LA VISTA, Luigi

LA VISTA, Luigi

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 64 (2005)
di Giuseppe Monsagrati

LA VISTA, Luigi. - Nacque a Venosa, in Basilicata, il 31 genn. 1826 (cfr. D'Addosio, pp. 11, 53 s.) da Nicola, medico, e da Maria Padrone. Primo di tre figli, crebbe in una famiglia modesta ma di buona levatura culturale e salda nella sua fedeltà alla tradizione rivoluzionaria e repubblicana ("mio avo fu uomo del 99, mio padre fu uomo del 20"); e quando a cinque anni perse la madre, si legò moltissimo al padre in cui trovò la comprensione di cui aveva bisogno il suo carattere sensibile, introverso e portato al pessimismo.

Nel 1836 entrò nel seminario di Molfetta per compiervi gli studi superiori. Inizialmente il L. si adattò bene al clima di un seminario che, tradizionalmente affidato a docenti assai validi, parve soddisfare in pieno il suo desiderio di apprendere; presto però avvertì con crescente fastidio il peso del conformismo gravante sui corsi e il servilismo cui gli pareva fossero costretti gli alunni.

Reagì chiudendosi ancor più in se stesso e rifugiandosi nelle letture più varie, affascinato soprattutto dalla poesia: trovò così in G. Leopardi "il diario di una buona parte della mia giovinezza" (Diario, p. 64), a ciò incoraggiato dal parallelismo che non tardò a scorgere tra l'infelice condizione umana del poeta e la propria sofferta vita interiore. Poi, sull'esempio di un amico molfettese, G. de Judicibus, che nel 1839 aveva recitato le sue rime in un'accademia letteraria tenutasi in seminario, dal 1842 anche il L. prese a comporre versi, quasi tutti influenzati dai modelli del romanticismo (U. Foscolo e G.G. Byron, oltre Leopardi) e dettati da un incontenibile desiderio di mettersi a nudo: temi prediletti erano la ricerca vana della felicità, il dolore come elemento costitutivo della vita umana, il presagio della fine imminente, il tormento dell'amore deluso; il tutto raccontato con qualche eccesso di ingenuità, cui va forse fatta risalire la successiva decisione del L. di dare alle fiamme le sue liriche giovanili che si sarebbero conservate solo grazie alle copie che ne avevano fatto gli amici.

Lentamente, in questa estetica della disperazione, si facevano strada intanto il motivo del patriottismo e la vaga aspirazione a un mutamento delle condizioni di vita delle genti meridionali. Avvertiti confusamente come retaggio della tradizione familiare, tali sentimenti si precisarono nel momento in cui, passato a Napoli nel 1844 per seguire i corsi di giurisprudenza all'Università, il L., dopo un anno di studio improduttivo, cominciò a frequentare la scuola privata di F. De Sanctis.

Accanto a compagni di studio come P. Villari, A.C. De Meis, D. Marvasi e sotto la guida ferma di un De Sanctis ammirato dagli allievi per il suo metodo di insegnamento che ancorava l'ideale alla concreta realtà del fatto e sottolineava il valore civile della letteratura, il L. non rinunciò del tutto al bisogno di guardarsi dentro, ma cercò di soddisfarlo anche in relazione a ciò che aveva intorno e che sempre più gli appariva come il frutto di una situazione politica e sociale penalizzata dall'assenza completa di libertà. Le discussioni che avevano luogo nella scuola a completamento della didattica chiarivano poi, nel rifiuto di ogni astrattezza, il senso dello sviluppo storico come un processo affidato alla volontà e all'impegno di ogni individuo.

Perciò nei tre anni che precedettero il 1848 l'attenzione del L. si spostò verso i testi di storia, da quelli classici (Tucidide, Sallustio, Tacito: ne ricavava un forte disgusto verso la Roma imperiale) fino ai moderni (N. Machiavelli, F. Guicciardini); tra i contemporanei, la simpatia per J.-J. Rousseau e Voltaire diventava calda ammirazione nei confronti di A. Thierry e di J.-C.-L. Simonde de Sismondi in quanto storico delle repubbliche. "Studio dalle 6 del mattino alle dodici della sera, parte in casa e parte in scuola" (Villari, p. 67), veniva intanto annotando nel suo Diario: solo un'applicazione così severa può spiegare le molte pagine - quasi delle recensioni - in cui, con uno stile molto desanctisiano, il L. commentava le proprie letture storiche e maturava una visione in cui la Riforma e la Rivoluzione francese rappresentavano i due autentici punti di svolta della storia moderna. E, considerati i suoi venti anni, era notevole la sicurezza con cui pronunciava i propri giudizi, al pari della passione civile che lo animava: "La parzialità è un grave difetto, quando guasta la storia; ma l'imparzialità la guasta ancor più, quando è indifferenza ed impassibilità. Bisogna amare il soggetto che si tratta" (ibid., p. 90). Non fa meraviglia che De Sanctis lo ricordasse come "l'idolo della scuola" (La giovinezza, p. 196) e attribuisse questa popolarità al concetto di democrazia che il L. aveva voluto che informasse anche i rapporti interni alla scuola, onde evitare competizioni e individualismi.

Il lungo lavoro di preparazione cominciò a concretizzarsi in forma di saggi critici all'inizio del 1848, allorché il L. scrisse, nel clima di attesa diffuso dalla lotte per l'indipendenza nazionale, la prefazione per una nuova edizione napoletana delle poesie di G. Berchet, e quindi pubblicò due lavori: uno su Vittoria Colonna e i petrarchisti e uno Studio sui primi secoli della letteratura italiana (entrambi Napoli 1848): quest'ultimo era uno scritto di 40 pagine in cui la letteratura del Trecento, e Dante in particolare, erano posti a fondamento della nazionalità italiana. Più intimista era il contenuto di alcuni racconti (Angelo, quindi Abele) dove tornava l'antica propensione alla ricerca di se stesso e dove il personaggio di Abele "più che persona viva, [era] una statua lacrimante sopra un sepolcro". Ma il vero L. era ormai quello che entrava nella guardia nazionale, firmava con altri 208 cittadini un appello al re perché riportasse in vita la costituzione del 1820 e quindi, in un proclama a stampa diffuso all'indomani del 29 genn. 1848, celebrava il ritorno del regime rappresentativo. Perciò lo contrariò molto il processo involutivo in cui, dopo lo scoppio della guerra tra Austria e Piemonte, parve voler entrare la monarchia borbonica con le sue esitazioni sull'invio delle truppe al Nord e con il successivo braccio di ferro sullo svolgimento liberale della costituzione. Quando il 15 maggio 1848 a Napoli si alzarono le barricate, il L. non esitò a scendere in piazza insieme con il padre che lo aveva raggiunto da Venosa: la repressione armata affidata ai mercenari svizzeri lo colse a largo della Carità, dove, bloccato mentre tentava di fuggire, fu immediatamente fucilato.

Il 28 maggio i suoi amici della scuola diramarono una "Protesta" per difenderne la memoria: era l'inizio di una sorta di beatificazione che avrebbe fatto di lui uno dei simboli più alti dell'incompatibilità tra il mondo della cultura e il regime borbonico. Tra gli altri lo celebrò De Sanctis con una epigrafe e con uno scritto commemorativo (L'ultima ora) in cui sembrava lui l'allievo e il L. il maestro; negli anni avvenire lo stesso De Sanctis progettò più volte di raccoglierne gli scritti, pensando a un'edizione delle Memorie che il L. aveva preso a stendere dal 1847 e cominciando a lavorare addirittura a "un romanzetto" su di lui (Epistolario, II, p. 40: a De Meis, 3 maggio 1856). Alla fine fu P. Villari che, essendo riuscito a entrare in possesso dei manoscritti dell'amico, pubblicò a Firenze, con il titolo di Memorie e scritti di Luigi La Vista, parte dei ricordi e una selezione di saggi (1863). Altri brani delle Memorie furono editi poi da B. Croce (Ricerche e documenti desanctisiani, II, Uno scritto inedito di L. L., in Atti dell'Acc. Pontaniana, XLIV [1914], pp. 1-23), da G. Paladino (Brani inediti delle "Memorie" di L. L., in Rass. critica della letteratura italiana, XXIII [1918], pp. 1-17) e da C. D'Addosio. Nel 1987 le Edizioni Osanna di Venosa hanno dato alla luce, traendole dai manoscritti, altre pagine delle Memorie, intitolandole Diario.

Fonti e Bibl.: Napoli, Biblioteca Universitaria, b. 85 (comprende i mss. del L. consegnati da P. Villari nel 1871). Tra i molti riferimenti e testimonianze coeve si vedano quelli riportati da C. D'Addosio, In memoriam. XXXX anniversario. 15 maggio 1848 - 15 maggio 1888. L. L., Napoli 1888, e quelli posti in appendice a F. De Sanctis, La giovinezza, a cura di G. Savarese, Torino 1972, ad ind.; dello stesso De Sanctis si vedano pure i voll. I, II e IV dell'Epistolario, Torino 1956-69, ad ind., e La scuola liberale e la scuola democratica, a cura di F. Catalano, Bari 1954, ad ind.; L. Settembrini, Ricordanze della mia vita, a cura di M. Themelly, Milano 1961, p. 232. Altri profili di cui tener conto sono quelli di U. Nottola, L. L. e i suoi scritti letterari, Potenza 1894; di G. Pansini, Un discepolo del De Sanctis, Firenze 1930; di G. Solimene, L. L., Lavello 1955. Si v. inoltre: G. Paladino, Il 15 maggio 1848 a Napoli, Roma 1921, ad ind.; B. Croce, Storia della storiografia italiana nel sec. XIX, Bari 1947, pp. 20, 41, 206, 255; Il 1848 a Napoli. I protagonisti, la città, il Parlamento, a cura di S. Ricci - A. Scirocco, presentazione di G. Spadolini, Napoli 1994, pp. 84, 142, 150 s., 201.

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    Letterato e patriota (Venosa 1826 - Napoli 1848). Fece i primi studî nel seminario di Molfetta; nel 1845 passò a Napoli dove divenne uno dei più cari discepoli di F. De Sanctis. Partecipò ai moti del '48 e, dopo la concessione della Costituzione, redasse un proclama. Il 15 maggio combatté nella guardia ...
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    Letterato e patriota, nato a Venosa il 29 gennaio 1826, morto a Napoli il 15 maggio 1848. Fece gli studî nel seminario di Molfetta, ma per tutto il tempo in cui vi rimase trascorse "vita di dolori e di sconforti senza causa, di noie e di servitù". Nel 1845 ottenne dal padre di potere andare a Napoli; ...