LUDOVISI, Ludovico

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 66 (2006)

di Paolo Broggio - Sabina Brevaglieri

LUDOVISI, Ludovico. - Nacque a Bologna il 27 ott. 1595, primogenito del conte Orazio (poi duca di Fiano) e di Lavinia Albergati, esponenti di due tra le principali famiglie del patriziato senatorio della città. Ancora bambino il L. lasciò la città natale per trasferirsi con i genitori a Roma, dove lo zio Alessandro era uditore di Rota (dall'agosto 1599). Compì gli studi presso il Collegio germanico, sotto la direzione dei gesuiti, a cui il L. rimase sempre particolarmente legato; quando lo zio divenne arcivescovo di Bologna, nell'aprile 1612, il L. tornò nella città per intraprendere gli studi giuridici presso l'Università, ottenendo nel febbraio 1615 il titolo di dottore in diritto civile e canonico. Fece poi ingresso nel Collegio dei giudici di Bologna e ottenne un lettorato in quella Università. L'attività curiale e diplomatica di Alessandro Ludovisi, cardinale dal settembre 1616, fu un importante riferimento per la formazione del giovane L.: nell'agosto 1617 accompagnò lo zio nella missione diplomatica a Milano e Pavia ordinata da Paolo V per provvedere alla soluzione del conflitto, scaturito dalle pretese del duca di Savoia Carlo Emanuele I per il possesso del Monferrato, e successivamente della guerra ingaggiata da Venezia contro l'arciduca Ferdinando di Stiria a causa della pirateria uscocca nell'alto Adriatico, a cui pose fine il trattato di Madrid del 26 sett. 1617.

Il 1619 segnò per il L. l'inizio di una carriera curiale in costante ascesa, con un accumulo di incarichi giuridico-amministrativi. In dicembre fece ingresso nella Segnatura di giustizia e, nel gennaio successivo, in quella di grazia. Sempre nel 1620 Paolo V lo ammise nella congregazione del Buon Governo, e nei primi giorni del 1621 il L. entrò a far parte della S. Consulta. A decretare il salto di qualità nel suo cursus honorum fu l'elezione a papa di Alessandro Ludovisi il 9 febbr. 1621 (Gregorio XV). Il 15 febbraio, in occasione del primo concistoro, il L. fu creato cardinale con il titolo di S. Maria in Traspontina (dal 7 giugno 1623 di S. Lorenzo in Damaso) e ricevette l'ordinazione sacerdotale di lì a breve. Nel giro di pochi mesi il papa procedette a una serie di nomine in favore del L. che decretarono la vera e propria "installazione" del cardinale nipote: il 17 febbraio prefetto della Segreteria dei brevi segreti; il 21 il titolo di gran lunga più importante, quello di sovrintendente dello Stato della Chiesa, in virtù del quale il L. ricevette pieni poteri nel governo temporale della città di Roma e dello Stato e una posizione di preminenza nella diplomazia pontificia, vista la connessa facoltà di firmare tutte le lettere del papa indirizzate a principi, ambasciatori, nunzi e legati. Seguirono nei mesi successivi altre cariche particolarmente importanti, come quella di camerlengo della Camera apostolica, ottenuta il 10 febbr. 1621 alla morte del nipote di Clemente VIII, il cardinale Pietro Aldobrandini (titolo che il L. cedette nel giugno 1623 al cardinale Ippolito Aldobrandini, allorché con la morte di Alessandro Peretti, cardinale nipote di Sisto V, conseguì il titolo di vicecancelliere), quella di governatore di Fermo e l'altra di legato di Avignone; infine, il 27 marzo 1621, divenne arcivescovo di Bologna.

Gli osservatori erano soliti mettere in rilievo lo strapotere del L. in Curia e la sua illimitata influenza personale sul pontefice. L'immagine trasmessa era quella di un uomo spregiudicato e interessato solo ad accrescere il più velocemente possibile le proprie ricchezze in vista della morte dello zio, data sempre per imminente. In effetti, nel corso della sua vita il L. riuscì ad accumulare una ricchezza immensa. La politica nepotistica di Gregorio XV portò all'istituzionalizzazione della figura del cardinale nipote, in grado di cumulare ogni incombenza e di agire da vero e proprio alter ego del papa, alla stregua dei ministri che nello stesso torno di tempo affiancavano i monarchi assoluti europei. Ma vi è stato anche chi ha rilevato la capacità di Gregorio XV di instaurare uno stretto e armonioso rapporto con le due più alte cariche della Chiesa, il cardinale nipote e il segretario di Stato (ufficio che dall'ottobre 1621 fu ricoperto da Giovanni Battista Agucchi), una sinergia a cui si dovette la fedele esecuzione della volontà del pontefice. È stato dunque ridimensionato in sede storiografica il protagonismo del L. nelle scelte di governo del breve ma incisivo pontificato di Gregorio XV ed è stato messo in giusta luce il ruolo chiave dell'Agucchi, di fatto l'unico responsabile della corrispondenza ufficiale con i nunzi; tuttavia è innegabile che il L. esercitò ugualmente una forte influenza sulla politica pontificia.

Dal punto di vista dell'affermazione delle prerogative della Chiesa di Roma, minacciate dal crescente regalismo delle monarchie assolute europee, particolarmente significativa è la lettera del 6 ott. 1621 che il L. scrisse al nunzio a Madrid, Alessandro de Sangro: sulla stessa linea dell'istruzione papale ricevuta pochi mesi prima, il L. insisteva sulla natura "giudiziale" (nel senso della preservazione della giurisdizione ecclesiastica) e non solo diplomatica della carica di nunzio.

La questione della Valtellina, possedimento della Lega svizzera dei Grigioni sin dal 1513 e occupata dalle truppe ispano-imperiali nell'agosto 1620, rappresentò il principale campo di sperimentazione della vocazione di Gregorio XV a farsi ago della bilancia della politica europea (abbandonando le cautele del predecessore Paolo V) e a operare per la conservazione della religione cattolica e per il mantenimento della pace. Nella fattispecie, solo la restituzione di quella regione alla sua indipendenza, scongiurando in tal modo il pericolo di un'alleanza tra Francia, Venezia e Savoia contro gli Ispano-Imperiali, avrebbe potuto evitare la catastrofe di un conflitto di larga scala sul territorio italiano. L'azione del L. mirava a sostenere l'intransigente equidistanza del papa tra le potenze coinvolte in una guerra che si andava sempre più complicando a causa delle attitudini belliciste del governatore di Milano, Gómez Suárez de Figueroa, duca di Feria, e per la brusca inversione di rotta nella politica spagnola causata dall'ascesa al trono di Filippo IV. Tra la fine del 1622 e gli inizi del 1623 si fece strada l'ipotesi di una mediazione di Gregorio XV tra le potenze in lotta; l'arbitrato prevedeva che la regione fosse consegnata al pontefice come deposito provvisorio fino alla decisione finale, da affidarsi al papa stesso. Dopo qualche esitazione, il 14 febbr. 1623 il conte duca di Olivares, Gaspar de Guzmán, firmò con il nunzio pontificio Innocenzo de' Massimi una convenzione che consegnava temporaneamente al papa le fortezze della Valtellina. Il L., nell'intento di sostenere il progetto di arbitrato e di evitare intrighi, dalla metà di marzo si permise persino di rifiutare di ricevere in udienza l'ambasciatore veneziano Ranier Zeno, ovviamente contrario agli accordi appena conclusi. Il L. intervenne anche per esigere dagli Stati in lotta il raggiungimento di clausole confessionali che dessero ai cattolici le maggiori garanzie possibili, specie nel caso di restituzione della Valtellina ai Grigioni. In merito alla questione del controllo dei passi alpini, che dal settembre 1622, in base alla pace di Lindau, erano appannaggio degli Spagnoli, il L. si espresse in favore di questi ultimi, giudicando utile per la restaurazione cattolica in Germania il mantenimento di un minimo di comunicazioni tra la Spagna e l'Impero.

Anche sul fronte tedesco l'azione diplomatica del L. mirava a chiarire e ad appoggiare al massimo la politica interventista intrapresa da Gregorio XV, che costituì l'aspetto di maggiore rilevanza del pontificato. Il papa e il L. si adoperarono per mantenere la maggioranza cattolica nella Dieta imperiale: il risultato fu raggiunto con il conferimento della dignità elettorale a Massimiliano di Baviera, che non mancò di ringraziare la S. Sede per l'appoggio offerto con la donazione della Biblioteca Palatina di Heidelberg. Al tempo stesso promossero la ricattolicizzazione delle vaste aree passate alla Riforma, attraverso un preciso piano di propaganda religiosa e culturale e finanziando la Lega cattolica e l'imperatore per la continuazione della guerra contro i protestanti.

Vera e propria pietra miliare del programma centralizzatore e universalistico di Gregorio XV fu l'istituzione, il 6 genn. 1622, della congregazione de Propaganda Fide, organo stabile di giurisdizione ecclesiastica sulle missioni nel mondo, incaricato anche di organizzare, fomentare e controllare l'attività di propagazione della fede "cattolica romana" verso eretici e infedeli senza limitazioni geografiche. Il L. vi svolse da subito un ruolo di primo piano: fu chiamato a far parte della congregazione, insieme con altri tredici cardinali e due prelati (Agucchi e Joan Bautista Vives) e, il 12 nov. 1622, fu nominato dal papa prefetto a vita. Il L. fornì un contributo di grande rilievo all'elaborazione dei fini e dei metodi dell'istituzione: nella lettera inviata ai nunzi il 15 genn. 1622, spiegava che, se per conservare la fede tra i cattolici era ammissibile l'uso di metodi costrittivi (attraverso il Tribunale del S. Uffizio), nei confronti degli infedeli e dei neofiti era necessario invece procedere secondo un metodo "apostolico". La vicinanza del L., così come di Gregorio XV, alla Compagnia di Gesù fu probabilmente un fattore decisivo per la crescita dei numerosi seminari pontifici presenti a Roma e in Europa - che già sotto Gregorio XIII erano stati affidati alle cure dei gesuiti -, e per la loro posizione alle dirette dipendenze di Propaganda Fide, poco tempo dopo la creazione della congregazione (25 apr. 1622 e 21 marzo 1623).

Il L. ebbe anche un ruolo di rilievo in uno dei provvedimenti più importanti presi da Gregorio XV per la vita interna della Chiesa, e cioè la riforma delle regole per l'elezione del pontefice così pesantemente soggetta alle ingerenze delle potenze cattoliche, soprattutto della Spagna. Fu proprio davanti al L. che due insigni prelati del tempo, Federico Borromeo e Roberto Bellarmino, chiesero a gran voce l'abolizione dell'elezione "per comune adorazione", sistema di voto palese che, nell'opinione di molti, non consentiva un'adeguata verifica della maggioranza dei suffragi e non dava sufficienti garanzie di scelta dei candidati più degni. La posizione del L. in tale questione fu ambigua: assunto l'impegno di adoperarsi nel senso delle indicazioni di Borromeo e di Bellarmino, ebbe poi un atteggiamento tentennante, che superò solo quando Gregorio XV prese egli stesso la decisione di attuare la riforma. In Curia vi fu chi accusò il L. di non avere mai voluto sinceramente la riforma perché lesiva dei suoi interessi. Vincendo non poche resistenze, in particolare quella di Scipione Borghese, capo della fazione più numerosa del S. Collegio, il papa, con l'aiuto del L., portò fino in fondo il progetto di riforma e il 15 nov. 1621 le nuove regole furono adottate con la bolla Aeterni Patris Filius. Erano previste procedure formali rigide, specie in merito alla segretezza del voto e alle modalità dello scrutinio, per i tre sistemi da quel momento ammessi: "per scrutinium", "per compromissum" e "per quasi inspirationem".

Al di fuori della sfera propriamente politica il L., oltre a distinguersi in attività caritatevoli e assistenziali, in particolare in occasione della carestia che colpì Roma nell'estate del 1622, occupò un posto non secondario nel patronage culturale e letterario della Roma del tempo: tra il 1623 e il 1624 accolse e protesse a Roma Giovan Battista Marino e, dal 1626 al 1632, ebbe a servizio il modenese Alessandro Tassoni. Ma il nome del L. è rimasto legato soprattutto al mondo delle accademie, sorte numerose tra Cinque e Seicento per volere di illustri porporati. Tra il 1621 e il 1623 il L. divenne il punto di riferimento dell'Accademia dei Virtuosi a Monte Cavallo (il Quirinale), luogo privilegiato di elaborazione dottrinale e di vera e propsria sociabilità politico-curiale, dove si affrontavano questioni teologiche ed esegetiche nell'intento di proporre teorizzazioni politiche con solidi fondamenti biblici, in particolare veterotestamentari.

Poco prima di morire Gregorio XV indirizzò al L. uno scritto per prepararlo ai molteplici rischi cui sarebbe andato incontro una volta che la "mutatione" generata dalla sua scomparsa e dall'elezione del nuovo pontefice si fosse verificata. Secondo il papa, il L. avrebbe dovuto assumere un atteggiamento modesto, defilato, prudente, astenendosi dal mantenere un ruolo politico attivo, in Curia così come con i principi stranieri. Non è chiaro quali siano stati la genesi e il momento esatto della stesura del testo, che si presenta come una narrazione condotta dal L. in prima persona, sul filo della memoria, e che appare scaturire da conversazioni private intercorse con il pontefice negli ultimi suoi mesi di vita; ma non si può neanche escludere una diffusione post eventum, a elezione di Urbano VIII già avvenuta, quale tentativo del L. di allinearsi a una realtà diversa e di essere assorbito in maniera indolore all'interno del nuovo ambiente curiale.

Morto Gregorio XV l'8 luglio 1623, il L. fu uno dei protagonisti delle complesse manovre che caratterizzarono il lungo conclave apertosi qualche giorno dopo. Lo scontro avvenne soprattutto tra la fazione capeggiata dal L. e quella del cardinale Borghese, membri di famiglie divise da un'acerrima rivalità; dopo diciassette giorni di tentativi, si individuò una candidatura di compromesso in Maffeo Barberini, che prese il nome di Urbano VIII.

Negli anni del pontificato di Urbano VIII, il L. è ricordato soprattutto per la fondazione del Collegio irlandese a Roma, aperto nel 1628, al quale destinò in lascito testamentario la vigna che possedeva a Castel Gandolfo. L'ingresso della famiglia Ludovisi nel "partito spagnolo", preparato dallo stesso Gregorio XV con il matrimonio, il 30 nov. 1622, tra il fratello del L., Niccolò, e Isabella Gesualdo, erede di Emanuele principe di Venosa e conte di Conza, fu all'origine del coinvolgimento del L. nell'affare della protesta del cardinale Gaspare Borgia, avvenuta nel concistoro segreto dell'8 marzo 1632. In quella occasione il porporato spagnolo mise apertamente in discussione la politica di supposta indifferenza di Urbano VIII verso il rischio di una sconfitta del cattolicesimo in Germania, prospettando persino la messa in stato di accusa e la deposizione del pontefice per via di concilio. L'ira del papa si riversò sull'intera fazione curiale ispano-imperiale che faceva capo al Borgia. Il L. ne fu la vittima più illustre: sulla base dell'applicazione ad personam dell'obbligo di residenza dei vescovi, fu costretto ad abbandonare Roma il 27 marzo 1632 e a raggiungere Bologna. Vano risultò il tentativo della diplomazia spagnola di ottenere dal papa la reintegrazione in Curia del L., che in giugno offrì all'Olivares anche una grossa somma di denaro per sovvenire alle necessità del re Cattolico.

Logorato dalla podagra, la malattia che lo aveva afflitto tutta la vita, il L. morì a Bologna il 18 nov. 1632. P. Broggio

A partire dal 1621, la costante tensione al consolidamento del prestigio personale e familiare, sottesa al ruolo di cardinal nipote, alimentò nel L. una committenza artistica vivace e un collezionismo brillante. "Prontezza" e "volontà" presiedettero a un mecenatismo modulato con lungimirante intelligenza, che assegnava a queste attitudini precise valenze ideologiche, ispirate dalla consapevolezza della provvisorietà del proprio potere e dalla malferma salute del pontefice. La competizione con i predecessori, in particolare con l'avversario Scipione Borghese, alimentò la spiccata propensione del L. al dinamismo, cifra distintiva di scelte culturali organiche a una più ampia visione politica (Krems, Die "prontezza").

Ragioni di tempo e di opportunità distolsero il L. da impegnative committenze di edilizia privata. Alla costruzione ex novo di palazzi e ville, egli preferì acquisti mirati e rapide campagne di restauro, opzioni funzionali alle esigenze del rango, tutt'altro che imputabili a uno scarso interesse per l'architettura. Nel marzo del 1621, il L. acquistò da Clemente Sannesi un palazzo all'arco della Ciambella, al cui ampliamento partecipò anche Carlo Maderno, che avviò con il committente relazioni intense e stabili. Maderno fu attivo per suo conto nel palazzo di piazza Ss. Apostoli, acquistato dai Colonna nel maggio del 1622 e rivenduto loro nel luglio del 1623, con il trasferimento del L. in palazzo della Cancelleria. Nel cortile dell'edificio il Maderno impostò un insolito portico perimetrale a serliane, ampliando il cantiere anche all'area della facciata e agli interni, per i quali il giovane Borromini progettò elementi di arredo.

Parallelamente alle dimore urbane, il L. si dotò di una villa a Frascati, acquistata dagli Altemps nell'agosto del 1621, incaricando ancora il Maderno del completamento del teatro d'acqua (1622-23), mentre sul programma iconografico delle fontane intervenne probabilmente l'Agucchi. Nel 1622, la necessità di un consolidamento patrimoniale della famiglia papale spinse il L. ad acquistare dai Colonna il feudo di Zagarolo, dove commissionò un ampliamento del locale palazzo di famiglia, eseguito in realtà tardivamente.

Fin dalla nomina cardinalizia, il L. concentrò attenzioni e risorse sull'allestimento della villa di città, nell'area degli antichi Orti Sallustiani, misurandosi con la scelta del predecessore Borghese per una tipologia architettonica di rappresentanza, chiamata a incarnare l'essenza della politica di prestigio nepotista. Nel giugno del 1621, il L. cominciò l'acquisizione di proprietà nell'area pinciana, comprando prima la vigna del cardinale Francesco M. Del Monte e una più ridotta porzione confinante, poi, nel 1622, la villa di Giovan Antonio Orsini e i possedimenti cappuccini, in affitto al cardinale Luigi Capponi. Dal luglio del 1621, cospicue risorse furono investite in interventi di restauro, coordinati dal fidato Maderno, mentre al nome di Domenichino, appena nominato architetto dei palazzi apostolici, si dovrebbe riferire l'allestimento antiquariale del boschetto delle statue.

Nella villa, il L. fece infatti dislocare la sua preziosa collezione di antichità, freneticamente acquisita a partire dall'elezione di Gregorio XV e presto in grado di competere, per consistenza e qualità, con le celeberrime raccolte del rivale Borghese. Ai marmi pertinenti alle precedenti proprietà dell'area pinciana e alle sculture provenienti dalle dimore dei Colonna e degli Altemps, si affiancarono nel 1622 i 102 pezzi della collezione di Federico Cesi e, l'anno successivo, quelli appartenuti ai Cesarini. Esemplari di particolare pregio furono acquisiti esercitando un informale diritto di prelazione, come nel caso del formidabile Sarcofago con battaglia, c.d. Grande Ludovisi, trasferito dallo scavo alla villa pinciana nello stesso 1622 (la maggior parte delle statue appartenute al L. è oggi conservata a Roma nel Museo nazionale romano di palazzo Altemps, a cui si rimanda, in assenza di diversa specificazione). Le donazioni, come il colossale Dioniso e satiro, ceduto da Muzio Mattei, contribuirono all'accrescimento di una raccolta, arricchita anche da significativi ritrovamenti in loco, fra i quali con ogni probabilità il Galata morente (Roma, Musei Capitolini) e il Galata suicida, forse l'Oreste ed Elettra e l'Ermafrodito (Firenze, Galleria degli Uffizi).

Due inventari, redatti alla morte di Gregorio XV (1623) e del L. (1633), restituiscono composizione e disposizione della collezione pinciana, lasciando aperta la delicata questione dei criteri espositivi. Finalità decorative ed effetti scenografici avrebbero ispirato il boschetto delle statue, mentre a un sofisticato programma iconografico, elaborato ancora dall'Agucchi, si sarebbe attenuta la disposizione antiquaria, almeno nei pressi del casino dell'Aurora, dove la celebrazione di un potere fondato su Prudentia e Virtus venne declinata in ossequio agli avvertimenti pontifici per una "magnifica modestia", ispirata a ideali di decoro e nobiltà cristiana (Krems, Die "magnifica modestia"). Criteri di limpida simmetria formale intervennero comunque nell'allestimento delle antichità, valorizzando la particolare inclinazione del L. per le valenze narrative dei gruppi. In una sala del cosiddetto Palazzo grande, destinato a ospitare i pezzi più rappresentativi della raccolta, le notevoli dimensioni del Galata suicida e dell'Oreste ed Elettra li qualificavano come pendants ideali del Ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini (Roma, Galleria Borghese), ceduto dal Borghese nel 1623, simbolo eccellente di una pratica del dono attentamente modulata su considerazioni di rango e di opportunità politica. Funzionale, in questo caso, al "paragone" fra antico e moderno, il principio della simmetria altrove fu assecondato da interventi di restauro, legittimati dall'aspirazione del committente alla fruibilità estetica dei singoli pezzi e alla loro armonica integrazione nel sistema espositivo. Per Ippolito Buzzi, incaricato di racconciare i marmi di provenienza cesiana (1621-24), i frammenti miscellanei della collezione rappresentarono il materiale grezzo attraverso cui reinventare l'antico. Nel caso del Bernini, incaricato nel 1622 di intervenire sull'Ares, il restauro assunse piuttosto le caratteristiche della competizione, non dimenticando un omaggio al committente nella scoperta citazione di un dettaglio del sarcofago Grande Ludovisi, trasfigurata dalla geniale fantasia barocca dell'artista. Nel 1627, lo straordinario intervento di integrazione dell'Athena da parte di Alessandro Algardi, responsabile anche del Dadoforo e dell'Hermes Loghios, rispose piuttosto al desiderio del L. di possedere una statua in grado di competere con il celeberrimo esemplare della collezione Giustiniani.

Alla frenesia antiquaria del L. corrispose una qualche ritrosia nei confronti della scultura moderna, scarsamente rappresentata in una collezione in cui spiccavano poche opere del Bernini, fra le quali un busto marmoreo di Gregorio XV (Toronto, The Art Gallery of Ontario) commissionatogli nel 1621 e ricompensato, così come nel parallelo caso del pittore Ottavio Leoni, dal prestigioso cavalierato dell'Ordine di Gesù Cristo per l'alto valore artistico di effigi, dense di implicazioni simboliche.

Fu alla decorazione pittorica del casino dell'Aurora di palazzo Ludovisi Boncompagni che il L. affidò il più organico programma di autocelebrazione. Nell'estate del 1621, per lo scompartimento in finta architettura delle volte delle due sovrapposte sale centrali, il L. si servì dell'affermato Agostino Tassi, impiegato anche nel palazzo dei Ss. Apostoli. Per la decorazione di figura, la scelta del Guercino, appena giunto a Roma su convocazione papale, rispose piuttosto alla manifesta volontà di competizione del committente, che affidò alla drammatica e coinvolgente narrativa dell'artista emergente un'allegoria temporale, già oggetto dell'affresco di Guido Reni per la villa del Borghese al Quirinale (casino dell'Aurora di palazzo Pallavicini).

Al centro di una quadratura allusiva alla pianta cruciforme del casino, il carro di Aurora solca impetuosamente la volta celeste, sorvolando un'ambientazione di giardino, in cui si riconosce la stessa villa pinciana. Coinvolgendo lo spettatore attraverso un'ardita combinazione di "sott'in su" e "quadro riportato", l'Aurora, in transito fra il Giorno e la Notte, dipinti sulle lunette laterali, trae puntuale ispirazione dai modelli dell'Iconologia di Cesare Ripa, con qualche eccezione nelle Ore, in avanscoperta davanti al carro, e nell'anziano Titone di ovidiana memoria, al seguito. La tradizionale evocazione di un ritorno della mitica età dell'oro fu riconfigurata per il L. in un sofisticato programma iconografico, da attribuire con ogni probabilità all'Agucchi, con un'accentuazione di valenze trionfali, funzionali al raccordo tematico con la simmetrica sequenza visiva del piano nobile. Dipinta al centro di una più tradizionale quadratura architettonica, la Fama, con il classico attributo della tromba, si libra in un'immobile atmosfera senza tempo, dove la Fenice campeggia come simbolo di una rinascita ispirata da Onore e Virtù, raffigurati ai margini della volta, ammantati dei colori araldici ludovisiani.

Reso più efficace dalla sequenza ascensionale delle due decorazioni all'interno del casino, l'annullamento del prorompente dinamismo dell'Aurora del pianterreno nell'abbagliante scena paradisiaca del piano nobile rappresenta dunque una metafora della sublimazione della gloria del L. dalla dimensione temporale all'eterna.

Abbandonato il registro allegorico delle sale centrali, un modesto affresco del pianterreno, attribuito al bolognese Giovanni Luigi Valesio, celebra in chiave araldica la centralità di ruolo del nipote, mentre la Stanza dei paesi, in un altro braccio del casino, stempera solo apparentemente la tensione encomiastica del programma figurativo in un Ludus puerorum, dipinto da Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio sulla volta, suscettibile di implicazioni alchemiche. Per realizzare una sorta di galleria di paesaggio in miniatura, in un ambiente di ridotte dimensioni, il L. incaricò maestri indiscussi del genere, come Domenichino, Paolo Brill e Giovan Battista Viola, in gara con il prediletto Guercino, svelando un orientamento di gusto, confermato dalle grandi tele di Paesi commissionate a Domenichino per la collezione e per il fratello Niccolò (1621-22).

Fra i trecento quadri da cavalletto registrati nei documenti inventariali del L., la sezione di pittura contemporanea riflette in effetti un'adesione alla compatta regia culturale che ispirò la decorazione monumentale. Furono innanzitutto i legami di origine con Bologna a orientare le acquisizioni di una collezione che vantava quindici dipinti di Reni, dieci di Annibale e altrettanti di Ludovico Carracci, brillante esito di uno spiccato campanilismo artistico, prima che risultato di selettive opzioni estetiche. D'altra parte, se i tre dipinti di Caravaggio, l'unica tela di Bartolomeo Manfredi e qualche natura morta di Tommaso Salini rivelano la relativa freddezza del L. nei confronti dei "tenebrosi", i sei quadri commissionati a Domenichino, fra i quali due Paesaggi con storie di Ercole e il Paesaggio con fuga in Egitto (Parigi, Musée du Louvre), confermano l'apprezzamento di lungo corso per il conterraneo, ma sembrano anche assecondare una tendenza a circoscrivere l'interesse per la sua produzione. Autore del ritratto di Gregorio XV con il L. di Béziers (Musée des beaux-arts), forse copia di un originale perduto, il Domenichino occupò prestigiosi ruoli alla corte pontificia e fu sostenuto dal L. nell'assegnazione dell'incarico per la decorazione di S. Andrea della Valle, a fronte, tuttavia, di una sua sorprendente marginalità nei cantieri figurativi controllati dal cardinal nipote. Anche l'esclusione del Reni, stimato nella pittura da cavalletto ma neppure richiamato a Roma dal L. come frescante, suggerisce cautela nell'attribuire alla connotazione spiccatamente emiliana della collezione la valenza di un'austera reazione classicista al vivace eclettismo borghesiano (Haskell, p. 47), esortando a riconsiderare il ruolo culturale dell'Agucchi, negli anni del L., probabilmente più esposto sul piano della consulenza iconografica che sul fronte propriamente teorico (Mahon, p. 146).

L'"estate indiana" della pittura bolognese a Roma (Pope-Hennessy, p. 191; Wood, 1988) fu dunque soprattutto espressione di un patronage ideologicamente orientato, in particolare riservato a una clientela artistica, la cui estraneità rispetto ai predecessori costituiva il requisito fondante di una fedeltà esclusiva al Ludovisi. In questa prospettiva, egli cooptò alcuni artisti, già legati alla famiglia negli anni bolognesi, come il Viola, prima, il Valesio, poi, chiamato a Roma nel ruolo di guardaroba e sovrintendente dei cantieri figurativi del palazzo pinciano, oltre che autore del catafalco allestito nella cattedrale felsinea di S. Pietro, in occasione della commemorazione del funerale pontificio (1624). Fu il nuovo travolgente dinamismo del Guercino a offrirsi al L. come interprete figurativo privilegiato della sua "prontezza", contrapponendosi al meditato classicismo del Domenichino e all'ineffabile stile reniano. Fra i dodici quadri del Guercino in collezione, la maggior parte fu esito di commissione diretta, evidenziando, nel caso della Susanna e i vecchioni (Madrid, Museo del Prado), relazioni di patronato antecedenti al 1621, mentre la ricorrenza dei colori araldici del L. potrebbe contribuire a collocare in anni romani dipinti come il S. Girolamo e l'Angelo (Louvre).

La composizione della sezione dedicata ai grandi maestri rinascimentali fu fortemente influenzata dalle opportunità del mercato e dalla pratica del dono. Fra i dipinti di Leonardo, Raffaello, Andrea del Sarto e Domenico Beccafumi, il Noli me tangere del Correggio (Madrid, Museo del Prado) e i due celeberrimi Baccanali di Tiziano (ibid.) furono tra i capolavori donati da Olimpia Aldobrandini, nel 1621, per cementare l'alleanza tra le due famiglie papali. La forte connotazione veneta della collezione del L., con quattordici tele di Tiziano, una decina di Bellini, quasi altrettante di Bassano e Pordenone, fu piuttosto la conseguenza di una predilezione stilistica, così come nel caso del cospicuo nucleo di dipinti ferraresi, in parte provenienti dalla dispersione della collezione estense.

A fronte del ridimensionamento imposto dalla morte di Gregorio XV, il L. si impegnò in una committenza religiosa, già avviata come arcivescovo di Bologna, in occasione della ricostruzione della cattedrale di S. Pietro. Interventi a Roma e Zagarolo, a favore dell'Ordine barnabita, fecero da contorno all'imponente finanziamento per la fondazione della chiesa di S. Ignazio, a riprova di rapporti preferenziali con i gesuiti, ai quali affidare la celebrazione della famiglia papale benefattrice. Nel 1626, il L. stanziò infatti la ragguardevole cifra di 200.000 scudi, oltre a un lascito testamentario, ponendo la pietra angolare dell'edificio, destinato a ospitare il monumento funebre suo e dello zio pontefice. I lavori di progettazione stimolarono una straordinaria interazione tra committenza e ambiente artistico, intorno a una sorta di concorso in cui si cimentarono il Maderno, il Domenichino, il Borromini e il gesuita Orazio Grassi, consiliarum aedificiorum dell'Ordine e responsabile del progetto esecutivo, realizzato nel 1629 in forma di modello ligneo e riprodotto sullo sfondo di un contemporaneo ritratto anonimo del committente Ludovisi (Roma, Pontificia Università Gregoriana).

S. Brevaglieri

Fonti e Bibl.: Biblioteca apost. Vaticana, Vat. lat., 11733: L.A. Giunti, Vita del card. Lodovico L. arcivescovo di Bologna, vicecancelliere di Santa Chiesa, e nipote di Gregorio XV; Barb. lat., 6908: Ricordi dati da Gregorio XV al cardinale Lodovisio suo nipote (altri esemplari segnalati in Pastor, XIII, p. 59 n. 3); C. Faleoni, Memorie historiche della Chiesa bolognese e suoi pastori libri VI, Bologna 1646, pp. 668-698; M. Giustiniani, Lettere memorabili(, parte I, Roma 1667; parte II, ibid. 1669, ad ind.; G.B. Memmi, Relazione de' provvedimenti presi in Roma a beneficio de' poveri nella carestia del MDCXXII( estratta dal libro intitolato Notitie istoriche dell'oratorio della Ss. Comunione generale, Roma 1764, passim; Die Hauptinstruktionen Gregors XV. für die Nuntien und Gesandten an den europäischen Fürstenhofen, 1621-1623, a cura di K. Jaitner, Tübingen 1997, ad ind.; Le istruzioni generali di Paolo V ai diplomatici pontifici 1605-1621, a cura di S. 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P. Broggio - S. Brevaglieri

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