CASONI, Lorenzo

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 21 (1978)

di Giuseppe Pignatelli

CASONI, Lorenzo. - Nacque a Sarzana, in Lunigiana, il 17 ott. 1645 da Nicolò, conte di Villanova. Incerte sono le notizie sulla sua formazione. Secondo alcuni (Capece Galeota; Dubruel, 1914, p. 283) egli sarebbe giunto a Romaall'età di quattordici anni per studiare al Collegio Romano; secondo un'altra testimonianza (Proc. Dat.)seguì i corsi utriusque iuris dell'università di Parma interrompendoli prima di conseguire la laurea. Si stabilì quindi a Roma, sicuramente prima del 1669, protetto dal cugino A. Favoriti, segretario delle Lettere latine e della Congregazione concistoriale; vi continuò gli studi giuridici ed entrò al servizio del cardinale Bona (Gérin, p. 18), fino alla morte di questo nel 1674. In quegli anni maturò il suo interesse per la storia ecclesiastica e il diritto canonico, unito a quello per la polemica intorno al giansenismo. Cominciò a frequentare l'Accademia dei Concili, fondata nel 1670 da monsignor Ciampini, legandosi d'amicizia con G. Pastrizio, P. Bosdari, C. A. Fabroni, C. Ferrari, G. S. Gavotti, S. Gradi, P. Maffei, F. Paulucci, G. Troilo: era il periodo in cui all'Accademia offrivano il loro contributo uomini come J. Mabillon ed E. Renaudot.

Nella primavera del 1677 il Favoriti decise che il C. era ormai maturo per incarichi politici e lo fece designare come collaboratore del nunzio straordinario L. Bevilacqua, incaricato di rappresentare la S. Sede alla pace di Nimega. Il 13 apr. 1677 l'ambasciatore francese a Roma, segnalando la partenza dei C., avvertiva il. suo governo: "Il a toujours eu beaucoup d'inclination pour la France... S. M. aura sujet d'étre satisfaite de sa conduite" (Gérin, p. 18). Il C. raggiunse Colonia verso la metà di maggio e insieme con il Bevilacqua si trasferì a Nimega il 1° giugno.

Qui, poiché Innocenzo XI aveva vietato al nunzio di avere rapporti ufficiali diretti con i protestanti, fu lui a mantenere i contatti tanto con il borgomastro e le'autorità locali quanto con i diplomatici dei governi non cattolici, conquistando la stima di tutti (Neveu, Pontcâteau, p. 521). In modo particolare il C., come gli era stato raccomandato dal Favoriti, si preoccupò delle condizioni della Chiesa d'Olanda: pochi giorni dopo il suo arrivo conobbe il giansenista I. Neercassel, vescovo di Castoria, di cui lo colpì la religiqsità schiva ed austera, molto lontana da quella prevalente in Italia. Oltre a questi rapporti con esponenti olandesi della "sana dottrina", egli approfondì anche le sue conoscenze teoriche del giansenismo costituendo "una mezza libraria, la maggior parte di libri francesi, e di materie spettanti a bisogni correnti" (C. al Pastrizio, 12 nov. 1677, in Borg. lat. 503, c. 78v). Nel febbraio 1679, per incarico del Favoriti, il C. poté annunciare al Neercassel l'imminente pubblicazione del decreto dell'Inquisizione che condannava sessantacinque proposizioni morali lassiste denunciate dall'università di Lovanio.

Frattanto, morto nel 1678 il nunzio a Parigi P. Varese, a Roma si pensò di inviare in Francia con il titolo di internunzio il C.: nel maggio 1679 questi si recò brevemente a Parigi e ciò bastò ad allarmare il governo francese che, essendo sul tappeto la spinosa questione delle regalie, si affrettò a far conoscere che non avrebbe gradito uno stretto collaboratore e parente del Favoriti, noto per essere il più intransigente tra gli "zelanti".

Ritornato a Roma, il C. prese gli ordini minori e il suddiaconato e ottenne un canonicato a S. Maria in Via Lata e la nomina a cameriere segreto dei papa. Il Favoriti si serviva ormai stabilmente di lui per mantenere i contatti con i giansenisti olandesi e francesi.

Presentatigli dal Neercassel, il C. conobbe nel gennaio 1680il rigorista Gilles Gabrielis e nell'aprile il Pontcháteau, agente di Port-Royal a Roma. Tramite lo stesso vescovo di Castoria egli fa informato costantemente dell'attività dei giansenisti francesi esuli nei Paesi Bassi, tra cui Arnauld. A tutti il C. assicurò la protezione sua e del Favoriti presso il papa, denunciando e deplorando spesso la morale rilassata dei gesuiti e la loro attività calunniosa contro i difensori della "sana dottrina"; nello stesso tempo, in conseguenza degli attacchi contro l'autorità pontificia recati dall'assemblea dei vescovi di Francia del 1682, ribadì le proprie idee favorevoli all'infallibilità pontificia e al potere dei papi sui sovrani esprimendo riserve sulle opinioni in proposito dei lovaniensi Huygens e Vianen (Ceyssens-De Munter, II, pp. 569, 586).

Il 13 nov. 1682 morì il Favoriti, il quale nel suo testamento chiese al papa di avere come successore il cugino (Pásztor, p. 174 n. 67). Nonostante la contrarietà di alcuni cardinali e prelati, tra cui l'uditore De Luca che sosteneva la candidatura del Passionei, Innocenzo XI non ebbe esitazioni e già il 15 novembre comunicò al C. di prepararsi a subentrare nelle cariche rimaste vacanti. Nel dicembre il C. divenne formalmente segretario della Cifra, delle Lettere latine e della Congregazione concistoriale. Dedito a una vita rigorosamente ascetica, di conseguenza inesperto degli affari politici, diffidente nei confronti degli altri collaboratori, non escluso il segretario di Stato. Alderano Cibo, Innocenzo XI aveva bisogno di un uomo che, come era stato il Favoriti, sapesse trasmettere fedelmente alla diplomazia pontificia le direttive papali e trattare con i rappresentanti delle potenze a Roma. Nel C. il papa trovò il collaboratore ideale, animato da un'identica propensione verso una moralità austera e dalla stessa volontà di affermare in tutto il mondo cattolico il primato assoluto del pontefice. Il C. fu in complesso uno scrupoloso esecutore delle direttive papali, anche se la sua personale intransigenza ne accentuò talvolta le caratteristiche di rigidità. Ma agli occhi di quanti frequentavano la Curia romana, per l'esclusiva fiducia che il papa dimostrava nel C. e per la passione che questi poneva nella propria azione fino ad ostentare una sorta dì soddisfazione per essere il bersaglio di ogni risentimento, la sua responsabilità appariva maggiore di quanto essa fosse in realtà.

Per il C. il problema dei rapporti con la Francia divenne ben presto il tema centrale della sua attività. Benché nei primi mesi del 1683 si fosse aperto uno spiraglio per un accordo, di cui era sintomo l'invio a Parigi del nunzio straordinario A. Ranuzzi, il C. si fece poche illusioni in proposito.

Scettico sulla possibilità di convincere Luigi XIV ad entrare nella lega antiturca (questa costituiva il punto foéale della politica estera di Innocenzo XI), egli ritenne inopportuno sacrificare a questa remota speranza l'intransigente attacco alla dottrina gallicana: perciò insieme con i cardinali Azzolini, Casanate e Ottoboni fu invano contrario all'invio del breve del 22 apr. 1683 agli arcivescovi di Parigi e Reims, documento che chiedendo una fattiva collaborazione poteva suonare di consenso anche per la loro azione in seno all'assemblea dei vescovi del 1682;il C. riuscì invece a impedire la spedizione di altri simili brevi ai vescovi di Lione, Strasburgo, Beauvais, Meaux e Rouen. Rimase sempre fermo nel ritenere necessaria per un accomodamento l'arrendevolezza da parte francese; la dottrina stabilita nelle quattro proposizioni gallicane del 1682 gli appariva "schismatica, erronea e prossima all'eresia" (Correspondance... Ranuzzi, I, p. 833), l'infallibilità del papa fuori discussione; non solo respingeva l'intervento di Luigi XIV in materia religiosa, ma rivendicava alla S. Sede il diritto di giurisdizione sugli ecclesiastici anche per i reati comuni. Contro il gallicanismo il C. sollecitò la collaborazione degli uomini di cultura francese residenti a Roma: all'appaméen A. Charlas fece comporre il Tractatus de Ubertatibus Ecclesiae gallicanae (Leodii 1684), al fiammingo Emmanuel Schelstrate, prefetto della Biblioteca Vaticana (fatto venire a Roma nel 1683 dal C. stesso) gli Acta Costantiensis concilii ad expositionem decretorun eiusdem Sess. 4 et 5 facientia (Romae 1686); entrambe le opere, dirette a confutare il Traité historique de l'établissement et des prérogatives de l'Eglise de Rome et des ses évesques (Paris 1685)di L. Maimbourg e altri scritti di analogo contenuto, furono fatte diffondere ampiamente in Francia.

Nel 1687 i rapporti tra la S. Sede e la Francia peggiorarono ancora. Quando il 16 novembre il nuovo ambasciatore francese Lavardin entrò in Roma scortato da molti armati e deciso a mantenere il "quartiere" (cioè l'immunità sulla zona adiacente all'ambasciata), il papa rifiutò di riceverlo e lo ritenne colpito dalle censure previste dalla bolla In Coena Domini;il 26 dic. 1687 inoltre fu scagliato l'interdetto contro la chiesa di S. Luigi dei Francesi per aver ammesso alla comunione il Lavardin.

Il C., che contro la Protestation du marquis de Lavardin (Rome, 27 déc. 1687) conimissionò e corresse i testi delle Osservazioni sopra il manifesto del sig. marchese di Lavardin, s.n.t., e della Giustificazione della bolla di N. Sig. Papa Innocenzo Undecimo sopra la abolizione de' pretesi quartieri, e dell'editto con il quale la chiesa di S. Luigi è stata sottoposta all'interdetto..., s.n.t., fu ritenuto dai Francesi l'ispiratore dei provvedimenti dei papa. In effetti, quando furono sottoposti all'esame di una congregazione speciale la Protestation del Lavardin e la requisitoria e l'appello del procuratore generale del Parlamento di Parigi del 23 genn. 1688, il C. insieme con lo Schelstrate premette sui consultori per una condanna e ottenne che tre proposizioni fossero dichiarate "prossime all'eresia": se dalla congregazione non uscì alcun documento ciò fu dovuto al fatto che nell'autunno 1688altri problemi incalzavano.

A Parigi il diffuso malcontento contro l'intransigenza pontificia s'incanalò contro la persona del C.; al nunzio Ranuzzi, che già nel gennaio 1688 lo avvertiva di oscuri disegni che si tramavano contro di lui, il C. rispondeva: "son preparato a tutto e... crederei di esser troppo fortunato quando potessi con il mio sangue dare un giusto pretesto a cotesia corte di ritirarsi dall'impegno iniquissimo nel quale ella si trova" (Correspondance... Ranuzzi, II, pp. 237 s.). L'odio dei Francesi si trasformò in cieco furore quando il C., nell'agosto, rifiutò di favorire l'incontro con il papa dell'inviato segreto di Luigi XIV, Chamlay, latore di una proposta di accordo subordinata al riconoscimento dell'elezione dei cardinale Fürstenberg all'arcivescovado di Colonia. Il C. non nascose in tale occasione la sua contrarietà ad una soluzione che introduceva l'influqnza francese in Germania. Fu allora che Luigi XIV comandò che che il C. fosse rapito e tradotto in Francia (27 agosto); il Lavardin preparò un piano (18 settembre) che prevedeva l'arrivo di una nave francese alle foci del Tevere e la risalita di una scialuppa fino a S. Paolo, dove sarebbe stato condotto il C. dopo la cattura in un luogo isolato. Ma la difficoltà dell'impresa, soprattutto per le precauzioni di cui si circondava il C., sempre scortato da due uomini, consigliarono i Francesi a desistere dal progetto.

Più efficace fu l'arma della calunnia. La Gazette de France del 14 sett. 1688 dava notizia che il C., in contatto segreto con il principe d'Orange, aveva ricevuto assicurazioni di aiuto per l'esecuzione dei brevi papali nell'arcivescovado di Colonia in cambio di un appoggio indiretto in Inghilterra. Gli agenti del ministro degli Esteri francese Croissy crearono dei falsi dispacci per provare queste insinuazioni. Persino il segretario di Stato, Cibo, avvalorò i sospetti, confermando che il C. era in contatto con un missionario olandese agente dell'Orange, con cui trattava la concessione della libertà di coscienza ai cattolici delle Province Unite. Perciò dopoché il 1° nov. 1688 l'Orange sbarcò in Inghilterra il C. cadde in disgrazia presso il papa; ma già nel gennaio egli ne aveva riacquistata la fiducia dopo aver dimostrato di non aver mai agito in difformità delle direttive avute. In questo mese egli partecipò alle sedute della Congregazione di Stato, che stabilì di inviare a Luigi XIV il breve Quam vivido (15genn. 1689), che lasciava ancora un margine per la trattativa circa la nomina dei vescovi francesi. Nei mesi seguenti il C. non ebbe però alcuna fiducia nella possibilità di un accordo, anzi, lieto del successo ottenuto da Roma con il richiamo del Lavardin, trasmise con soddisfazione nel maggio al Ranuzzi l'ordine di lasciare la Francia per la constatata impossibilità di mantenere normali relazioni diplomatiche. Durante la malattia mortale di Innocenzo XI invano tentò di ottenere la promulgazioúe della bolla alla quale la Congregazione per la questione delle regalie lavorava da dieci anni per condannare la politica di Luigi XIV.

In campo religioso, il C. sostenne le correnti rigoriste. Fu in corrispondenza con Tirso Gonzales, appoggiandone l'azione antiprobabilistica all'interno della Compagnia di Gesù e assicurandogli la protezione del papa. In favore del Gabrielis invano cercò di impedire la condanna della seconda edizione degli Specimina moralis christianae et moralis diabolicae in praxi (Romae 1681), avvenuta il 2 sett. 1683. Ebbe invece successo la difesa dell'Amor poenitens... (Utrecht 1682)del Neercassel, che fu messo all'Indice soltanto il 20 giugno 1690 sotto Alessandro VIII. Protesse egualmente Port-Royal e i giansenisti olandesi; morto il Neercassel (6 giugno 1686), si preoccupò che venisse eletto un vicario apostolico gradito agli amici d'Oltralpe. Come gli chiese l'Arnauld, premette sul papa e sulla Congregazione di Propaganda Fide perché la scelta cadesse sul van Heussen; quindi, sfumata questa candidatura, agevolò la nomina di Peter Codde (1689), il quale condurrà la Chiesa olandese su posizioni di rottura con la S. Sede. A Roma il C. si legò a tutti i giansenisti ivi residenti e ai loro simpatizzanti, tanto da essere definito dagli avversari il capo dell'"Oratorio" romano. In realtà egli non accoglieva tutte le idee dei giansemsti in materia teologica, ma stimava la loro rigorosità morale e riteneva utili le loro tesi per combattere il lassismo dei gesuiti. Cercò sempre, tuttavia, di mantenerli nell'obbedienza alla S. Sede e perciò favorì, collaborando con l'amico Du Vaucel, contatti indiretti di Arnauld, Quesnel e Ruth d'Ans con i cardinali Casanate, Carpegna, Aguirre e con i padri Serry e Massoulié.

Un infortunio, rinfacciatogli dagli stessi amici giansenisti, e provocato dalla sua propensione a stimare ugualmente mistici e asceti, fu invece il favore accordato ai quietisti, seguendo anche in questo le orme del Favoriti. Protesse fino al limite del lecito il Molinos presso il papa, facendosi latore dei suoi scritti contenenti le "comunicazioni celesti", e riuscì a lungo ad evitame l'arresto poi avvenuto il 18 luglio 1685. Un altro suo protetto, il padre Rocchi, cugino del Favoriti, fu arrestato dall'Inquisizione nel febbraio 1687;strenua fli la difesa del Petrucci (elevato alla porpora il 2 sett. 1686, grazie anche alle pressioni del C.), nonostante le insistenze del Du Vaucel perché ne chiedesse la condanna.

Alla morte di Innocenzo XI, fu eletto papa il 6 ott. 1689 il cardinale Ottoboni, uno dei protettori del Casoni. Durante il conclave, per vincere l'opposizione di Luigi XIV, i sostenitori dell'Ottoboni avevano dato assicurazioni al cardinale Bouillon e al duca di Chaulnes che, una volta eletto, egli avrebbe cercato un accomodamento con la corte francese. E benché avesse rifiutato qualsiasi impegno preciso, Alessandro VIII, per perseguire la pacificazione, ritenne opportuno allontanare il C. da ogni incarico nella Curia destinandolo a reggere la nunziatura di Napoli (4 marzo 1690).

Nominato arcivescovo di Cesarea (3 marzo), pur rimanendo suddiacono, e assistente al soglio pontificio (23 marzo), il C. giunse a Napoli il 19 aprile. L'incarico affidatogli non era di grande rilievo; data la dipenaenza del Napoletano dalla Spagna, era a Madrid che si prendevano le decisioni importanti, tanto che si era pensato a Roma, prima della nomina del C., di sopprimere la nunziatura sostituendola con una collettoria. Il C. era pienamente consapevole di ciò, ma sperava che la sua emarginazione sarebbe stata provvisoria: frattanto, mantenendo i contatti con i suoi amici giansenisti e antigallicani, diffondeva a Napoli gli scritti di "sana dottrina" promuovendone la traduzione in lingua italiana; seguì anche attentamente il processo contro un gruppo di ecclesiastici napoletani accusati di quietismo, favorendo la riabilitazione dei padri Torres, Serlupi e Sarifelice, e dei rettore del serninario, Crispino. Non smentì tuttavia la sua fama di intransigente difensore dei privilegi ecclesiastici e il 23 giugno 1691 scomunicò il giudice della Vicaria criminale Michele Vargas Machuca, due capitani di giustizia e molti sbirri per aver arrestato ed espulso dal Regno due dipendenti della nunziatura colpevoli di reati comuni.

Durante il conclave del 1691, circolava la voce che alcuni voti fossero stati dati al C. (Pastor, XIV, 2, p. 418): era forse un atto provocatorio di alcuni "zelanti", che ottenne di rinfocolare l'odio dei Francesi contro il Casoni. Proprio nel giorno dell'elezione di Innocenzo XII (12 luglio 1691), a Napoli l'inquisitore G. Giberti fece arrestare G. de Cristofaro e altri personaggi ragguardevoli, sotto l'accusa di ateismo e di seguire "l'infame setta epicurea". L'ordine proveniva da Roma, non sufficientemente informata dal C. sul carattere e gli intendimenti della violenta reazione dell'opinione pubblica napoletana, che indusse il viceré ad ordinare l'allontanamento dell'inquisitore dalla città. Perciò la Curia romana, pensando che l'opposizione fosse diretta non contro l'istituto del S. Uffizio ma contro la persona del Giberti, affidò le funzioni di inquisitore ad interim proprio al C., il quale, secondo il suo carattere, si mostrò non'solo fedele esecutore delle direttive pontificie, ma ne accentuò l'intransigenza. Il 1° ott. 1691, per rendere noto a tutti che la giurisdizione inquisitoriale era passata a lui, il C. fece circondare di notte le carceri del S. Uffizio a S. Domenico Maggiore dai suoi sbirri e trasportò i dodici reclusi nelle carceri della nunziatura. Di fronte alle agitazioni promosse dalle "Piazze", che inviarono a - Madrid un loro rappresentante per caldeggiare un intervento regio onde ottenere l'abolizione del S. Uffizio a Napoli, il C. minacciò a più riprese l'interdetto alla città se esso non fosse stato ristabilito in tutte le sue funzioni; ma anche questa volta egli era solo uno zelante esecutore degli ordini romani (Osbat, pp. 117 s.; una diversa tesi è sostenuta, sulla base delle testimonianze di contemporanei napoletani, da Galasso, Napoli nel viceregno..., p. 61).

Nell'agosto 1694 Innocenzo XII, sen.9 sibile alle richieste francesi dopo il parziale accordo dell'anno precedente, allo scopo di togliergli ogni incarico di rilievo, lo destinò a reggere la diocesi di Sarzana: il C. rifiutò sdegnato e riuscì a sventare il tentativo grazie all'appoggio del segretario di Stato Fabrizio Spada. Negli anni seguenti tentò invano di ottenere la nunziatura di Madrid (1695) o di Lisbona (1697). L'appoggio dell'Impero fu troppo tiepido, mentre l'ostilità francese era sempre implacabile, come testimonia l'istruzione di Luigi XIV al cardinale Bouillon il 3 maggio 1697: "vous devez vous opposer fortement à toutes les mesures que les amis de Casoni pourraient prendre pour lui procurer des emplois plus considérables que celui qu'il a présentement" (Recueil des insitructions ... 3 XVII, 2, p. 142). Ancora nel gennaio 1699 il governo francese raccomandava al proprio ambasciatore straordinario a Roma principe Luigi Grimaldi di avversare la eventuale intenzione del papa di elevare il C. alla porpora e, se possibile, di farlo. rimuovere anche da Napoli per confinarlo in qualche incarico più modesto. All'inizio del 1700 la richiesta imperiale di avere il C. come prossimo nunzio a Vienna venne conseguentemente respinta dal papa (Instr. Misc. 6744. fasc. 23).

La morte di Innocenzo XII (27 sett. 1700) e l'elezione di G. F. Albani (23 nov- 1700), che era stato compagno di studi del C., vennero a migliorare la situazione di quest'ultimo. La sua permanenza a Napoli, dopo l'apertura dei conflitto per la successione a Carlo, II sul trono spagnolo, era ormai inopportuna. La sua notoria devozione alla casa d'Austria e l'avversione alla Francia, facendolo ritenere favorevole alle pretese di Carlo d'Asburgo contro quelle di Filippo d'Angiò, rischiavano di vanificare la difficile neutralità ostentata dalla S. Sede anche a proposito dell'investitura del Regno di Napoli. Nel gennaio 1701 negli ambienti diplomatici francesi circolava la voce che il governo imperiale avesse invitato il C. a favorire la nascita di un partito filoaustriaco a Napoli, in cambio di un appoggio decisivo per la sua promozione a cardinale.

In realtà il C., ponendo da parte ogni simpatia o ogni interesse, personale, perseguì con prudenza ma con energia una politica di difesa degli interessi generali della S. Sede. Tra il marzo e il maggio 1701 si adoperò con zelo per raccomandare al clero napoletano una posizione di neutralità; ma in cambio, e anche perché gli Spagnoli potessero sperare. nell'investitura di Filippo d'Angiò, chiedeva al vicerè: ampie garanzie per la tutela dell'immunità ecclesiastica (era in corso un grave conflitto giurisdizionale tra il vescovo dell'Aquila e le autorità civili) e per il ristabilimento del S. Uffizio nel Regno. Le sue pressioni furono vane, anzi nell'agosto i contrasti giurisdizionali giunsero a tal punto che il governo spagnolo ordinò al viceré di non dare esecuzione a nessuna bolla pontificia; il C., benché fosse stato l'unico diplomatico accreditato a Napoli a non fare al Medinacoeli le congratulazioni per le nozze di Filippo V, cercava ancora qualche possibilità di mediazione sconsigliando alla Curia romana di compiere altri passi verso la rottura. Questa cautela derivava dalla convinzione che, pur in presenza di un profondo malcontento diffuso tra la nobiltà e il popolo napoletani contro il Medinacoeli, lo scoppio di una rivolta fosse improbabile e comunque la sua riuscita impossibile. Fu perciò colto di sorpresa dallo scoppio della congiura di Macchia, da cui prese ostentatamente le distanze; il 24 sett. 1701 si congratulò con il viceré per la repressione della rivolta; il 27 settembre gli offrì la sua collaborazione per pacificare gli animi; sollecitò più volte la. Curia a dissipare ogni sospetto di connivenza del governo pontificio con i numerosi sostenitori della congiura di Macchia residenti a Roma; deplorò infine che il clero napoletano si mostrasse apertamente ostile al viceré "con parlar libero ed inconsiderato", "nei discorsi famigliari et anco nelle Confessioni" (Gencarelli, pp. 165 s.). E l'attivismo del C. in questo delicato momento fu tanto più meritorio in quanto non legato ad alcun interesse personale; già dal 10 luglio 1701 infatti gli era stata assicurata la nomina ad una carica di rilievo in Curia. Nominato assessore del S. Uffizio, lasciò Napoli il 10 (0 il 12) genn. 1702. Durante il viaggio di ritorno, la nave su cui era imbarcato naufragò nel Tevere ed egli cercò di accreditare la voce di aver perso in tale occasione gran parte del suo archivio, in cui erano anche le carte di Agostino Favoriti. A Roma il C. fu esentato dalla residenza a S. Maria Maggiore, ottenendo però di poter godere di tutti i frutti ed emolumenti del canonicato (Secr. Brevium 2088, ff. 19-22: breve del 20 genn. 1702). L'incarico affidatogli era molto delicato, giacché in quegli anni il S. Uffizio doveva affrontare ancora una volta la questione giansenista per prendere provvedimenti contro quanti non rispettavano le costituzioni già emanate da Innocenzo X e da Alessandro VII. L'orientamento del C. era noto a tutta la Curia romana e al papa in particolare, e proprio alla vigilia della sua nomina ad assessore del S. Uffizio un anonimo memoriale inviato in Vaticano ricordava i suoi legami con il "partito", la sua amicizia con il Neercassel e l'Arnauld, i suoi contatti con la Chiesa olandese, la sua recente opera di divulgazione di scritti giansenistici a Napoli (Vat. lat. 10.858, ff. 253-275). È da ritenere perciò che Clemente XI, contando in ogni caso sull'eccezionale senso di disciplina sempre dimostrato dal C. nel seguire le direttive pontificie, intendesse con la sua nomina controbilanciare in parte gli orientamenti di monsignor Carlo Agostino Fabroni, segretario di Propaganda Fide, accanito antiffiansenista, la cui influenza era e rimase preponderante. Si ebbe così il curioso fenomeno che uno dei più ragguardevoli uomini dell'Inquisizione, il C. appunto, era nello stesso tempo uno dei frequentatori e sostenitori principali di quel circolo del "Tamburo", fondato da D. Passionei all'inizio del 1704, cui aderivano il Fontanini, il Paulucci, il Tommasi, il Janson, il Tournon, il Ferrari, il Noris, che finiva "per operare anche sul terreno religioso e politico come contraltare, con sfumature filogiansenistiche o preilluministiche, al cardinal Fabroni, ai gesuiti, al Sant'Uffizio" (Caracciolo, p. 41).

In qualche caso il C. riuscì a far prevalere all'intemo del S. Uffizio una concezione più aperta della censura ecclesiastica, come quando, sollecitato dal Fontanini e dal Passionei, agì in modo da indurre la Congregazione a permettere la publicazione del Liber pontificalis di Agnello Ravennate curata da B. Bacchini, già impedita perché contenente affermazioni favorevoli al primato dell'imperatore sul vescovo di Ravenna: faceva così trionfare, da buon seguace delle idee del Mabilion, le esigenze della critica-storica ed erudita contro le ragioni di Stato o di opportunità politica. Esemplarmente lineare fu anche il suo comportamento in occasione dei lavori preparatori che portarono all'emanazione della costituzione Vineam Domini (15 luglio 1705), con cui, su sollecitazione della corte francese, il S. Uffizio richiamava i cattolici alla rigida osservanza delle precedenti costituzioni papali contro il giansenismo. Ancora nel marzo 1705 il C. si dichiarava contrario non solo alla bozza di costituzione redatta dal Fabroni, ma alla stessa opportunità di emettere un nuovo solenne documento pontificio che avrebbe potuto suscitare altri contrasti d'interpretazione e altre polemiche discussioni (Arch. Segr. Vat., Fondo Albani 125, ff. 151-155). Quando vide che stava prevalendo l'orientamento contrario, egli non fece nulla per ritardare od ostacolare l'attività della Congregazione anzi, dando prova del solito lealismo, continuò a coordinarne con zelo i lavori sollecitando i voti dei cardinali; significativamente però quando, il 14luglio, la costitazione venne approvata nell'adunanza generale della Congregazione, egli risultò assente per malattia.

Il 17 maggio 1706 Clemente XI lo elevò alla porpora, vincendo le resistenze di Luigi XIV con la promozione di due favoriti della corte francese: F. A. Gualtieri e J.-E. de la Trémoille. Con gesto distensivo il C. comunicò subito al re di Francia la propria promozione e ricevette in cambio calorose congratulazioni: ciò segnò la sua riconciliazione con la corte francese. Il 23 giugno 1706 ebbe il titolo presbiteriale di S. Bernardo alle Terme e divenne stretto collaboratore del papa. In settembre il cardinale Gualtieri riteneva che egli sarebbe stato "uno di quelli che haveranno la maggior parte nella confidenza del Papa, per ciò che riguarda gli affari stranieri massimamente" (Recueil des instructions..., XVII., 2, p. 335); nel corso del 1707 l'ambasciatore veneto G. F. Morosini confermava che il papa stimava grandemente il C. "adoprandolo nelle più gravi consulte" (Relazioni di ambasciatori sabaudi genovisi e veneti..., p. 2 18). Sono perciò ignote le ragioni che spinsero Clemente XI ad allontanarlo da Roma nominandolo il 7 nov. 1707 legato di Ferrara: gli nocquero forse ancora una volta le sue simpatie filoimperiali in un momento di forte tensione tra Roma e Vienna.

Giunto a Ferrara il 18 dic. 1707, il C., nei due anni scarsi di permanenza nella città, non ebbe modo di incidere nella vita amministrativa della Legazione: di lui si ricorda soltanto un decreto (23 febbr. 1708) che, accogliendo le interessate proteste della potente corporazione dei notai, aboliva la Curia giudaica che gli ebrei avevano introdotto nel ghetto per decid ere le cause civili minori. Egli dovette invece affrontare i problemi connessi all'invasione del Ferrarese da parte degli Imperiali, che il 19 maggio 1708 comparvero sotto le mura della città e il 24 maggio occuparono Comacchio, ritenuta feudo dell'Impero in quanto già appartenente agli Estensi sotto tale condizione. Durante il lungo assedio sostenuto dalla città di Ferrara dall'ottobre 1708 governò in effetti la Legazione il vicelegato, monsignor Giulio Imperiali, essendo il C. poco pratico di cose militari. Dopo la fine del blocco della città (30 genn. 1709). in seguito al trattato stipulato a Roma il 15 gennaio tra il segretario di Stato Paulucci e il negoziatore imperiale marchese di Priè, e lo sgombero delle truppe austriache effettuato tra il 10 marzo e il 14 maggio, per far fronte ai gravosi debiti contratti il C. eresse il Monte della difesa all'interesse del 3 per cento.

Il 9 sett. 1709 il C. fu nominato legato di Bologna, ove rimase dal 2 dicembre di quell'anno fino alla fine dei 1714, esplicando un'attività di normale amministrazione. Il 27 nov. 1712 ricevette nelle sue mani l'abiura segreta dal protestantesimo dei principe ereditario di Sassonia Federico Augusto (poi Federico Augusto II come elettore di Sassonia e Augusto III come re di Polonia), che venne divulgata da papa Clemente XI solamente l'11 ottobre del 1717.

Ormai in precarie condizioni di salute il C. si ritirò nel dicembre 1714 a Roma, ove il 21 genp. 1715 cambiò il titolo cardinalizio in quello presbiteriale di S. Pietro in Vincoli. Riservò le sue residue energie a una discreta attività nelle congregazioni romane.

Durante la travagliata preparazione della costituzione Ex illa die (19 marzo 1715) che condannò fermamente i riti cinesi, il C. fu in seno alla Congregazione del S. Uffizio tra coloro che combatterono più duramente le posizioni filogesuitiche dei cardinali Fabroni e Davia; egli chiese al papa la conferma di tutti i decreti precedenti in materia, sostenne inoltre la necessità di comminare le pene previste non solo ai singoli missionari trasgressori ma anche all'intero Ordine religioso di appartenenza che tollerasse il loro comportamento: in questo modo perseguiva l'obiettivo di colpire in particolare la Compagnia di Gesù (Arch. Segr. Vat., Fondo Albani 245, ff. 79-80, 145). Severo nei confronti dei gesuiti, mostrò invece indulgenza verso gli oppositori alla bolla Unigenitus (forse non a caso egli era stato allontanato da Roma negli anni della sua preparazione). Interpellato, come tutti i membri del Sacro Collegio residenti a Roma, sul modo di procedere contro il cardinale de Noailles, che non aveva accettato la condanna dell'opera del Quesnel, l'11 luglio 1716 il C. suggeriva al papa di "far prevalere la Sua Clemenza, procedendo con dolcezza", riconoscendo all'arcivescovo di Parigi e agli altri vescovi recalcitranti la volontà "di sostenere la libertà delle scuole cattofiche e dì conservar la pace delle loro Chiese"; se Clemente XI avesse deciso di procedere rigorosamente contro di loro, il C. riteneva in ogni caso necessario affidare la causa alla Congregazione del S. Uffizio che avrebbe dovuto chiamare il Noailles a Roma a discolparsi dalle accuse; si rendeva però conto che l'opposizione all'Unigenitus poteva provocare pericolosi rigurgiti di gallicanismo (Arch. Segr. Vat., Fondo Albani 148, ff. 154-155). Questa singolare moderazione dei C. rimase pressoché isolata nella Curia romana, anche se altri membri del collegio cardinalizio ritennero opportuno esperire altri passi per ottenere la spontanea sottomissione del Noailles alla S. Sede. Negli anni seguenti, mentre la situazione peggiorava per l'appello al futuro concilio ecumenico interposto dai quattro vescovi di Mirepoix, Montpellier, Boulogne e Senez contro l'Unigenitus, il C. in seno alla Congregazione del S. Uffizio approvò la sostanza della bolla Pastoralis Officii (28 ag. 1718) contro i vescovi disobbedienti, chiedendo soltanto al papa "di mitigare nella medesima Bolla alcuni termini, che possono esser presi per troppo austeri" (Arch. Segr. Vat., Fondo Albani 152, f. 69) e ottenne che fosse taciuto il nome dei quattro appellanti. Nel 1719 il C. era membro delle congregazioni del S. Uffizio, dei Vescovi e Regolari dell'Immunità, di Propaganda Fide, della Fabbrica di S. Pietro, della Disciplina Ecclesiastica; nel 1720 venne aggregato anche alle congregazioni Concistoriale e del Cerimoniale. Nel marzo 1720 fu chiamato a far parte della commissione giudiziaria cardinalizia incaricata di aprire un processo contro il cardinale Alberoni.

Il C. morì a Roma il 19 nov. 1720, e fu sepolto in S. Pietro in Vincoli.

Fonti e Bibl.: Manca una biografia che valuti con completezza la lunga e importante attività del C. al servizio della Curia romana; appena all'inizio è l'utilizzazione (negli ultimi studi di L. Ceyssens e di B. Neveu) delle carte Favoriti-Casoni conservate nell'Archivio Segreto Vaticano e finora soltanto in parte ordinate (si veda su di esse L. Pásztor, Per la storia dell'Archivio Segreto Vaticano nei secc. XVII-XVIII. Eredità Passionei, Carte Favoriti-Casoni, Archivio dei cardinali Bernardino e Fabrizio Spada, in Arch. della Soc. rom. di storia Patria, n.s., XXII (1968), pp. 157-249, ma in particolare le pp. 167, 170, 174, 230). Corrisp. o documenti relativi al C. si trovano anche in: Bibl. Ap. Vaticana, Vat. lat. 13.273-75; Ibid., Ruoli, Innocenzo XI, 44, Ruolo 1683, nn. 10, 11; Ibid., Vat. lat. 10.858, f. 273; Ibid., Borg. lat. 503, ff. 78-79, 84; Arch. Segr. Vat., Instr. Misc. 6744, fasc. 23. Notizie biografiche in: Arch. Segr. Vat., Proc. Dat. 1690, ff. 38-42; L. Cardella, Mem. stor. de' cardinali della S. Romana Chiesa, VIII, Roma 1794, pp. 80 s.; N. Capece Galeota, Cenni storici dei nunzii apostol. residenti nel Regno di Napoli..., Napoli 1877, pp. 63 s.; R. Ritzler-P. Sefrin, Hierarchia catholica..., V, Patavii 1953, pp. 24, 44, 50, 133 . L'attività svolta dal C. durante il pontificato di Innocenzo XI specialmente per i rapporti con i giansenisti dei Paesi Bassi e per le vertenze tra la S. Sede e la corte francese, è quella più studiata. In particolare per la missione degli anni 1677-1679 a Nimega, si veda: Arch. Segr. Vat., Segr. di Stato, Paci 34, f. 208; F. De Bojani, Innocent XI. Sa correspond. avec ses nonces, I, Rome 1910, pp. 27, 152, 173, 202, 274, 548; L. Ceyssens-S. De Munter, Sources relatives d l'histoire du jansénisme et de l'antijansénisme des années 1677-'79, Louvain 1974,pp. 248, 269, 283, 353, 356, 391, 411, 459. Per il 1680-82: L. Ceyssens-S. De Munter, La seconde période du jansénisme, II, Sources des années 1680-1682, Bruxelles-Rome 1974, ad Indicem. Per gli anni 1682-1689: Arch. Segr. Vat., Segr. di Stato, Francia 317A-317H; A. Arnauld, Oeuvres..., Lettres, II, Paris 1775, passim;C. Gérin, Le pape Innocent XI et la révolut. anglaise de 1688, Paris 1876, pp. 7, 10-13, 18, 53; M. Dubruel, La congrégation particulière de la régale sous Innocent XI et les papiers d'A. Favoriti et de L. C. aux Archives Vaticanes, in Revue des questions histor., n.s., XLIV (1910), pp. 131-145; P. Dudon, Le quiétiste espagnol M. Molinos (1628-1696), Paris 1921, pp. 148, 175, 189; M. Dubruel, Les origines de l'agence janséniste à Rome à la fin du XVIIe siècle, in Etudes, CCXXXVIII(1926), pp. 408, 410, 413; L. von Pastor, Storia dei Papi, XIV, 2, Roma 1932, ad Indicem;J.-M. Vidal, Antoine Charlas directeur du Séminaire et vicaire général de Pamiers (1634-1698), Castilion-en-Conserans 1934, pp. 24 s., 28, 42, 44 s., 48, 50 s.; J. Orcibal, Louis XIV contre Innocent XL…, Paris 1949, ad Indicem;L. Ceyssens, La correspondance d'Emmanuel Schelstrate préfet de la Bibliothèaue Vaticane (1683-1692), Bruxelles-Rome 1949, ad Indicem;A. Morey-A. Landor, L. C. and Papal Policy for the Church in France, 1682-1689, in Journal of eccles. history, IV (1953), pp. 77-84; L. Ceyssens, Gilles Gabrielis à Rome (1679-1683), épisode de la lutte entre rigorisme et laxisme, in Antonianum, XXXIV(1959), pp. 89, 103, 108; F. Margiotta Broglio, Il conflitto della "Regalia" e l'appello per abuso del 22 gennaio 1688…, in Mem. della Accad. naz. dei Lincei, s. 8, XI (1963), 4, pp. 175, 184-186, 207, 213 s.; Correspondance du nonce en France Angelo Ranuzzi (1683-1689), a cura di B. Neveu, I-II, Rome 1973, ad Indicem;B. Neveu, Sébastien Joseph du Cambout de Pontchâteau (1634-1690) et ses missions à Rome d'après sa correspondance et des documents inédits, Paris [1969], ad Indicem;Id., La correspondance romaine de Louis-Paul Du Vaucel, in Actes du Colloque sur le jansénisme, Louvain 1977, pp. 105-185. Per il pontificato di papa Alessandro VIII (1689-1691): M. Dubruel, Le pape Alexandre VIII et les affaires de France, in Revue d'histoire ecclésiastique, XV (1914), pp. 283, 285, 506, 508 s. Per la missione a Napoli (1690-1701): Arch. Segr. Vat., Segr. di Stato, Napoli 106-128, 130, 130 A-D; A. Granito di Belmonte, Storia della congiura del Principe di Macchia..., I, Napoli 1861, pp. 56, 146, 170; D. Confuorto, Giornali di Napoli dal MDCLXXIX al MDCIC, a cura di N. Nicolini, I, Napoli 1930, pp. 289 s., 327, 331, 347, 350 s., 353 s., 365-368, 370; II, ibid. 1931, pp. 3, 6, 26, 29, 52, 74 s., 92, 122 s., 205, 213, 222, 242, 247 s., 254, 264, 275, 294 s., 297, 307, 312, 319; L. Marini, Il Mezzogiorno d'Italia di fronte a Vienna e a Roma (1707-1734), in Annuario dell'Ist. stor. ital. per l'età mod. e contemporanea, V (1953), p. 54; Recueil des instructions données aux ambassadeurs et ministres de France..., XVII, Rome, II, (1688-1723), a cura di G. Hanotaux, Paris 1911, pp. 5, 8 s., 142, 230 s., 296, 334 s.; R. Colapietra, Vita pubblica e classi politiche del viceregno napoletano (1656-1734), Roma 1961, pp. 12, 67, 72, 74, 79, 154; E. Gencarelli, Una fonte per la storia di Napoli durante la guerra di successione di Spagna: i dispacci dei nunzi pontifici, in Annali della Scuola speciale per archivisti e bibliotecari dell'Univ. di Roma, II (1962), pp. 151-153, 155-170; L. Osbat, L'Inquisizione a Napoli. Il processo degli ateisti 1688-1697, Roma 1974, ad Indicem;G. Galasso, Napoli nel viceregno spagnolo (1696-1707), in Storia di Napoli, VII, Napoli 1972, pp. 49-51, 59-75, 182-193, 212 s., 242 s. Per l'attività svolta nel periodo 1702-1707: Arch. Segr. Vat., Fondo Albani 125, ff. 151-155; 526, ff. 76 s.; Ibid., Secr. Brevium 2088, ff. 19-22; L. von Pastor, Storia dei papi, XV, Roma 1932, pp. 155, 266; Relaz. di ambasciatori sabaudi genovesi e veneti durante il periodo della grande alleanza e della successione di Spagna (1693-1713), a cura di C. Morandi, Bologna 1935, pp. 200 s., 208, 216, 218; A. Caracciolo, D. Passionei tra Roma e la repubblica delle lettere, Roma 1968, pp. 40, 196, 198, 207. Per il biennio trascorso a Ferrara: Arch. Segr. Vat., Ferrara 132, 133, 135, 140; A. Frizzi, Mem. per la storia di Ferrara, V, Ferrara 1848, pp. 163-179; H. Kramer, Habsburg und Rom in den Jahren 1707-1709, Innsbruck 1936, pp. 52, 77 s., 84, 92. Per la Legazione di Bologna: Arch. Segr. Vat., Bologna 90-93, 93 A; S. Muzzi, Annali della città di Bologna dalla sua origine al 1796, VIII, Bologna 1846, pp. 366, 369, 371. Per l'attività svolta dal C. nel periodo 1715-1720 nella Curia romana: Arch. Segr. Vat., Fondo Albani 148, ff. 154-155; 152, ff. 28, 69; 245, ff. 79-80, 145; Notizie per l'anno 1716, Roma 1716, p. 48; Notizieper l'anno 1719, Roma 1719, p. 96; Notizie per l'anno 1720, Roma 1720, p. 104; L. von Pastor, Storia dei Papi, XV, Cit., pp. 102, 130, 224.

Invia articolo Chiudi