Luna

Luna

Enciclopedia Dantesca (1970)
di Emmanuel Poulle, Marcello Aurigemma

Luna. - La l., secondo il sistema astronomico di Tolomeo, è il primo pianeta. Per gli astronomi medievali essa è oggetto di trattazione non diversa da quella di tutti gli altri pianeti, compreso il sole. Per la cosmografia del XIV secolo l'orbita della 1. (Cv II III 4-7; il termine ricorre 5 volte, ai §§ 4, 6 e 7) si svolge nel primo ‛ cielo ' o sezione sferica, immediatamente contigua al mondo terrestre e a quello sovraterrestre dei quattro elementi (cfr. If VII 64, Pd I 115, Cv III III 2); essa è più interna rispetto alla seconda ‛ sfera ' celeste di Mercurio.

Il moto apparente della l. è il risultato di tre movimenti: la rotazione della l. propriamente detta sul proprio epiciclo, il cui giro compie in 27 giorni, 13 ore e 20 minuti (moto corrispondente alla rivoluzione anomalistica); la rotazione - detta ' moto medio ' - del centro dell'epiciclo sopra il deferente, il cui giro compie in 27 giorni, 7 ore e 43 minuti (moto corrispondente alla rivoluzione siderale); e la rotazione dell'asse di eccentricità del deferente, o moto dell'auge, che compie un giro in 32 giorni, 3 ore e 2 minuti. Il combinarsi del moto medio con il moto dell'auge - che produce il centro medio, o rivoluzione sinodica del pianeta - si risolve in 29 giorni, 12 ore e 45 minuti, che è appunto la durata media della lunazioni e che D. valuta, all'ingrosso, in 29 giorni (Cv II XIV 16). Va comunque ricordato che ogni pianeta è mosso da un'intelligenza celeste che per la l. corrisponde agli Angeli (V 13). Data la facilità della sua osservazione, la lunazione si presta bene a essere impiegata come unità di misura del tempo: perciò D. parla talvolta in tal senso di luna o lune (If XXVI 131, XXXIII 26, Pd XXXIII 132, Rime CIV 89, e cfr. If X 79-80).

La l., lungo tutta la Commedia, è un pianeta che D. ubica con quel tanto di precisione sufficiente a determinare le successive date del viaggio. In If XX 124-129 D. e Virgilio si accingono a iniziare la seconda giornata, quando la l. - che durante la notte era stata piena - affonda nell'oceano, a ovest, sotto Siviglia: la l. piena in questione è quella del 25 marzo 1301. Qualche ora più tardi (XXIX 10), quando il sole passa allo zenit, la l., che è ad esso diametralmente opposta sullo zodiaco, passa sotto i piedi dell'osservatore. In Pg X 14-16, quando s'inizia per i poeti la seconda giornata in Purgatorio e mancano tre giorni alla l. piena, essa tramonta circa tre ore dopo la levata del sole. E quindi impossibile che la stessa sera (Pg XVIII 76) essa risulti tarda a sorgere fin quasi a mezzanotte, dal momento che doveva aver superato l'orizzonte sin dalle 21 circa. Responsabile dell'apparente ritardo dovrà quindi ritenersi la montagna che, nascondendo la l., ha prolungato la visibilità delle stelle (questo fenomeno è facilmente osservabile nelle regioni assai accidentate).

Quando la latitudine della l. è nulla, l'opposizione del sole con la l. - o l. piena - è accompagnata da un'eclissi lunare: la simultanea osservazione di tale eclissi da due luoghi lontani della terra permette, in teoria, di determinare la differenza di longitudine tra questi due luoghi (Quaestio 54, e anche 61; v. ECLISSI. Per la pretesa eclissi di l. alla morte di Cristo, v. Pd XXIX 97).

Oltre le peripezie del suo corso, D. rileva anche le qualità fisiche della l.: essa è fredda (Pd XIX 2), se è violentemente illuminata dal sole quando è piena - data la sua prossimità alla terra e la sua vasta superficie (cfr. XXVIII 20) - può riflettere la luce solare rischiarando così le notti serene (Pg XXIX 53), e conferisce a uomini e cose l'aspetto di fantasmi (If XV 19). La superficie inferiore della l. non è omogenea, dato che presenta, vista dalla terra, dei segni sulla cui natura D. s'interroga lungamente (Pd II 49-148 [v. oltre, Il problema delle macchie lunari] e cfr. Cv II XIII 9) essendo dell'avviso che essi sono determinati dalla stessa causa che rende i corpi rari e densi. Quando D., giunto al termine del suo viaggio nell'ottava e ultima sfera, si volge a contemplare dal di fuori il sistema del mondo, scopre allora l'altra faccia della l. che gli appare priva di quell'ombra e uniformemente brillante (Pd XXII 139-141).

Questa parziale rarità della materia della l., unitamente alle variazioni della sua luminosità, fa paragonare a D. la l. alla Gramatica (Cv II XIII 9-10; il termine ricorre 2 volte). Inoltre la figura presso che piena della l. (IV XVI 8) serve a D. per definire un cerchio imperfetto, mentre l'ombra perpetua del Lete viene sottolineata dal fatto che non vi può raggiare sole... né luna (Pg XXVIII 33).

In diverse occasioni D. allude all'influenza della l. sulle maree (Pd XVI 82; Quaestio 67, 84 e 15). In quest'ultimo passo sembra riferirsi più particolarmente alla teoria esposta nell'Introductorium maius di Albumasar (III 6; v. P. Duhem, Le Système du Monde, Il, Parigi 1914, 380-384), circa la variazione dell'ampiezza delle maree in funzione delle diverse posizioni che la l. può assumere lungo la sua orbita.

D. indica volentieri la l. con nomi tratti dalla mitologia: Trivia (Pd XXIII 26), Delia (Pg XXIX 78, Ep VI 8 dov'è contrapposta a Delius, il sole), Phoebe (Mn I XI 5), e, con tutt'un'immagine in cui la l. è confusa con Ecate-Proserpina, in If X 80 la donna che qui [nell'Inferno] regge.

Più spesso il riferimento si collega a quello del sole: generico in Pg XXIII 120-121 la suora del sol; con precisa allusione al mito dei figli di Latona, in XX 130-132 non si scoteo sì forte Delo, / pria che Latona in lei facesse 'l nido / a parturir li due occhi del cielo; e si veda anche Pd X 67, XXII 139, XXIX 2.

Non di origine mitologica, ma giudaico-cristiana è la leggenda, cui si allude in If XX 126; e si veda anche Pd II 50-51.

Notevole è il rapporto svolto in Mn III IV 3, 17-18, 21 tra luna e sol in analogia con quella tra regnum temporale e regnum spirituale. Qui D. rigetta l'ipotesi che la luce della l. sia unicamente quella ricevuta dal sole, per affermare invece che la l. possiede già di per sé una luminosità resa semmai più splendente dai raggi solari. Il termine è in correlazione con sol in Fiore XLI 14.

Il problema delle macchie lunari. - Nella sfera della l., D. sollecita da Beatrice una spiegazione dei segni bui visibili sul corpo del pianeta, il solo di tutto il sistema planetario che presenti un simile enigma (Pd II 49 ss.). Il gioco di domande e risposte vale la presentazione di tre spiegazioni successive.

La prima spiegazione è menzionata appena, senza che D. ci si soffermi: infatti la credenza popolare, col vedere nelle apparenze della l. l'immagine di un uomo gravato da un fardello e in cui veniva riconosciuto Caino (cfr. If XX 128; una descrizione di questa immagine è in N. Oresme, Le livre du ciel et du monde, ediz. A.D. Menut e A.J. Denomy, Madison 1968, 454) aveva finito col ‛ favoleggiare ' sulla presenza nella l. del primo fratricida: li segni bui / ... là giuso in terra / fan di Cain favoleggiare altrui (Pd II 49-51).

La seconda spiegazione è quella avanzata da D. stesso (Pd II 59-60) secondo cui le macchie sarebbero provocate dall'ineguale ‛ rarità ' della materia lunare, che rifletterebbe in modo ineguale i raggi solari. Peraltro D. aveva già offerto una tale spiegazione, in maniera più esplicita, in Cv II XIII 9; una spiegazione non sua e la cui origine si è tentato di ritrovare negli autori e nei traduttori medievali, specialmente in Alberto Magno (cfr. B. Nardi, La dottrina delle macchie lunari nel secondo canto del " Paradiso ", in Saggi di filosofia dantesca, Firenze 1967², 3-39, specialm. pp. 3-8; più in generale si troveranno in questo articolo abbondanti estratti dalle fonti medievali a cui si riferiscono le diverse parti del ragionamento dantesco). Beatrice, comunque, non dura fatica a dimostrare a D. il suo errore, utilizzando due argomenti: il primo (Pd II 64-72) afferma che dal momento che i corpi celesti - stelle o pianeti - non differiscono per natura, ma solo per intensità, che è proporzionale alla loro grandezza (le stelle fisse, ad esempio, sono suddivise in sei grandezze: XIII 4; cfr. Alfraganus Liber de aggregationibus XIX), le influenze che essi esercitano sul mondo terrestre non avranno alcun rapporto col ‛ denso ' o ‛ raro ' di cui fossero eventualmente costituiti. Il secondo argomento è interessante per il richiamo che fa alla sperimentazione (Pd II 73-105): se la l. avesse delle parti meno dense di altre per mancanza di materia, ciò si dovrebbe constatare per trasparenza all'atto di un'eclissi solare, quando cioè la l. viene a frapporsi tra la terra e i raggi del sole. Orbene, nulla di tutto ciò è stato osservato. Se, al contrario, la l. avesse delle parti più dense per eccesso di materia, queste dovrebbero riflettere la luce con più difficoltà delle altre (dal momento che la riflessione era considerata una sorta di rifrazione). Orbene, l'esperienza di tre specchi posti a differenti distanze dalla fonte luminosa dimostra che nonostante ciò essi sono ugualmente illuminati.

La terza spiegazione è quella finale fornita da Beatrice (vv. 106-148): il fenomeno delle macchie lunari non trae origine da una causa di ordine materialistico, ma dipende dalla teoria generale della luce celeste. Luce e movimento sono ambedue effetti della virtù prodotta, in ogni sfera, dall'Intelligenza a questa corrispondente, e che le viene trasmessa, digradando di sfera in sfera, a partire dall'Intelligenza superiore che presiede all'ultima sfera. Lo ‛ scuro ' e il ‛ chiaro ' di ogni corpo celeste, e della l. in particolare, si spiegano dunque - filosoficamente - con il manifestarsi della diversa e varia virtù di questo corpo.

Il Cielo Della Luna. - La descrizione della permanenza di D. e Beatrice sulla L. si prolunga dal v. 18 del canto II al v. 81 del V canto. Il poeta descrive dapprima l'ascesa al cielo della L. come velocissima, pari in rapidità al moto di una freccia: quivi giunti, Beatrice invita D. a ringraziare Dio che li ha congiunti con la prima stella.

D. narra, attribuendo alla L. caratteri assolutamente propri rispetto alle altre stelle poi visitate, che ivi gli pare lo copra, avvolgendolo, una nube... / lucida [per luce riflessa dal sole e anche per luce propria, secondo quanto D. stesso aveva dichiarato di ritenere in Mn III IV 17-18], spessa, solida e pulita (Pd II 31-32). La L., paragonata a una chiara e incorruttibile pietra preziosa (margarita), li riceve dentro di sé come l'acqua riceve il raggio di sole, rimanendo unita. Subito dopo D. pone un problema, quello delle macchie del corpo lunare, che Beatrice chiarisce con una lunga spiegazione.

Non appena la dimostrazione è finita, D. afferma di aver veduto più facce a parlar pronte, dai tratti incerti come sono quelli di un viso che si specchi in vetri trasparenti e tersi o in acque nitide e tranquille, / non sì profonde che i fondi sien persi (" perduti " o, secondo altra interpretazione, " scuri ", Pd III 10-12): D. le crede immagini specchiate finché Beatrice non le indica come vere sustanze (cioè, secondo il valore del termine nella scolastica, " anime "). Poiché in tutti gli altri cieli (se si accettui l'Empireo e, in lievissima misura, Mercurio) le anime si presentano in forma di luci senza alcuna precisa parvenza umana, si pone il problema delle ragioni di questa differente situazione rappresentata da D. nel cielo lunare. Se potrà aver sospinto il poeta su questa via anche la precedente fantasia sulla nube lucida, spessa, solida e pulita, e dunque quasi predisposta a ricevere tali immagini, avrà soprattutto contribuito a questa residua presenza di umanità attribuita alle anime la coscienza che pur si tratta del cielo più vicino alla terra.

Beatrice indica le caratteristiche delle anime rilegate sulla L., il non aver cioè adempiuto ai voti per mutabilità, per un'incostanza che va appunto considerata in rapporto con la L., in conformità con la credenza che il suo influsso spingerebbe alla mutabilità del desiderio, inclinazione contrastabile, secondo l'idea di D., già precedentemente affermata, dal libero arbitrio dell'uomo, capace, quando voglia, di reprimere l'efficacia di ogni influsso.

Subito dopo Piccarda Donati, l'anima più vaga di parlare, inizia il racconto delle sue vicende e di quelle di Costanza d'Altavilla, specificando che l'amore per Dio, che è adeguamento alla sua volontà, acqueta la volontà delle anime da lui collocate nel più basso dei cieli: svanisce quindi con gli altri spiriti, come per acqua cupa cosa grave (III 123). D. è combattuto da dubbi sull'origine dell'anima, sul suo ritorno alle stelle, e sul fatto, constatato sulla L., che sia colpa il non compiere, per violenza di altri, un bene, in particolare infrangendo un voto. Tornando sul problema della disposizione delle anime, fondamentale in questo cielo della L., Beatrice confuta la dottrina di Platone sul ritorno delle anime alle stelle, che poteva apparir valida a D. che ne aveva trovate nella prima stella. Di contro ella afferma che tutte le anime dimorano nell'Empireo, ma si mostrano a D. nelle diverse sfere per esprimere in modo concreto (quello meglio inteso dagli uomini) il loro diverso grado di beatitudine. Quanto al non aver compiuto i voti, le anime non si opposero alla violenza con la dovuta forza, cioè con la volontà assoluta, che nulla può vincere. Beatrice tace, trasmuta sembiante, e i due salgono al secondo cielo (di Mercurio) lasciando la Luna.

Quanto alla valutazione estetica dei canti del Paradiso riguardanti la L., si deve osservare che D., dopo la breve descrizione del singolare e suggestivo aspetto del pianeta, simile a candida nube, procede (secondo un carattere specialmente insistente nei canti che rappresentano l'ascesa nei primi cieli) a una fitta serie di dimostrazioni, di carattere ovviamente ragionativo più che narrativo o descrittivo, animate comunque da quel senso di ascesa verso la verità, proprio appunto dell'uomo in quanto uomo, che in certo modo unifica le parti dimostrative a quelle rappresentative.

Nel caso specifico, a parte ciò, a parte il prestigio dato dal rigore logico del ragionamento, a parte la coloritura nascente dalle immagini concretissime, spesso in sé belle, che il poeta colloca all'interno della dimostrazione per significare concetti astratti, seguendo una consuetudine della letteratura filosofica medievale, può sentirsi, e collabora all'altezza del dettato, un fervore che rampolla dal particolare desiderio, per quello che riguarda le macchie lunari, di confutare la favola del volgo sulla loro identificazione in Caino oberato di spine (della quale tuttavia D. non aveva esitato, per coloritura espressiva, in altro clima artistico [If XX 126] a far uso), e anche una propria precedente non volgare, ma pur erronea, opinione, distrutta col sensibile piacere della più alta e rigorosa verità che si sostituisce a quella che si è tenuta per vera. D'altra parte D., nel descrivere gl'influssi, riprende il tema del senso e dell'ordine dell'universo, recupera cioè (svolgendolo di fatto con afflato poetico minore) il tema che animava l'adiacente canto I: al sentimento là vivo dell'ascensione nel cosmo delle cose dal basso all'alto risponde qui la dimostrazione del muoversi della Provvidenza, mediante gl'influssi, dall'alto verso il basso. Il rigore dimostrativo si addolcisce successivamente quasi per gradi: non a caso all'inizio del canto III il ricordo del meccanismo dialettico e della confutazione di cui si è data prova si mischia col ricordo di quello che Beatrice (che la rigorosa dimostrazione ha compiuto) aveva rappresentato negli affetti di D. giovane, con la riconferma della condizione di lei, tipicamente, e anzi in tal caso quasi emblematicamente, stilnovistica, di donna che scaldò di amore il petto, e ora guida alla verità e alla sapienza: questa dolcezza di cui Beatrice viene nel ricordo investita permette a D. di passare senza stridore a Piccarda, a Costanza, figure femminili, e solo femminili (forse per un legame tra femminilità e debolezza) che nel cielo della L. appaiono come sembianze pallide e bellissime. D. s'impegna a descrivere, con forme preziose adeguate all'unicità della situazione, la maniera materiale e immateriale insieme, quasi rarefatta, con la quale le anime si presentano, simili a specchiati sembianti, a forme che esistono ma tendono a venir meno: una condizione che si lega al già ricordato carattere del pianeta, che è celeste, ma è pur il più prossimo alla terra. Le anime sono salvate e beate, ma riconosciute deboli in qualche loro parte (di una debolezza che ancora lievemente sussisterà, divenendo più fievole, in Mercurio e Venere). Così le memorie terrene, non soltanto quelle di azioni per dir così positive (come avverrà poi di norma, invece, nel Paradiso), sono presenti, ma quelle di vicende violente anche se divenute pallide memorie, fatte tenui dal perdono e dalla condizione di beatitudine.

Il senso della presenza e del dissolvimento insieme dell'immagine umana nel canto III viene espresso da due paragoni, uno iniziale e uno finale, paralleli, quello che accosta (nei vv. 10-15) l'apparenza delle anime alle forme che si affacciano ripecchiandosi nei vetri o nelle acque, e quello finale dei vv. 123-125 del canto III che segna, sempre attraverso l'immagine delle acque, la sparizione. Al tono dell'abbandono in Dio culminante nella bellissima immagine del mare dei vv. 86-87 del canto III, si oppone, nella sensibilità del lettore, l'affermazione, presente nel canto seguente, della necessità per gli uomini di combatter l'adattabilità e la mutabilità, e l'altrettanto precisa affermazione di una sempre aperta possibilità di custodire intatta l'intima libertà di fronte a qualsiasi violenza: posizione rispondente in pieno al carattere di Dante. Talune emblematiche dichiarazioni (voglia assoluta non consente al danno, IV 109; sì che scusar non si posson l'offese, v. 108; Molte fïate già, frate, addivenne / che, per fuggir periglio, contra grato / si fé di quel che far non si convenne, vv. 100-102) fanno affacciar alla mente la possibile ipotesi di legami alla situazione biografica dell'esule che non aveva voluto scusar... l'offense o far quel che... non si convenne, per fuggir periglio. A questo stesso tono di severità si conforma l'ammonizione finale, con i suoi cenni polemici sulla serietà con cui devono mantenersi i voti senza cedere alla mutabilità cui potrebbero spingere gl'influssi lunari: termina così con toni forti la serie di versi sul cielo della L. in altri punti improntato a caratteri di dolcezza e di preziosità.

Bibl. - S. Prato, Caino e le spine secondo D. e la tradizione popolare, Ancona 1881; E. Proto, La dottrina dantesca delle macchie lunari, in Scritti vari in onore di R. Renier, Torino 1912, 197-213; B. Giuliano, I principi formali e le intelligenze angeliche nel c. II del Paradiso, in " Giorn. d. " XXV (1922) 97-109; V.G. Gualtieri, Il " diverso volto " de' corpi celesti, in Poesia e poeti, Firenze 1937, 195-219; A. Chiavacci Leonardi, Lettura del Paradiso dantesco, ibid. 1963; B. Nardi, La dottrina delle macchie lunari nel secondo canto del Paradiso, in Saggi di filosofia dantesca, ibid. 1967, 3-39. Si vedano inoltre: G.F. Paperini, Lezione sopra D. (Par., 46-148) fatta nell'Accademia della Crusca, città di Castello 1902; E.G. Parodi, Il c. II del Paradiso, Firenze 1906; A. Bosdari, Il c. II del Paradiso, in " The Dante Society lectures " III, Londra 1909, 4-18; I. Sanesi, Il c. II del Paradiso, Firenze 1940; N. Busetto, Il Paradiso: introduzione e commento dei primi due canti, Padova 1947; M. Marti, Il c. III del Paradiso, Firenze 1961; M. Pecoraro, Il c. II del Paradiso, in Lect. Scaligera III 39-60; A. Cretoni, Il c. II del Paradiso, Torino 1964; A. Leone De Castris, Il c. III del Paradiso, in Lect. Scaligera III 66-88.

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