COFFA, Mariannina

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 26 (1982)

di Rosa Maria Monastra

COFFA (Coffa Caruso), Mariannina. - Nacque a Noto (Siracusa) il 30 sett. 1841, dall'avvocato Salvatore e da Celestina Caruso.

Dopo una sommaria, rudimentale scolarizzazione nella natia cittadina, all'età di dieci anni fu affidata al collegio "Peratoner" di Siracusa, ove sotto la guida di un tale Francesco Serra Caracciolo cominciò a comporre le prime "improvvisate". Nel settembre del '52 la giovanissima poetessa (cui già parenti ed amici guardavano come ad un vero portento) fu presentata dal padre al sacerdote letterato Corrado Sbano, il quale si assunse spontaneamente il compito di vigilare sulle sue letture e sui suoi esercizi di versificazione, e che poi sempre sarebbe stato per lei un affettuoso e sollecito confidente. Fu appunto per iniziativa dello Sbano che la C. pubblicò nel '55 le Poesie in differenti metri, silloge delle sue primizie liriche, in gran parte dettate improvvisando su tema assegnato, e talora anche con rime prestabilite. Seguirono nel '59 i Nuovi canti, ove (come sottolinea una nota probabilmente dello stesso Sbano) ad un certo punto gli exploits estemporanei cedono il posto a più meditati componimenti, pur non cessando l'abitudine di scrivere spesso su argomento suggerito o richiesto da altri.

Quali fossero le direttive seguite nell'educare la prodigiosa pupilla, ce lo dice lo Sbano in persona nel suo Memorie e giudizj intorno alla poetessa M. C. in Morana, ragguaglio pubblicato nel '79 a scopo fondamentalmente autoapologetico: e cioè per rintuzzare l'accusa di non aver saputo sostenere adeguatamente, anzi di aver addirittura fuorviato il naturale "genio" della fanciulla. Sennonché le Memorie dello Sbano in realtà finiscono per dar ragione ai suoi detrattori: la chiusa ortodossia religiosa e la miope intransigenza purista del pio sacerdote, che alla sua allieva consegnava come livre de chevet l'Imitazione di Cristo nella traduzione dell'abate Cesari e che badava a metterla in guardia da un lato contro il pessimismo ateo di Leopardi, dall'altro contro tutti "gli autori esagerati e intemperanti" (p. 10), non costituivano certo uno stimolo efficace ai fini di una profonda maturazione intellettuale ed artistica. Pur contravvenendo sovente ai divieti del maestro, la C. ne era comunque profondamente influenzata: sicché le sue trasgressioni si limitavano a disordinate incursioni nella terra proibita dell'eccesso passionale e sentimentale (in cui Shakespeare, Byron, Sue, Dumas, Guerrazzi avevano per lei uguale diritto di cittadinanza), senza ch'ella mai si sognasse di mettere in discussione i principi basilari impartitile dallo Sbano. In un linguaggio poetico infarcito di reminiscenze dantesche, foscoliane, leopardiane, e al contempo svagante verso una evasività di marca tipicamente tardoromantica, la C. si sforzava di coniugare il classicismo cattolico dello Sbano con la propria inclinazione al dolorismo effusivo: peraltro senza troppi conflitti, se tutti e due, l'alunna e il maestro (e insieme con loro l'avvocato Coffa), potevano riconoscersi nella netina Accademia dei Trasformati, allora unita in indissolubile gemellaggio all'Arcadia romana. Si aggiunga l'impressione suscitata dalla venuta in Noto di improvvisatori famosi come Giannina Milli e Eliodoro Lombardi; si pensi altresì alla corrispondenza poetica ed epistolare col giarrese Giuseppe Macherione, tipico vate di provincia e patriota magniloquente e fumoso: e si avrà un quadro abbastanza perspicuo dei punti di riferimento allora disponibili per l'ispirazione della giovane poetessa, nei cui componimenti la vena cantabile profusa nel gioco dei settenari sdruccioli piani e tronchi e nelle strofe di quinari o senari doppi si associa talvolta all'impegno tirtaico e gnomico della canzone e dell'endecasillabo sciolto.

Il `59 fu anche l'anno del fatale idillio con lo squattrinato Ascenso (all'anagrafe Ascenzio) Mauceri, galeotti il Corsaro di Byron e il pianoforte (Ascenso era stato maestro di musica della Coffa). I Coffa dapprima acconsentirono, sia pure a malincuore; poi invece intervennero bruscamente, inducendo la figlia a sposare un facoltoso possidente di Ragusa, Giorgio Morana (aprile 1860). Naufragavano così i sogni di gloria della poetessa, costretta a convivere con un suocero villano e ignorante, contristata dalla grettezza e malignità dell'ambiente ragusano, spossata da cinque parti e da continui malanni, afflitta dalla perdita di due figliolette e di alcuni tra i più cari amici e parenti.

In queste condizioni la scrittura diveniva una forma di compensazione, quasi una seconda vita "ideale" contrapposta alle miserie della realtà quotidiana: mentre l'amato Ascenso, al seguito di Matteo Raeli, si impegnava nell'azione politica, la C. si illudeva di partecipare in qualche modo ai nuovi eventi italiani con alcuni componimenti patriottici, saturi di retorica unanimista ma pure notevoli per la recisa presa di posizione contro la Roma papalina; le frustrazioni affettive e intellettuali le dettavano liriche ridondanti, ove le oscillazioni tra i toni flebili dell'autocompatimento e quegli aspri dell'impennata polemica tendevano a ricomporsi in una personale mitologia a sfondo religioso, talora addirittura criptica nella sua indecifrabile allusività, al punto da autorizzare - nonostante il crisma di ortodossia impressole dall'approvazione del cattolicissinio Tommaseo - qualche peregrina (ma forse non del tutto sballata) interpretazione in chiave misteriosofica e massonica; e ancora le era di sollievo la libera gestione (conquistata a prezzo di duri scontri col suocero) di un intenso carteggio, nel quale appunto si riscontrano i dati salienti di una cocente insoddisfazione vissuta nelle forme ipertrofiche del vittimismo e dell'antifilisteismo romantici.

Nell'estate del '75 si manifestarono i primi sintomi di quel male (certamente una neoginoplasia), che avrebbe finito col portare alla tomba l'infelice poetessa dopo lunghe sofferenze. Infatuatasi per le dottrine omeopatiche professate a Catania dal dottor Migneco e a Noto dal dottor Bonfanti, la C. rifiutò drasticamente qualsiasi proposta di intervento chirurgico, ostinandosi a seguire la terapia dei due medici, che le avevano diagnosticato un disturbo cardiaco. Si trasferì allora a Noto per essere seguita da vicino dal Bonfanti, suscitando così un vespaio di pettegolezzi che finirono col metterla in urto perfino con i genitori. Nelle lettere e nei versi di questi ultimi anni lievita un'esasperazione sempre crescente, che talora giunge a toccare i vertici della ribellione blasfema. A Noto la C. si spense il 6 genn. 1878.

Opere: Poesie in differenti metri, Siracusa 1855; Nuovi canti, Noto 1859; Nuovi canti, Torino 1863. Vari componimenti furono pubblicati dalla C. o da amici in opuscolo o in rivista (v. la bibl. in G. Raya): di essi i più importanti sono stati inclusi nella postuma silloge di Poesie scelte, a cura del Municipio di Noto (con una prefazione di F. De Sanctis), Noto 1882 [ma in copertina 1885]. Quanto all'epistolario, alcune lettere sono riportate dai biografi della C.; raccolte più consistenti si trovano in: Lettere di M. C. C. a Mario Rapisardi, a cura di C. Sgroi, in Arch. stor. per la Sicilia orientale, s. 2, VII (1931), pp. 91-107; Lettere ad Ascenso, a cura di G. Raya, Roma 1957; G. Raya, Capuana e D'Annunzio, Catania 1970, pp. 35-100. Buona parte del carteggio comunque è ancora inedito: si veda in proposito T. Carpinteri, in La Fiera letteraria, XLVIII (1972), 15, pp. 14-18. Da segnalare la recente ristampa, a cura di B. Jacono, di una disperata lettera della C. al fratello Vincenzo (in Netum, II [1977], 13-14, pp. 6-10), a suo tempo pubblicata dal Bonfanti sotto lo pseudonimo "Man di Gelo" (Noto 1879).

Bibl.: In memoria della poetessa M. C. C. in Morana, Ragusa 1878; F. Pennavaria, Sullavita e sulle poesie di M. C. C. in Morana, Ragusa 1878; Id., Sopra un caso d'isterismo acuto con estasie sognazione spontanea accaduto in persona dellainsigne poetessa M. C. C. in Morana, ibid. 1878; C. Sbano, Memorie e giudizi intorno alla poetessaM. C. in Morana, Noto 1879; G. Cassone, Perl'inauguraz. del monumento alla poetessa M. C. C., Noto 1896; F. Guardione, M. C. C., in Scritti, II, Palermo 1897, pp. 76-107; C. Scribano, Notizie e considerazioni su M. C., Ragusa 1897; G. Navanteri, Di un nuovo studio su M. C., Noto 1898; G. Oliveri Montes, Di due poetesse siciliane del sec. XIX (G. Turrisi Colonna e M. C. C.), con una lettera di G. Pipitone Federico, Girgenti 1898; F. Genovesi Caruso, Storia d'unamartire (M. C. C.), con una pref. diG. Sergi, Napoli 1900; R. Mascardi, M. C. C., Roma 1907; G. Leanti, Una poetessa della patria e del dolore: M. C. C., Noto 1923; C. Sgroi, Cultura e movimenti d'idee in Noto nel sec. XIX, Catania 1930; Id., M. C. C. e G. Macherione, Siracusa 1934; F. Lombardo, M. C. e C. Sammartino in Filetied altri riflessi di vita,d'arte e d'ambiente dellapoetessa netina, Noto 1959; G. Raya, M. C., in Capuana e D'Annunzio, Catania 1910, pp. 5-116 (e cfr. P. M. Sipala, Da Carducci a Quasimodo, Padova 1970, pp. 143-46); T. Carpinteri, Un ritratto giovanile poco noto di M. C.: il "ritrattodella fata", in Netum, I (1976), 2-3, pp. 8 s.; G. Santocono Russo, '800 netino: nel primo centenario della morte di M. C., ibid., II (1977), 11-12, pp. 4-7; S. Martorana, M. C. nel giudizio di uncontemporaneo: due lettere inedite di GiuseppeBianca, in Laboratorio (Ragusa), I (1977), 1, pp. 32-39; T. Carpinteri, L'eringio, Palermo 1978 (e cfr. R. M. Monastra, in Corriere di Modica, 15 marzo 1979).

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