MANFRINI, Luisa

MANFRINI, Luisa

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 68 (2007)
di Jacopo Mosca

MANFRINI, Luisa (Luisa Ferida). - Nacque a Castel San Pietro Terme, presso Bologna, il 18 marzo 1914, da Luigi e da Lucia Parini (o Pansini). Figlia unica, crebbe nella campagna romagnola, dove il padre, piccolo possidente, curava la coltivazione delle proprie terre.

Sin da piccola, la M. si fece notare per il temperamento esuberante e ribelle: "Sempre pronta a far giochi da maschiaccio sulle rive del fiume vicino casa o addirittura fra i rovi, che attraversava con sprezzo dei graffi, o nel cortile della fattoria, dove montava a cavalcioni di riluttanti cani da guardia" (Moscati, p. 25), in certo modo un'apparizione ante litteram della M. nel ruolo della giovane popolana irruente e coraggiosa che sarebbe stato uno dei suoi più fortunati sullo schermo. E in effetti, in quegli anni, ascoltando i racconti del padre, che amava frequentare le sale cinematografiche e i teatri di Bologna, la M. cominciò anche a sognare le gesta delle grandi dive dell'epoca.

Nel 1923, in seguito a un'improvvisa malattia, il padre morì e, per far fronte alle sopraggiunte difficoltà economiche, la madre si vide costretta a mettere la M. in collegio dalle suore, dove fece le prime esperienze di recitazione nella filodrammatica dell'istituto. Abbandonati gli studi e il collegio senza arrivare al diploma di maestra, esordì nella filodrammatica dello Stabile di Bologna, quindi passò al professionismo nella compagnia di C. Galvani, attore drammatico e cinematografico di un certo nome originario del suo stesso paese, come protagonista della popolare commedia di D. Niccodemi, Scampolo.

Sulla scena la M. spiccava per la fisionomia vivace dai tratti vagamente zingareschi (espressivi occhi scuri, zigomi alti, capelli neri e ricciuti) e una rotondità di forme tipicamente mediterranea.

Nel 1933, a Bologna, sostenne un provino e venne accettata nella compagnia di R. Ruggeri, con cui si trasferì a Milano dove lavorò, sempre in piccoli ruoli, anche con Paola Borboni.

Fu allora che, forse ispirandosi a un vecchio stemma nobiliare che arredava la casa paterna - su cui era raffigurata una mano trapassata, "ferita", da una freccia -, scelse il nome d'arte di Luisa Ferida.

Spinta da un'indole istintiva e impaziente, nel 1935 la M. decise di abbandonare il palcoscenico e di trasferirsi a Roma per tentare la fortuna nel cinema. Ottenne subito un piccolo ruolo nel film drammatico La freccia d'oro di C. D'Errico; in quell'occasione venne notata dal regista E. Guazzoni, che la scritturò per una parte secondaria nella commedia Re burlone (1935, anche con il titolo I cospiratori del golfo), quindi, colpito favorevolmente dalla presenza scenica della M. e da una recitazione ancora teatralmente "impostata", modificò in corso d'opera il ruolo fino a farne il più importante, femminile, del film. L'anno seguente, la M. fu coinvolta in progetti di non grande rilevanza.

Nel 1936 girò due film con G. Righelli, Amazzoni bianche, commedia di ambientazione alpina, e Lo smemorato; quindi, nuovamente con Guazzoni, fu coprotagonista femminile, al fianco di Evi Maltagliati, nel dramma in costume I due sergenti; fu poi la volta di L'ambasciatore, farsa diretta da B. Negroni, e de Il grande silenzio, modesto poliziesco di G. Zannini.

La M. si impose dunque sullo schermo con una certa facilità; più difficile fu per lei ottenere un'autentica affermazione. Nel 1937 si legò sentimentalmente al produttore F. Salvi, sodalizio che tuttavia non la aiutò più di tanto: nel biennio successivo fu infatti al fianco di attori celebri, tra cui spesso A. Nazzari e anche G. Cervi, in ruoli da protagonista - quasi sempre di popolana umile e appassionata, spesso in contrasto con qualche sofisticata signora che vuole sottrarle il suo amore -, ma nella convenzionalità di pellicole che pur valorizzando il suo tipo fisico di bellezza mediterranea e sensuale non riuscivano a darle vera evidenza.

Nel 1937 girò I tre desideri per la regia di G. Ferroni; il melodramma La fossa degli angeli di C.L. Bragaglia, l'unico che ottenne un buon riscontro di critica e di pubblico; Il conte di Bréchard, dramma storico di M. Bonnard; I fratelli Castiglioni e quindi L'argine, Tutta la vita in una notte (1938) e Stella del mare (1939), tutti diretti da D'Errico, un solido professionista che fu il suo regista di riferimento per questo periodo.

Il 1939 fu l'anno in cui la carriera della M. giunse a una svolta decisiva attraverso l'incontro con un regista di autentico valore come A. Blasetti e quello, sentimentale e artistico, con l'attore Osvaldo Valenti, uno fra i più brillanti interpreti del cinema italiano, cui la M. si legò in un rapporto di lavoro e di vita destinato a segnare decisamente il suo futuro. Dopo aver preso parte a una commedia sceneggiata da A. Campanile per la regia di Bragaglia dal titolo Animali pazzi, con Totò, e a Il suo destino di Guazzoni, Blasetti la scelse come protagonista, accanto a Cervi e a Valenti, per Un'avventura di Salvator Rosa, e senza tradirne la personalità attoriale, quale era definita dal fisico e dal temperamento, ne consacrò il "carattere" e il successo.

Nel film, uscito nel 1940, un buon esempio nostrano di "cappa e spada", la M. nel ruolo di Lucrezia - "villanella" coraggiosa e sincera che combatte per i diritti del popolo in un'Italia seicentesca vessata dagli Spagnoli, e infine conquista l'amore del pittore, raffigurato come una sorta di Zorro italico - non sfigura e non scompare al fianco di Cervi e nel confronto con un'attrice del livello e della personalità della coprotagonista Rina Morelli.

Dopo il melodramma di Bonnard La fanciulla di Portici e Il segreto di villa Paradiso di D.M. Gambino, ambedue del 1940, la conferma a diva di prima grandezza arrivò nel 1941, sempre regista Blasetti, con La corona di ferro.

Si tratta di un racconto di guerra e d'avventura, ambientato in epoca e luogo imprecisati, dal taglio particolare e fantastico; la M., accentuando il lato aggressivo e prepotente della sua recitazione, vi interpreta il ruolo di Tundra, principessa guerriera, sempre in abiti maschili, feroce vendicatrice dei torti subiti dal padre. Al fianco della M. e di Valenti, oramai la "coppia" del cinema italiano, Cervi ed Elisa Cegani. La pellicola vinse la coppa Mussolini come "miglior film italiano" al Festival del cinema di Venezia del 1941.

Anche nel successivo La cena della beffe (sempre 1941), altro grande successo tratto dall'omonimo lavoro teatrale di S. Benelli e ambientato nella Firenze del Rinascimento, Blasetti ritagliò un "cameo" per la M.: poco più di un'apparizione come Fiammetta, una delle tre amanti abbandonate da un machiavellico Valenti (Giannetto), ma ancora una volta un'apparizione sensuale e violenta, a conferma di un cliché che andava stingendo anche sulla sua vita privata e rimaneva nella memoria del pubblico, a dispetto delle sue molte altre e diversificate interpretazioni del triennio 1941-43, il più ispirato della carriera della M.: per il pubblico una bellezza "di solidità classica, il tipo più schietto della magnifica donna italiana" (Bracalini, p. 30).

Sempre nel 1941 girò anche Amore imperiale di A. Wolkoff (Volkov) e Nozze di sangue, un pesante melodramma di G. Alessandrini. Nel 1942 fu Fedora, dall'omonimo dramma di V. Sardou, un ruolo da grande tragica che interpretò con disinvoltura; fra i suoi migliori film Fari nella nebbia di G. Franciolini, di ambientazione moderna e modesta: un classico ma non banale triangolo amoroso piccolo borghese (con F. Giachetti e Mariella Lotti, per cui la M. ottenne il premio come migliore attrice dell'anno) in cui rivestì ancora una volta il ruolo dell'amante, sebbene in questo caso malinconica vittima della situazione e "perdente". Di nuovo sedotta e abbandonata in La bella addormentata (da un dramma "siciliano" di P.M. Rosso di San Secondo), la M. rimase in Sicilia con il personaggio della dolente e fiera Agrippina in Gelosia di F.M. Poggioli, adattamento del Marchese di Roccaverdina di L. Capuana; completò, infine, l'annata ritornando al film di avventura in costume con Il figlio del corsaro rosso di M. Elter da E. Salgari. Nel 1943 la M., raggiunta la piena maturità artistica, offrì due delle sue prove migliori: fu perfetta (e con la sua voce, perché veniva abbastanza frequentemente doppiata) nel ruolo di Emma, moglie borghese e infedele, tormentata dagli scrupoli, intristita dall'impossibilità di uscire dallo squallore della sua situazione in Tristi amori di C. Gallone, dal dramma di G. Giacosa; e come goldoniana Mirandolina, brillante, vivace e civetta al punto giusto ne La locandiera di L. Chiarini da C. Goldoni (che uscì solo nel dicembre del 1944).

La relazione con Valenti continuava e da lui la M. era stata introdotta in ambienti facoltosi e di assai liberi costumi (Valenti faceva notoriamente uso di droghe e la M. lo seguì anche su questa strada), strettamente legati al regime. Dopo l'8 sett. 1943 la coppia lasciò Roma e si rifugiò dapprima nella campagna umbra, poi, in seguito al trasferimento del quartier generale dell'industria cinematografica fascista da Roma a Venezia, approdò nella città lagunare. All'inizio del 1944 la M. iniziò le riprese del suo ultimo film, Un fatto di cronaca, diretto da P. Ballerini con Valenti coprotagonista. La pellicola, regolarmente distribuita nei cinema della Repubblica sociale italiana (RSI), fu tutt'altro che un successo. Come sempre inseparabile dal compagno, la M. nell'estate del 1944 si trasferì con lui a Milano.

Nel periodo repubblichino la M., insieme con Valenti, fu coinvolta in stretti rapporti con i miliziani della Decima Mas e nel macabro scenario di "Villa Triste", l'edificio milanese occupato dalla banda Koch, in cui venivano torturati i partigiani. Si trattava degli ultimi colpi di coda dei fedelissimi del regime e la M. ne fu spettatrice.

Al momento della disfatta totale della RSI, nell'aprile 1945, la M., a Milano, stava provando a teatro il dramma di S. Di Giacomo Assunta Spina con la compagnia di G. Donadio. La brigata partigiana "Pasubio" la prelevò il 29 apr. 1945.

La M. morì a Milano il 30 apr. 1945, fucilata insieme con Valenti presso l'ippodromo di S. Siro.

Il comandante della Pasubio, G. Marozin, affermò: "Valenti era un guascone, le sue colpe erano frutto delle sue vanterie. La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente. Ma era con lui" (Innocenti, p. 181).

Fonti e Bibl.: Galleria LXVI: L. Ferida, in Cinema. Quindicinale di divulgazione cinematografica, 1939, n. 66 (marzo), p. 198; R. Calzini, in Film quotidiano, 7 sett. 1942; Valenti - Ferida a Villatriste, in Star, settimanale di cinema e altri spettacoli, 1945, n. 5 (settembre), p. 8; R. Bracalini, Celebri e dannati. Osvaldo Valenti e L. Ferida: storia e tragedia di due divi del regime, Milano 1985; I. Moscati, Gioco perverso: l'appassionante vicenda di Osvaldo Valenti e L. Ferida, Milano 1993; M. Innocenti, Telefoni bianchi, amori neri, Milano 1999, ad indicem.

J. Mosca

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