BRASCHI ONESTI, Luigi

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 14 (1972)

di Donatella Panzieri

BRASCHI ONESTI, Luigi. - Nacque a Cesena nel 1745 dal conte Girolamo Onesti e da Giulia Braschi, la quale era sorella di Gianangelo Braschi, divenuto nel 1775 pontefice con il nome di Pio VI. Il B. trascorse la propria giovinezza a Cesena fino al 1780, quando venne chiamato da Pio VI a Roma, dove già dal 1778 si trovava il fratello in minore Rornualdo, per fidanzarsi con Costanza Falconieri, della cui famiglia il pontefice era stato familiare, e vi prestò servizio come uditore. Seguirono, il 31 maggio dell'anno seguente, le nozze celebrate nella cappella Sistina dallo stesso pontefice; nel contempo Pio VI adottava i due fratelli Onesti, che assumevano quindi il cognome e lo stemma dei Braschi; il B. veniva inoltre insignito del titolo di duca di Nemi, dal feudo per lui acquistato ai Frangipane.

Il patrimonio del B. andò rapidamente accrescendosi, grazie ad audaci speculazioni commerciali e a spregiudicate pressioni politiche; in pochi anni fu padrone di un vasto patrimonio terriero che comprendeva numerosi territori dell'Agro romano avuti per via di donazione, oppure formalmente rilevati per prezzi irrisori, come i beni dei gesuiti a Tivoli nel 1781 e la cessione in enfiteusi di una grossa parte dei terreni bonificati nel 1777 nell'area delle paludi pontine.

Il caso più clamoroso fu quello della cosiddetta "causa Lepri" nel 1780 era morto il ricco patrizio Amanzio Lepri, lasciando erede del proprio vasto patrimonio Pio VI. I nipoti del Lepri impugnarono il testamento dello zio, affermando l'infermità mentale di questo e producendo in un secondo tempo un altro atto redatto dal defunto che li nominava eredi. Il pontefice impugnò a sua volta questo testamento presso la Sacra Rota, che tuttavia, con una clamorosa sentenza sospensiva, di fatto non lo riconobbe come avente causa. Pio VI cedette allora le sue pretese al nipoti, che nel 1785 posero fine alla controversia mediante una transazione ratificata dalla Sacra Rota, che vide l'eredità divisa tra il B. e Marianna Lepri, prima nipote del defunto.

Il favore del pontefice e la rapida fortuna fecero del nuovo "nepote" un personaggio di rilievo della società romana. La vita fastosa e spregiudicata del B., l'intima amicizia di Vincenzo Monti (segretario della coppia ducale, di cui cantò le ascendenze gentilizie ne La bellezza dell'Universo) con la duchessa Costanza, per cui si attribuì al poeta la paternità della figlia del B., Giulia, furono oggetto dei commenti mondani del tempo e perfino della satira di Pasquino, mentre il Belli celebrerà la più appariscente delle avventure patrimoniali dei Braschi (in "Li miracoli"): la costruzione della nuova sontuosa dimora patrizia.

Nel 1791, su disposizione del pontefice, erano infatti iniziati i lavori per la costruzione del nuovo palazzo Braschi sull'area del rinascimentale palazzo Orsini Santobuono, demolito, insieme con altri fabbricati e botteghe. Su disegno dell'architetto C. Morelli il palazzo sorse ampio e fastoso: fu ornato dello scalone più grande di Roma, la cappella venne disegnata dal Valadier e una ricca raccolta di pittori italiani, da Tiziano a Caravaggio, fu esposta nella sua pinacoteca. Oggi esso è sede del Museo di Roma.

La vita pubblica del B. corre parallela a quella mondana, costellata di incarichi e di onorificenze: nel 1782, accompagnando Pio VI a Vienna, venne insignito dall'imperatore Giuseppe II del diploma di principe imperiale, prima rifiutato poi accettato quando l'imperatore ricambiò la visita del papa nel 1783; Carlo IV di Borbone lo nominò grande di Spagna; il re di Sardegna gli concesse l'ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro; il re di Francia quello dello Spirito Santo.

Nel 1797 il B., inviato dal papa a Tolentino come plenipotenziario per parlamentare con i Francesi, sottoscrisse le loro dure condizioni. Quando i Francesi entrarono in Roma nel febbraio 1798 il suo palazzo fu preso d'assalto dal movimento popolare, che chiedeva inoltre il suo arresto. Il B., chiesto in ostaggio dai Francesi, riuscì a sfuggire e partì rapidamente da Roma, precedendo a Siena Pio VI esiliato. A Siena egli rimase accanto al papa per circa tre mesi; i Francesi gli ordinarono poi di allontanarsi dalla Toscana, sospettandolo complice degli insorti del dipartimento del Trasimeno, nel maggio 1798. Il B. partì per Venezia e vi rimase fino al ritorno del nuovo pontefice Pio VII in Roma, seguito ai rovesci delle fortune francesi in Italia.

A Roma il B. si trovò privato di quasi tutto il suo patrimonio, confiscato durante la Repubblica romana, e si adoperò per recuperare almeno parte dei beni perduti. Pio VII lo nominò comandante del nuovo corpo delle guardie nobili; in tale qualità il B. accompagnò il pontefice nel 1804 a Parigi per l'incoronazione imperiale di Napoleone.

Inaspritasi la crisi tra Napoleone e il pontefice, proclamata nel giugno 1809 Roma città imperiale, il B. non si fece scrupolo di raccogliere l'invito dei Francesi a collaborare, accettando la nomina a "maire" di Roma. Mantenne questo ufficio, incurante della scomunica papale ai collaboratori dei Francesi, per tutto il periodo della dominazione napoleonica a Roma e venne anche eletto presidente del Senato romano; il prefetto del dipartimento del Tevere, de Tournon, lo ebbe a definire collaboratore obbediente anche se "di spirito non acuto, di istruzione assai mediocre", e facilmente influenzabile. Figura decorativa per PImpero come nipote di un papa perseguitato dai Francesi, più volte, come nel 1809 e poi alla nascita del re di Roma, guidò delegazioni romane che presentarono a Napoleone indirizzi di omaggio. L'ultimo episodio di rilievo di questa spregiudicata parentesi francese del B. fu quello di ricevere, come sindaco di Roma, nel gennaio 1814 Murat in Campidoglio.

Tornato Pio VII, il B. cercò subito di ristabilire con lui i vecchi rapporti di devozione. Ottenuto il suo perdono, moriva in Roma il 9 febbr. 1816 e veniva sepolto in S. Maria sopra Minerva. Lasciava due figli viventi, Giulia e Pio, nato nel 1807.

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