV, 1, p. 402: "Sanguine precipuo Francorum germinis ortus // Lambertus fuit hic Caesar in Urbe potens // Alter erat Constantinus, Theodosius alter // Et princeps pacis clarus amore nimis". Molti decenni dopo, Liutprando gli dedicò alcune pagine dell'Antapodosis, chiamandolo "elegans iuvenis", ma anche "vir severus", e concluse il primo libro dell'opera con una lode dei suoi costumi. Solo Flodoardo lo inserisce, insieme con il padre, nella linea dei re carolingi, mentre le fonti germaniche considerano lui e Guido come invasori. La politica di L. non può essere disgiunta da quella del padre, perché il suo governo fu troppo breve e perché l'influenza della madre, Ageltrude, rappresentò un saldo legame tra i due regni. Egli si trovò ad agire nell'epoca che Cammarosano ha definito "dei piccoli re" (p. 226). Dai suoi atti, tra i quali il capitolare dell'898, traspare la volontà di tutela della res publica (ibid., p. 210). L'attività legislativa di L., poca cosa rispetto alle leggi dei re longobardi e dei primi Carolingi, è tuttavia di qualche rilievo. Forse è da attribuire all'ambiente della sua corte una compilazione di diritto romano nota come Lex Romana Utinensis (Fasoli, p. 55). Degli atti da lui emanati si conservano undici diplomi autentici, cui si aggiungono due falsi e si ha memoria di dieci diplomi perduti. I privilegi sono solo alcuni tra quelli rilasciati, e sono tutti datati da luoghi dell'Italia settentrionale (probabilmente perché solo lì si sono conservati); destinatari sono un Amalgiso "fidelis", la Chiesa di Piacenza, Ingelberto visconte di Parma, l'imperatrice Ageltrude, il monastero di Bobbio, S. Ambrogio di Milano, le Chiese di Firenze, Parma, Arezzo, Modena. La sua Cancelleria, bene organizzata, fu una continuazione di quella del padre.

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