PINTOR, Luigi

PINTOR, Luigi

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 83 (2015)
di Monica Pacini

PINTOR, Luigi. – Nacque a Roma il 18 settembre 1925, terzo dei quattro figli (Giaime, Silvia, Antonietta) di Giuseppe, funzionario al ministero dei Lavori pubblici, e di Adelaide Dore, insegnante, traduttrice e scrittrice per ragazzi.

L’assegnazione del padre al Provveditorato alle opere pubbliche della Sardegna portò la famiglia, di origini sarde, a trasferirsi a Cagliari nel novembre del 1925. Sull’isola Luigi trascorse l’infanzia e l’adolescenza tra il mare, la strada e la casa. Crebbe in un ambiente borghese sobrio, laico e colto, animato dalla passione paterna per la musica e da quella materna per la scrittura; protetto e indirizzato dai fratelli maggiori del padre, in particolare da Fortunato, bibliotecario al Senato e all’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, e dal generale Pietro, impegnato in Libia e in Etiopia e poi al comando della prima armata sul fronte occidentale. L’entrata in guerra dell’Italia, nel giugno 1940, riportò la famiglia nella capitale, mentre Giaime – a Roma dal 1935 e già avviato a una brillante carriera letteraria – fu richiamato sotto le armi. Dalla morte del padre (1941), Luigi si dedicò allo studio del pianoforte con il maestro Bruno Scanferla, oltre a proseguire gli studi, iniziati al liceo Dettori di Cagliari, nelle aule del liceo Tasso di Roma.

La guerra in città e la morte di Giaime, ucciso da una mina a Castelnuovo al Volturno il 1° dicembre 1943 durante una missione partigiana, impressero una svolta radicale alla vita di Pintor, destinatario dell’ultima lettera-testamento scritta dal fratello da Napoli il 28 novembre 1943. Entrato in contatto con cellule clandestine del Partito comunista italiano (PCI), si iscrisse al Partito nel 1943 e partecipò ad alcune azioni dei GAP (Gruppi d’Azione Patriottica) romani. Arrestato dalla ‘banda Koch’ nel maggio del 1944, a poche ore di distanza dal compagno di scuola sardo Silvio Serra, nelle retate contro i resistenti romani scatenate dal tradimento di Guglielmo Blasi, fu rinchiuso e torturato nel covo della pensione Jaccarino. Condannato alla fucilazione, l’esecuzione fu sospesa per intervento – pare – di monsignor Giovanni Battista Montini e del maresciallo Rodolfo Graziani. Tradotto a Regina Coeli, uscì dal carcere all’arrivo degli americani a Roma il 4 giugno 1944. Nei giorni della Liberazione sposò Marina Girelli, vicina di quartiere, di studi e di avventure politiche, da cui avrebbe avuto due figli: Roberta (1947) e Giaime (1949).

Dal 1946 Pintor collaborò all’edizione romana de l’Unità, andando a costituire quel gruppo di giovani, provenienti in buona parte dalle file della Resistenza romana, a cui Palmiro Togliatti affidò – sotto la direzione di Velio Spano e Mario Montagnana, affiancati da Mario Alicata e Pietro Ingrao – la realizzazione del giornale del nuovo partito di massa che doveva «raccontare ogni giorno gli eventi di tutti e al tempo stesso far posto alla mole di notizie sulle vicende quotidiane del partito» (Ingrao, 2006, p. 163). Il 26 maggio 1946 il quotidiano pubblicò La cultura come strumento di combattimento. Una lettera di Giaime Pintor e, nell’estate, i primi articoli a firma di Luigi Pintor sui problemi postbellici della capitale e poi, soprattutto, di cronaca giudiziaria, parlamentare ed elettorale. Tra gli anni Quaranta e Cinquanta collaborò con Luciana Astrologo alla traduzione italiana di Peter Viereck (Dai romantici a Hitler, Torino 1948), e curò per le Edizioni di Cultura sociale degli Editori Riuniti la pubblicazione di Boris Polevoi, Un vero uomo, Roma 1953 (premio Stalin 1947). Da inviato seguì le campagne elettorali di Togliatti e come redattore politico partecipò attivamente al dibattito parlamentare sul Patto atlantico e alla battaglia de l’Unità contro la ‘legge truffa’ (1952-53), dedicando all’Involuzione reazionaria della Democrazia cristiana e alle difficoltà poste all’unità dei cattolici dalla «collusione tra gruppi monarchico-fascisti e Dc» i suoi primi interventi di riflessione polemica su Rinascita (gennaio 1955, pp. 3-7); sedette nel comitato di redazione della rivista nella fase de La nuova Resistenza (numero speciale, estate 1960) aperta dalle manifestazioni di piazza contro il governo Tambroni.

Eletto membro del comitato centrale del PCI al X Congresso (1962), dal 1963 affiancò Alicata nella direzione de l’Unità a Roma e in quella veste intervenne alle prime tribune politiche della RAI accessibili alle voci dell’opposizione. L’emergere di valutazioni divergenti sui confini e l’identità del Partito rispetto alla stasi dei governi di centro-sinistra, alle spinte delle nuove lotte operaie e giovanili e alla ricerca di un’alternativa democratica al sistema di potere del capitalismo avanzato determinarono il suo allontanamento dalla direzione del giornale, affidata a Maurizio Ferrara (1965). Il conflitto interno al gruppo dirigente si dilatò tra l’ottobre del 1964 e l’XI Congresso del PCI (1966) intorno alla proposta di Giorgio Amendola di un partito unico della sinistra, avversata dai cosiddetti ‘ingraiani’ ai quali anche Pintor era apparentato, e alla correlata questione della legittimità del dissenso. Emarginato dalla direzione del Partito insieme ad altri dissenzienti, fu assegnato alla segreteria regionale sarda. Eletto nel Consiglio provinciale di Roma nell’autunno del 1964, lasciò l’incarico nel maggio del 1968 in seguito all’elezione a deputato nella circoscrizione Cagliari-Sassari-Nuoro (terzo eletto con 30.344 voti di preferenza); fece parte delle commissioni permanenti IV Giustizia (1968-69) e XII Industria (1970-72), intervenendo sulle origini delle violenze studentesche a Roma e a Napoli e sui casi di spionaggio denunciati alla Fiat. Iscritto al gruppo parlamentare comunista, dal dicembre del 1969 passò al Gruppo misto, essendo stato radiato dal comitato centrale in novembre, insieme ad Aldo Natoli e Rossana Rossanda. Il provvedimento riguardò il gruppo della ‘nuova sinistra’ (Luciana Castellina, Massimo Caprara, Eliseo Milani) che al XII Congresso (1969) aveva esplicitato la propria posizione di minoranza critica sull’organizzazione interna del Partito, sulle risposte da dare alla crisi di governo in atto, sui rapporti con la dirigenza sovietica e con i movimenti operai e studenteschi.

I ‘radiati’ dettero vita alla rivista mensile il manifesto (n. 1, giugno 1969), diretta da Lucio Magri e da Rossanda. Pintor fu tra i principali promotori della trasformazione della rivista in quotidiano nazionale comunista (28 aprile 1971), di cui assunse la direzione, nella prospettiva di farne uno strumento di informazione e di giudizio capace di favorire l’auto-organizzazione dei movimenti e di accelerare la crisi del riformismo e del revisionismo. Rappresentativi della ricerca di una forma nuova di commento politico e di dialogo con i lettori sono gli scritti raccolti in I corsivi del manifesto. I mostri descritti da Pintor e disegnati da Pericoli (Roma 1976).

In occasione delle elezioni del maggio 1972, Pintor sostenne la nascita del partito del gruppo de il manifesto e la candidatura di Pietro Valpreda; di fronte al deludente esito elettorale (0,7% pari a 224.313 voti), alla tenuta democristiana e alla frantumazione della sinistra extraparlamentare accolse la proposta di unificazione avanzata dal Partito di unità proletaria (PdUP) di Vittorio Foa. Ma l’integrazione tra le diverse componenti si arenò e in risposta al tentativo del Partito (il manifesto-PdUP) di governare il giornale, Pintor si dimise dalla direzione (1975), allontanandosi definitivamente dagli organi dirigenti del Partito. Tornò a un impegno attivo nel collettivo editoriale de il manifesto dalla primavera del 1978, dopo che il giornale aveva confermato una linea di autonomia dal PdUP per il comunismo di Lucio Magri, anche rispetto al rapimento di Aldo Moro (16 marzo - 9 maggio 1978): «né con lo Stato né con le BR». L’ascesa di Bettino Craxi e il nuovo corso della segreteria di Enrico Berlinguer riaccesero il confronto interno al gruppo dei fondatori su destino e ruolo de il manifesto nella sinistra italiana. Vari gli attestati di reciproca stima tra Pintor e Berlinguer (A un amico, in il manifesto, 12 giugno 1984; poi raccolto in Parole al vento. Brevi cronache degli anni ’80, Milano 1990, che condensa una pratica giornalistica intesa come pungolo alla prepotenza e all’insensibilità). Tra gli anni Settanta e Ottanta si intensificò la sua partecipazione ai dibattiti tra intellettuali promossi dal settimanale l’Espresso sulle radici del terrorismo e sul caso Moro, sui rapporti tra PCI e Partito socialista italiano, sull’eredità di Amendola e sulla successione a Berlinguer.

Alle elezioni politiche del maggio del 1987 si candidò come indipendente nella lista del PCI; eletto in due circoscrizioni con 32.324 voti di preferenza, optò per quella di Firenze-Pistoia, iscrivendosi al gruppo parlamentare della Sinistra indipendente. In disaccordo con la linea del segretario Achille Occhetto, si dimise da deputato sull’onda di un’aspra polemica con Giancarlo Pajetta e l’Unità che contestarono il suo diritto alla critica.

Intanto si aprì una frattura anche generazionale all’interno de il manifesto sulla collocazione del giornale rispetto al crollo dei comunismi e alle scissioni interne al PCI. In quegli stessi anni compose Servabo (Torino 1991), il primo tempo di un cammino a ritroso nella memoria privata e pubblica in cui si intrecciano emozioni, pensieri e domande senza risposta.

Nel 1995 Pintor lasciò la direzione de il manifesto, pur continuando a collaborare sia al quotidiano, sia al mensile La rivista del manifesto (1999-2003).

In Politicamente scorretto. Cronache di un quinquennio, 1996-2001 (Torino 2001) raccolse quasi tutti i suoi editoriali sulla parabola della prima prova della sinistra italiana al governo della Repubblica «dal momento illusorio dell’ascesa al disastro finale» con la partecipazione alla guerra in Kosovo (p. VII). Nel dolore per la morte a breve distanza dei due figli tornò alla narrativa con La signora Kirchgessner (Torino 1998), Il nespolo (Torino 2001) e I luoghi del delitto (Torino 2003) – poi raccolti in La vita indocile (Torino 2013); prose brevi che scrutano i grandi temi della sua vita: la guerra e l’antifascismo, la militanza comunista e la crisi della sinistra, la perfezione della forma e la malattia, la fatalità e il senso di colpa.

Assistito dalla seconda moglie, Isabella Premoli, Pintor morì a Roma il 17 maggio 2003, nella sua casa, dopo breve e cruda malattia.

Opere. Tra le altre raccolte giornalistiche si segnalano Prigionieri di guerra, Palermo 2000; Punto a capo. Scritti sul manifesto 2001-2003, Roma 2004. Una scelta di scritti giornalistici di Pintor è in Giornalismo italiano 1968-2001, a cura di F. Contorbia, Milano 2009, pp. 387-389, 832-834.

Fonti e Bibl.: Roma, Fondazione Istituto Gramsci, Archivio PCI, Organismi dirigenti nazionali, 1945-1985; Congressi nazionali; Fondo Enrico Berlinguer, Corrispondenza II.

Sulla formazione: M.C. Calabri, Il costante piacere di vivere. Vita di Giaime Pintor, Torino 2007; Da casa Pintor. Un’eccezionale normalità borghese: lettere familiari, 1908-1968, a cura di M. Pacini, Roma 2011. Sulla guerra e l’arresto: M. Griner, La ‘banda Koch’. Il Reparto speciale di polizia 1943-44, Torino 2000, pp. 151-159; A. Reichlin, Il midollo del leone. Riflessioni sulla crisi della politica, Roma-Bari 2010, ad nomen. Sul dissenso del gruppo della ‘nuova sinistra’ e sulle vicende de il manifesto: L’ampio dibattito sulle Tesi per il XII Congresso, intervento di Pintor, in l’Unità, 19 ottobre 1968; Nemici come prima, in l’Espresso, 7 dicembre 1969; Dibattito sul manifesto quotidiano, Roma 1975, pp. 7-9, 11-16, 216-223; R. Pellegrini - G. Pepe, Unire è difficile (breve storia del PdUP per il comunismo), Roma 1977, pp. 171-189; A. Garzia, Da Natta a Natta. Storia del manifesto e del PdUP, Bari 1985; S. Dalmasso, Il caso Manifesto e il PCI degli anni ’60, Torino 1989; V. Foa, Il cavallo e la torre. Riflessioni su una vita, Torino 1991, pp. 294-311; N. Ajello, Il lungo addio. Intellettuali e PCI dal 1958 al 1991, Roma-Bari 1997, ad nomen; M. Caprara, Quando le Botteghe erano oscure: 1944-1969, uomini e storie del comunismo italiano, Milano 1997, pp. 202-223; P. Murialdi, La stampa italiana dalla Liberazione alla crisi di fine secolo 1943-2002, Roma-Bari 2003, ad nomen; R. Rossanda, Un comunista irreconciliato, in La rivista del manifesto, 2003, 41, http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/ 41/41A20030715.html (30 maggio 2015); P. Ingrao, Volevo la luna, Roma 2006, pp. 162-165, 219, 311-331; R. Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Roma 2007, pp. 291, 321-329; L. Magri, Il sarto di Ulm: una possibile storia del PCI, Milano 2009, pp. 195-201, 252-258; A.G. Paolino, Ingrao e gli ingraiani nel PCI da Budapest a Praga (1956-1968), Alessandria 2012, pp. 123-254.

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