CORTI, Maria

CORTI, Maria

Dizionario Biografico degli Italiani (2013)
di Cristina Montagnani

CORTI, Maria

Nacque a Milano il 7 settembre 1915, da Emilio e da Celestina Goldoni. L'infanzia fu segnata dalla perdita della madre, morta il 10 settembre 1925; il padre, che lavorava come ingegnere in Puglia (regione che poi avrebbe contato parecchio nella biografia di Corti), la fece entrare come educanda, cioè allieva interna, presso le suore Marcelline a Milano. Furono cinque anni difficili, confortati solo dalle molte letture.

Gli anni di formazione

Dopo gli studi liceali, durante i quali visse sempre a Milano in buona sostanza da sola, si iscrisse all'Università statale e conseguì due lauree: la prima in lettere, discutendo una tesi sul latino medievale con Benvenuto Terracini (poi a stampa: Studi sulla latinità merovingia in testi agiografici minori, Messina-Milano 1939), e una seconda in filosofia, di cui fu invece relatore Antonio Banfi. Gli anni universitari furono fondamentali, dal fortissimo rapporto con Terracini alle prime, grandi amicizie (Cesare Segre, Gian Luigi Beccaria, Bice Mortara Garavelli), che rappresentarono – come amava ripetere lei stessa – molto più che compagni di studi e futuri colleghi la sua famiglia.

Dopo la laurea in lettere iniziò a insegnare al ginnasio (che allora equivaleva alle attuali medie) di Chiari, in provincia di Brescia; le leggi fasciste impedivano alle donne l’accesso alle cattedre del liceo, men che meno a quelle universitarie. Insegnò lì dal 1939 al 1950, e nel frattempo elaborò la sua seconda tesi, in estetica, su Africano Spir; studiare con Banfi in quegli anni significò anche venire a contatto con la Milano risolutamente antifascista – e quindi in sintonia con le sue idee politiche sempre progressiste – di intellettuali impegnati (basti pensare a Vittorio Sereni, Enzo Paci o Luciano Anceschi): un ambiente che, pur fra le mille difficoltà pratiche imposte dalla condizione di insegnante pendolare, Corti frequentò con entusiasmo.

Nell’aprile 1947 il ritorno di Terracini dall’esilio in Argentina, dove si era rifugiato in seguito alle leggi razziali del 1938, coincise con la ripresa dell'attività di ricerca di Corti: furono anche questi anni pesanti fra il lavoro a scuola, la scrittura personale e gli studi. Ma anche anni memorabili, in cui l’Italia del dopoguerra conobbe un risveglio politico, culturale ed etico oggi difficile da immaginare. A questo periodo Corti dedicò il romanzo Il treno della pazienza, pubblicato solo anni più tardi, rimaneggiato e con diverso titolo (Cantare nel buio, Milano 1991).

Il cursus honorum

Nel 1950 cominciò a insegnare al liceo Alessandro Volta di Como, dove rimase sino al 1956, per passare poi al Beccaria di Milano sino al 1962 (a questa esperienza è dedicato il romanzo Il ballo dei sapienti), anno in cui vinse la cattedra di storia della lingua italiana a Lecce, un'università allora giovane, dove transitarono alcuni fra i maggiori ingegni della nuova generazione. Già dal 1955 aveva in realtà iniziato a insegnare come incaricata presso l’Università di Pavia, senza poter lasciare la scuola a causa di incertezze economiche e lavorative, aggravate dalla sua condizione di donna – di donna single in un mondo maschile e spesso maschilista come quello universitario – su cui più di una volta ritornò nelle lettere e nei suoi scritti. A Pavia poté tornare da ordinario di storia della lingua italiana nell’autunno del 1964 e rimase in cattedra ancora più di vent’anni.

Oltre che in Italia, dal 1975 al 1978 insegnò a Ginevra, università che le concesse il dottorato honoris causa nel 1978, e fu visiting professor per un semestre (1984) presso la Brown University di Providence (Rhode Island).

Fondò e diresse riviste di prestigio: Strumenti critici nel 1966, Alfabeta nel 1979, Autografo nel 1984; collaborò assiduamente alle pagine culturali dei quotidiani, dapprima del Giorno e quindi, dal 1980, della Repubblica. Fu accademica della Crusca e dei Lincei.

Diresse due collane presso Bompiani: «Nuova corona» e «Studi Bompiani di italianistica».

Gli interessi

La produzione scientifica e letteraria di Corti è difficile da riassumere in forma schematica: filologa e storica della lingua italiana come formazione, e autrice di saggi fondamentali su questo versante (su Pietro Jacopo De Jennaro, sul Fiore di virtù, su Jacopo Sannazaro), fra le prime a introdurre in Italia la nuova lezione della semiologia (Principi della comunicazione letteraria è del 1976, ma al 1966 risale, come si è detto, la fondazione di Strumenti critici), storica della letteratura tout court (con i libri di argomento duecentesco, gli studi novecenteschi, la fondazione del Centro manoscritti a Pavia) e anche scrittrice di successo. Ciascuno di questi ambiti riempirebbe una vita intera. Impossibile, e forse inutile, tentare di separare i vari piani della sua produzione, che rispecchiano una personalità poliedrica, in cui al rigore del metodo si accompagnarono sempre la passione e la capacità di 'narrare' anche la filologia. Meglio pertanto una esposizione condotta, in linea di massima, secondo le ragioni della cronologia.

Il primato della filologia

Quelli dell’esilio argentino di Terracini furono per Corti anni di lavoro a scuola e di esercizio di scrittura personale e creativa (per il momento ancora in forma privata), anche se, sulla rivista salentina L’Albero, nel 1949 pubblicò un precocissimo intervento su Guido Cavalcanti, destinato a essere una delle sue grandi passioni di studiosa. Anche la sede è importante: Corti, allora giovanissima, partecipava con entusiasmo, soprattutto durante le vacanze estive passate con il padre, all'Accademia Salentina che gravitava attorno alla casa di Lucugnano e alla figura di Girolamo Comi; organo 'ufficiale' dell’Accademia era, appunto, L’Albero.

Dopo le prime ricerche negli anni della tesi e dopo il ritorno del suo maestro, i suoi interessi furono indirizzati verso la storia della lingua italiana e si tradussero in vari contributi, fra cui importanti i volumi Studi sulla sintassi della lingua poetica avanti lo Stilnovo (Firenze 1953), l’edizione di De Jennaro (Rime e lettere, Bologna 1957) e la Vita di s. Petronio (ibid. 1962): un ventennio di studi appassionati, orientati soprattutto verso il Duecento, il Quattrocento e il Novecento, che andò a sfociare nella prima raccolta di saggi, Metodi e fantasmi, pubblicata da Feltrinelli (Milano 1969; nuova ed. ampl., Nuovi metodi e fantasmi, ibid. 2001) e destinata a restare famosa, per il rigore, appunto, della metodologia, ma anche per la seconda metà del titolo, che evocava, in forma esplicita quanto scanzonata, la passione per autori evanescenti, difficili da ricostruire nella loro individualità storica. «Fantasmi», appunto, da recuperare con metodi rigorosi, quasi da detective: un titolo apparentemente ossimorico, che racchiudeva invece in sé la cifra d'una singolare personalità di studiosa. Fra i contributi del volume vanno ricordati quello sul Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, le ricerche sull’Arcadia di Sannazaro (che non si conclusero con l’edizione, ma diedero della tradizione testuale dell’opera un’immagine profondamente innovativa), cui deve essere aggiunto il saggio sul Delfilo, un poemetto in terzine di primo Cinquecento, di cui Maria Teresa Casella e Giovanni Pozzi avevano proposto la localizzazione a Treviso e una possibile attribuzione a Francesco Colonna, autore del Polifilo. Il saggio di Corti, con piglio quasi da giallo (Giorgio Petrocchi la soprannominò 'Perry Mason', Umberto Eco 'Miss Marple'…), raccontò una storia diversa, lombarda, anzi piacentina, e offrì anche un nuovo autore, Marco Antonio Ceresa.

La semiotica come metodo

Ben presto, tuttavia, la ricerca linguistico-filologica cominciò ad apparire troppo angusta ai suoi occhi, anche se, come in Le fonti del Fiore di virtù e la teoria della nobiltà nel Duecento (Giorn. stor. della letteratura italiana, CXXXVI [1959], pp. 1-82), la ricerca letteraria si intrecciava a quella filosofica, come accadde molti anni più tardi per il volume La felicità mentale. Nei primi anni Sessanta furono divulgati in Italia, soprattutto grazie alla rivista Questo e altro, i primi testi russi sulla semiotica (fra cui interventi di Vjačeslav Vsevolodovič Ivanov e Boris Uspenskij), nella traduzione di Vittorio Strada (n. 6-7, del 1964); la rivista Strumenti critici (pubblicata presso Einaudi sino al 1985, poi passata al Mulino), che Corti fondò a Pavia con Segre, Dante Isella e d’Arco Silvio Avalle, fu la prima sede in cui la critica letteraria venisse affrontata anche con gli strumenti del nascente strutturalismo italiano. Uno strutturalismo strettamente legato ai testi e alla loro lettura, sulla linea del formalismo russo e della scuola di Praga, più che su quella della semiologia francese: «Ogni posizione teorica o metodologica deve girare attorno al testo letterario, ispezionarlo, tentarne approcci […]» (Dialogo in pubblico…, 1995, p. 78). Fondamentale, per l’apertura internazionale di Strumenti critici, fu poi il rapporto privilegiato con Jurij Lotman, che già nel 1967 vi pubblicò un suo intervento.

L’interesse di Corti per la semiotica si sviluppò almeno sino agli anni Ottanta: nel 1970 per le edizioni ERI di Torino pubblicò con Segre I metodi attuali della critica in Italia, in cui già largo – benché non esclusivo – spazio era riservato alla semiotica. Vennero poi i Principi della comunicazione letteraria (Milano 1976; poi quasi raddoppiato in Per un’enciclopedia della comunicazione letteraria, ibid. 1997), un lavoro di taglio teorico, ma le cui radici affondano più nei testi letterari che non in quelli critici, e il Viaggio testuale (Torino 1978), in cui si evidenzia con assoluta chiarezza il nodo che necessariamente, per Corti, si deve stringere fra semiotica e testualità, specialmente quando si affronti il problema dei generi letterari. Più o meno contemporaneo fu l'intervento di Eco Lector in fabula (Milano 1979); leggendo i due volumi in parallelo, è evidente come al centro del libro di Corti ci sia il testo, mentre in quello di Eco il lettore, nella sua interazione con l’opera letteraria.

La parte del narratore

Agli anni Sessanta risalgono anche gli esordi pubblici della scrittrice, con L’ora di tutti (Milano 1962), romanzo 'salentino' di notevole livello, ambientato alla fine del Quattrocento durante l’assedio di Otranto da parte dei turchi e rimasto forse il suo più famoso, dove si intrecciano le competenze di storica dell’italiano antico («La tematica proviene da un’area di mia ricerca storica in quanto ho lavorato a lungo sulla cultura del Regno di Napoli nel Quattrocento»:  Dialogo in pubblico…, 1995, p. 84), ricordi personali («Lo spunto è nato sì dai miei frequenti soggiorni estivi a Otranto, dove sentivo parlare di tutti questi martiri […]», ibid., p. 85), e attenta rivisitazione della letteratura contemporanea. Fu la stessa Corti a sottolineare, per esempio, la congruenza fra la struttura polifonica a cinque voci narranti (tutte d’oltretomba) con l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Di poco successivo Il ballo dei sapienti (Milano 1966) che, apparso presso Mondadori, trasse invece origine dalla sua esperienza scolastica: il liceo Bonvesin da la Riva è il Beccaria dove la Corti insegnava, Bobbio è la ricostruzione metaforica della realtà culturale pavese. Due anni dopo esplose il Sessantotto, di cui questo romanzo anticipò gli umori e le atmosfere.

Dopo una pausa ventennale, la narrativa riprese con Voci dal Nord Est: taccuino americano  (ibid. 1986) e Il canto delle sirene (ibid. 1989). Il primo, in larga misura autobiografico, è legato alla sua esperienza come visiting professor alla Brown University, mentre il secondo riflesse, a distanza di anni e sotto diverse prospettive, l’esperienza dell’Ora di tutti. Il tema delle sirene e del viaggio di Ulisse, fu per lungo tempo un feticcio degli studi di Corti, un centro irresistibile di fascinazione che tracimò dall’ambito erudito a quello fantastico, dando vita a questo singolarissimo testo, in cui le sirene, narratrici e incantatrici, raccontano quattro vicende sul tema della seduzione intellettuale, quella cui, come sappiamo, cedette Ulisse al momento del «folle volo».

Un’intellettuale militante

Nel 1979 Nanni Balestrini fondò Alfabeta, della cui direzione anche Corti fece parte: rivista militante, in cui tematiche letterarie e interessi semiologici si intrecciarono col vivo dibattito sull'attualità politica degli 'anni di piombo'.

In un periodo di acceso interesse semiotico, Corti non abbandonò certo la passione per la letteratura 'classica': risale infatti al 1970 la pubblicazione, dapprima periodica nella Stampa, poi in volume per Bompiani nel 1972 degli inediti giovanili leopardiani, col suggestivo titolo di «Entro dipinta gabbia». Tutti gli scritti inediti, rari e editi 1809-1810 di Giacomo Leopardi, da un verso del poeta ancora bambino.

Frattanto, già dal 1968 aveva cominciato a raccogliere le prime carte del futuro Fondo manoscritti di autori moderni e contemporanei: all’inizio un semplice faldone con manoscritti di Eugenio Montale e Romano Bilenchi, di proprietà di Corti stessa, cui si aggiunsero gli autografi della Madonna dei filosofi di Carlo Emilio Gadda, donati da Gian Carlo Roscioni. Il tutto era conservato alla buona in un armadietto chiuso a chiave presso l’istituto di storia della lingua italiana a Pavia. Nel 1972 il Fondo divenne un'istituzione pubblica, cui si affiancò nel 1980 un Centro di ricerca sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei, prezioso rifugio di importanti manoscritti, soprattutto novecenteschi, ma, specie in seguito, anche ottocenteschi. Al Fondo Corti dedicò moltissime energie, una rivista (Autografo), un romanzo-saggio (Ombre dal Fondo, Torino 1997): la passione di una vita.

La nascita del Fondo fu legata al crescente interesse per la letteratura novecentesca, tanto importante da dedicare anche ai manoscritti di autori recenti lo stesso rispetto e le stesse cure che si riservano da sempre ai manoscritti antichi. Tali interessi novecenteschi si concretizzarono nelle grandi edizioni da lei dirette: Opere di Elio Vittorini (in collab. con R. Rodondi, Milano 1974), Opere di Beppe Fenoglio (in collab. con J. Meddemen et al., Torino 1978; ma v. anche il volume Beppe Fenoglio. Storia di un «continuum» narrativo, Padova 1980), Opere di Ennio Flaiano (in collab. con A. Longoni, Milano 1990) e Opere di Gesualdo Bufalino (in collab. con F. Caputo, ibid. 1992).

La passione dantesca

Entro la poliedrica personalità di studiosa e scrittrice di Corti, sin dagli anni Settanta un posto affatto particolare riveste l'interesse per Dante, che fu inizialmente affrontato nell’ambito di un discorso semiologico: a partire dal grande libro sulla comunicazione letteraria (il De vulgari eloquentia) cui, come rievocato in Dialogo in pubblico, Corti dedicò un seminario tenuto insieme a Robert Jauss, il teorico dell’estetica della ricezione.

Tuttavia Corti riteneva che leggere Dante significasse soprattutto inserirlo nella cultura del suo tempo, anche sotto aspetti ancora sconosciuti, o in prospettive che ad alcuni specialisti parvero assai eterodosse. Nacquero così tre libri: Dante a un nuovo crocevia (Firenze 1981), La felicità mentale. Nuove prospettive per Cavalcanti e Dante (Torino 1983) e Percorsi dell’invenzione. Il linguaggio poetico e Dante (ibid. 1993). Il primo prese spunto dal trattato linguistico dantesco, per metterne a fuoco le profonde implicazioni teoriche e filosofiche e fu accolto da Gianfranco Contini fra i «Quaderni» della Società dantesca italiana. Il secondo rimase forse il più celebre: Corti vi affrontò di petto il nodo della presenza della filosofia (qui dell’aristotelismo radicale) in quanto tale, non solo come repertorio di immagini metaforiche, nella cultura del Duecento, segnatamente in Cavalcanti e Dante, e si produsse in una lettura del tutto nuova della celebre canzone cavalcantiana Donna me prega. A questo secondo volume Contini dedicò una recensione assai positiva, apparsa nel Corriere della sera del 16 ottobre 1983 (poi in Id., Ultimi esercizî ed elzeviri (1968-1987), Torino 1988, pp. 205-209), un intervento che apparve subito come una notevole presa di distanza rispetto ad alcune voci critiche levatesi contro il volume del 1981 e, al tempo stesso, consacrò Corti dantista di alto lignaggio. Sul tema della lingua dantesca ritornò poi la terza raccolta, che l'autrice volle chiudere con un capitolo sul viaggio di Ulisse, nel suo significato letterale e allegorico. La fine di Ulisse rappresenta il «perdersi» dell’uomo che è vittima della seduzione della filosofia, di chi è convinto che la conoscenza del vero – cioè la «felicità mentale» – possa raggiungersi per via di pura ragione, senza bisogno della parola divina. Postumi uscirono inoltre gli Scritti su Cavalcanti e Dante (Torino 2003), che ripresero con nuove acquisizioni i volumi del 1983 e del 1993, nonché Un ponte tra latino e italiano (Novara 2003).

Una scrittrice ritrovata

Gli ultimi anni furono fitti di prove narrative: in Catasto magico (Torino 1999) affrontò il tema, culturale e folklorico, della presenza nei miti siciliani dall’antichità al mondo contemporaneo dell’Etna (un vulcano che avrebbe bisogno di un catasto, appunto, «magico» per essere descritto); la raccolta di racconti Storie (Lecce 2000, con prefaz. di R. Luperini); Le pietre verbali (Torino 2001), in cui ritornò, con lo sguardo di chi vive in un tempo diverso – e forse non migliore – sulle illusioni e le inquietudini degli anni immediatamente precedenti il Sessantotto. Postumo uscì, infine, La leggenda di domani (Lecce 2007, con premessa di C. Segre e postfazione di A. Longoni), romanzo 'salentino' che affonda le sue radici in un racconto del 1945-47 rimasto inedito, una sorta di premessa del futuro L’ora di tutti.

Morì il 22 febbraio 2002.

Fonti e Bibliografia

Per avvicinarsi alla figura di Maria Corti il principale contributo rimane, senza dubbio, Dialogo in pubblico: intervista di Cristina Nesi (Milano 1995), con una puntuale (e ovviamente parziale) bibliografia dell’autrice e sull’autrice (curata dalla stessa Nesi), che riprende e prosegue quella già allestita nel 1989 per cura di Rosanna Saccani, in appendice alla raccolta di saggi, pubblicata per Ricciardi, Storia della lingua e storia dei testi (Milano-Napoli 1989).

Nel febbraio 2002 sulle pagine dei principali quotidiani apparvero numerosi necrologi, fra cui si ricordino almeno quelli di C. Segre (Corriere della Sera), B. Garavelli (Avvenire), F. Pusterla (Manifesto), P. Gibellini (Corriere di Brescia), M. Baudino (La Stampa), M.G. Piccaluga (La Provincia pavese). Le sono stati poi dedicati due numeri monografici di Autografo, nel 2002 (M. C. Congedi primi e ultimi, con interventi di G. Nencioni, B. Mortara Garavelli, E. Raimondi, F. Pusterla, e una selezione di appunti, materiali inediti e lettere della scrittrice) e nel 2012 (M. C. Ancora dialogando, con interventi di S. Agosti, N. Balestrini, G.L. Beccaria, S. Borutti, G. Breschi, M. Bricchi, F. Caputo, V. Coletti, L. Coveri, M. Dardano, M. Depaoli, A.G. D'Oria, G. Frasca, M.A. Grignani, G. Lavezzi, G. e A.L. Lepschy, A. Longoni, A. Modena, B. Mortara Garavelli, C. Nesi, G. Palli Baroni, G. Palmieri, F. Pusterla, P. Mauri, M. Porro, M. Pregliasco, C. Segre, A. Stella, A. Stussi, E. Testa).

Fra i volumi si ricordino: G. Guerra, M. C.: voci, canti e catasti (Novara 2000) e M. Corti, I vuoti del tempo, a cura di F. Caputo - A. Longoni (Milano 2003). Il 18 marzo 2003 le è stata dedicata una giornata di studi fiorentina: Testimonianze per M. C., a cura di A. Dolfi (Roma 2005). Fra i numerosi contributi in rivista: G. Gorni, Ricordo di M. C., in Studi danteschi, 2002, n. 67, pp. 231-239; A. Stella, Ricordo di M. C., in Strumenti critici, XVIII (2003), n. 3, pp. 325-344; P. Laroche, Le temps et l’eternité dans «L’ora di tutti» de M. C., in Chroniques italiennes, 2004, n. 2-3, pp. 139-150; G. Nisini, Le rivisitazioni del tempo. Note critiche sul «Ballo dei sapienti» e «Le pietre verbali» di M. C., in Moderna, 2005, n. 2, pp. 153-169; S. Agosti, «Avant che la chère ombre…», in Archivi del nuovo. Notizie di casa Moretti, 2008, n. 16-17, pp. 167-170.

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