GROTO (Grotto), Luigi (detto Il Cieco d'Adria)

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 60 (2003)

di Valentina Gallo

GROTO (Grotto), Luigi (detto Il Cieco d'Adria). - Nacque ad Adria il 7 sett. 1541 da Federico, discendente da una famiglia della piccola nobiltà terriera che si era dedicata a lungo all'avvocatura, e Maria de' Rivieri, sorella di Giovanni Battista, arciprete e vicario vescovile.

Morto il padre il 25 nov. 1544, il G. ebbe in eredità un podere che la piena del Po si affrettò a sommergere, mettendo la famiglia in gravi difficoltà. Afflitto da cecità dall'età di otto anni, il G. ricevette una prima istruzione dal napoletano Scipione Gesualdo de' Belligni, pubblico precettore ad Adria e, alla sua morte (1550), dall'avvocato adriese Celio Calcagnini. Le notevoli doti mnemoniche e l'abilità versificatoria lo resero non solo precocissimo poeta, se è vero che già negli anni Cinquanta espose in rima alcuni episodi biblici (tra cui la storia di Isacco, dalla quale avrebbe tratto poi il dramma sacro Isach, rappresentato con lo stesso G. come attore nella chiesa delle Tombe di Adria nel 1558 ed edito a Venezia per i tipi dei fratelli F. e A. Zoppino nel 1586), ma anche brillante oratore, tanto che nel 1554 celebrò con un'orazione l'ingresso in Adria del vescovo Giulio Canani e due anni più tardi fu chiamato a solennizzare con un discorso il soggiorno veneziano della regina di Polonia Bona Sforza e l'elezione del doge Lorenzo Priuli.

L'impegno oratorio accompagnò il G. fino alla morte, non soltanto in qualità di rappresentante di Adria presso i dogi veneziani, ma anche a titolo personale, come in occasione dell'entrata di Enrico III di Francia a Venezia o dell'assunzione al cardinalato di Canani. Da tale indefessa attività nacquero le edizioni dei singoli discorsi che uscirono per i fratelli Zoppino nel corso degli anni Settanta e infine l'edizione di tutte le Orationi volgari, approntata dallo stesso autore e uscita, sempre per i Zoppino, nel 1585 e più volte ristampata.

Parallelamente all'acquisizione di un armamentario retorico, il G. coltivò interessi più strettamente poetici: probabilmente nel 1557 compose il perduto Innamoramento d'Amore, dedicato a Lucrezia Guarnieri, liberamente ispirato all'Asino d'oro di Apuleio, letto nel volgarizzamento di Matteo Maria Boiardo. Sono incursioni tematiche già pronte a tradursi in grammatiche e trattati, come confermano le contemporanee Costituzioni e le regole dell'amore tratte dall'Ars amandi ovidiana, anch'esse perdute.

La fama di letterato e quella di esperto oratore procurarono al G. un primo riconoscimento di un certo rilievo nel 1559 con l'ingresso nell'Accademia degli Addormentati di Rovigo (chiusa nel 1561 in odore di eresia), che riuniva Fabio Bonifacio, Antonio Riccoboni e il calvinista Domenico Mazzarello, poi esule a Ginevra. Probabilmente in questo ambiente maturarono gli interessi eterodossi del G. in materia religiosa, che lo consegnarono, più tardi, al tribunale dell'Inquisizione. Un analogo clima culturale il G. respirò nel palazzo Pepoli a Fratta Polesine, dove intorno a Lucrezia Gonzaga si riuniva l'Accademia dei Pastori fratteggiani, fondata da Giovanni Maria Bonardo (sodale di lunga durata del G.) e frequentata da letterati quali Ludovico Dolce, Ludovico Domenichi, Girolamo Ruscelli, Giacomo Tiepolo e Orazio Toscanella.

L'ampliarsi degli orizzonti culturali e i legami intrattenuti con gli esponenti di spicco dell'intellettualità veneziana sono all'origine degli argomenti e delle allegorie dei Cinque canti di L. Ariosto composti dal G. e inviati nel 1564 a G. Ruscelli unitamente alle correzioni al testo ariostesco: l'opera così riformata vide la luce l'anno successivo per i tipi dei Valgrisi di Venezia nell'edizione del Furioso, con gli apparati, curata da Ruscelli.

Alla ricerca di un riconoscimento ufficiale che gli consentisse di vivere onorevolmente, il G. frattanto lavorava su due piani, portando avanti una privata attività didattica e tentando la strada accademica, come attesta il discorso tenuto in qualità di oratore esterno allo Studio ferrarese per l'inaugurazione dell'anno accademico 1564-65. La prospettiva accademica non venne mai meno, ma si concretizzò solo poco prima della morte del G. con il conferimento della cattedra di filosofia nella Scuola di Rialto a Venezia (1585).

Nel 1564, dopo la morte della madre (22 novembre), il G. si trasferì presso lo zio materno Giovanni Battista; nello stesso anno entrò nella sua vita Caterina, una fantesca che, in qualità di concubina prima e poi di legittima moglie (18 marzo 1580), diede al G. due figli, Giovanni Battista e Domenica (1572 e 1579).

Raggiunta nel 1565, con l'incarico di pubblico precettore di Adria, una stabilità economica e professionale, il G. fondò insieme con l'arciprete Iacopo Maistri, il canonico Girolamo Colla e Pier Martire Colla, tutti madrigalisti e poeti, l'Accademia degli Illustrati, con l'intento di animare la vita cittadina di "diliziosi e onesti diporti" (Oratione… recitata il dì primo di genaio, e dell'anno 1565 in Hadria, in Orationi volgari, c. 22r). La compagnia avrebbe svolto negli anni futuri un ruolo decisivo nella spettacolarità municipale, soprattutto sollecitando nel G. una continuata produzione drammaturgica. È in relazione a tale progettualità che va letta la prima tragedia grotiana, la Dalida, così intitolata dal G. in onore di una nobildonna (forse Diada Claregnana da Montefalco, con la quale il G. fu in contatto epistolare fra la primavera e l'estate del 1566) e rappresentata soltanto nel 1572, sotto la loggia del palazzo civico.

L'opera appare legata strettamente alla metà degli anni Sessanta, anche per gli spiccati debiti intertestuali nei confronti dei Dialoghi di Bernardino Ochino, che il G. ebbe nella sua biblioteca solo fino al 1567. La Dalida conferma d'altra parte una forte componente ferrarese anche nella drammaturgia del G., impregnata com'è di un orrorismo giraldiano, in cui la lezione senecana dilata la scrittura tragica fra un mondo animato da furie e ombre e un orizzonte languidamente esotico. Il testo, rimaneggiato a lungo dall'autore, fu edito a Venezia nel 1573 sotto gli auspici di Alessandra Volta (D. e G.B. Guerra, 1572).

Lo scarto fra data di composizione e rappresentazione della Dalida trova una ragione negli avvenimenti infausti che afflissero il G. nel 1567. Naufragati i progetti matrimoniali con Giulia Siena di Rovigo, forse dietro sollecitazione del predicatore Matteo Acquario e nel clima postridentino imposto dallo zelante vescovo Canani, il G. fu sottoposto a processo giudiziario in seguito alla perquisizione e al sequestro di libri proibiti dall'Indice del 1559 in casa sua. Gli atti del processo mostrano nella biblioteca del G. non soltanto Erasmo, ma una discreta sezione di libri di magia, il De vanitate scientiarum e il De occulta philosophia di Cornelio Agrippa, le opere di Aretino, il De indagine di Andrea Corvo e i già ricordati Dialoghi di Ochino, oltre a un quanto mai sospetto manoscritto, che il G. attesta essere di sua paternità, dal titolo L'incarnatione di Cristo e sull'amore dei nemici. Il processo si chiuse l'8 luglio 1567 con l'abiura del G.: tale gesto, se lo liberò dalle censure e dalla prigione a vita, gli interdì l'insegnamento, gettandolo in gravi difficoltà economiche.

L'incidente giudiziario segnò una battuta d'arresto nella vita pubblica del G., ora cautamente impegnato in più blande prodezze oratorie su temi non compromettenti (quali l'orazione per il taglio di Porto Viro, del 1569), ora incline a legittimare la propria condizione dimidiata proiettandosi sulla figura mitica di Omero con la traduzione nel 1570 del primo libro dell'Iliade in ottave (Il primo libro della Iliade d'Homero tradotto da Luigi Groto Cieco d'Handria, Venetia, S. Rocca, 1570), prudentemente dedicata al cardinale Luigi d'Este. La rinnovata applicazione alla poesia fu coronata nel 1577 dall'edizione della Prima parte delle rime (ibid., F. e A. Zoppino; l'edizione completa delle rime del G. uscì postuma ibid., A. Dei, 1610), in cui il petrarchismo cinquecentesco si piega a tonalità tragiche, parallelamente a una sperimentazione concettuale che anticipa soluzioni liriche barocche.

L'occasione per rilanciarsi in qualità di letterato pubblico fu offerta all'inizio degli anni Settanta dalla vittoria dell'armata cristiana a Lepanto: il G. celebrò l'evento con l'Oratione per l'allegrezza della vittoria ottenuta contra Turchi dalla Santissima Lega (ibid., F. Rocca - B. de Ventura, 1571; ma anche Milano, M. Tini, 1571) e poi con il Trofeo della vittoria sacra, ottenuta dalla Christianissima Lega contra Turchi nell'anno MDLXXI, con diverse rime raccolte…, (Venezia, S. Bordogna - F. Patriani, s.d.).

Ritornava frattanto la passione per il teatro: nella dedica ad Alessandra Volta della Dalida, datata 29 febbr. 1572, il G. lasciava trapelare uno scrittoio affollato di tragedie "la Ginevra, la Hadriana, la Isabella, e la Calisto" (p. 5), mentre alla fine dello stesso anno, quantunque vada mettendo "in serbo qualche cosa per la dote della Ginevra mia seconda genita amata da me al par della Dalida", già progetta "il soggetto di una pastorale, […] vi entrano trenta scene, otto persone, tre femine, e cinque maschi. Il suo nome sarà il pentimento amoroso, e si reciterà subito, che sia fatta" (Lettere familiari, ibid., G. Brugnolo, 1601, c. 93v). È dunque a quest'altezza che il G. compose forse e fece rappresentare la pastorale Il pentimento amoroso (ibid., B. Zaltiero, 1576), a dispetto della notizia, negli Annali adriesi del canonico Alfonso Bocca, di una messa in scena nel palazzo pretorio di Adria nel 1565.

Il pentimento amoroso (che godette di fortuna europea, anche nella versione latina dal titolo Parthenia) si riallaccia alla tradizione pastorale ferrarese, di cui adotta il travestimento arcadico con esiti assai differenti dalla pur coeva Aminta tassiana; l'ambientazione mitica è infatti travestimento esteriore di tematiche e strutture prettamente comiche, tanto che l'introspezione psicologica e le parentesi liriche appaiono completamente assorbite dalla complessità dell'intreccio e dalle originali trovate sceniche.

Più incerta invece la datazione dell'Adriana, rappresentata nel 1578, già abbozzata nel 1572 (come si deduce dalla dedica della Dalida), ma tralasciata almeno fino al 5 marzo 1576, quando nella dedica del Pentimento amoroso non compare fra le opere già terminate: "la Ginevra, la Calisto e la Emilia, l'una tragedia, l'altra egloga, la terza comedia" (c. A3v). Quando tuttavia, nel carnevale del 1578, la pestilenza che affliggeva Venezia rese preferibile alla comicità chiassosa dell'Emilia una più grave tragedia, la scelta cadde proprio sull'Adriana (ibid., D. Farri, 1578), la più compiuta delle fatiche drammaturgiche del Groto.

Preso il volo dalla Historia […] di due nobili amanti… di Luigi Da Porto, il G. compose intorno alla topica situazione della morte fittizia una tela sottile e manierata, in cui l'esistenza è percepita come ancor più labile di quanto avveniva nella Dalida, superando d'un balzo l'orrorismo giraldiano e anticipando atmosfere care al Romeo and Juliet shakespeariano.

Se gli esiti eccezionali dell'Adriana vanno letti in rapporto alla sperimentazione lirica del G. sulla linea manieristica di Domenico Venier, la ripresa della scrittura drammaturgica è da mettere in relazione con la nuova importanza che il teatro acquista nella cittadina adriese. Di tale rilevanza si fece portatore il rettore Lorenzo Raimondo, che nel 1579, coronando un desiderio a lungo coltivato dal G. e dalla sua cerchia, fece costruire nella città un teatro stabile e sollecitò nel G. un impegno concreto con la rappresentazione inaugurale dell'Emilia (ibid., F. Ziletti, 1579, ma riedita l'anno successivo presso G. Giolito con un nuovo prologo).

Nel soggetto, blandamente parassitario dell'Epidicus plautino, il G. riversò la perizia parodistica messa a punto già dall'inizio degli anni Settanta in sede epistolare (cfr. la lettera A messer Francesco Petrarca del 5 dic. 1570, in Lettere familiari, cc. 3r-5v, fu rappresentata dalla Compagnia dei Gelosi nel 1579 a Venezia), vivacizzando una struttura drammaturgica piuttosto scontata.

Più originale e provocatoria la commedia Il tesoro rappresentata il 29 febbr. 1580 ad Adria ed edita tre anni dopo (ibid., F. e A. Zoppino) con una dedica ad Alfonso II d'Este che testimonia la forza d'attrazione sul G. della corte ferrarese ancora all'inizio degli anni Ottanta e avvalora il persistere di un progetto di autopromozione in qualità di intellettuale cortigiano mai realmente coronato.

Anche in questo caso, come nell'Emilia, l'Oriente minaccioso pur se storicamente domato è introdotto attraverso la figura del reduce Ginofilo, cittadino adriese. L'ambientazione, giocata sul piano della prossimità temporale e spaziale, e il linguaggio più aspro, insofferente del senso comune, sottolineano il crudo realismo con cui il G. ritrasse la libidine frustrata del vecchio marito e quella a lieto fine dei giovani innamorati.

D'altra parte anche i personaggi intorno ai quali il G. sembra lavorare nei medesimi anni, Progne e Mirra (cfr. Lettere familiari, c. 116v, lettera del 12 ott. 1580) appaiono chiaramente estranei a una morale condivisibile, proiettati in un universo etico lontano dalla languida Adriana. Di tale irrequietezza risente anche la Calisto (rappresentata ad Adria il 24 febbr. 1582), favola pastorale in cui l'elemento mitologico (gli amori di Giove e Mercurio per due ninfe) giustifica progetti erotici al di là del lecito.

Anche quest'opera conobbe una lunga gestazione: essa compare già nella dedica della Dalida, quindi in cantiere almeno dall'inizio degli anni Settanta, ma l'ipotesi di una presunta rappresentazione nel 1561 o nel 1566 (a partire dalla didascalia che segue l'elenco dei personaggi e dal prologo dell'edizione veneziana presso F. e A. Zoppino, 1583) sembra smentita da una lettera del 15 marzo 1582 (Lettere familiari, c. 123v), in cui il G., rivolgendosi a G.M. Bonardo desideroso di una favola pastorale, si esprime in termini inequivocabili: "la mia Calisto è ben favola pastorale, e ben nova, non anchora stampata, non più veduta se non questo Carnesciale in Hadria".

A far propendere per un'elaborazione tarda della Calisto, pur su un soggetto già abbozzato negli anni Settanta, sono anche le convergenze con il coevo rimaneggiamento del Decameron. Due lettere del 1579 attestano l'intenzione del G. di procedere già da quella data a una rassettatura del Centonovelle. Il lavoro, che in parte si allineò con i criteri adottati da V. Borghini e dei deputati fiorentini in merito all'eliminazione di alcuni passi, alla sostituzione di personaggi, in particolare religiosi, e all'intervento su alcuni intrecci narrativi, approdò nei primi anni Ottanta a una completa revisione del testo, corredata di un manoscritto di commento. Lo smarrimento di quest'ultimo gettò il G. in uno sgomento tale (Lettere familiari, c. 151v, 5 marzo 1584) da indurlo a lasciare cadere il progetto editoriale (il Decamerone riformato uscì postumo, con un vocabolario di G. Ruscelli, nel 1588 a Venezia, per F. e A. Zoppino - O. Farri).

L'impegno su un versante alto, come quello boccacciano, avverte di un'effettiva svolta nella biografia grotiana: i primi anni Ottanta, infatti, chiudono una fase dell'attività letteraria del G., ora acclamato e celebre al punto da essere ritratto dal Tintoretto. Lo stesso progetto di consegnare al pubblico un'edizione delle proprie opere teatrali (Lettere familiari, p. 134v) manifesta nell'autore la consapevolezza della fine di un ciclo. Il G. preferì d'ora in poi la prosa sostenuta dei dialoghi (andati smarriti) e delle orazioni. La poesia non pare esaurire più la vivacità intellettuale del G., che negli ultimi anni si interessò soprattutto di questioni astronomiche (dopo aver composto un'Effemeride, andata perduta - cfr. Lettere familiari, c. 135r, lettera del 23 ott. 1582 -, commentò La grandezza, larghezza, e distanza di tutte le sfere di G.M. Bonardo, ibid., F. e A. Zoppino, 1584), di agricoltura e di geologia (promosse la pubblicazione delle Ricchezze dell'agricoltura, ibid., 1584 e della Minera del mondo, ibid., 1589, entrambe di Bonardo).

I legami vicentini maturati, all'inizio degli anni Ottanta, attraverso la mediazione di Issicratea Monte, poetessa e allieva del G., lo riaccostarono tuttavia al teatro: nel 1584 fu edita la sua ultima commedia, l'Alteria (irreperibile la princeps, seguita da una stampa veneziana per F. e A. Zoppino nel 1587), in cui, sebbene in un'atmosfera più distesa, si ripropone un eros capace di sovvertire le divisioni sociali e di stravolgere le differenze d'età. A coronamento poi di un'attività di drammaturgo e anche di attore così intensa, gli accademici Olimpici, nella persona di Giambattista Maganza (detto Magagnò), lo vollero in un primo tempo per la parte di Tiresia assegnandogli poi quella di Edipo nella rappresentazione dell'Edipo tiranno sofocleo tradotto da Orsatto Giustinian per l'inaugurazione del teatro Olimpico nel 1584.

Il G. morì a Venezia il 13 dic. 1585 per un attacco di pleurite e fu sepolto nella chiesa di S. Luca. Nel 1589 le spoglie furono trasferite ad Adria.

L'Adriana si legge in edizione commentata in Teatro italiano, II, La tragedia del Cinquecento, a cura di M. Ariani, 1, Torino 1977, pp. 281-424; in anastatica sono stati riprodotti il Thesoro, il Pentimento amoroso e la Dalida, in L. Groto, Opere, Rovigo 1987. In attesa dell'edizione critica delle Rime, alcuni sonetti si leggono nell'Antologia della poesia italiana, a cura di C. Segre - C. Ossola, Cinquecento, Torino 1997, pp. 227-230.

Fonti e Bibl.: A. Bocca, Annali adriesi (1506-1645), a cura di A. Lodo, Rovigo 1985; G. Grotto, La vita di L. G., Cieco d'Adria, Rovigo 1777; V. Turri, L. G. (il Cieco d'Adria), Lanciano 1885; F. Bocchi, L. G. (il Cieco d'Adria), Adria 1886; Id., Cenni sulla coltura di Adria e del Polesine al tempo del Cieco d'Adria ed altre notizie varie ad illustrazione dell'opera L. G.…, Adria 1887; M. Ariani, Tra classicismo e manierismo. Il teatro tragico del Cinquecento, Firenze 1974, pp. 212-230; G. Mantese - M. Nardello, Due processi per eresia. La vicenda religiosa di L. G., Il "Cieco d'Adria", e della nobile vicentina Angelica Pigafetta-Piovene, Vicenza 1974, pp. 11-50, 71-91; E. Taddeo, Il manierismo letterario e i lirici veneziani del tardo Cinquecento, Roma 1974; A. Duranti, Sulle "Rime" di L. G., in Filologia e critica, II (1977), pp. 337-388; M. Pieri, Il "laboratorio" provinciale di L. G., in Riv. italiana di drammaturgia, 1979, n. 14, pp. 3-35; L. Zilli, La ricezione francese del "Pentimento amoroso", pastorale di L. G., Cieco d'Adria, Udine 1984; G. Pozzi, Artifici espressivistici e metrici nella poesia tra Cinque e Seicento, in L'espressivismo linguistico nella letteratura italiana. Atti del Convegno… 1984, Roma 1985, pp. 85-98 passim; L. Zilli, Lotto del Mazza imitatore di L. G., in Quaderni utinensi, 1986, nn. 5-6, pp. 124-137; L. G. e il suo tempo. Atti del Convegno di studi, Adria 1984, Rovigo 1987; S. Seidel Menchi, Erasmo e l'Italia, 1520-1580, Torino 1987, ad ind.; G. Padoan, Per la fortuna del Beolco: echi ruzanteschi nelle commedie del G., in Quaderni veneti, XXIII (1996), pp. 133-139; L. Rinaldi, Alcune indagini sulle "Orationi" di L. G., il "Cieco d'Adria", in Studi veneziani, n.s., XXXIII (1997), pp. 177-186.

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