Doppie, lettere

Enciclopedia dell'Italiano (2010)

di Silvia Demartini

doppie, lettere

1. Definizione

Le lettere doppie (dette anche geminate, dal lat. gemino «raddoppio») sono la rappresentazione grafica delle consonanti che, in posizione intervocalica, vengono pronunciate al grado intenso, cioè con energia articolatoria superiore rispetto al grado tenue delle consonanti semplici. In lingua italiana quindici consonanti possono essere pronunciate sia tenui sia intense: otto occlusive (/p/, /b/, /m/, /t/, /d/, /n/, /k/, /g/), tre fricative (/f/, /v/, /s/), due affricate (/ʧ/, /ʤ/), una vibrante (la liquida /r/) e una laterale (la liquida /l/). Le consonanti tenui sono rese graficamente scrivendo una sola volta il grafema che le identifica (per es., cane, rosa), quelle intense sono trascritte ripetendolo due volte (per es., canne, rossa) (➔ alfabeto; ➔ ortografia).

2. Fonetica e grafia delle lettere doppie

2.1 Il valore distintivo delle lettere doppie

In italiano le lettere doppie hanno valore distintivo rispetto alle scempie (o semplici) sia a livello fonologico sia grafematico. Esse, cioè, possono rendere coppie minime come cane ~ canne, caro ~ carro, rosa ~ rossa, note ~ notte svolgendo la funzione di grafemi dotati di valore oppositivo. Dal momento che quindici consonanti dell’alfabeto italiano possono comparire come lettere doppie in determinate parole, è possibile aggiungere ai grafemi dell’alfabeto italiano (i ventuno tradizionali e i cinque non autoctoni: ‹k, j, y, x, w›) anche i quindici rappresentati dalle lettere doppie.

2.2 I suoni sempre intensi e il caso di /ʦ/ + i + a, e, o

Cinque suoni consonantici sono sempre pronunciati come intensi. Sono le palatali /ʎː/ (figlio), /ɲː/ (bagnato) e /ʃː/ (biscia) e le affricate alveolari /tːs/ (pazzo, reputazione) e /dːz/ (azzannare). Tuttavia, l’intensità è segnalata nella grafia attraverso lettere doppie solo per le affricate alveolari e neppure in tutti i casi: infatti, all’affricata alveolare sorda /ʦ/ non corrisponde una doppia lettera quando precede i dittonghi composti da i + a, e, o, benché la pronuncia sia rafforzata (emozione, insaziabile), mentre si ha lettera doppia negli altri casi (mazza, fazzoletto). I tre suoni palatali, invece, sono rappresentati da combinazioni di lettere (gl + i, e; gn + a, e, i, o, u; sc + i, e) e anch’essi possono assumere valore distintivo (per es., biscia ~ bisca, lagna ~ lana, voglia ~ vola).

Il mancato raddoppiamento grafico dell’affricata /ʦ/ intensa davanti ai dittonghi i + a, e, o si spiega risalendo al latino. In italiano, infatti, da uno stesso termine latino possono essersi formate due parole, una vicina alla forma originaria, più conservativa, e una di tipo popolare, più innovativa. Gli esiti fonico e grafico delle due parole risultano, così, leggermente diversi, dando vita al fenomeno dell’allomorfia (➔ allomorfi; ➔ allografi). Per es., dalla parola latina vĭtĭum si ha sia vizio (esito dotto) sia vezzo (esito popolare), dalla parola latina rătĭo si ha sia razione (dotta) sia ragione (popolare) e via dicendo in molti altri casi simili. L’affricata alveolare sorda /ʦ/ si mantiene scempia davanti ai dittonghi proprio nei ➔ cultismi, più simile all’originario nesso latino -ti-. Fanno, infatti, eccezione a questa regola parole come carrozziere, corazziere, pazzia, razziera, che derivano da parole con doppia z: carrozza, corazza, pazzo, razzo (Malagoli 19122: 121-122).

Anche le ragioni della pronuncia intensa delle tre consonanti palatali citate (/ʎː/, /ɲː/, /ʃː/) va spesso ricercata nell’etimo latino. Queste derivano, infatti, nella quasi totalità dei casi, da una consonante intensa nel termine latino o latino-volgare: ad es., l’intensità della palatale /ʎ/ nella parola figlio deriva dallo sviluppo orale del latino-volgare *fīlljum dal classico fīlium.

2.3 Percezione e realizzazione delle lettere doppie nelle regioni d’Italia

La percezione dell’intensità delle consonanti palatali non è uniforme in tutto il territorio italiano, ma differisce da zona a zona (tecnicamente, varia in diatopia). Al Nord, soprattutto nel Veneto, l’orecchio fonologico dei parlanti fatica, infatti, a percepire come più lunga la durata della pronuncia di questi suoni, che, invece, è facilmente percepita al Centro e al Sud. Caratteristiche come questa dipendono dall’influsso delle parlate dialettali che, ben vive in Italia almeno come ➔ sostrato, contribuiscono a caratterizzare quelli che gli studiosi chiamano italiani regionali (➔ italiano regionale).

Nel caso delle lettere doppie, i dialetti settentrionali tendono in genere allo scempiamento o addirittura alla soppressione. In particolare il dialetto veneto, ma, in genere, tutti i dialetti del Nord si caratterizzano per la frequenza di forme del tipo vilan/-o per villano, caseta per casetta e via dicendo, fino a casi di dileguo (➔ indebolimento): per es., in piemontese, dal latino căballus si ha caval in certe zone, ma cavà in altre.

Simili scempiamenti compaiono graficamente negli scritti di autori classici settentrionali come ➔ Baldassarre Castiglione, ➔ Matteo Maria Boiardoe ➔ Ludovico Ariosto, i quali, talvolta, nel timore di sbagliare per difetto, cadono nell’errore opposto di introdurre lettere doppie improprie per ➔ ipercorrettismo: Ariosto, per es., scempia allora in alora, commercio in comercio, ma scrive doppo per dopo e staggione per stagione. Nello stesso autore troviamo anche cavallier (ricalcato su cavallo). Al contrario, i dialetti centro-meridionali sono caratterizzati dalla tendenza alla geminazione (con forme come cammara per camera, in napoletano), abitudine fonetica di cui si ha un riflesso evidente in cognomi diffusi, con piccole differenze, in tutta la Penisola: si ha, per es., Rubettino e Caponetto al Nord, ma Rubbettino e Caponnetto al Sud.

Un altro fenomeno connotato geograficamente a proposito delle lettere doppie è il ➔ raddoppiamento sintattico. Questa locuzione indica la pronuncia come parola unica di due parole contigue, in cui la consonante iniziale della seconda, collocata in sede intervocalica, viene pronunciata rafforzata: si ottengono così pronunce come [aˈkːasa] per a casa, [keˈdːiʧi] per che dici. È un tratto peculiare dell’italiano e, generalmente, non registrato dalla grafia. Lo è soltanto nei casi in cui le parole coinvolte nel raddoppiamento, nei secoli, si sono stabilizzate in forme univerbate (➔ contrazione; ➔ univerbazione) accolte nell’italiano standard come le comuni davvero (da + vero), soprattutto (sopra + tutto), chissà (chi + sa), intravvedere (intra + vedere) e molte altre.

3. Evoluzione delle lettere doppie nell’italiano

3.1 Meccanismi di generazione delle lettere doppie

Le lettere doppie dell’italiano sono un fenomeno complesso, perché non sono l’esito di un unico percorso evolutivo, ma il risultato di diverse trasformazioni. Inoltre, dal momento che sono la trasposizione grafica di un tratto fonetico spesso oscillante, anche la loro grafia tende a essere soggetta a variazione nel tempo e nello spazio. Premesso questo, va ricordato che già in greco e in latino esistevano parole con lettere doppie. Proprio ai grammatici latini risale, tra l’altro, il termine tecnico geminata, che troviamo usato, per es., da Prisciano nella formula «nam quamvis sit consonans, in eadem syllaba geminata iungi non posset» («infatti ogni qual volta ci sia una consonante, nella stessa sillaba non può essere aggiunta una geminata») (Prisciano Cesariense 1961: 14).

In genere, le parole latine che contenevano lettere doppie le hanno mantenute in italiano: si pensi a parole come ancilla > ancella, căballus > cavallo, commercĭum > commercio, stella > stella. Anche i prestiti dal greco, giunti a noi sia attraverso la mediazione della latinità sia come neoformazioni colte recenti, tendono a conservare le lettere doppie (si pensi a una parola come talassocrazia, da thalassa «mare» + krátos «potere»). Nel passaggio all’italiano vengono, invece, introdotte lettere doppie estranee al latino in seguito al fenomeno di geminazione della consonante che segue la vocale tonica nelle parole sdrucciole, come nel caso di femĭna(m) > femmina (femina è, peraltro, forma normalmente usata da Boccaccio) o căthĕdra(m) > cattedra.

Il principale fenomeno che porta alla formazione di lettere doppie è l’assimilazione consonantica (➔ assimilazione), cioè la trasformazione della prima consonante nella seconda. Le parole greche e latine contenenti il nesso -x- (cioè la consonante doppia -cs-) come saxum > sasso, come ălexănder > Alessandro o come il tecnicismo lexikón > lessico sono adattate all’italiano con -ss- (Alessandro, lessico) proprio per assimilazione, come anche i cultismi recenti del tipo tassonomia (da táxis «ordinamento» + nómos «norma»).

L’assimilazione ha trasformato, inoltre, anche altri nessi ostici come -ps- (scrīpsi > scrissi), -ct- (noctem > notte), -pt- (aptum > atto, da cui attore, attitudine, ecc.), -mn- (cŏlumna > colonna) e ha agito nell’evoluzione di parole con suffisso diminutivo come fēnūc(ū)lum > finocchio, aurĭc(ŭ)la > orecchia, vĕt(ŭ)lŭm > *vĕtlŭ (= veclu) > vecchio. In questi casi, a essere assimilato è il nesso -cl- che si trasforma in velare rafforzata. Caso singolare è quello della parola acŭcŭla, diminutivo di acus («ago»), che dà esito guggia in dialetto piemontese per errata segmentazione articolo-nome (detta discrezione dell’articolo). Da la aguggia si arriva, quindi, a l’aguggia e, infine a la guggia.

Un particolare tipo di assimilazione consonantica, simile a un raddoppiamento fonosintattico regressivo, riguarda, invece, le parole formate con prefissi latini, quali ad- e sub- (advĕntŭm > avvento, sub + portāre > supportare). Inducono, poi, al raddoppiamento della consonante iniziale della parola a cui sono uniti anche altri prefissi come, per es., ra- (rappresentare), so- (socchiudere), contra- (contrapporre). Tuttavia, per secoli, questi hanno dato esiti oscillanti tra scempie e doppie: la forma contradire (in luogo di contraddire), per es., ancora ai primi del Novecento era indicata come la più comune nel manuale di ortografia di Malagoli (19122).

L’assimilazione progressiva si verifica, invece, coi prefissi in- e con- seguiti da nasale o liquida in casi come immeritevole (in + meritevole), irresponsabile (in + responsabile), illegale (in + legale), correlativo (con + relativo). Il fenomeno dell’assimilazione progressiva è anche un esito tipico dei dialetti dell’Italia centro-meridionale in parole come mŭndum > monno, fŭndum > fonno.

Quanto all’evoluzione della lingua nel Novecento, Migliorini (1990) segnalava la crisi del meccanismo di semplificazione per assimilazione. Il gusto per il cultismo e il prevalere della dimensione della scrittura hanno, infatti, facilitato la conservazione di nessi ostici in luogo delle lettere doppie, in particolare nei neologismi scientifici che riprendono termini greco-latini (si pensi a parole come ecdotica, sepsi). Esempi di mancata assimilazione si trovano anche in termini colti, ma d’uso comune come aritmetica, che non si è trasformato nella più fluida forma *arimmetica (non estranea, peraltro, come altre forme di questo tipo, al parlato infantile), e opzione.

3.2 La lenta stabilizzazione delle lettere doppie e il trattamento nelle grammatiche

Il settore delle lettere doppie restò a lungo oscillante nell’ortografia italiana (➔ ortografia): furono necessari secoli perché si riducesse il numero delle varianti allomorfiche, cioè formali, di parole che potevano essere scritte indifferentemente con o senza lettere doppie. Nell’incompiuta quinta edizione del Vocabolario della Crusca (1863-1923), per es., sono ancora date come corrette la forma allibbire invece di allibire ed ecclissi per eclissi; Malagoli (19122: 135-137), a inizio Novecento, indica come maggioritarie e più corrette forme come callotta (per calotta) e rettorica (per retorica). Insomma, le regole oggi in uso sono, spesso, davvero recenti.

I rilievi grafici fatti secolo per secolo da Migliorini nella sua Storia della lingua italiana (Migliorini 200712) mettono in evidenza la costante instabilità diacronica delle lettere doppie. Nel Seicento inoltrato, per es., era ancora ben vivo il dibattito intorno alla grafia dei nessi contenenti z e delle parole con es- o ess- iniziale da ex- latino (Galileo scriveva, per es., sia essempio, sia esempio), mentre le oscillazioni nella grafia delle lettere doppie negli scritti di autori celebri restarono ampiamente diffuse addirittura fino all’Ottocento e oltre. È tutto sommato prevedibile trovare nell’autografo di ➔ Francesco Petrarca molte grafie di lettere doppie diverse da quelle attuali, per influsso o del latino, quando si conservano certi nessi etimologici, o del volgare, nel caso di raddoppiamenti fonosintattici indebitamente trascritti, del tipo a llamentar o di forme come genaro per gennaio (Vitale 1996: 119 e Manni 2003: 195). Stupisce di più, invece, il fatto che ancora ➔ Giacomo Leopardi, per es., scrivesse carcioffo e il purista Basilio Puoti faggiolata, per effetto dalle pronunce regionali.

Proprio l’influsso delle parlate locali ha reso lenta la stabilizzazione delle lettere doppie nell’italiano. Inoltre, i vari e complessi meccanismi di evoluzione da cui esse sono derivate giustificano l’impossibilità di stabilire una regola unica a cui riferirsi per descriverne e normalizzarne l’uso. Questa difficoltà era già chiara al grammatico seicentesco Daniello Bartoli, che iniziava con queste parole la trattazione delle lettere doppie nel nono capitolo del suo testo Dell’ortografia italiana:

Il raddoppiar delle Consonanti è materia malagevole a volerla condurre per via di regole universali. Pur ve ne ha parte che le ammette, in tutto o quasi. Io, in questo e nel seguente capo, che sarà del contrario, verrò avvisando quel che mi si farà innanzi più utile a sapersi (Bartoli 1844: 81)

Alla difficoltà di dare regole, nel corso dei secoli, manuali e grammatiche hanno fatto fronte in modi diversi, alcuni sorvolando la questione (come, solitamente, le grammatiche attuali), altri offrendo lunghe spiegazioni in forma di elenco di indicazioni utili, come faceva Bartoli. Nel Cinquecento, secolo delle prime grammatiche, questa strada è seguita, per es., da Lodovico Dolce, correttore in tipografia (➔ correzione di bozze; ➔ editoria e lingua) e grammatico, che dedicò più della metà del secondo libro delle Osservationi del 1550 a esaminare, consonante per consonante, tutte le possibilità di raddoppiamento. Per citare due tra i casi più brevi, della b e della d Dolce scriveva:

Et per incominciar dalla b, lei in molte voci per antico uso veggiamo raddoppiarsi. Queste sono dubbio, subbio, debbo; che anche deggio si dice; sabbia, scabbia et habbia verbo; che haggia similmente vien detto; gabbia, rabbia; obietto che altrimenti è scritto oggetto; e questi tempi di tutti i verbi, amarebbe, leggerebbe, e gli altri; et altresì questo verbo fabbrico, fabbrica, ma in rubare non si raddoppia (Dolce 2004: 404)

o anche:

La d non si raddoppia in alcuna voce, fuor che in questa, freddo, et in cadde pretirito di caggio, eccetto ne’ verbi composti dalle preposizioni ad, e ra (ivi, 405)

Anche Bartoli prima citato offriva nel suo manuale un ricco elenco di casi organizzati per tipologia e divisi in due macrosezioni: Del raddoppiare le consonanti e Del non raddoppiare le consonanti. È curioso che un paragrafo specifico fosse dedicato alla lettera g, considerata «una Consonante delle più malagevoli a regolarsi che v’abbia nell’Alfabeto» per la varietà di comportamenti che presenta a seconda quando è seguita da ia e io (la g è doppia, per es., in selvaggia o reggia, ma non in agio o malvagio).

Furono necessari secoli e l’arrivo degli studi di grammatica storica otto-novecenteschi per vedere sistematicamente ricostruite non più solo le ricorrenze superficiali, ma i percorsi evolutivi alla loro origine. In due importanti manuali novecenteschi sulla grafia dell’italiano (Ortografia e ortoepia di Giuseppe Malagoli del 1905 e Pronuncia e grafia dell’italiano di Amerindo Camilli del 1941) si osserva chiaramente il cambiamento del metodo: la trattazione delle lettere doppie, che pure continua a essere proposta sotto forma di elenco, è un compendio delle principali cause storiche di generazione, non più una rassegna di casi. Questo è il massimo a cui possano ambire le grammatiche descrittive di consultazione nel campo delle lettere doppie.

4. Le lettere doppie nella società mistilingue

Come si è visto, il settore delle lettere doppie è da sempre un aspetto delicato della grafia italiana, soggetto a errori e a incertezze. Certo, ormai, quasi tutte le parole contenenti lettere doppie hanno raggiunto un aspetto stabile, modellato da secoli d’uso e sancito dai vocabolari, ma i fenomeni di pronuncia possono continuamente innescare processi di adattamento prima fonetico e poi, se stabilizzato, grafico, agendo, in particolare, sulle parole di recente acquisizione. Inoltre, anche alcune parole stabilmente appartenenti al lessico italiano continuano a poter essere scritte con varianti diverse, ugualmente ammissibili, come indicano i vocabolari (si pensi a casi come abietto ~ abbietto, eclettico ~ ecclettico, obiettivo ~ obbiettivo).

Intanto, la situazione di diglossia dialetto-lingua (➔ bilinguismo e diglossia) nel nostro paese è sempre meno marcata, vista la minore conoscenza dei dialetti da parte delle nuove generazioni, che sono in massima parte italofone dalla nascita (➔ italianizzazione dei dialetti). Permane, tuttavia, la patina di regionalismo che caratterizza alcune aree: il Nord tende a scempiare, il Sud a raddoppiare, ma questi tratti tendono, ormai, a caratterizzare solo la dimensione della pronuncia, dell’oralità meno controllata, e raramente si riflettono sulla lingua scritta, per lo meno in chi ha un medio livello di istruzione.

Alcuni problemi, però, rimangono e se ne accentuano di nuovi. Resta il problema dei semicolti, più soggetti a ricalcare la scrittura sull’oralità, con conseguente risalita nello scritto di lettere doppie indebitamente distribuite. A questo si aggiunge, quanto mai importante oggi, soprattutto a scuola, la delicata situazione degli immigrati da paesi con lingue molto diverse dall’italiano, molte delle quali non hanno lettere doppie (per es., il romeno e il moldavo, che pure sono lingue neolatine, lo sloveno, le lingue slave meridionali in genere e l’albanese). Per questi parlanti, le lettere doppie rappresentano un tratto della lingua italiana difficilissimo da afferrare, non potendo fare affidamento sull’orecchio fonologico, cioè sullo spontaneo ‘sentire la lingua’ maturato dai parlanti nativi. Insomma, il problema del rapporto coi dialetti sembra ritornare, oggi, in forma più complessa di confronto con realtà linguistiche completamente ‘altre’ rispetto all’italiano.

doppie, lettere

Fonti

Bartoli, Daniello (1844), Dell’ortografia italiana, Torino, Giacinto Marietti (1ª ed. Roma 1670).

Dolce, Lodovico (2004), I quattro libri delle Osservationi, a cura di P. Guidotti, Pescara, Libreria dell’Università Editrice (1a ed. Venezia 1550).

Prisciano Cesariense (1961), Prisciani grammatici Caesarensis institutionum grammaticarum libri XVIII, in Grammatici latini, ex recensione Henrici Keilii, Hildesheim, Olms, 5 voll., vol. 2° (rist. dell’ed. Lipsiae 1855-1880).

Studi

Camilli, Amerindo (19653), Pronuncia e grafia dell’italiano, a cura di P. Fiorelli, Firenze, Sansoni (1a ed. 1941).

Malagoli, Giuseppe (19122), Ortoepia e ortografia italiana moderna, Milano, Hoepli (1a ed. 1905).

Manni, Paola (2003), Il Trecento toscano, La lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio, in Storia della lingua italiana, a cura di F. Bruni, Bologna, il Mulino.

Mengaldo, Pier Vincenzo (1994), Il Novecento, in Storia della letteratura italiana, a cura di F. Bruni, Bologna, il Mulino.

Migliorini, Bruno (1990), La lingua italiana nel Novecento, a cura di M.L. Fanfani, con un saggio introduttivo di G. Ghinassi, Firenze, Le Lettere.

Migliorini, Bruno (200712), Storia della lingua italiana, Milano, Bompiani (1a ed. Firenze, Sansoni, 1937).

Patota, Giuseppe (20072), Nuovi lineamenti di grammatica storica dell’italiano, Bologna, il Mulino (1a ed. Lineamenti di grammatica storica dell’italiano, Bologna, il Mulino, 2002).

Vitale, Maurizio (1996), La lingua del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) di Francesco Petrarca, Padova, Antenore.

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