di Maurizia Cicconi
LORENZI. - Famiglia di scultori, originari di Settignano, presso Firenze, e attivi nel corso del Cinquecento in Toscana, che ebbe tra i suoi rappresentanti di maggior rilievo Stoldo di Gino e Giovanni Battista (Battista del Cavaliere).
Di Gino, o Giovanni (Borghini), non si conoscono le date di nascita e di morte, ma è noto il nome del padre, Antonio. Sarebbe stato, secondo alcuni, fratello di Domenico, da cui nacque lo scultore Giovanni Battista; furono suoi figli Antonio e Stoldo, nati rispettivamente intorno al 1525 e al 1533-34. Noto anche come "Gino intagliatore" (Wallace, p. 120), non è chiaro se tenne bottega a Settignano o a Firenze, dove è documentato tra il maggio e il luglio del 1524, quando compare nei libri di pagamento relativi ai lavori per la cappella medicea in S. Lorenzo.
Solo in via ipotetica egli sarebbe inoltre da riconoscere nel "Gino di Antonio scharpellino" che riscosse 10 scudi, pagati in cinque partite dal 5 ottobre all'11 nov. 1549, per la lavorazione iniziale di un blocco di marmo sotto la supervisione di Niccolò Pericoli, detto il Tribolo. Il blocco potrebbe essere servito per la realizzazione dell'Esculapio, commissionato per l'omonima fontana della villa medicea di Castello allo stesso Tribolo (Holderbaum, p. 369), portato a termine alla sua morte tra il 1553 e il 1555 dal figlio di Gino, Antonio, suo stretto collaboratore (Wright, II, pp. 678-680), e poi disperso, ma già identificato nella statua attualmente nel giardino di Boboli (Holderbaum; Keutner lo attribuisce a Stoldo) o, a ragione, in quella oggi conservata, insieme con la vasca, in palazzo Medici Riccardi (Keutner), attribuita appunto ad Antonio, cui più plausibilmente, e presupponendo un errore nella citazione del nome, potrebbe essere ricondotta la documentazione del 1549 (Holderbaum).
Figlio di Gino, Antonio fu allievo e collaboratore del Tribolo.
Insieme con Pierino da Vinci (Goldenberg Stoppato) fu l'artefice della Tomba di Matteo Corte per il Camposanto di Pisa, portata a compimento tra il 1544 e il 1548 su disegno del Tribolo.
Oltre che lo stemma con le insegne Medici-Toledo in piazza Cairoli (1546-49: Scultura a Pisa(, p. 38), a testimoniare l'attività pisana di Antonio starebbe il progetto, realizzato ancora con Pierino da Vinci, per la tomba del giurista Francesco Vegio (Pisa, Opera del duomo, depositi), la cui esecuzione, databile alla metà del secolo, è tradizionalmente attribuita a Francesco Ferrucci, detto del Tadda (Scultura a Pisa(, pp. 259-261).
A partire dalla primavera del 1549 Antonio è documentato nella villa medicea dell'Olmo di Castello dove avrebbe lavorato, oltre che al già ricordato Esculapio, alla Fontana grande o di Ercole e alla Fontana del labirinto o di Venere insieme con gli altri artisti della bottega del Tribolo, cui spettò il disegno generale del giardino e il modello di ciascuna delle due opere, portate a termine negli anni successivi alla morte del maestro.
Terminato l'impegno per la villa medicea, nel dicembre 1556 ricevette la commissione per l'esecuzione dei busti marmorei di Leone X e del Duca Lorenzo (Firenze, Palazzo Vecchio) che concluse probabilmente nel 1559, sebbene l'ultimo pagamento per quello di Lorenzo si dati all'agosto 1563 (Frey, III, p. 169). Nel 1560 completò il busto di Giuliano de' Medici iniziato da Alfonso Lombardi, pendant dei suoi insieme con quello di Clemente VII, eseguito dallo stesso Lombardi (Holderbaum, pp. 369 s., n. 4).
Tra le altre sue opere si ricordano, citate da Vasari (VII), la fontana nel giardino dei semplici di S. Marco (acquistato da Cosimo I nel 1545), ultimata entro il 1568 (Wiles, p. 71), così come gli ornamenti per la Fontana dell'Appennino a Castello (1565 circa), nonché, nella medesima villa, per gli animali della Grotta (1567 circa), dove operò al contempo anche il Giambologna.
Di un certo rilievo fu il rapporto con Benvenuto Cellini, che nel testamento (1550) lo incaricò di realizzare il tondo in mezzo rilievo progettato per la propria tomba: opera non più realizzata a seguito della decisione di Cellini, testimoniata dal codicillo del 1555, di eseguire il tondo a fresco (Calamandrei, p. 70).
Antonio morì a Firenze il 19 sett. 1583 e fu sepolto nella chiesa della Ss. Annunziata, nella tomba comune dell'Accademia del disegno, di cui era stato membro e nel 1569 camerlengo (Frey, III, p. 218).
Gino di Stoldo, nato a Firenze il 19 luglio 1566 (ibid., p. 80 n. 34), fu inizialmente attivo, rimanendovi quattro anni, nella bottega pisana del cugino paterno Giovanni Battista, che alla morte di Stoldo lo aveva sostituito nei lavori per il duomo (ibid., n. 35). La sua attività pisana, in particolare di restauratore, è abbastanza documentata.
Se i rapporti tra Gino e l'Opera del duomo sembrano interrompersi nel 1605, a partire da quella data egli è documentato in diverse altre chiese e conventi pisani.
Nel luglio 1624 stile pisano (1623) Gino risulta essere morto da circa due mesi, senza figli.
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Mósca, Simone. - Scultore e architetto (Terenzano, presso Settignano, 1492 - Orvieto 1553), scolaro di Baccio da Montelupo. Trasferitosi a Roma, lo studio assiduo dei frammenti antichi gli consentì di giungere a una raffinatezza di stile lodata da G.
Ammannati, Bartolomeo. - Scultore e architetto (Settignano 1511 - Firenze 1592), è una delle figure più rappresentative del manierismo. Di formazione eclettica ma assai sensibile all'influsso michelangiolesco nella produzione scultorea, lavorò a Ven
Gucci, Santi. - Architetto e scultore (Firenze 1550 circa - Pińczów 1599 o 1600); forse allievo di Baccio Bandinelli. Attivo in Polonia dal 1572, eseguì nella cattedrale di Cracovia il monumento funebre di re Sigismondo Augusto e di sua sorella Anna
Dènte, Marco, detto Marco da Ravenna. - Incisore (n. Ravenna poco prima del 1493 - m. Roma 1527). Frequentò la bottega di M. Raimondi e fu attivo a Roma, incidendo a bulino opere antiche (il Trono di Nettuno di Ravenna, il Laocoonte, ecc.) e composiz