legalita

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Enciclopedia dei ragazzi (2006)
di Gaetano Pecora

legalità

Il rispetto della legge

Per legalità si intende il principio che obbliga gli organi dello Stato a esercitare i loro poteri nel rispetto della legge. Ieri, con lo Stato di diritto, questo obbligo valeva solo per il governo, per i giudici e per la pubblica amministrazione. Oggi, con lo Stato costituzionale, esso viene esteso anche al parlamento

il rimedio contro l’arbitrio

Fin dall’antichità classica, è stato elaborato un criterio preciso per distinguere il governante buono da quello cattivo, il governante corretto – come si dice – da quello corrotto. Secondo questo criterio, corrotto è il governante che esercita i propri poteri capricciosamente, secondo l’estro del momento, senza cioè che nessuna regola disciplini la sua attività. Per converso, il governante buono è colui che svolge i suoi compiti nel rispetto di norme fisse e prestabilite, che per loro natura non consentono alcun arbitrio. In tempi più recenti, queste regole fisse e prestabilite sono state individuate nelle leggi del parlamento.

Le leggi del parlamento, dunque, scongiurano l’arbitrio e assicurano il buongoverno. Lo assicurano perché tutti gli altri organi dello Stato – governo, giudici, pubblica amministrazione – sono subordinati al parlamento e perciò devono attendere alle loro mansioni solo nell’ambito o in conformità di quel che il parlamento ha deciso con la legge. Ecco: questo è il principio di legalità.

Legalità significa quindi che tutti i poteri dello Stato – dall’esecutivo al giudiziario – si fondano sulla legge e non possono svolgersi in contrasto con le sue disposizioni. In questo senso, come recita per esempio l’articolo 1 del nostro Codice penale, «nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite».

Lo Stato di diritto

Il principio di legalità ha trovato la sua realizzazione più compiuta nell’Ottocento, con lo Stato di diritto inteso in senso stretto. Si definisce in senso stretto perché in esso la legalità è circoscritta, limitata e appunto ristretta ai soli organi del potere giudiziario ed esecutivo. Soltanto i giudici e il governo (oltre che gli amministratori) sono vincolati alla legge e, dunque, subordinati al parlamento che della legge è l’artefice.

Ma chi vincola il parlamento? Finché si rimane nella legalità ristretta, questa domanda non è suscettibile di risposta; e, infatti, non vi risposero i teorici dello Stato di diritto per i quali, in linea di principio, il parlamento può tutto. Ma se può tutto, evidentemente, può anche adottare misure ingiuste, come, per esempio, la soppressione delle libertà fondamentali. L’importante è che tale soppressione venga disposta per legge.

Lo Stato costituzionale

La legalità ristretta, dunque, caratterizza lo Stato di diritto. Tuttavia esso non è uno Stato limitato dal diritto; è uno Stato, invece, che per mezzo del diritto, attraverso cioè lo strumento della legge, può avanzare fin dove lo spinge l’arbitrio del parlamento. Con la conseguenza che l’arbitrio, scacciato dai piani bassi dello Stato (la giurisdizione e l’esecuzione), riappare al piano alto (la legislazione): cambia di posto, perciò, ma non sparisce.

Per sparire è necessario che lo stesso parlamento venga subordinato a leggi superiori che esso non può modificare (o che può modificare solo in parte). Questa legge superiore è la costituzione. Con la costituzione, dunque, si dilatano i confini della legalità; e da una legalità ristretta che vale solo per i giudici, il governo e gli amministratori si passa a una legalità allargata che si impone anche al legislatore le cui leggi, d’ora innanzi, diventano valide soltanto se sono conformi alle superleggi costituzionali.

In questo modo, si legalizza la funzione legislativa e muta la natura stessa dello Stato, che da Stato di diritto diventa Stato costituzionale. Per Stato costituzionale si intende quello Stato nel quale non soltanto vi è una costituzione che sancisce i diritti individuali, ma che prevede anche un organo, la Corte costituzionale, incaricato di controllare che le leggi non violino tali diritti. Esso è una conquista del Novecento che ha onorato così, ampliandolo e arricchendolo, il principio della legalità.

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